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Pulp, thriller, hard boiled, noir

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La scorciatoia – P.G. Sturges

La scorciatoia

LA SCORCIATOIA (The Shortcut Man)
di P.G. Sturges
ed. Revolver Libri BD
Traduzione di Fabrizio Fulio Bragoni

Donne, possibilmente belle e fatali, e noir hanno un unico sviluppo: cazzi amarissimi. Non fa eccezione La scorciatoia, romanzo d’esordio del californiamo P.G. Sturges, figlio dello sceneggiatore e regista Preston Sturges, il quale compare, anche se solo nominalmente e mediato dalle proprie opere, più volte nel libro.

Dick Henry è la più classica delle “scorciatoie” per morosi e furbetti del quartierino, il classico duro dal cazzotto facile a cui si ricorre per poche centinaia di dollari per risolvere un problema che non richiede niente di più grosso – niente, per intenderci, che abbia a che vedere con il Cogan di George V. Higgins, altra pasta, altra statura. Intervallando riscossioni a interventi stile paladino della vecchina della porta accanto, Dick se la spassa mica male con la bella ed enigmatica Lynette, una che spruzza sesso anche solo nel guardarti e, si sa, l’uomo mica è fatto di legno, al massimo ci si diventa, di legno. Questa quiete da routine modello hard boiled Anni ’50 si inceppa quando il ricco sfondato Artie Benjamin, uno che si è fatto da solo creando dal nulla un impero fondato sul porno, gli commissiona un compito facile facile: pedinare sua moglie, di Artie, e scoprire con chi se la fa quella zoccola di Judy. E, chissà perché, quella faccia lì di quel tipo là assomiglia maledettamente a qualcuno di sua conoscenza…

La scorciatoia, ennesima lettura della collana Revolver, è romanzo breve e rapido che scorre via, però, senza lasciare traccia. Sto scrivendo questa recensione dopo sole poche settimane dalla fine dell’ultima pagina e la trama, comunque esilissima e dal sapore del fritto misto che ti torna su per due giorni dopo che lo hai mangiato, la trama, dicevamo, è già andata e la sensazione che la lettura mi ha lasciato è quella di una velata noia e di un disperato tentativo di far ridere il lettore, tentativo, però, mal riuscito, come quegli imitatori di terza tacca che si impegnano disperatamente cercando di imitare Adriano Celentano, quello degli Anni ’70, alla festa del fungo trifolato.

L’avere una trama ampia e articolata o essenziale e, magari, anche banalotta, per la letteratura di genere non è un problema: nel primo caso si possono scrivere capolavori come Il potere del cane di Don Winslow o lasciarsi travolgere come in Sei pezzi da mille di James Ellroy; nel secondo si possono scrivere gemme spassosissime come gran parte della serie di Hap&Leonard di Joe Lansdale oppure pietanze insipide, come delle zucchine bollite, come questo di Sturges, dove non c’è mai un cambio di ritmo, i dialoghi, nonostante il paragone con Elmore Leonard (assurdo), ci sono perché devono esserci e del finale ti accorgi perché le pagine che ti rimangono in mano ancora da leggere sono poche, ma per nessun’altra ragione.

P.G. Sturges

Anche l’utilizzo dei flashback non sortisce il risultato sperato. Sturges usa in modo massiccio questo espediente narrativo, probabilmente per cercare di dare sostanza e complessità al proprio personaggio da one man show scolpendone il passato e motivando, in tale maniera, il perché è diventato quello che è. Volendo essere maligni, e recensendo bisogna un po’ esserlo, i flashbach paiono però essere più dei riempitivi, come l’allungare la birra con l’acqua, come faceva Mariolino del circolo Acli di Trontano. Il volume aumenta, ma diventa pisciazza. Il passato di Dick Henry, analogamente, poco aggiunge al presente del personaggio, anzi, rompe pure abbastanza le balle perché interrompe continuamente il ritmo narrativo proprio quando si comincia a sperare che qualcosa decolli, interesse del lettore nei confronti della storia raccontata compreso. Anche se non voglio rimanere incatenato in un modello preconfezionato che sulla scia di W.C. Heinz, George V. Higgins e, soprattutto, il mai troppo citato Elmore Leonard prevede che la storia prenda forma dai personaggi e solo da loro stessi, senza troppi artifici e senza, ogni due per tre, vedere l’autore del romanzo piombare pesantemente sulle caviglie del lettore come un Felipe Melo qualsiasi, è altrettanto vero che per utilizzare al meglio i back and forth ci vuole, forse, addirittura più maestria che nel primo caso, perché il rischio di annoiare o di raffazzonare un prodotto appena appena accettabile è altissimo, a differenza dell’insegnamento dei tre grandi di cui sopra dove, invece, o c’è un buon romanzo o non c’è nulla, solo carta buona per accendere il camino.

Il problema de La scorciatoia, all’opposto dei commenti letti in giro, è il suo essere un romanzo che non lascia il segno, non incanta, non accattiva, non rattrista, non sorprende, non affascina, non ammalia, non mi fa neanche incazzare. Lascia indifferenti, fatta eccezione per la solita copertina-capolavoro di Davide Furnò.

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Dave Zeltserman e la trilogia della redenzione

La trilogia nera

Esco momentaneamente dal mio indaffarato torpore per segnalarvi una uscita davvero imperdibile: dopo anni di attesa, mail, petizioni, proteste e incazzature, possiamo finalmente gustarci Zeltserman e non solo uno, bensì due suoi nuovi romanzi inediti in Italia. TimeCrime porta infatti in libreria l’intera trilogia dell’uomo uscito di galera che io, in tempi non sospetti, definii come Trilogia della redenzione. Piccoli crimini, il primo romanzo dei tre, è stata una delle migliori letture di questi anni di Pegasus Descending, tanto che ancora oggi, a due anni di distanza, sento un orgasmo salirmi dalle viscere nel ricordare quelle ore spese sulle pagine affollate. In calce al post riporto la sinossi del volume diffusa da Fanucci, con l’unica perplessità arrecata dalle ottocento e passa pagine che ne fanno un tomo della Treccani che per un povero pendolare come me, vacca boia, è un problema non da poco. Però, tre romanzi a 12 euro… insomma… come sempre in culo alla crisi e a chi ci fa pagare i suoi fottuti debiti! Qui sotto, invece, riporto la mia recensione di Piccoli crimini perché credo che ne valga la pena e perché potrebbe essere un utile pretesto per parlare un po’ di questo autore in attesa di leggere gli altri due suoi lavori della trilogia. Vabbè, ha un po’ il sapore del pasticcio al forno che ogni tanto mangio in pausa pranzo, quello fatto con gli avanzi del giorno prima, però, se fatto bene, anche quello non è male e si gusta con piacere.

PICCOLI CRIMINI
di Dave Zeltserman
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio

Piccoli crimini di Dave Zeltserman è la miglior crime fiction che io abbia letto negli ultimi due anni. Era da tempo che non mi capitava di essere completamente assorbito nella trama di un romanzo inseguendo le sporche vicende del suo protagonista, una via di mezzo tra un cattivo figlio di puttana e un povero sfigato finito dentro a un gioco più grande di lui.

Joe Denton è un ex poliziotto della cittadina di Bradley, Vermont, appena uscito di galera dopo aver scontato sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale Phil Coakley. Bradley è una piccola città della provincia americana, non è come Los Angeles o Chicago dove non passa giorno in cui un agente di polizia non sia impegnato in una sparatoria o in un inseguimento. Nel Vermont la vita scorre lenta, ma i soldi non fanno schifo a nessuno. E lo stipendio statale è troppo risicato se quale sogno e realizzazione hai una bella casa, o magari due, le vacanze d’estate e un potente Suv superinquinante e che beve come un cammello dopo aver attraversato il Sahara. Anche la polizia, quindi, arrotonda e se è vero che la delinquenza è poca e sottocontrollo, ci pensano i zelanti tutori dell’ordine pubblico a riportare le statistiche più vicine alla media nazionale.

Joe era un poliziotto corrotto beccato dallo stesso Phil con le mani nella marmellata. In più, quella sera,
era strafatto di cocaina e merda varia, il suo accoltellamento è stato un gesto istintuale e selvaggio. Così istintuale e così selvaggio che non l’ha neanche ammazzato il procuratore, lasciandolo, però, sfigurato per il resto dei suoi giorni e condannando Denton alla perenne esposizione al pubblico biasimo: “È assurdo, ma non sarebbe così se quella notte Phil fosse morto. Il ricordo della mia brutta impresa sarebbe sbiadito e i cattivi sentimenti si sarebbero esauriti. Il vero problema è che Phil è lì ben visibile ogni giorno. Ogni giorno tutti provano di nuovo repulsione per il mio crimine. Per colpa mia in sua presenza si sentono in imbarazzo e devono sforzarsi di fingere che non sia un fenomeno da baraccone. Non esiste perdono per un delitto del genere.” [pg. 46]

Piccoli crimini

Quando Denton esce di prigione si ritrova ad aspettarlo non i genitori, che lo ignorano, o la moglie, che l’ha piantato in asso portandosi via le due figlie e cambiando pure nome, ma lo sfigurato Phil che porta sulla faccia i segni del peccato di Joe, un genere di peccato per cui non esiste perdono e redenzione. E Phil, c’è da capirlo, è incazzato. Molto incazzato. Manny Vassey fino a sette anni fa era l’osso duro di Bradley, il boss di provincia che non si muove foglia senza che lui non voglia. Ora è un povero vecchio in un letto d’ospedale in attesa che il cancro lo ammazzi. E Phil è lì ogni giorno a leggergli la Sacra Bibbia, perché anche il più duro quando è sulla soglia si caga nelle mutande e inizia a credere in Dio, in Suo Figlio e in tutti gli angeli e i santi del Paradiso. Sperare in un miracolo non costa niente. Se Manny vuotasse il sacco sarebbero cazzi amarissimi per mezzo dipartimento di polizia, Joe Denton incluso. Per tale motivo lo sceriffo Dan Pleasant mette Denton con le spalle al muro: scegli tu, o fai fuori Manny o fai fuori Phil. E Joe c’è dentro di nuovo, fino al collo e in una città in cui nessuno gli è più amico, neppure i suoi anziani genitori, e in cui troppa gente sembra avere una voglia matta di piantargli una pallottola in mezzo agli occhi.

Piccoli crimini è una discesa negli inferi che per tragicità di contenuti è assimilabile a Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij. In entrambi i libri, infatti, abbiamo un colpevole dichiarato e, nel caso del romanzo di Zeltserman, addirittura già condannato e che a norma di legge avrebbe già saldato il suo debito con la giustizia. Saldato un cazzo. La società è ipocrita e il popolo un bove, le cicatrici sulla faccia di Phil Coakley sono quindi il castigo, quello vero, che Joe deve quotidianamente pagare ripartendo ogni giorno da zero come un novello e moderno Sisifo. Zeltserman ci trascina quindi in questa quotidianità fatta di tormento e dolore, con la costrizione di dover fare il Male affinché il Bene – in questo caso un briciolo di normalità – possa compiersi. Piccoli crimini è la storia dell’impossibilità della redenzione per chi con questo stesso Male sia, almeno una volta, sceso a compromessi. Indietro non si torna. Il tutto è inoltre scritto in modo magnifico e con un ritmo che ti attanaglia gli occhi alle pagine mentre i colpi di scena si susseguono imperterriti e senza alcuno spazio per prendere una boccata d’aria, sperando in ogni pagina di porre termine a questo vortice di violenza e cattiveria. Che se ne esca, in un modo o nell’altro, purché tutto ciò abbia fine. E tutto finirà, perché è questa l’unica cosa che abbiamo imparato: che tutto finisce.

Uniche note stonate l’eccessivo numero di refusi ed errori vari contenuti nel libro e la presenza di una punteggiatura strutturata in modo piuttosto discutibile.

Prima di iniziare, comunque, fate un salto dal vostro pneumologo di fiducia. Perché questo libro si legge tutto in apnea e la privazione prolungata di ossigeno nuoce gravemente alle cellule cerebrali.

Piccoli crimini è il primo romanzo di un terzetto che potremmo definire “Trilogia della redenzione” che Dave Zeltserman sta scrivendo. Il secondo libro, Pariah è già stato pubblicato negli USA e da indiscrezioni raccolte credo che potremmo già leggerlo in Italia in questo 2010. Per il terzo volume della trilogia, Killer, dovremo invece aspettare un po’ di più visto che solo nell’anno corrente, a Maggio, vedrà la luce editoriale negli States. Su Pegasus Descending, comunque, se interessati troverete tutte le notizie e informazioni del caso.

Dave Zeltserman

Di seguito la sinossi de La trilogia nera di Dave Zeltserman, che oltre a Piccoli crimini contiene anche Pariah e Killer, tradotti da Olivia Crosio e Marta Milani.

SINOSSI: Contea di Bradley,  Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare.  Kyle Nevin è  invece un “bravo ragazzo”, gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’FBI.  Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe… Né la fortuna sorride a Leonard March, sgherro “storico” del mafioso Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni e ventotto omicidi sulla coscienza: ma si ci si può reinventare una vita “normale” quando là fuori tutti vogliono la tua testa?

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Dietro le sbarre – Allan Guthrie

Dietro le sbarre

DIETRO LE SBARRE (Slammer)
di Allan Guthrie
ed. Revolver BD
Traduzione di Marco Piva Dittrich

Il miglior aggettivo per descrivere Dietro le sbarre dello scozzese Allan Guthrie è “claustrofobico”. Fin dalle prime pagine, infatti, si può percepire una insopprimibile sensazione di perdizione e tragedia, si sta lì fermi ad osservare la distruzione di un giovane, Nick Glass, e della sua famiglia, uno sprofondare senza fine nel Male e nel non ritorno.

Quando Nick viene assunto come guardia carceraria sembra una buona notizia per il poco più che adolescente brufoloso proveniente dalla provincia della Scozia e appena approdato nella grande e caotica Edimburgo con moglie e figlioletta al seguito. Ma come forse sarà capitato spesso anche a voi, se il non avere lavoro è indubbiamente un problema, a volte l’averlo è altrettanto tragico se questo, a fronte di uno stipendio, vi sottrae tutto ciò a cui tenete, se ciò che dovete dare in cambio è la vostra dignità, i vostri sogni di realizzazione, la vostra famiglia o quel flebile alito che prende il nome di felicità. Nick si trova in questa situazione, nella condizione dell’alpinista che non riesce a salire, a proseguire nella sua scalata, ma, ormai bloccato in parete, non riesce neanche a tornare indietro. Fare il secondino in un carcere significa essere quotidianamente a contatto con la feccia della nostra società, con ladri, truffatori e assassini. La legge, dietro le sbarre, non è mai quella scritta nei codici di procedura penale e le regole sono quelle spietate di un hobbesiano stato di natura e del suo proverbiale homo homini lupus.

Le cose, per Nick, precipitano definitivamente quando uno dei ras del ramo ergastolani, Cesare, “chiede” a Glass di diventare il suo galoppino, di portare in carcere la droga che verrà poi smerciata agli altri detenuti. Nick inizialmente resiste, ma una visita dello svitato Watt alla sua famiglia lo costringe a giungere a più miti consigli. Inizia così una autentica discesa all’inferno da parte di un ragazzo troppo piccolo per affrontare una vicenda così grande e troppo inadeguato alla vita per resistere tanto alle tentazioni quanto alle sfide che ogni giorno, ognuno di noi ma qualcuno un po’ di più, è costretto ad affrontare e vincere.

Come detto in apertura, Guthrie compone una storia senza pause e in grado di gettare il lettore dentro una bara, un po’ come quei film di bassa lega in cui il protagonista, e noi con lui, si ritrova sepolto vivo sotto due metri di terra. Pagina dopo pagina il re del tartan noir non lascia scampo al suo protagonista, quasi una vittima sacrificale che più si muove e più si stringe il cappio intorno al collo, nonché votata a una critica serrata di un mondo, anche sociale, in cui la legge è assente e quando c’è è troppo impegnata a mettersi le dita nel naso piuttosto che difendere l’ordine costituito e i suoi figli più deboli.

Guthrie compone una sinfonia che a ogni riga ha il sapore della tragedia imminente, tanto da stupire il lettore nel suo incedere per 250 pagine tale è la fragilità di Nick Glass che potrebbe inciampare a ogni passo, dando vita a una affresco sulla disperazione individuale in cui la solitudine è un nemico implacabile in grado di uccidere più di assassini ed ergastolani e in cui la parola speranza è stata sbianchettata anche dai vocabolari.

Allan Guthrie

Tra le due posizioni filosofiche e politiche che vedono la natura al centro della discussione, da una parte come ente alieno e tiranno, in Hobbes, e dall’altro come stato di perfezione perturbato dalla nostra ricerca di civiltà, in Rousseau, Guthrie sembra propendere verso la prima ipotesi, nonostante la sua riflessione complessiva concentri il proprio focus dell’attenzione su un marcato soggettivismo narrativo, quasi un ricorso smisurato a quello che potremmo chiamare “individualismo metodologico”, un modo di raccontare il mondo, il macro, narrando le vicende di una e una sola persona, il micro. È un po’ quello che da sempre fanno, tanto per capirci, scrittori come Philip Roth o Cormac McCarthy, anche se con accenti e sfaccettature diverse. Stilisticamente Guthrie si posiziona in questa tradizione, nonostante non ceda mai un metro a qualsivoglia afflato epico e riducendo il tutto, almeno nella prima parte di Dietro le sbarre, a un realismo marcato incentrato sul dialogo serrato di uno scrittore che non è mai onnisciente e che, all’opposto, sospende il proprio giudizio individuale e personale per limitarsi a raccontare una storia con tutte le sue idiosincrasie e la sua capacità di stupire, fino al suo finale deflagrante e spiazzante in cui la tragedia, finalmente, può celebrare il suo trionfo e il vuoto intorno a noi avere la meglio. Perché siamo sempre lì, in uno in quei casi in cui l’hai preso nel culo e se ti agiti lo fai solo godere di più.

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Le belve – Don Winslow

Le belve

LE BELVE (Savages)
di Don Winslow
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Alfredo Colitto

Ben e Chon credono di aver trovato il paradiso in quell’angolino della California, proprio lì dove gli evoluti e civili Stati Uniti d’America prendono il raffreddore con tutti gli spifferi di coca e marijuana che provengono dal barbaro e atavico Messico. Ci sono posti, in Messico, in cui quotidianamente ci sono più morti ammazzati che nuovi nati. Tijuana, capitale della Bassa California, tanto per fare un nome, il vero centro nevralgico del narcotraffico internazionale che dal Sudamerica smercia tonnellate di droga – e dollari – negli States. Criminali e pendagli da forca, gente che prima ti decapita e poi ti chiede chi sei, certo, ma la droga chi la consuma? In nessun mercato c’è un’offerta senza una domanda, lezione 0 di ogni corso di microeconomia.

È questa, insomma, l’ambientazione de Le belve di Don Winslow, ultimo romanzo del celebrato autore americano da cui Oliver Stone dovrebbe anche trarre un film. Le belve, incomprensibile traduzione di Savages, il titolo originale, è una sorta di cazzeggio mainstream per chi non ha le palle per leggersi ottocento pagine di uno dei migliori romanzi di genere degli anni 00, quel Il potere del cane, sempre di Winslow, che per la sua potenza tragica ed epica è paragonabile a lavori quali l’Iliade e l’Odissea.

Se con Il potere del cane Winslow aveva creato un mondo, un’epopea, dando vita a personaggi immortali ed empatici, con Le belve sono l’azione e la rapidità a farla da padrone.

Lo stile di Winslow, infatti, ha sempre denotato una certa lentezza. Ne parlavo tempo fa con Marco Vicentini, l’ex patron della Meridiano Zero, e lui sosteneva come lo stile di Winslow fosse affetto da una sorta di eccessiva piattezza, probabilmente immemore del vecchio adagio anglosassone “mostra, non dire”. Il commento di Vicentini era riferito, in particolare, a L’inverno di Frankie Machine, lavoro che galleggia per tutto lo sviluppo della sua trama su due livelli narrativi e temporali, uno presente e uno passato, nel secondo dei quali viene narrata la giovinezza di Frankie e come questo sia diventato uno dei più apprezzati killer della mafia californiana. Anche nella mia recensione di questo primo lavoro di Winslow, in effetti, evidenziavo come il romanzo iniziasse, sostanzialmente, da pagina 43 e come i momenti di bonaccia non fossero pochi. Questa evidente pecca narrativa nello stile dell’autore newyorkese veniva edulcorata nel capolavoro de Il potere del cane proprio a causa, o grazie, alla sua struttura intrinseca di romanzo fiume, di epopea, come già detto, un lavoro, cioè, che trovava nella complessità e nel dettaglio il suo punto di forza e la sua ragion d’essere. Per costruire un mondo è necessario spendere parole e il lettore che vuole vivere, o rivivere, quel mondo deve accettare la sfida e affrontare la complessità. Ne Le belve questa la complessità scompare e quella che altro non è se non una guerra di droga tra i rampanti Ben e Chon e un sanguinario cartello della droga capitanato da una donna trova il suo sviluppo in una serie di rapidissimi capitoli che evidenziano una natura fortemente cinematografica, quasi che Winslow abbia già preparato il terreno per Oliver Stone, risparmiandogli la fatica di adattare il romanzo e facendogli risparmiare i soldi per lo sceneggiatore.

Don Winslow

Le belve, comunque, è un romanzo che stilla divertimento allo stato puro grazie tanto alla già citata struttura narrativa e rapidità di esposizione, quanto alla sarabanda di sparatorie, colpi di scena, intermezzi porno-erotici e a una irresistibile razione adrenalinica che spinge la lettura capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina.

La valutazione complessiva di un romanzo deve comunque essere fatta considerando la sua totalità e compiutezza. Le belve, quindi, poco aggiunge alla produzione letteraria di Winslow, manifestandosi invece come un divertisement che edulcorato da qualsivoglia contenuto “alto” si rifugia nel puro piacere di raccontare una storia, tra l’altro non particolarmente originale, ma non si nasconde mai dietro un dito o dietro supposte velleità socio-politologiche, limitandosi a portare a termine il proprio compito ludico in maniera egregia senza voler essere altro da quella che è la sua natura. Le belve è come quei film d’azione che ci rapiscono per un paio d’ore garantendoci quella sospensione della credulità così importante in ogni opera narrativa che sia capace si slegare il lettore/spettatore dalla realtà ma che al termine delle due fatidiche ore riconsegna quello stesso lettore/spettatore a quella medesima realtà tale e quale, senza lasciare alcun segno nel profondo dell’anima, senza, insomma, farci pensare molto. E questo non necessariamente è un male o un difetto.

I ragazzi muoiono in Iraq e Afghanistan, e i titoli di testa parlano di Anna Nicole Smith.
Di chi?
Appunto.” [pg. 70]

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Sinfonia di piombo – Victor Gischler

Sinfonia di piombo

SINFONIA DI PIOMBO (Shotgun Opera)
di Victor Gischler
ed. Revolver BD
Traduzione di Marco Piva Dittrich

Da una parte Nikki Enders dall’altra Mike Foley. In mezzo Andrew Foley, nipote di Mike.

Tutto ebbe inizio nel 1965, quando Mike, insieme al fratello Dan, si guadagnava il meritato pane quotidiano smaltendo il lavoro sporco per la mafia italo-americana di New York, di solito facendo il culo a strisce a chi credeva che il business fosse governato dalle leggi del libero mercato. E se il liberismo era un’idea, le pallottole del Thompson fischiavano che era un piacere. Poi, una sera, l’incidente: Mike ammazza una bambina in un covo di spacciatori e va in crisi. Molla il fratello, il lavoro e se ne scappa in Oklahoma dove mette su un vigneto e inizia a produrre vino, dimenticandosi il passato e chi era.

Quarant’anni dopo Andrew, figlio di Dan, ha un problema. Come il padre prima di lui, ha preso il vizio di arrotondare facendo qualche lavoretto per la mafia. Un giorno, dopo un compito facile facile, vede qualcosa che non doveva vedere e per lui cominciano i cazzi amari. Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, decide che di guardoni in giro ce ne sono anche troppi e che Andrew e compari vanno semplicemente eliminati. Per portare a termine la cosa, nel vero senso della parola, la migliore sulla piazza è la bella e letale Nikki Enders, killer prezzolata e spietata.

Andrew, per salvarsi le chiappe, sarà costretto a contattare lo zio Mike, tirandolo fuori dalla formalina e dal cesso arso dal sole in cui si era rifugiato, richiamando il vecchio assassino al proprio passato mai passato realmente, al proprio destino a cui nessuno può sfuggire, alla propria essenza più intima e profonda.

Non poteva partire che con il botto – e che botto – la nuova collana Revolver diretta da Matteo Strukul per le edizioni BD. E cosa c’è di meglio di Victor Gischler, autentica incarnazione di tutto ciò che Strukul e soci hanno scritto nel loro manifesto per la nuova collana? Quando si parla di rapidità espositiva e narrativa, di fluidità, di personaggi sempre sopra le righe ma allo stesso tempo reali e di trame mai banali o scontate, beh, il nostro prof di letteratura della Louisiana è forse quanto di meglio è possibile attualmente reperire sul mercato librario tanto da insidiare – lo dico? L’ho detto – Sua Maestà Joe Lansdale, forse a causa dell’incrocio tra la curva leggermente discendente del texano e quella visibilmente ascendente di Gischler. Alla produzione letteraria di Gischler, inoltre, bisogna aggiungere ormai il suo imponente numero di sceneggiature di fumetti Marvel che sta sfornando come un pazzo, roba come The Punisher, Deadpool e gli X-Men.

Victor Gischler

Anche in questo Sinfonia di piombo l’adrenalina, il sangue e le pallottole scorrono a fiumi in una continua sarabanda di qua e di là per l’America, con personaggi che nascono per durare poche pagine prima di finire accoppati per morte violenta e altri, invece, in grado di dare una pacca sulla spalla del lettore. Ma considerare Gischler solo come un ottimo pulp writer sarebbe un errore, come il considerarlo un autore di un genere da formato economico con espositore ruotante fuori da ogni buon autogrill della rete autostradale, proprio di fianco al distributore automatico di preservativi, quelli messi di fianco ai cessi pubblici. Sinfonia di piombo, infatti, ha una struttura narrativa a prova di bomba che, comprendo, a causa della rapidità narrativa e dalle trovate pirotecniche del suo autore rischia spesso di passare inosservata come, tra l’altro, dovrebbe essere per ogni romanzo in grado di appassionarci e farci tremare le vene e i polsi.

Sviluppandosi su due filoni paralleli che a tratti diventano anche quattro per poi convergere, necessariamente, tutti in un stesso, caotico e violentissimo big bang, Gischler si dimostra capace di giostrarsi, nello stesso lavoro, con generi e stili diversi, attingendo tanto al fumetto quanto al cinema. Se, infatti, Nikki Enders è la classica bad girl già vista anche in altri lavori – si pensi alla Santa di Custerlina, alla Mila dello stesso Strukul o alla Nikita dell’omonima serie – che tanto strizza l’occhio alle narrazioni e ai personaggi delle nuvolette parlanti, il Mike Foley di Sinfonia di piombo, oltre a essere un personaggio straordinario per psicologia e comportamento, ricorda da vicino la decadenza di un capolavoro come Gli spietati di Clint Eastwood per quell’insopprimibile aurea di fine di un’epoca esemplificata proprio da quel vecchio Thompson ormai pezzo da museo. Gischler narra tutto ciò in una sintesi frutto di un profondo mimetismo tra Foley e i tempi, e la vita, di quest’uomo in cui gli acciacchi, il rimorso, il dubbio e una schiena dolente sono lo specchio di un decadentismo dei costumi e dello spirito qui ritratti in maniera perfetta e puntuale, scorrendo via in punta di penna sul filo affilato della nostra anima. Lo scontro tra Foley e Nikki, con tutti gli altri, caleidoscopici personaggi secondari di mezzo, diventa quindi lo scontro tra due epoche e tra due paste, due fogge così diverse quanto simili di assassini in cui le scelte individuali lasciano il tempo che trovano, a noi, schiavi sempiterni di un destino già scritto e di una natura tiranna.

Su Pegasus Descending potete anche leggere il prologo di Sinfonia di piombo i Victor Gischler!

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Hotel omicidi – E. Howard Hunt

Hotel Omicidi

HOTEL OMICIDI (House Dick)
di E. Howard Hunt
ed. Polillo Mastini
Traduzione di Giovanni Viganò

Credo che solo in America, e in particolar modo nell’America degli Anni ’60, uno possa guadagnarsi da vivere facendo, come mestiere, il poliziotto di un albergo. Cioè, non fattorino, cameriere, pulisci-stanze o receptionist, no, ma proprio un poliziotto, un qualcosa, inoltre, che va ben al di là di un possibile servizio di sicurezza interna, quei tizi un po’ grossi e con la pancetta che “accompagnano” gli ubriachi alla porta.

Pete Novak, il protagonista di Hotel omicidi scritto da E. Howard Hunt nel 1961, è infatti un vero sbirro la cui giurisdizione è composta da qualche centinaio di stanze disposte su una decina di piani, con facoltà di indagare, di incriminare, di tenere per sé informazioni riservate invece che condividerle con la polizia. E se, di norma, le giornate sfilano via broccolando le cameriere al bar o risolvendo piccoli enigmi come chi ha fregato i gioielli della signora Pina dalla stanza 307, tutto cambia quando una bionda mozzafiato fa l’ingresso all’Hotel Tilden di Washington portandosi dietro uno di quei cagnetti rompicoglioni e scagacciatori e, incidentalmente, un morto nella propria stanza, appena pochi giorni dopo aver preso alloggio.

Se Paula Norton, la biondina, fosse una avventrice normale, beh, sarebbe roba per la polizia e chissenefrega. Ma si dà il caso che Novak sia pure il classico bello e tenebroso e che la tizia, per infatuazione o interesse, ci finisca a letto e allora Novak, gentiluomo sotto la scorza da duro, come in ogni hard boiled che si rispetti, ci si metta di buzzo buono per risolvere ‘sto piccolo problema del signor Chalmers morto ammazzato con una pistola di piccolo calibro nella stanza della signora Norton. E, inoltre, che cosa ha a che fare il cadavere con la scomparsa dei gioielli della signora Julia Boyd, moglie del morto e alloggiata due camere a fianco della stanza di Paula?

Hotel omicidi è forse uno di quei pochi casi in cui la biografia dell’autore supererebbe, per inventiva e colpi di scena, la trama del romanzo stesso. A E. Howard Hunt, infatti, ex agente segreto della CIA e incriminato per il caso Watergate, basterebbe attingere nelle storie della sua professione – come probabilmente ha anche fatto – per imbastire trame torbide che farebbero apparire questo romanzo come un sorso d’acqua fresca. Hunt, oltre a sostenere che il Mr. Phelps di Mission: Impossibile fosse ispirato alla sua figura, ha scritto oltre quaranta romanzi spaziando un po’ in tutti i campi, non esclusa la saggistica.

Il romanzo di Hunt è un hard boiled vecchia maniera con fortissime tinte gialle, quasi da vecchina che indaga su una morte impossibile, ribadendo, ancora una volta, la difficoltà di tracciare confini precisi tra generi e, ancor di più, tra sottogeneri. Novak, allora, è un duro durissimo, impassibile e che se sorride gli si apre solo una fessura tra le labbra e Paula Boyd una femme fatale, ovviamente bionda, da far girare e fischiare frotte di maschi in calore.

Se la trama gialla che ruota intorno alla morte di Chalmers è il nerbo, lo zoccolo duro dell’intera trama, Hunt si premura comunque di pennellare una città, Washington, vista dal suo lato più degradato e duro, quello dei vicoli e del puzzo di piscio: “Un vagabondo privo di gambe era appoggiato contro un palo della luce, simile a un vecchio bidone per i rifiuti. Novak lasciò cadere un quarto di dollaro nella mano protesa e passò oltre, stringendo le labbra in risposta al cupo ringraziamento. Una prostituta si mosse furtivamente nell’ombra, con la sua borsetta di pelle lucida e la sigaretta tra le labbra. Novak la ignorò e, con una scrollata di spalle, passò oltre. Da un bar giungevano rauche risate, il frastuono di un televisore dal volume troppo alto, il puzzo di birra stantia che guastava la sera primaverile.” [pg. 17]. Sono solo frammenti evocativi, frame immaginifici intercalati all’interno di una narrazione aliena che per la sua maggior parte si svolge tra le quattro mura di un albergo.

E. Howard Hunt

E anche se Hotel omicidi scorre via non discostandosi molto da quelli che sono i canoni del genere, lo scrittore americano, già in quell’ormai lontano 1961, scriveva pagine “sociali” particolarmente attuali, perché la merda continua a puzzare ovunque voi la mettiate: “Non c’è da meravigliarsi se poi i criminali immaginano che i poliziotti siano dei fessi. I figli dei criminali dispongono di auto con autista che li portano  a scuole private e accademie di equitazione; i figli dei poliziotti saltano su un tram e un autobus affollato, che piova, nevichi o faccia bel tempo. Si portano dietro il pranzo e ne mettono da parte due morsi ogni mezzogiorno.” [pg. 110]. Insomma, pagine attualissime, anche se spulciando la biografia di Hunt un suo discorso del genere, sulla legalità, pare simile a una elegia sulla castità scritta da Cicciolina. Ma anche un orologio rotto, lo sappiamo, segna l’ora giusta due volte al giorno.

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J. Edgar – regia di Clint Eastwood

J. Edgar

J. EDGAR
un film di Clint Eastwood
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer

Quando, un anno fa, avevo letto del nuovo progetto di Clint Eastwood, mi era subito parso che il più grande regista vivente stesse tornando sui suoi temi dopo la parentesi favolesca di Invictus e quella (apparentemente) metafisica di Hereafter.

Nessuno come il regista di Gran Torino è stato capace, in questi anni e un film dopo l’altro, di raccontare l’America del ‘900 e quella post 11 settembre dell’immigrazione, della diffidenza, dei “nuovi” americani, tanto da imbastire un racconto universale e modernissimo anche per noi che di americano non abbiamo neanche i jeans. Ma alla componente prettamente pubblica della sua narrazione, Clint Eastwood non ha mai rinunciato a esplorare quella dimensione, altrettanto universale ed eterna, rappresentata dall’animo umano, dalla sue passioni e miserie che, assecondando anche il pensiero machiavelliano, mai mutano al mutare delle epoche storiche. In questi lavori – Un mondo perfetto, Million Dollar Baby, I ponti di Madison County, solo per citarne alcuni – è stata la dimensione privata a prendere il sopravvento, anche se analizzando con maggior cura la produzione di Eastwood appare immediatamente evidente come questo doppio ambito – pubblico e privato – non possa fare a meno di emergere ogni qualvolta gli sia lasciato spazio, perché la società è un aggregato di individualità e gli individui non sono monadi nell’universo, bensì vivono in un brodo primordiale fatto di rapporti interpersonali e di norme sociali.

Così come altri film – Changeling, Gran Torino, Fino a prova contraria, in parte Mystic River – questo J. Edgar racchiude in sé il doppio ambito di cui ho appena parlato, accentuando ulteriormente, come fosse un pendolo che rintocca le ore, il continuo oscillare tra il dentro e il fuori dei personaggi che mette in scena.

Fare un biopic su J. Edgar Hoover, il padre-padrone degli Stati Uniti d’America per ben cinquant’anni e otto, dicasi otto, presidenti e relativi staff, non è cosa facile, sia per la mole di materiale che deve essere preso in esame e messo in scena per fare qualcosa che sia anche solo accettabile e apparentemente esaustivo, sia per la delicatezza e ambiguità degli argomenti e dei fatti trattati. Lo stesso Hoover, interpretato da un magnifico DiCaprio, era quanto di più ambiguo uno potesse immaginare, continuamente in bilico, anche lui, tra la legalità e l’illegalità, la giustizia e l’ingiustizia, l’eroismo e la codardia. La scelta di Eastwood di esacerbare, quindi, questo continuo rimpallo tra la figura pubblica del dittatore dell’FBI e quella privata di un uomo fragile, complessato, gay represso e, aggiungerei, profondamente infelice, appare quanto mai opportuna e vincente nel suo non cedere mai all’empatia, a quella tendenza all’apologia e all’agiografia che spesso hanno i lavori biografici.

Forse siamo attratti tanto dal Bene quanto dal Male, dal fascino della risolutezza e delle certezze. Chiediamo continuamente a gran voce la nostra libertà, ma quando l’abbiamo siamo disposti a cederla per un aumento di stipendio o per una carezza da parte del nostro datore di lavoro e del ras di turno. Pochi, quindi, potranno sentirsi attratti dall’essere bifronte di Hoover, dal suo non riuscire a vivere un rapporto affettivo completo e appagante con Clyde Tolson, il suo braccio destro, e il sopperire a tutto ciò con l’enfasi nel lavoro, reale elemento succedaneo di una sfera emotiva e affettiva inesistente.

Leonardo DiCaprio

È l’ambiguità il cardine del J. Edgar di Clint Eastwood, la messa in scena di un uomo che comunque ha fatto tanto per il suo Paese – o credeva di farlo – ma che altrettanto gli ha tolto, usando il suo potere pubblico per mantenere i propri vizi privati, quell’elemento succedaneo di cui parlavo poco sopra e senza il quale, semplicemente, Hoover non sarebbe esistito. Pubblico e privato si intrecciano fino a confondersi, tanto che i dossier provati del capo dell’FBI non servono alla sicurezza nazionale, ma al ricatto a fini personali, nell’illusione di controllo che attanaglia tanti uomini di potere, oggi come sempre nella Storia. Quello che ne risulta è un magnifico affresco di una infelicità infinita e viscerale, una vita spesa in cui la miseria morale è sempre stata mascherata, come una gerbera, da successo, influenza e potere, quando invece, chiusa alle proprie spalle la porta della camera da letto, davanti allo specchio, altro non sarebbe rimasto che una immagine vuota. E di lì la fine.

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Sherlock Holmes-Gioco di ombre – regia di Guy Ritchie

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

SHERLOCK HOLMES – GIOCO DI OMBRE
un film di Guy Ritchie
con Robert Downey jr, Jude Law, Noomi Rapace, Jared Harris, Sthepen Fry

Anche con il rischio di farvi andare panettone e cotechino di traverso ve lo devo dire: a Andrew Martin dell’Independent l’ultimo film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes – Gioco di ombre, proprio non è piaciuto: “Lo Sherlock che ho letto da ragazzo era un uomo intelligente e riflessivo mentre il personaggio che incarna il celebre detective in Gioco di ombre – più videogioco che gioco – è iperattivo, acrobatico, allucinato, frenetico”. Il personaggio partorito dalla penna di sir Arthur Conan Doyle era, scrive ancora Martin, “un uomo di grande eleganza, altissimo e talmente magro da apparire ancora più alto”. Della stessa lunghezza d’onda il critico cinematografico de Il Fatto Quotidiano – da cui ho ripreso le parole del giornalista dell’Independent e la sua stroncatura – Carlo Antonio Biscotto che, dopo aver massacrato Gioco di ombre sia per la trama sia per i dialoghi, oltre, ovviamente, per la rivisitazione stessa del suo protagonista, conclude il breve pezzo affermando che “Sir Arthur si sarà rivoltato nella tomba”.

Ora, io non so se i morti si rivoltino o meno nella tomba, a maggior ragione quelli schiattati cento e passa anni fa e di cui, ormai, la memoria è persino fin troppa grazia, ma se così fosse Conan Doyle si sarà rivoltato piuttosto per il godimento che il lavoro, duplice, di Guy Ritchie gli avrà conferito e per la straordinaria riesumazione, questa sì, di un personaggio letterario celeberrimo e conosciuto meno solo di Berlusconi, mentre Gesù, al terzo posto, altro non è che un puntino distante.

Certo, uno poteva prendere un attore segaligno e con il naso lungo e sottile, mettergli in testa quel ridicolo cappellino, in bocca una pipa di spugna e una marsina sulle spalle, affiancargli un dottore a cui rifilare l’“elementare Watson” e via. Ma la domanda, a questo punto, sarebbe stata un’altra: perché? Che senso avrebbe avuto? Ci sono personaggi e storie che già sulla carta, nei romanzi, sono perfetti e non necessitano di alcuna trasposizione cinematografica, a maggior ragione se in un secolo di cinema e tv ne hanno già avute a dozzine. Riproporre lo Sherlock Holmes tanto caro a Martin e Biscotto – e anche a chi cerca di scrivere, con sempre maggiore fatica, ve ne sarete accorti, questo blog – sarebbe stato tanto superfluo quanto dannoso. Ricordiamo tutti il flop cinematografico di The Killer Inside Me, tanto per citare un esempio e chiarire ciò che voglio dire. Lo Sherlock Holmes letterario ognuno se lo immagina un po’ come vuole, come più gli aggrada, plasmando all’interno di quei quattro canoni il proprio Holmes e il proprio Watson. Stessa cosa dicasi per la storia: i gialli di Conan Doyle sono conosciuti forse anche dai bambini dell’asilo, così come le loro soluzioni, trasporre Uno studio in rosso sarebbe forse stato interessante? Sarebbe stato in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, la sua curiosità, o, piuttosto, altro non sarebbe stato se non una concessione alla nostalgia di ex giovani lettori e dei loro anni verdi ormai sfumati?

In Gioco di ombre, oltre allo Sherlock Holmes e al dottor Watson magnificamente interpretati da Robert Downey jr e Jude Law, anche la trama stessa è una novità, un qualcosa in grado di ammiccare alla Storia che sfocerà nella Prima guerra mondiale e, più in generale, alla natura dell’animo umano. Moriarty – un ottimo Jared Harris – è personaggio tanto crudele quanto affascinante, il classico esempio di umanità a cui la natura ha dato tutto, morale esclusa, un uomo verso il quale ci sentiamo attratti per la sua intelligenza e per il suo potenziale di successo, uno capace di scrivere una saggio sul moto di un asteroide mentre orchestra scenari geopolitici e industriali che riguardano l’Europa intera.

Rapace, Downey jr e Law

Questa, la rivisitazione di Sherlock Holmes tanto in termini di trama quanto di caratterizzazione, è probabilmente l’unica, reale maniera per mantenere vivo un personaggio come quello domiciliato a Baker Street e, ne sono certo, a donargli una nuova giovinezza che porterà tanti ragazzi a riprendere in mano l’originale e quella serie di quattro romanzi che, non dimentichiamolo, risalgono ad appena una quarantina d’anni dopo I promessi sposi. Tutto ciò grazie anche alla tecnica di Ritchie, uno che, dopo il divorzio da Madonna, è tornato a fare buoni film, lasciando le vaccate alla ex moglie. L’azione, infatti, in Gioco di ombre è ininterrotta per due ore filate e l’ambientazione nella Londra di fine Ottocento quanto mai spettacolare e gotica, quasi dickensiana. Forse proprio tutta questa azione, farcita da abbondante humour, potrà non piacere ai puristi holmesoniani, ma personalmente non conosco altra via per l’immortalità se non la rielaborazione personale dei canoni, il continuo reinventare i nostri classici, le nostra fondamenta culturali, senza per questo motivo scalfire minimamente la loro grandezza originaria.

Sir Arthur Conan Doyle, quindi, ammettendo che i morti si girino nella tomba, si sarà mosso, sì, ma per mettersi comodo e per vedere come il suo amato personaggio sarebbe stato in grado di affrontare le sfide che il nuovo mondo gli avrebbe parato davanti. E noi con lui.

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Fuego – Marilù Oliva

Fuego

FUEGO
di Marilù Oliva
ed. Elliot

Non so voi, ma io ho iniziato seriamente a preoccuparmi quando il ministro Fornero, in conferenza stampa, si è messa a piangere. Cazzo, se piange lei che mazzata stanno per tirarci? Anche se un certo odorino di merda s’era iniziato già a sentire quando Monti, sempre nelle medesima conferenza, aveva annunciato di rinunciare al suo compenso da presidente del consiglio e di ministro dell’economia. Qua qualcosa non torna.

Tutto ciò mi è tornato in mente leggendo Fuego, l’ultimo romanzo di Marilù Oliva – da leggersi rigorosamente tutto attaccato, mariluoliva, mi hanno detto per non confondersi con un altro Oliva, celebre critico letterario, e forse anche perché Marilù è un gran bel nome, quello  che vorresti avesse ogni tua fidanzata -, ancora una volta alle prese con le disavventure di Elisa Guerra detta La Guerrera, che credo si pronunci alla spagnola, tipo Gherrera. Se voi foste me, beh, non potreste non riconoscervi in questo personaggio alle prese con una vita che non va come vorrebbe, un lavoro che va bene che c’è ma la realizzazione personale è da un’altra parte, anni di studio e passione per capire, alla fine, che avevano ragione gli altri e che tu non hai capito proprio niente di come gira il mondo o, almeno, questa porzione di mondo. Poi, ok, io sono un maschietto e non corro dietro al mulatti salseri, oltre ad essere negato con il ballo – qualsiasi ballo, tranne quello dell’oca – e a non ritrovarmi, se non sulla carta, in mezzo a morti ammazzati.

Fuego è una via di mezzo tra il romanzo di formazione postadolescenziale alla Fabio Volo, di questi trentenni (ormai quarantenni) che ancora non sanno da parte andrà la loro vita, e la narrazione fortemente introspettiva e caratterizzata di un personaggio vivace, variopinto ed estremamente sfaccettato qual è La Guerrera. Il lavoro di Marilù Oliva poggia su due colonne portanti solidissime: un personaggio delineato benissimo e una scrittura raffinatissima e precisa, nonostante a tratti, forse conscia di questa sua dote, la scrittrice bolognese si conceda qualche pagina volta a quell’autocompiacimento che fa bene all’autostima.

Se l’alternare capitoli in prima e in terza persona oltre ad avere il sapore di un esercizio di stile ha anche l’evidente finalità di delineare al meglio il personaggio di Elisa Guerra tanto da dentro, facendola parlare, quanto da fuori, facendola agire, l’aver approntato tutto, ma proprio tutto, a questo elogio dell’one-woman show permette al lettore di conoscere la protagonista del romanzo come se fosse una parte di se stessi, consentendo allo stesso tempo all’autrice di parlarci di un mondo in cui le ombre sono più delle luci, nonostante l’aiuto di quelle stroboscopiche da discoteca o da balera, come si diceva un tempo.

Nel fare questo, però, Marilù Oliva sacrifica eccessivamente la trama, che diventa esilissima, appena accennata, un piccolo filo di fumo dalla prima all’ultima pagina. Non è detto che l’intento della scrittrice fosse proprio e solo il primo, quello di raccontare di una ragazza e di un mondo, quello della salsa e dei balli sudamericani, agendo più sul colore del personaggio principale piuttosto che sull’intreccio. Tutto ciò, comunque, non può che lasciare un minimo di amaro in bocca e a prescindere dal fatto che quel po’ di trama che c’è sia di un giallo soffuso e fin troppo discreto.

Marilù Oliva

Spesso leggo di scrittori che parlano della scrittura, che fanno discorsi metaletterari. E le scuole di pensiero sono due: chi dice che quello che conta sono i personaggi, l’unica cosa che realmente rimane in testa alla fine della lettura, e chi, all’opposto, sostiene che sia la trama stessa, i fatti, a doverla fare da padroni e in questi piantarci dei personaggi che siano fatti bene, certo, ma la storia è la storia. La trama, cazzo, la trama. Questa è una di quelle querelle che lasciano il tempo che trovano e utili ad allungare una recensione, a darsi un tono e far discutere e dibattere sulle terze pagine dei giornali. Perché alla fine, come spesso accade, la ragione sta nel mezzo, in un giusto equilibrio tra gli opposti, parafrasando Eraclito. Più spesso ancora non c’è una ricetta e la buona riuscita di un romanzo ha più l’aspetto di una ricetta alchemica piuttosto che di una formula matematica. Marilù Oliva, esperta frequentatrice del mondo delle lettere – basti pensare alle continue, gustosissime citazioni dantesche che neanche Benigni -, sono convinto sia consapevole di questa necessità d’avere due gambe solide per poter camminare, anche correre. Una c’è, è bella tornita e muscolosa, agile e scattante. L’altra – l’intreccio – deve crescere ancora un po’, allenarsi con fatica e costanza. I numeri ci sono. Ora basta giocarli e incrociare le dita.      

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L’osservatore – Franck Thilliez

L’osservatore

L’OSSERVATORE (Le Syndrome E)
di Franck Thilliez
ed. Nord
Traduzione di Mara Dompè

Tutto inizia un po’ per caso, come spesso accade nella vita. Ludovic Sénéchal, una sorta di impiegato pubblico grigio e con la pelata estesa, è un cinefilo di quelli duri e puri, uno di quei collezionisti in grado di avere un orgasmo solo davanti al loro pezzo raro che intravedono, magari anche solo sbirciandolo dal buco della serratura. Potete quindi immaginare la gioia del buon Ludovic quando legge sulle pagine degli annunci di un quotidiano francese la messa in vendita di una vasta collezione di vecchi film su pellicola. Il venditore, Luc Szpilman, ha ricevuto in eredità la cineteca dal padre appena scomparso. E a lui interessano la musica, la birra e le ragazze, mica quell’ammasso di filmini e cortometraggi, muti e in bianconero, che fanno venire il latte alle ginocchia.

Dalla massa Ludovic tira fuori una pellicola di una decina di minuti, forse un quarto d’ora, senza titolo né iscrizioni particolari in grado di identificarla o inquadrarla storicamente. Anche il regista è ignoto, così come gli attori e il tema trattato. Il collezionista di fiuto, in questi casi, senza puzza di affarone, come quelli che comprano dal rigattiere un vecchio quadro di un pittore di provincia del ‘600 per poi scoprire di avere tra le mani un Caravaggio perduto.

Una volta a casa, messosi comodo nella sala di proiezione ricreata nello scantinato, inforca la pellicola e si spara i quindici minuti di pellicola. Robe strane, un occhio che viene aperto come fosse un uovo sodo, una donna elegante e severa, una bimba sull’altalena e un toro incazzato. Una cagata pazzesca, direbbe Fantozzi, non fosse però, che quella cagata pazzesca ha reso Ludovic completamente cieco. Disperato compone il primo numero sulla rubrica del telefonino, quello della ex compagna e poliziotta Lucie Henebelle, in quel momento in ospedale al capezzale della figlia, messa in ginocchio da una brutta gastroenterite.

Quello che sembra un fenomeno inspiegabile e, forse, frutto di un tumore cerebrale o di una qualche strana forma di sindrome a carattere isterico, appassionerà a tal punto Lucie da trascinarla in una storia intricata e torbida tra la Francia e il Canada, inseguendo una buona sporta di fantasmi, teorie scientifiche aberranti e un killer psicopatico che da decenni miete vittime in giro per il mondo strappando loro occhi e cervello. In questa indagine, forse la più pericolosa per la sua vita, non sarà sola, affiancata dal burbero e schizofrenico commissario Franck Sharko, alle prese, lui, con i propri fantasmi prodotti dalla morte improvvisa delle amate moglie e figlia.

Sharko è un profiler, uno chiamato sul luogo di un delitto per scovare, da una manciata di indizi, la psicologia e le caratteristiche di chi l’ha commesso. E cosa hanno a che spartire, allora, i cinque cadaveri trovati sotterrati nel Nord della Francia con delle morti apparentemente analoghe avvenute molti anni prima in Egitto. E cos’è la Sindrome E?

Franck Thilliez, autore francese di thriller di successo, imbastisce un romanzo piuttosto classico nella struttura, avviando il suo L’osservatore con due storie parallele che, a un certo punto, si intrecciano in maniera indissolubile dimostrandosi come un unico filone narrativo. Seppure i personaggi paghino molto a una certa, pedissequa, standardizzazione che non smette di stancare – basta con i problemi psicologici di questo e quello, basta con le divorziate con figli e i poliziotti ombrosi con i morti in casa, basta… – i loro cazzi privati non interferiscono troppo nel merito della storia stessa che, almeno nella sua prima metà, evidenzia una trama a tratti appassionante e in grado di incuriosire non poco grazie al miscuglio di thriller nudo e crudo, di tecnica e storia cinematografica, di teorie psicologiche sulla manipolazione della mente, messaggi subliminali e neurologia interventistica.

Franck Thilliez

Visto che Thilliez, però, vive nell’estremo Nord della Francia, gli influssi scandinavi non hanno mancato di lasciare il segno. Come un vento che porta giù il lezzo del letame delle renne, anche la scrittura dell’autore francese, nella seconda metà de L’osservatore, diventa ipertrofica, sprecando pagine su pagine in una marea di cazzate di scarso interesse che, come spesso accade, invece di dare corpo e sostanza ai personaggi, umanizzandoli, spingono verso il tedio il lettore a cui meno non gliene può fregare. Thilliez continua a spendere parole nel tentativo di tirare oltre le quattrocento pagine una storia che se si fosse mantenuta nelle duecentocinquanta sarebbe stata in grado di sostenere al meglio una tensione e una curiosità invece destinate, inesorabilmente, a scemare con lo scorrere dei capitoli, in parte inficiando quell’entusiasmo iniziale che la prima parte aveva promesso. Thilliez purtroppo viene trascinato nel vortice dei libri “tanto al chilo”, una sindrome figlia di un marketing che tende a omologare, anche in termini quantitativi, i prodotti, libri compresi, rovinando in tale maniere anche idee decisamente interessanti come quelle qui sviluppate dall’autore de La stanza dei morti, dando necessariamente forma a un libro con una seconda non all’altezza della prima.

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