Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

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Le belve – Don Winslow

Le belve

LE BELVE (Savages)
di Don Winslow
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Alfredo Colitto

Ben e Chon credono di aver trovato il paradiso in quell’angolino della California, proprio lì dove gli evoluti e civili Stati Uniti d’America prendono il raffreddore con tutti gli spifferi di coca e marijuana che provengono dal barbaro e atavico Messico. Ci sono posti, in Messico, in cui quotidianamente ci sono più morti ammazzati che nuovi nati. Tijuana, capitale della Bassa California, tanto per fare un nome, il vero centro nevralgico del narcotraffico internazionale che dal Sudamerica smercia tonnellate di droga – e dollari – negli States. Criminali e pendagli da forca, gente che prima ti decapita e poi ti chiede chi sei, certo, ma la droga chi la consuma? In nessun mercato c’è un’offerta senza una domanda, lezione 0 di ogni corso di microeconomia.

È questa, insomma, l’ambientazione de Le belve di Don Winslow, ultimo romanzo del celebrato autore americano da cui Oliver Stone dovrebbe anche trarre un film. Le belve, incomprensibile traduzione di Savages, il titolo originale, è una sorta di cazzeggio mainstream per chi non ha le palle per leggersi ottocento pagine di uno dei migliori romanzi di genere degli anni 00, quel Il potere del cane, sempre di Winslow, che per la sua potenza tragica ed epica è paragonabile a lavori quali l’Iliade e l’Odissea.

Se con Il potere del cane Winslow aveva creato un mondo, un’epopea, dando vita a personaggi immortali ed empatici, con Le belve sono l’azione e la rapidità a farla da padrone.

Lo stile di Winslow, infatti, ha sempre denotato una certa lentezza. Ne parlavo tempo fa con Marco Vicentini, l’ex patron della Meridiano Zero, e lui sosteneva come lo stile di Winslow fosse affetto da una sorta di eccessiva piattezza, probabilmente immemore del vecchio adagio anglosassone “mostra, non dire”. Il commento di Vicentini era riferito, in particolare, a L’inverno di Frankie Machine, lavoro che galleggia per tutto lo sviluppo della sua trama su due livelli narrativi e temporali, uno presente e uno passato, nel secondo dei quali viene narrata la giovinezza di Frankie e come questo sia diventato uno dei più apprezzati killer della mafia californiana. Anche nella mia recensione di questo primo lavoro di Winslow, in effetti, evidenziavo come il romanzo iniziasse, sostanzialmente, da pagina 43 e come i momenti di bonaccia non fossero pochi. Questa evidente pecca narrativa nello stile dell’autore newyorkese veniva edulcorata nel capolavoro de Il potere del cane proprio a causa, o grazie, alla sua struttura intrinseca di romanzo fiume, di epopea, come già detto, un lavoro, cioè, che trovava nella complessità e nel dettaglio il suo punto di forza e la sua ragion d’essere. Per costruire un mondo è necessario spendere parole e il lettore che vuole vivere, o rivivere, quel mondo deve accettare la sfida e affrontare la complessità. Ne Le belve questa la complessità scompare e quella che altro non è se non una guerra di droga tra i rampanti Ben e Chon e un sanguinario cartello della droga capitanato da una donna trova il suo sviluppo in una serie di rapidissimi capitoli che evidenziano una natura fortemente cinematografica, quasi che Winslow abbia già preparato il terreno per Oliver Stone, risparmiandogli la fatica di adattare il romanzo e facendogli risparmiare i soldi per lo sceneggiatore.

Don Winslow

Le belve, comunque, è un romanzo che stilla divertimento allo stato puro grazie tanto alla già citata struttura narrativa e rapidità di esposizione, quanto alla sarabanda di sparatorie, colpi di scena, intermezzi porno-erotici e a una irresistibile razione adrenalinica che spinge la lettura capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina.

La valutazione complessiva di un romanzo deve comunque essere fatta considerando la sua totalità e compiutezza. Le belve, quindi, poco aggiunge alla produzione letteraria di Winslow, manifestandosi invece come un divertisement che edulcorato da qualsivoglia contenuto “alto” si rifugia nel puro piacere di raccontare una storia, tra l’altro non particolarmente originale, ma non si nasconde mai dietro un dito o dietro supposte velleità socio-politologiche, limitandosi a portare a termine il proprio compito ludico in maniera egregia senza voler essere altro da quella che è la sua natura. Le belve è come quei film d’azione che ci rapiscono per un paio d’ore garantendoci quella sospensione della credulità così importante in ogni opera narrativa che sia capace si slegare il lettore/spettatore dalla realtà ma che al termine delle due fatidiche ore riconsegna quello stesso lettore/spettatore a quella medesima realtà tale e quale, senza lasciare alcun segno nel profondo dell’anima, senza, insomma, farci pensare molto. E questo non necessariamente è un male o un difetto.

I ragazzi muoiono in Iraq e Afghanistan, e i titoli di testa parlano di Anna Nicole Smith.
Di chi?
Appunto.” [pg. 70]

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Satori – Don Winslow

Satori

SATORI
di Don Winslow
ed. Bompiani
Traduzione di Alberto Cristofori

di Vitandrea Silecchia

“Non puoi trovare l’illuminazione, puoi solo essere aperto finché lei trova te. Questo è il satori”. Lo dice Xue Xin, monaco giapponese, al protagonista, Nikolaj Hel. L’illuminazione che ha trovato me invece è stato scoprire che anche Don Winslow può scrivere un romanzo mediocre: Satori, appunto. Scritto su commissione (lo dice lo stesso Winslow nella prefazione) per dare un prequel al romanzo di Trevanian (pseudonimo di Rodney William Whitaker) , Shibumi (1979), e dare l’opportunità alle case editrici di mezzo mondo di ristampare il testo ispiratore e dargli un prezzo da novità appena pubblicata.

Satori è mediocre perché tutto è prevedibile, incastrato alla perfezione in un ingranaggio studiato a tavolino dove tutto è perché così ha deciso l’autore. I personaggi sono solo pupazzi senza psicologie né motivazioni. Il peggiore di tutti è proprio il protagonista: Nikolaj Hel. Il ritmo della narrazione è buono: la prima parte del romanzo, a Pechino, scorre, nonostante la trama risibile; la seconda no, purtroppo.

La storia comincia nel 1951: Hel, 26enne, figlio di una nobildonna russa decaduta, adottato e istruito alla cultura orientale da un generale giapponese, viene incarcerato per l’omicidio di quest’ultimo alla fine della guerra mondiale, compiuto per evitargli il disonore della morte per impiccagione. Un bel giorno la CIA si accorge che lui è l’uomo giusto per assassinare il funzionario sovietico Vorosenin, di stanza in Cina. Per istruirlo sull’identità che deve assumere per portare a termine la missione,  la CIA sceglie un’ex prostituta, Solange, bellissima e bravissima in tutto. Uccidere Vorosenin è il primo passo di Hel per ricostruire la propria identità di uomo libero.

In realtà Hel ha poco da ricostruire: è già perfetto. Killer perfetto, spia perfetta, non sbaglia mai un colpo, decide sempre la cosa giusta (anche se senza motivo), è buono e bravo: un uomo da sposare. Nessuna zona d’ombra, nessuna profondità, niente di niente.

E quelli che lo circondano non sono da meno: Vorosenin, da cattivone qual è, è rozzo, volgare, sadico, ladro, ha fatto del male proprio alla famiglia di Hel. La trama richiede che sia anche intelligente, per cui smaschera dopo due minuti la copertura di Hel, però dopo altri cinque non è più molto convinto di averci visto giusto. Solange è altrettanto irritante nel suo essere perfetta, bravissima, desiderata da tutti gli uomini. E il colpo di scena che la riguarda è quanto di più trito e ritrito si possa immaginare. Per non parlare della storia d’amore tra i due: nessun guizzo, nessuna giustificazione, si amano perché sì. Gli uomini della CIA sono tre: il responsabile di Hel, buono e bravo; l’avversario di Hel, cattivo e viscido; il capo di tutti e due, imparziale e saggio. A Saigon troviamo il proprietario di night club corso, Antonucci, che si fa le sue musiciste, e il più insopportabile di tutti: il giornalista di Bernard de Lhandes, che delizia il lettore con esclamazioni tipo: “Per la sborra schiumosa di Giove” o  “Per il sacro sangue di santa Giovanna”, quanto di più falso all’orecchio possa suonare. Lo stesso tipo di esclamazioni, divertenti e non volgari, che trovavamo nei fumetti Disney: “Per la barba di Priamo!”.

Tornando a Satori: il consiglio è di lasciarlo perdere e recuperare, per chi non li avesse letti, L’inverno di Frankie Machine, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba e La lingua del fuoco. Se proprio non riuscite a resistere alla curiosità, fatevelo prestare o cercatelo in biblioteca: in questo caso 19 euro sono una spesa ingiustificata.

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Novità in libreria: Winslow e Fletcher

Ho un problema. Non ce la faccio e non ce la farò mai. Questo fottuto mese di Marzo ha troppe uscite dannatamente buone per essere lette tutte in tempi brevi. Alcune, come il nuovo Nisbet “Cattive abitudini”, ve le ho già segnalate in precedenti post, altre arriveranno nel prossimo futuro e avremo modo di parlarne con cura dedicando loro dei corposi post. Ma ora in culo al mondo e crepi il pessimismo iniziale, beccatevi ‘sti due imperdibili sfornati freschi e croccanti dall’Einaudi. Un romanzo e un saggio. Ce n’è per tutti i gusti.

La pattuglia dell'alba

LA PATTUGLIA DELL’ALBA
di Don Winslow
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Luca Conti

Ex poliziotto, ora investigatore privato, Boone Daniels non chiede molto alla vita: gli basta uscire all’alba con la sua tavola da surf insieme alla sua inseparabile pattuglia di amici, e avere sempre sotto mano una tortilla da riempire di carne, pesce, uova, quel che capita. Quando lo studio legale per il quale lavora gli chiede di rintracciare una spogliarellista, testimone chiave in un caso di truffa a un’assicurazione, Boone ha un solo scopo: risolvere il caso entro quarantott’ore al massimo, e comunque prima che su Pacific Beach si abbatta la piú grande mareggiata degli ultimi anni. Ma a San Diego, la città del sole e dei surfisti, niente è mai semplice come sembra, e il Messico è sempre troppo vicino: basta poco davvero perché un’indagine di poco conto si trasformi in una discesa all’inferno, che costringerà Boone a fare i conti una volta per tutte con il suo passato.

Boone Daniels, ex poliziotto, ora investigatore privato, nato su una tavola da surf
Sunny Day, una vera California Girl, ma sa cavalcare l’onda come nessun altro
High Tide, centosettanta chili di carne e muscoli samoani, quando si tuffa è alta marea
Dave the Love God, bagnino di salvataggio, una collezione di turiste da fare invidia
Johnny Banzai, sangue giapponese, poliziotto, re delle parole incrociate
Hang Twelve, rasta bianco, patito del surf, sei dita per piede (fonte: sito Einaudi)

Sulla scena del crimine

SULLA SCENA DEL CRIMINE
di Connie Fletcher
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Alessandra Montrucchio

Provate a immaginare di passare una serata in compagnia di un gruppo di medici legali, poliziotti della scientifica, esperti di Dna, di impronte digitali o di macchie di sangue. E che tutti siano in vena di parlare. Immaginate che facciano a gara a rievocare i delitti piú atroci, i casi piú assurdi, le soluzioni piú insperate e geniali. Sulla scena del crimine è una serata cosí. Connie Fletcher parte da una domanda: perché gli investigatori veri disprezzano C.S.I., il serial tv? E per capirlo intervista «ottanta esperti forensi americani», elabora le interviste in veri e propri racconti e li divide in capitoli, ognuno dei quali analizza una fase particolare dell’indagine, dal momento del ritrovamento del cadavere all’autopsia, all’individuazione dell’assassino. La scena del crimine «dissezionata» direttamente dalle voci di chi ha visto (e toccato) il cadavere. (fonte: sito Einaudi)

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Editori a pagamento e pompe funebri. Trovate le differenze.

Esordienti da spennare di Silvia Ognibene

Voglio aprire questo ennesimo appuntamento de “Il brusio della rete” con una riflessione disordinata su un tema cruciale per chiunque voglia impegnarsi, in veste di scribacchino, nel magico mondo delle lettere: le case editrici a pagamento.

La questione è stata sollevata da Loredana Lipperini sul suo blog Lipperatura e ripreso, poi, anche da L’Angolo Nero di Alessandra Buccheri. La mia personale critica a questo tipo particolare di editoria è piuttosto severa perché, come hanno rilevato anche le due autorevoli blogger citate sopra, gran parte delle opere che vengono pubblicate tramite questo canale hanno delle macroscopiche imperfezioni e dei difetti capitali che non giustificano in alcun modo il loro vedere la luce editoriale. E infatti sono opere spesso scartate da quelle case editrice notevolmente più serie che non chiedono contributi pecuniari o in termini di minimo quantitativo di copie acquistate dall’autore e si prendono l’onere di scartare o di investire. Non è probabilmente un caso che i libri editi con case editrici a pagamento – o, come dicono loro in burocratese truffaldino, chiedono una compartecipazione dell’autore al rischio editoriale – abbiano poi una scarsissima diffusione commerciale e che se qualche copia vogliono venderla sono gli scrittori stessi a dover farsi un mazzo tanto spedendo copie recensione a destra e a sinistra o girando come una trottola tutti i peggior bar della penisola e i centri culturali di paesini in culo ai lupi. E la distribuzione e la visibilità di un libro in libreria è cruciale, imprescindibile per le sorti del libro stesso. Senza contare che molte di queste case editrici non fanno un neppur minimo lavoro di editing e di correzione bozze, come ho anche rilevato in alcune recensioni pubblicate su Pegasus Descending, condannando inevitabilmente il libro ad essere un prodotto di bassa qualità e, a volte, al limite della impossibilità di lettura.

Il problema è analogo, in termini lati, a quello delle pompe funebri: il lucrare sui sentimenti – da una parte le speranze dall’altra il dolore – delle persone. Morti e aspiranti lettori garantiscono una domanda inesauribile fomentando il sorgere, conseguentemente, di imprese che in questo ambiente ci sguazzano come piranha affamati, facendo corrispondere alla domanda un’offerta. Vuoi fare lo scrittore? Ma certo, che problema c’è? Duemila euro e passa la paura. Poi sono cazzi tuoi, perché il mercato editoriale è quello che è, cioè, appunto, un mercato, e nessuno fa sconti. Soprattutto se quello che hai da proporre non è neanche competitivo perché di bassa qualità stilistica, contenutistica ed editoriale.

Io non so se prenderò drastici provvedimenti come quelli della Lipperini e di Alessandra, cioè di non recensire in modo categorico le opere pubblicate per questa via così da “aterosclerotizzare” questo fenomeno attraverso la mancanza di visibilità. Ho il brutto difetto di essere abbastanza tenero e di avere delle serie difficoltà a dire di no a chi senza malizia chiede il mio aiuto o il mio parere. Però so che, probabilmente, in tale maniera non faccio il bene di questi scrittori – o sarebbe meglio dire aspiranti tali – perpetuando un sistema intrinsecamente sbagliato e furbetto, anche se a volte pure tra queste opere ce ne sono alcune che meriterebbero, ad esempio il libro di Emiliano Grisostolo, “Il castello incantato”, che recensirò prossimamente. Però i miei dubbi in merito alla bontà del mio agire sono molti ed è per tale motivo che vi prego di esternare il vostro pensiero nei commenti, così da avere pareri diversi insieme ai molti altri già letti sui blog di cui sopra, valutando, inoltre, se ci sia anche lo spazio e l’opportunità di pervenire a una sorta di embargo o di accordo su questo argomento tra noi blogger.

Non vi voglio annoiare ulteriormente, quindi vi sparo di seguito una raffica di link a notizie interessanti. Su La Repubblica potete leggere una bella intervista all’autore del recente “Il carezzevole” di Massimo Lugli, autentico outsider dell’ultima edizione del Premio Strega, firmata da Silvana Mazzocchi. Il libro mi incuriosisce molto, chissà che non trovi il tempo per leggerlo e recensirlo in questo fitto mese di Marzo. Intanto potete iniziare col vederne il booktrailer.

L’articolo di Giovanna Mancini per Il Sole 24 Ore mette in luce un aspetto oscuro che ha colpito il mondo dei fumetti e, più in particolare, l’amato Spiderman. Fottuta crisi.

Infine un paio di notizie cinematografiche su ciò che vedremo prossimamente: Robert De Niro sembra aver rotto gli indugi accettando di interpretare il protagonista del thriller di Neil Burger “The Dark Fields” tratto dal romanzo di Alan Glynn. Aspettando poi che lo stesso De Niro e Michael Mann si decidano – o trovino i mezzi – per portare sul grande schermo il romanzo “L’inverno di Frankie Machine”, un altro lavoro dello scrittore Don Winslow, “Savages”, sarà adattato per il cinema nientepopodimenoche da Oliver Stone.

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La linea – The Line

La linea - The Line

Per la rubrica “Serata Blockbuster” di questa settimana:

LA LINEA – THE LINE
di James Cotten
con Andy Garcia e Ray Liotta

Non so se a Tijuana, Messico, vi sia una Pro Loco o una Agenzia per il turismo. Nel caso in cui vi fosse credo che riterrebbe opportuno denunciare i molti scrittori e narratori di crime fiction americana per la pessima pubblicità fattale.

Tijuana è un buco di culo polveroso il cui unico fattore strategico è il trovarsi praticamente sul confine con gli Stati Uniti d’America e l’unica materia prima esportabile la droga in ogni sua forma e fattezza. Volete coca? Lì c’è. Anfetamine? Ce l’ho. Eroina? E che lo chiedi a fare? Marijuana? Mi prendi per il culo? E Tijuana è anche il palcoscenico per “La linea – The Line”, film firmato dal regista James Cotten e con un cast di tutto rispetto che vede nelle star Andy Garcia e Ray Liotta le sue punte di diamante.

Personalmente ho una ammirazione smodata per Andy Garcia, uno che raramente sbaglia un colpo e che recentemente lo si è potuto ammirare nella trilogia di Ocean e nel bellissimo “The Lost City” con lo stesso Garcia nelle vesti di regista-attore a narrare la dolorosa storia della sua Cuba. Tutto ciò fa da contraltare alla mia assoluta disistima – dal punto di vista cinematografico, per carità – per Ray Liotta, un attore di cui non mi ricordo un film in cui la sua interpretazione sia degna di nota. Forse “Smokin’ Aces” è l’unica parziale eccezione a questa che ormai sembra essere diventata una regola, ma nel film di Joe Carnahan la vicenda è talmente turbinante e il cast così ampio che anche il nostro buon Ray non fa la sua solita figura da “faccia di cera”.

In “La linea” Liotta interpreta Mark Shields, un killer professionista chiamato da un oscuro committente per fare un po’ di pulizia in una città alla deriva. Obiettivo è Pelon (Esai Morales), delfino del boss Javier Salazar (Andy Garcia) ormai in fin di vita e non più in grado di tenere le redini di un cavallo troppo turbolento qual è quello del crimine messicano. Pelon è una testa di cazzo violenta e irruenta, i nemici con cui deve fronteggiarsi quotidianamente sono molti e ben armati, a partire da quel Diablo (Jordi Vilasuso) figlio dello stesso Salazar e incredibilmente messo ai margini della successione da parte del padre. Non possono non soffiare, quindi, che venti di guerra sulla giallognola Tijuana.

Il film scorre lento tra lo svilupparsi di una storia criminale piuttosto scontata e le paturnie di Shields/Liotta, che è pur sempre un assassino, va bene, ma tormentato perché in passato un suo colpo di fucile ha fatto secca una giovane ragazza. Peccato che Liotta si perda in una sorta di miscuglio tra sentimentalismo, esistenzialismo e tormento interiore da avanspettacolo, non riuscendo mai e poi mai a trasmettere allo spettatore quel poco di pathos che il ruolo da lui interpretato meriterebbe. Garcia ha un personaggio tutto sommato marginale e per tale motivo è parzialmente scusato dell’aver preso parte a un film che non riesce mai a decollare come invece nelle ambizioni di regista e sceneggiatore e in cui le uniche note positive vengono da uno stile di ripresa talmente americano da farci assimilare le vedute dall’alto e notturne di Tijuana ad una Los Angeles qualsiasi, spalmando, cioè, una patina di Hollywood-maniera che non lascia spazio ad alcuna trovata autoctona made in Mexico.

Volete leggere una storia realistica e complessa sul narcotraffico messicano e il terribile mondo che ogni tanto riesce a squarciare l’indifferenza dei media nostrani tra le tette a mongolfiera di Cristina del Grande Fratello e i tatuaggi di Fabrizio Corona? Beh, allora stasera lasciate stare il Blockbuster e fate un salto in libreria a comprare “Il potere del cane” di Don Winslow. Altro che Linea. Altre vette. Altri abissi.

CLICCANDO QUI il trailer di “La linea – The Line”.

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Il potere del cane – Don Winslow

Il potere del cane

IL POTERE DEL CANE
di Don Winslow
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Giuseppe Costigliola

In Messico è tutto un gran casino. O forse sarebbe meglio dire che il Messico stesso è un gran casino. In Italia, come spesso accade per le notizie di politica internazionale o per tutto ciò che non riguardi le chiappe di qualche zoccola, non se ne parla, siamo ancora convinti che questo sia solo il Paese del sombrero e del mucho calor, nulla sappiamo del gran bordello che è diventato, della corruzione dilagante, del narcotraffico imperante, dell’estremo degrado che attanaglia qualsiasi campo della vita pubblica e privata di questo che è, a tutti gli effetti, uno Stato al collasso. E chi si occupa di politica o di relazioni internazionali sa come l’evenienza della dissoluzione di uno Stato sia una delle catastrofi più temute – vi dicono niente Iraq e Somalia? -, a maggior ragione se questo stesso Stato confina per tremiladuecento chilometri con gli Stati Uniti d’America. Per fortuna sono accaduti due eventi che per i puri di cuore e gli uomini di buona volontà sono stati in grado di aprire una breccia nell’oscurità del silenzio della nostra informazione: da una parte la pubblicazione sul numero di Luglio 2009 di Rolling Stone di un ottimo reportage dal Messico intitolato “Messico in botta” e firmato da Guy Lawson; dall’altra l’edizione de “Il potere del cane” di Don Winslow (traduzione di Giuseppe Costigliola) per Einaudi Stile Libero.

“Il potere del cane” è un libro con una trama troppo complessa per essere degnamente riassunta. Vi basterà quindi sapere che tratta del narcotraffico e della lotta che la DEA, l’unità antidroga americana, vi ha imbastito contro con risultati altalenanti. È anche un grandissimo affresco delle vicende umane di Art Keller da una parte, poliziotto incorruttibile e inguaribilmente idealista, e dei fratelli Barrera, i boss del commercio di droga messicana Adàn e Raùl, dall’altra. In mezzo si intrecciano, inoltre, le vicende collaterali di una miriade di altri personaggi che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con i fratelli Barrera, con Keller o, spesso, con entrambi. Tra questi il killer di ghiaccio Callan (praticamente un alter ego del protagonista de “L’inverno di Frankie Machine”), la prostituta Nora, il prete Parada, la CIA e ridde di mafiosi di New York.

Sono molteplici i modi in cui possiamo leggere questo romanzo di Winslow. È, innanzitutto, un romanzo-epopea, una grandissimo gangster novel con continui colpi di scena e un plot difficilmente prevedibile. Ogni volta può succedere tutto come il contrario di tutto. Chi sono i buoni e chi i cattivi? Il governo, che sia quello colabrodo messicano o quello granitico statunitense, da che parte sta? Non esiste il bianco e il nero, le anime candide, ne “Il potere del cane”, si sono estinte da un pezzo per lasciare il posto a una infinita serie di grigi. Ma è anche un grandissimo romanzo sulla perdita e le rinunce indotte dalla droga: tutti perdono qualcosa, chi la vita, chi il denaro o il potere, chi gli affetti, chi il futuro. La droga, sembra dirci Winslow, è un perenne patto col diavolo, chiunque ne entri in contatto perde una parte di sè, deve pagarne un costo. Infine “Il potere del cane” è una grande allegoria sul Male, impersonato dalla coppia dei fratelli Barrera, i boss nel narcotraffico messicano. Il primo, Adàn, basso e smilzo, è la metà pensante del duo, il criminale senza pistola, ma con il “Wall Street Journal” sotto il braccio, l’esperto di economia, quello in grado, attraverso le idee, di rivoluzionare quel vecchio arnese che era diventato il mercato della droga. Il secondo, Raùl, alto e muscoloso, è il braccio violento della mala, quello che prima spara e spacca ossa e poi pensa. Puoi scegliere l’argento del primo o il piombo del secondo, rien ne va plus. Ma uno è indispensabile all’altro, sono inseparabili, l’uno senza l’altro è niente, mero intellettualismo da una parte, forza bruta dall’altra. Quando, però, le due metà si incontrano e fanno squadra comune ecco il Male che emerge con tutta la sua potenza. Ecco il potere del cane, la ferocia senza speranza.

E sapete qual è il problema? Che, come ha dichiarato lo stesso Winslow, delle 714 pagine ben poche sono frutto della sua fantasia. This train carries lost souls [pg. 696].

CLICCANDO QUI potete anche leggere uno speciale su “Il potere del cane” direttamente dal sito della casa editrice Einaudi.

CLICCANDO QUI, invece, trovate un’altra recensione del romanzo di Don Winslow pubblicata sulla rivista on line Sugarpulp.it e firmata da Michele Fiano.

L’inverno di Frankie Machine

Linverno di Frankie Machine

L'inverno di Frankie Machine

L’inverno di Frankie Machine
di Don Winslow
ed. Einaudi Super ET
Traduzione di Giuseppe Costigliola

Una piccola avvertenza: per godervi appieno questo libro dovete superare pagina 43. Prima, infatti, l’autore parte lento con una grossa introduzione sulla vita del protagonista, Frankie Machianno detto “Machine”, ex killer della mafia californiana. Poi, all’improvviso, queste parole: “Stasera, nel vialetto di casa c’è un’auto”. Bum, si parte. La narrazione prende quota per non scendere più, è un continuo susseguirsi di azione tra il presente – la fuga di Frankie inseguito da un bel gruppo di mafiosi intenzionati a fargli la pelle – e il passato, a raccontare l’educazione sentimentale e professionale del migliore killer che la mafia abbia mai avuto, un’autentica “macchina”. Tra le righe di questo romanzo di Don Winslow riecheggiano forti le pagine, le parole, i modi di dire de “Il padrino” di Mario Puzo e dei successivi film, mentre la trama, molto complessa, non ha mai cali di tensione. Chi vorrà mai ammazzare questo vecchio, terribile killer in pensione e perché? È un romanzo sul fascino del male, su quella idealizzazione della mafia e del suo apparato valoriale che se perdiamo di vista la Storia e la realtà possono diventare fortemente nocivi. Ragazzi, questa è fiction, capisce? Sempre di Don Winslow è uscito a fine giugno “Il potere del cane” (ed. Einaudi, traduzione di Giuseppe Costigliola) di cui parleremo prossimamente.

Sarà inoltre una caso, ma ultimamente i CCR sembrano farla da padroni sul vostro blog preferito (cioè questo). Don Winslow riporta, infatti, alcuni brani della canzone “Fortunate Son” scritta da John Fogerty, canzone che rivestirà un ruolo molto importante nel dipanarsi della trama del romanzo. Chi sarà mai questo “figlio fortunato” e che c’entra col nostro buon vecchio Frankie Machine? Allora, siete corsi in libreria a comprare il libro?

CLICCANDO QUI potete leggere la recensione de “Il potere del cane”, il secondo romanzo di Don Winslow tradotto in Italia, sempre su Pegasus Descending!

QUI trovate un’altra recensione del libro sul blog “Unoenessuno”. Da questo libro, inoltre, sembra che Michael Mann – regista, tra gli altri, di quel capolavoro assoluto che è “Heat – La sfida” – trarrà un film con Robert De Niro nei panni del vecchio killer della mafia. La notizia è ormai datata, speriamo che il 2010, come abbiamo captato qua e là su internet, possa essere la volta buona! Sotto il testo della canzone dei CCR, leggetelo attentamente!

FORTUNATE SON

Some folks are born made to wave the flag,
ooh, they’re red, white and blue.
And when the band plays “Hail To The Chief”,
oh, they point the cannon at you, Lord,
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no senator’s son,
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no fortunate one, no,
Some folks are born silver spoon in hand,
Lord, don’t they help themselves, oh.
But when the taxman come to the door,
The house look a like a rummage sale, yes,
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no millionaire’s son.
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no fortunate one, no.
Some folks inherit star spangled eyes,
They send you down to war,
And when you ask them, how much should we give,
They only answer, more, more, more,
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no military son,
It ain’t me, it ain’t me,
I ain’t no fortunate one

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