Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Le (mie) idee chiare e confuse

No, non sono morto. Non è un momento facile né particolarmente felice della mia vita, ma non sono morto, semplicemente una serie di motivi mi hanno tenuto lontano dal blog e dalle mail. Quindi devo delle scuse a tutti quelli che si sono preoccupati per me, in particolare ai molti che mi hanno scritto in privato. Purtroppo alcuni problemi di salute, il tentativo di portare a termine, con estrema fatica, una serie di cose iniziate e un calo delle mie motivazioni mi ha portato a staccare la spina. Forse, primo tra tutti, è stato anche il mio fisico a dire di fermarmi, a fare un check, un pit stop. In queste settimane non ho praticamente letto narrativa, ma ora mi sono arrivati freschi freschi i due nuovi Revolver e chissà che Guthrie non riesca a fare un miracolo, sempre che il tempo non mi uccida prima. Le cose devono cambiare, nella mia vita e pure in questo blog. Se per la mia vita cercherò di arrangiarmi io e la mia famigliola, per Pegasus Descending voglio coinvolgere voi. Purtroppo so già che la saltuarietà dei post diventerà una regola ancora più ferrea del recente passato, semplicemente attualmente non ce la faccio a pubblicare molto e con costanza. So che il blog ne risentirà, ma non posso fare altrimenti, anche se essere riuscito a scrivere il pezzo  Le (mie) idee chiare e confuse qui sotto che mi girava in testa da tempo – e che spero vi piaccia e possa aprire una bella discussione – è già per me motivo di soddisfazione, non tanto per il pezzo in sé, quanto per aver trovato la forza di scriverlo. Ho voglia di trattare un po’ più i classici e fare, magari, qualche puntata al di fuori del genere nel momento in cui si trova qualcosa per cui ne valga la pena, lasciarsi alle spalle un po’ di sovrastruttura per tornare alla struttura. Avrei poi voglia di parlare anche di saggi scientifici, ma il timore è quello di snaturare il blog, anche se magari può essere una fonte di richiamo per nuovi lettori e nuove discussioni. Già non concedevo molto alle case editrici, ma ora credo che concederò ancora meno, scegliendo con più cura i libri da leggere e il poco tempo da investire. In ogni caso navigherò a vista, chi c’è c’è, e grazie, agli altri buona fortuna. Forse il blog diventerà un po’ più personale, anche se, alla fine, già lo era. Spero, se qualche qualità c’era, di riuscire a mantenerla. Io continuo a guardare al futuro con fiducia, ormai ho imparato che quando meno te lo aspetti le cose cambiano, e non necessariamente in peggio. Confido che questo valga anche per Pegasus Descending 2.0.

Leibniz

Perché un romanzo ci piace? Non so voi, ma io, dopo centinaia di recensioni scritte proprio per questo blog, sto iniziando a riapprezzare e a guardare con occhi nuovi il più celebre dei commenti per ogni opera d’arte che si rispetti: “Bello” oppure “brutto”. Senza tante cazzate, tanta retorica e tante parole spese nel tentativo, a volte vano, di comunicare attraverso la ragione una emozione.

Non sono un esperto né di filosofia né, tantomeno, di estetica, non è il mio campo di studi né di interessi e me ne guardo bene dall’affrontarlo al di là delle mie possibilità. Però, a volte, anche gli umanisti dicono cose intelligenti e ricordo, a tal proposito, come la classificazione fatta da Leibniz – che era essenzialmente un matematico – delle idee sia illuminante. Tra i vari gradi, infatti, c’è anche quello attinente alle idee cosiddette chiare e confuse. In questo caso, in Leibniz, chiaro e confuso non sono due contrari, bensì due aggettivi che ci dicono qualcosa di attitudini diverse delle idee stesse. Se le idee oscure, quindi, diversamente da quelle chiare, non ci permettono alcun riconoscimento utile ad accrescere la nostra conoscenza del mondo, quelle distinte ci permettono di distinguere all’interno di questa stessa idea tutti i suoi elementi singoli, assumendo un valore gnoseologico sconosciuto alle idee confuse, dove questi elementi rimangono, appunto, confusi e indistinguibili.

Ora, quando noi parliamo di “bello” e “brutto” nell’arte io credo che noi stiamo usando proprio la categoria delle idee chiare e confuse, mentre quando spingiamo la nostra analisi un po’ più in là nel tentativo di capire i motivi di questo “bello” e questo “brutto” ci stiamo inerpicando verso le idee chiare e distinte. Queste ultime, come già detto, hanno sicuramente un valore conoscitivo alieno alle prime, che invece di avviarsi su un piano concettuale – citando Kant direi di “sintesi” tra un elemento esperienziale, estetico, e uno concettuale, categoriale, a priori – rimangono nell’ambito dell’estetica, rimangono confinate a un giudizio estetico che sicuramente non sarà in grado di farci conoscere il mondo e le sue trame oscure, ma, comunque, sarà capace di farci “pensare molto”, proprio come dovrebbero fare l’estetica e le opere d’arte in generale.

Ecco, lo scrivere una recensione non è altro che fare un passo in più, un tentativo di mettere ordine al caos dei sentimenti e delle emozioni, aggiungendo qualcosa al nostro sapere. Ma il vero valore estetico di un’opera d’arte sta nelle idee chiare e confuse, in quel giudizio in noi chiarissimo perché chiarissime sono le emozioni che ci ha suscitato, regalandoci momenti di noia o di piacevolezza, di commozione, di rabbia o allegria. E però non sappiamo dire perché quel romanzo ci è piaciuto così tanto e quell’altro così poco, riconosciamo, in questo marasma, come i personaggi siano ben delineati, la trama solida, l’intreccio valido, i colpi di scena, la morale e tutto quello che volete, ma è il wit quello che dà sapore a tutto ciò e che, allo stesso tempo, siamo così incapaci di afferrare. Per questo motivo, dopo centinaia di recensioni scritte, credo di non aver capito nulla e forse di aver addirittura sempre tolto sapore alle emozioni, cercando di rendere ragione a quelle ragioni del cuore che la mente non può capire. È il giudizio sintetico ed estetico più breve e per voi intellettuali banale del “bello” o “brutto” a celare in sé l’unico, reale valore di un’opera d’arte. Il resto è sovrastruttura è, come non mi stancherò mai di dirlo, una stilettata al cuore della poesia, della letteratura, del cinema, della pittura e di ogni pratica artistica esistente, come quando a scuola, al liceo, si perdono ore a sezionare criticamente le poesie senza però leggerle dall’inizio alla fine, senza lasciarsi avvolgere e trasportare dal suono e dalla musica, senza farsi prendere a braccetto da Petrarca nel dirci che non siamo soli nelle nostre pene d’amore. I critici, chi scrive di arte senza farla, aggiunge, toglie o passa come le scritte sulla sabbia?

Questo mio pezzo, che può avere il sapore della provocazione altro non è, ancora una volta, che sovrastruttura – sì, proprio quella marxista, quella roba che non conta, o conta poco, sopra alla struttura. È, ancora un volta, un tentativo di passare dalle idee chiare e confuse a quelle chiare e distinte, un tentativo, cioè, di spiegare perché i lettori si fanno consigliare da anobii e non dai critici letterari. Perché chi commenta su anobii, il lettore dello scaffale a fianco, parla al cuore del lettore stesso, il critico parla alla sua mente. E l’arte non ci fa conoscere il mondo, ci fa solo, citando ancora Kant, “pensare molto”, ci fa capire qualcosa di più su noi stessi e sulla nostra anima (uso il termine “anima” per capirci, ma potrei anche dire “mente” o “spirito” o “Io”), ci rende chiara la confusione e anche senza dirci molto sulla nostra natura, beh, forse è la nostra natura, se prima ancora di scrivere già dipingevamo le volte delle caverne con i nostri sogni, le nostre paure, i nostri pensieri e la volontà di dare un senso al tutto.

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Gischler, i miei ingredienti: “Sesso, violenza e stramberie”

Victor Gischler

Dopo anni di parole spese e recensioni dei suoi romanzi – Pegasus Descending vanta la raccolta critica della sua opera omnia – finalmente una intervista a Victor Gischler. Domande mie, rispose sue e traduzione del mitico Luigi Giurato, nuovo socio in questo circolino dell’Enel, anche se letterario, che è Pegasus.

Com’è nato Sinfonia di piombo?
All’epoca ero sotto contratto con la Bantam Dell e le prime due idee che gli presentai non piacquero granché. In qualche modo dovevo pur farli felici, così me ne uscii con questa idea venuta apparentemente dal nulla e gli spedii un paragrafo con la descrizione del romanzo. “Ecco! Questo è il libro che vogliamo!” fu la risposta. Quindi in un certo senso non sapevo nemmeno che lo avrei scritto, Sinfonia di piombo, fino a quando non mi sono ritrovato a scriverlo. Più di qualsiasi altro mio romanzo, questo è davvero venuto “al volo”, come si suol dire.

Nella mia recensione ho fatto, per quel che riguarda il personaggio di Mike Foley, un chiaro riferimento a Gli spietati di Clint Eastwood…
Penso sia un paragone corretto – oltre che lusinghiero. Mike viene trascinato di nuovo in un mondo in cui mai si sarebbe aspettato di rientrare. In questo senso ci sono forti somiglianze con Gli spietati.

Nikki Enders sembra invece uscita da un fumetto. Hai abbinato due generi diversissimi, quasi il serio e il faceto, all’interno dello stesso romanzo.
Sì, è una fusione che si è sviluppata in modo piuttosto naturale. Non era qualcosa che mi ero proposto di realizzare, a dirla tutta. Insomma, c’è sempre un elemento di humour nei miei lavori, ma in Sinfonia di piombo davvero sono andato avanti un passo alla volta, lasciando che fosse il romanzo stesso a indicarmi che strada volesse prendere. Nikki potrebbe tranquillamente essere la Vedova Nera della Marvel Comics (anche se quando stavo scrivendo Sinfonia non lavoravo ancora per la Marvel). Nella mia testa desideravo che il romanzo fosse una sorta di scontro tra Criminali Vecchia Scuola e quelli della Nuova Generazione. Ecco, almeno in questo è frutto di una decisione consapevole.

Le donne con le palle, ultimamente, sembrano andare di moda. Stanchi di palestrati con il mascellone?
In realtà questo romanzo l’ho scritto nel 2005, quindi non saprei dire se davvero rifletta una qualche forma di trend del momento oppure no. Però mi piacciono le ragazze carine che siano anche intelligenti e toste, quindi perché no? Ti posso dire che ho parlato con alcuni produttori cinematografici e mi hanno detto che tante attrici sono spesso alla ricerca di ruoli d’azione di alta qualità, quindi forse le mie protagoniste super dinamiche mi daranno una mano con Hollywood… Chi può dirlo?

Tornando allo stile: Sinfonia di piombo corre su binari paralleli per gran parte della sua trama, con un registro narrativo diverso ogni volta. Come sei riuscito ad amalgamare il tutto?
Penso che il punto sia riuscire a vedere avanti a sufficienza, quando si scrive una storia. Se metti due gruppi in rotta di collisione, devi essere anche in grado di vedere quando quella collisione avrà luogo. Dopodiché si tratta solo di gestire le cose fino a che non scoppia il casino. Inoltre, per me è fondamentale divertirmi, mentre scrivo, ed essere in grado di saltare un po’ qua e un po’ là in questo senso aiuta. Il risultato è una storia che corre sempre a mille.

Le singole storie sono nate separate per essere poi uniti o fanno tutte parte di un unico parto?
È stata una serie continua di sorprese. Con Sinfonia a volte mi sono sentito come se mi avessero spinto giù da uno strapiombo e dovessi per forza finire il racconto prima di schiantarmi a terra. Di regola non è il modo corretto per scrivere un romanzo, ma è stato un buon modo per scrivere questo in particolare. Volevo ritmo e senso dell’urgenza. Sì, c’è qualche pausa di quando in quando, ma sono eccezioni, non la regola.

Scrittore e sceneggiatore per cinema e fumetti. Scrivere in questi format quali modifiche di stile e routine del lavoro comporta, tecnicamente, per te?
Penso che la cosa fondamentale sia questa: quando scrivo un romanzo, scrivo parole che devono comunicare qualcosa direttamente al lettore. Nel fumetto, la maggior parte di ciò che scrivo non è diretta al lettore. È diretta a un artista che disegnerà ciò che alla fine vedrà il lettore. C’è una gran differenza, sebbene le tecniche narrative di fondo siano applicabili al romanzo come al fumetto. In entrambi i casi è necessario capire cos’è che rende buono un personaggio o una storia.

Punisher, Benvenuti nel bayou. Ma come ti è venuta quella cosa del coccodrillone?
Be’, una volta che ambienti una storia in una palude, ci sta che un coccodrillone possa essere una bella idea. Mi ricordo un sacco di scambi col mio editor alla Marvel, perché volevamo una storia che fosse una sorta di incrocio tra Un tranquillo weekend di paura, Non aprite quella porta e La casa del diavolo. Con coccodrillone.

Deadpool lo conosciamo, pare un personaggio tagliato apposta per te, per essere infarcito di cazzate pop…
Sì, mi è calzato a pennello. Probabilmente tra i personaggi Marvel è quello con cui mi sono sentito più a mio agio; e poi è stato divertimento puro.

La tua nuova serie degli X-Men ha spaccato negli USA, ce ne vuoi parlare?
Be’ sai, sono gli X-Men a essere famosi, non io. Lo dico sempre. Per me è stato un onore che mi abbiano scelto. I lettori degli X-Men sono dei veri appassionati, quindi cerco sempre di fare del mio meglio, per loro.

Tra i vari personaggi dei fumetti, di cui hai scritto storie oppure no, qual è il tuo preferito?
Ho sempre desiderato lavorare su Dottor Strange. Chissà, forse un giorno.

E tra i tuoi romanzi, quale ritieni il più riuscito, quello che ami di più e perché?
Credo che se la battano Notte di sangue a Coyote Crossing e Black City. In entrambi i casi ho sentito di aver realizzato esattamente ciò che mi ero prefissato. Per me è una cosa importante, quando scrivo un romanzo. Chiaro, voglio che i lettori siano contenti, ma voglio anche essere soddisfatto io per primo. Voglio potermi fermare e dire: “Sì, è questo che volevo fare.”

Una critica che ti si potrebbe muovere è di essere troppo faceto, troppo fumettistico, poco impegnato…
Penso tu abbia ragione. Io non “affronto” temi impegnati. Risulterebbe troppo evidente, per i miei gusti. Se ho la sensazione che un romanzo mi stia pregando di farlo, lo mollo. Piuttosto, se un tema mi sta a cuore preferisco calarlo sullo sfondo. Se c’è qualcosa che voglio dire, o domande che voglio porre sulla famiglia, o su cosa riteniamo importante nella società e come ciò cambi quando la società ci delude, o ancora quando esamino emozioni umane come la lealtà, il più delle volte lo faccio in modo sufficientemente sottile, così che il lettore non sia obbligato a soffermarcisi troppo. Però è lì ― anche se magari sono io il solo a saperlo. Ti parlo per me: ho una vita già piena di politici, familiari, accademici e “persone intelligenti”, tutti pronti a dirmi cosa dovrei fare o pensare “per il mio bene”. Non ho voglia di aggiungere anche i miei romanzi a questa pila così opprimente.

In Italia hai pubblicato con tre case editrici diverse. Non temi che il tuo lavoro possa essere troppo frammentato e, quindi, adeguatamente sponsorizzato dalle case editrici, timorose di fare un favore ai concorrenti?
Be’, ovviamente il fatto che un editore sia costretto a chiudere è qualcosa su cui uno scrittore non ha alcun controllo. E io mi sento assolutamente tranquillo nelle mani di Matteo con Revolver. Posso solo confidare che i lettori sappiano trovarmi dovunque io sia.  Sulla maggior parte di queste vicende non ho nessun tipo di controllo, quindi perché dovrei perdere tempo a preoccuparmene?

Matteo Strukul lo conosciamo tutti – almeno su Pegasus Descending -, che effetto ti fa essere stato scelto, e con ben due opere considerando pure Salutami Satana, per l’esordio di una collana come Revolver che sembra avere tutta l’intenzione di spaccare?
È un onore. Matteo è un uomo in gamba e un ottimo amico, di lui mi fido ciecamente.

Come si scrive un romanzo a quattro mani? Ovviamente mi riferisco al tuo lavoro con Anthony Neil Smith…
Ci scambiavamo i capitoli avanti e indietro. Alla fine di ogni capitolo mollavamo all’altro un problema per provare a incasinargli un po’ la vita. È stato molto divertente.

Una curiosità: sei stato professore di scrittura creativa. Non vi ho mai partecipato, ma mi sono sempre sembrate delle cazzate. Mi spieghi cosa si insegna in un corso del genere? Non sarebbe sufficiente leggere leggere leggere e scrivere scrivere scrivere?
Guarda, pensala in questi termini: Tiger Woods ha un allenatore. Il più famoso golfista di tutti i tempi ha un allenatore per lavorare sullo swing, sul putting o quel che è. Ma non è che l’allenatore abbia preso il primo tizio che passava per strada e lo abbia trasformato in Tiger Woods. Lo stesso vale per i corsi di scrittura creativa. Arriva uno studente, e può avere talento come non averne. Ma se NE HA, allora forse un buon insegnante può servire a indirizzarlo, quel talento. Forse può aiutare quel giovane scrittore a evitare gli errori più comuni. Il talento può sempre trarre beneficio dall’esperienza. Questi corsi hanno un alto potenziale di stronzate, ma se fatti nel modo giusto sono anche una bella opportunità per imparare.

Sinfonia di piombo

Il noir, almeno in Italia, sembra sempre passarsela male, con una invasione di un mucchio di thriller psicologici di merda, serial killer e banalità varie. Sembrano tutti uguali. Negli USA il mercato, e i lettori, sono forse diversi?
Il noir è un genere con alti e bassi ma non è mai in cima alle classifiche di vendita. Credo che in questo senso i lettori americani siano uguali. Non saprei proprio come fare per cambiare la situazione. Forse semplicemente non c’è modo di cambiarla.

Quali sono gli elementi essenziali per scrivere un buon romanzo alla Gischler?
Sesso, violenza e stramberie.

Lansdale con il suo duo Hap&Leonard ha raggiunto vette di godimento, per i lettori, inarrivabili – almeno al momento. Hai mai pensato di scrivere romanzi con personaggi seriali, un po’ come Champion Joe, alternando single shoot a H&P?
Sì, ma non so come riuscirci. Non nella maniera in cui scrivo io. Forse dal punto di vista economico per me sarebbe positivo se facessi qualcosa di simile, ma il fatto è che adoro avere la possibilità di spremere i miei personaggi fino alla fine in un romanzo. Non mi va di doverli risparmiare per un libro successivo.

So che se molto impegnato con i fumetti. Ma quando leggeremo un tuo nuovo romanzo fresco fresco?
Ah, questa è una gran bella domanda. Ho avuto qualche falsa partenza. Sto cercando un progetto in cui sentirmi davvero a mio agio, ma non è ancora successo.

Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sui tuoi prossimi lavori, sulle trame o i personaggi? Dai, dai, dai…
Un fumetto crime molto strano, quasi con influssi alla Russ Meyer. Ma anche un fumetto post-apocalittico. Non con la Marvel, però, piuttosto con personaggi di mia invenzione.

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Dark Florida: la tela della vita

John Brandon e Dark Florida

di Fabio e Jonathan Lotti

 
Qualche spunto istintivo in un momento no e cerco di salvarmi con un po’ di ironia iniziale.

Proprio stasera, ventitré febbraio, lungo la strada per l’aeroporto di Ampugnano, dove di solito cammina ad ampie falcate un giovanotto scamiciato che parla fra sé ad alta voce (tanto per darvi un’idea degli abituali compagni di viaggio), ho terminato la lettura del libro.

Florida, nella contea di Citus. La Florida nera, la Florida oscura degli adolescenti e degli adulti.

Personaggi principali il prof. Hibma e i suoi alunni Toby e Shelby (scuola elementare).

Toby solitario, non gli interessano i divertimenti e gli sfoghi dei compagni, vive con lo zio balordo (non ha mai avuto un padre e ha perso la madre) che  non gli ha dato un briciolo di affetto, anzi lo ha sempre bistrattato.  Studente di quattordici anni, infrange le regole senza un senso preciso, senza un motivo particolare e pure senza entusiasmo. Rapisce la sorella di Selby che imprigiona in un vecchio bunker nascosto nel bosco. Si sente all’inizio potente ma poi si accorge di non trovare quella soddisfazione che si aspettava. Tutto uguale a prima, tutti che pensano solo a loro stessi. Ad un certo punto nasce l’idea di lasciarla morire. 

Shelby, che viene da fuori con padre e sorella più piccola se ne invaghisce, i primi baci, i primi approcci sessuali, desidera che Toby prenda l’iniziativa ma senza successo. Brava studentessa, pronta alla risposta, non le interessano i corsi speciali. Sembra la depositaria dei problemi altrui, anche di quelli più intimi del padre che le confessa di non avere amato la madre morta. Una agente dell’FBI “Tu sei come me. Capisci tutti, ma nessuno ti capisce”. In contatto via internet con zia Dale che abita in Islanda. Profonda delusione. Sogna di fuggire in un paese lontano.

Il prof. di geografia Hibma, a cui viene affidato anche il compito di allenare la squadra femminile di ginnastica, con diversi problemetti (il fatto che scelga la residenza definitiva lanciando una freccetta su una mappa mi pare in buona sintonia con lo scamiciato), si isola dai colleghi e vorrebbe uccidere la professoressa Connie (altro problemetto), si masturba prendendo spunto dalle immagini adeguate alla bisogna in internet (idem come sopra), si sente inadeguato, un caso triste, senza speranza. Rapporto non convenzionale con gli studenti. Parte importante nella storia.

Fabio e Jonathan Lotti

Personaggi tirati volutamente al limite, uno scandagliare interno tra desideri e sentimenti terribili, in maniera così semplice, così naturale e dunque così agghiacciante. Un velo lanuginoso per tutto il racconto, il male sottile, l’indifferenza, l’isolamento, che si insinua dappertutto. La vita che sembra scivolare via senza sobbalzi come il fluire del tempo anche quando accadono eventi straordinari, scene forti ed una fine che non ti aspetti. Qualche tratto che tira al sorriso soprattutto nell’iperbole maniacale di Hibma (uccisione della collega pallosa).

A pag. 174 una ragnatela con un ragno a strisce gialle. Ha catturato uno scarabeo “gagliardo, corazzato, ronzante” che si difende dimenandosi e scatenando un terremoto. Venti pagine dopo l’insetto è ormai “rinseccolito e morto”. Impossibile liberarsi dalla tela della vita. Ma forse qualcuno ci riesce.

Al termine della lettura la strana sensazione (probabilmente solo mia), che ciò che è successo, pur nella fantasia dello scrittore, non sia neppure vero. Non sia neppure accaduto.

Rincoglionisco.

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Novità in libreria: I dannati non muoiono di Jim Nisbet e Omicidio allo specchio di Ryan David Jahn

In un periodo in cui il noir non se la passa mica troppo bene, le buone uscite sono ormai perle rare, acuti in una sinfonia caleidoscopica di scoregge e rutti in cui il mercato editoriale di genere sembra voglia sprofondare noi poveri lettori. E se, allora, Revolver ci permette di respirare aria fresca, quella che dalle mie parti, in Ossola, si assapora salendo di quattro passi, TimeCrime risponde subito con due lavori frutto dell’impegno di due autori da me amatissimi. Se I dannati non muoiono è tutt’altro che una novità, rappresentando l’esordio letterario di quel geniaccio di Jim Nisbet – su Pegasus Descending ne ho parlato a più riprese. Nell’ordine: le recensioni di Iniezione letale, capolavoro assoluto, e Cattive abitudini; approfondita intervista; reportage dal Salone del Libro di Torino. Ripassatevi i pezzi e, se ne avete voglia, ne riparliamo -, seppur con un nuovo finale, e già recensito da Vitandrea Silecchia sempre per il vostro blog preferito, Omicidio allo specchio di Ryan David Jahn segna il ritorno dell’autore rivelazione del 2011 con il magnifico I buoni vicini, romanzo profondo, intelligente, denso di significati e letture nonché rappresentazione ideale di quello che dovrebbe essere la letteratura, un leggio per l’anima umana e la società. Ma anche di questo lavoro, che consiglio caldamente di procurarsi, trovate recensione pubblicata da queste parti e intervista all’autore.

Ho sbraitato per mesi sulla mancata pubblicazione di nuovi lavori di Nisbet, bestemmiando anche contro quel socio di Vitandrea che era riuscito a recuperare una vecchia copia de I dannati in una bancarella dell’usato. Lo stesso Sergio Fanucci era intervenuto proprio in calce alla recensione di questo lavoro dello scrittore di San Francisco promettendo che avremmo letto tutti gli autori da me invocati e, almeno per il momento, banditi dalle libreria italiane, includendo nella protesta, oltre al già citato Nisbet, anche quelle vette della letteratura raggiunte da gente come James Lee Burke e Dave Zeltserman. Certo, non nego che spero di poter leggere anche gli ultimi lavori di Jim, comunque il ritorno sugli scaffali impolverati di Mondadori e Feltrinelli – e della libreria Azuni del mio amico Emiliano Longobardi. Cazzo, sosteniamo gli indipendenti, a cui se chiedete un consiglio sanno pure rispondervi invece di sbuffarvi in faccia, annoiati e con un dito nel naso, come i commessi precari dei grandi magazzini – il ritorno, dicevamo, di un romanzo fuori catalogo da anni e a soli 7,70, beh, a me fa tirare un’altra bella boccata d’aria fresca della Val Formazza. Teniamo duro, ragazzi, teniamo duro!

I dannati non muoiono

I DANNATI NON MUOIONO
di Jim Nisbet
ed. TimeCrime
Traduzione di Bruna Ferri

TRAMA: Strano il caso capitato al detective privato Martin Windrow, casualmente coinvolto nelle indagini relative al suicidio di Virginia Sarapath: la notte in cui è stata uccisa, un vicino ha sentito provenire dal suo appartamento dei forti gemiti di piacere. Al di là della parete, evidentemente, la donna era impegnata in un amplesso, a quanto pare durato per ore. Eppure il giorno successivo di Virginia resta solo il cadavere, i polsi recisi a colpi di rasoio, il seno sinistro asportato di netto. Sul foglio inserito nella macchina da scrivere di Herbert Trimble, che abita nell’appartamento accanto a quello della vittima, il detective trova intanto un foglio di carta che reca un’inquietante scritta: “Ho sempre voluto scuoiare una donna.” Forse, sono le semplici farneticazioni di uno scrittore fallito; forse, è la traccia di un movente. Inizia così un gorgo di orrori nel quale Windrow verrà  attratto come una falena dalla luce, fino a sprofondare in un delirio in cui i confini tra omicidio e amore diventano sempre più labili.

Omicidio allo specchio

OMICIDIO ALLO SPECCHIO
di Ryan David Jahn
ed. TimeCrime
Traduzione di Cristina Genovese

TRAMA: Quando Simon Johnson viene aggredito all’interno del suo squallido appartamento di Los Angeles, la scelta è una e una soltanto: difendersi o morire. Ma nel momento stesso in cui, dopo averlo colpito, il fascio di luce della torcia illumina il viso del suo aggressore, Simon realizza due cose: primo, di averlo fatto fuori; secondo, che l’uomo che giace ai suoi piedi gli assomiglia come una goccia d’acqua. inizia così a prendere forma nella sua mente un piano diabolico: per scoprire il motivo del suo tentato omicidio, Johnson assumerà l’identità del suo “doppio”, un professore di matematica che conduceva la più ordinaria delle esistenze e che ora è un cadavere immerso in acqua e ghiaccio nella sua vasca da bagno. Così facendo Simon vivrà in casa sua, dormirà con sua moglie, vestirà i suoi abiti e si divertirà con la sua giovane amante… Ma a un certo punto il ghiaccio comincia a sciogliersi, strani messaggi appaiono sui muri, una misteriosa Cadillac nera inizia a pedinare Simon e qualcuno è sulle sue tracce. Realtà e allucinazione iniziano a confondersi, disegnando la geometria di un labirinto in cui il protagonista si perde: chi ha scoperto il suo gioco? C‘è forse qualcuno che muove le fila e che sta tentando di farlo impazzire?

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Sinfonia di piombo – Victor Gischler

Sinfonia di piombo

SINFONIA DI PIOMBO (Shotgun Opera)
di Victor Gischler
ed. Revolver BD
Traduzione di Marco Piva Dittrich

Da una parte Nikki Enders dall’altra Mike Foley. In mezzo Andrew Foley, nipote di Mike.

Tutto ebbe inizio nel 1965, quando Mike, insieme al fratello Dan, si guadagnava il meritato pane quotidiano smaltendo il lavoro sporco per la mafia italo-americana di New York, di solito facendo il culo a strisce a chi credeva che il business fosse governato dalle leggi del libero mercato. E se il liberismo era un’idea, le pallottole del Thompson fischiavano che era un piacere. Poi, una sera, l’incidente: Mike ammazza una bambina in un covo di spacciatori e va in crisi. Molla il fratello, il lavoro e se ne scappa in Oklahoma dove mette su un vigneto e inizia a produrre vino, dimenticandosi il passato e chi era.

Quarant’anni dopo Andrew, figlio di Dan, ha un problema. Come il padre prima di lui, ha preso il vizio di arrotondare facendo qualche lavoretto per la mafia. Un giorno, dopo un compito facile facile, vede qualcosa che non doveva vedere e per lui cominciano i cazzi amari. Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, decide che di guardoni in giro ce ne sono anche troppi e che Andrew e compari vanno semplicemente eliminati. Per portare a termine la cosa, nel vero senso della parola, la migliore sulla piazza è la bella e letale Nikki Enders, killer prezzolata e spietata.

Andrew, per salvarsi le chiappe, sarà costretto a contattare lo zio Mike, tirandolo fuori dalla formalina e dal cesso arso dal sole in cui si era rifugiato, richiamando il vecchio assassino al proprio passato mai passato realmente, al proprio destino a cui nessuno può sfuggire, alla propria essenza più intima e profonda.

Non poteva partire che con il botto – e che botto – la nuova collana Revolver diretta da Matteo Strukul per le edizioni BD. E cosa c’è di meglio di Victor Gischler, autentica incarnazione di tutto ciò che Strukul e soci hanno scritto nel loro manifesto per la nuova collana? Quando si parla di rapidità espositiva e narrativa, di fluidità, di personaggi sempre sopra le righe ma allo stesso tempo reali e di trame mai banali o scontate, beh, il nostro prof di letteratura della Louisiana è forse quanto di meglio è possibile attualmente reperire sul mercato librario tanto da insidiare – lo dico? L’ho detto – Sua Maestà Joe Lansdale, forse a causa dell’incrocio tra la curva leggermente discendente del texano e quella visibilmente ascendente di Gischler. Alla produzione letteraria di Gischler, inoltre, bisogna aggiungere ormai il suo imponente numero di sceneggiature di fumetti Marvel che sta sfornando come un pazzo, roba come The Punisher, Deadpool e gli X-Men.

Victor Gischler

Anche in questo Sinfonia di piombo l’adrenalina, il sangue e le pallottole scorrono a fiumi in una continua sarabanda di qua e di là per l’America, con personaggi che nascono per durare poche pagine prima di finire accoppati per morte violenta e altri, invece, in grado di dare una pacca sulla spalla del lettore. Ma considerare Gischler solo come un ottimo pulp writer sarebbe un errore, come il considerarlo un autore di un genere da formato economico con espositore ruotante fuori da ogni buon autogrill della rete autostradale, proprio di fianco al distributore automatico di preservativi, quelli messi di fianco ai cessi pubblici. Sinfonia di piombo, infatti, ha una struttura narrativa a prova di bomba che, comprendo, a causa della rapidità narrativa e dalle trovate pirotecniche del suo autore rischia spesso di passare inosservata come, tra l’altro, dovrebbe essere per ogni romanzo in grado di appassionarci e farci tremare le vene e i polsi.

Sviluppandosi su due filoni paralleli che a tratti diventano anche quattro per poi convergere, necessariamente, tutti in un stesso, caotico e violentissimo big bang, Gischler si dimostra capace di giostrarsi, nello stesso lavoro, con generi e stili diversi, attingendo tanto al fumetto quanto al cinema. Se, infatti, Nikki Enders è la classica bad girl già vista anche in altri lavori – si pensi alla Santa di Custerlina, alla Mila dello stesso Strukul o alla Nikita dell’omonima serie – che tanto strizza l’occhio alle narrazioni e ai personaggi delle nuvolette parlanti, il Mike Foley di Sinfonia di piombo, oltre a essere un personaggio straordinario per psicologia e comportamento, ricorda da vicino la decadenza di un capolavoro come Gli spietati di Clint Eastwood per quell’insopprimibile aurea di fine di un’epoca esemplificata proprio da quel vecchio Thompson ormai pezzo da museo. Gischler narra tutto ciò in una sintesi frutto di un profondo mimetismo tra Foley e i tempi, e la vita, di quest’uomo in cui gli acciacchi, il rimorso, il dubbio e una schiena dolente sono lo specchio di un decadentismo dei costumi e dello spirito qui ritratti in maniera perfetta e puntuale, scorrendo via in punta di penna sul filo affilato della nostra anima. Lo scontro tra Foley e Nikki, con tutti gli altri, caleidoscopici personaggi secondari di mezzo, diventa quindi lo scontro tra due epoche e tra due paste, due fogge così diverse quanto simili di assassini in cui le scelte individuali lasciano il tempo che trovano, a noi, schiavi sempiterni di un destino già scritto e di una natura tiranna.

Su Pegasus Descending potete anche leggere il prologo di Sinfonia di piombo i Victor Gischler!

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I fuochi del Nord: storie di donne

I fuochi del Nord

di Fabio e Jonathan Lotti

Butto un po’ giù a braccio dopo la lettura e un breve ripasso in qua e là. Quindi niente recensione completa. Storie di conflitti interni ed esterni. Storie di infelicità. Le donne a farla da padrone.

Intanto siamo a Rochester negli stati Uniti. Prima donna, ovvero ragazzetta,  Lucia Moberg, ovvero Luc, “una quindicenne magrolina, un metro e mezzo d’altezza”, capelli neri, smalto nero alle unghie in macchina con suo padre Oscar ucciso durante un tentativo di rapina. Senso di colpa, in conflitto con la madre Blair che tenta pure il suicidio (lascio ad altri lettori il compito di circoscriverla), due amichette importanti, le gemelle Gina e Kit sul dark (mi sembra), si vede imprigionata in una vita senza speranza con la madre da accudire. Storiella breve con Quinn, ragazzo della famiglia accanto, sogni, incubi, allucinazioni tratte dalla mitologia nordica che le avvolgono la mente (ricordi delle fiabe paterne). Una prova feroce che l’attende.

Seconda donna la poliziotta Greta Hurd, quarantotto anni, ciocche bianche tra capelli biondi, niente trucco a mascherare le rughe della fronte, borse sotto gli occhi, suo minuscolo ufficio al quarto piano di “uno scatolone di cemento”. Compagno di lavoro Moe Arslan, diminutivo di Muhammed, musulmano di origine turca, baffi folti e capelli neri e, soprattutto, sangue freddo. Ricordi: la morte del padre a Buffalo nel suo laboratorio di falegnameria, contrasto con la figlia Sandy che sta per sposarsi, divorziata, si sente svuotata dal male che ha visto. Elemento catalizzatore la violenza “quello che viveva nel suo mondo di poliziotta le era sanguinato dentro, un grumo nero che le aveva avvelenato il cuore. Aveva perso la capacità di provare affetto per chiunque, persino per la sua bambina…”. Punto di riferimento per Luc. Non è convinta dell’omicidio a scopo di rapina.

Terza donna Tanya Yasbeck, legata a Mason, un balordo violento, aspetta un bimbo, vive in una povera roulotte, spera che il suo uomo entri nella gang dei suoi amici, il Club dello Scheletro. Personaggio vivo, addirittura forse quello meglio riuscito, con i suoi dubbi, le sue incertezze, la violenza accettata dagli altri (la fa sentire al sicuro) e quella ormai radicata in lei. Una umanità che vorrebbe emergere ma che non può (vedi l’incontro con Luc). Personaggi forti anche gli altri componenti della banda come, per esempio, Paula Dread, rasata e tatuata ai lati del cranio, cicatrice rosa sul collo, puttana e lesbica, stracciona puzzolente.

Fabio e Jonathan Lotti

Storia interiore che si dipana piano piano, storia psicologica insieme a crudo realismo, seconda parte di movimento, ritmo più veloce, corse nella neve, prigionia, violenza. La ricerca del colpevole c’è, ricca pure di spunti, ricerche, domande, interrogatori (non manca neppure la solita videoregistrazione che aiuta), ma sembra affievolirsi di fronte alla coltre di angoscia nei rapporti, l’amore che svanisce, il senso della vita che pare perdersi e morire. Ma la luce della vita, testarda, resiste e continua.

Bel libro.

PS: solo gusto personale. Avrei preferito cinquanta pagine in meno della seconda parte. Spesso, mi riferisco in generale, la bellezza di un libro sta pure nel tirare giù il cancello al momento preciso. Se si tiene troppo aperto qualcosa se ne va. Gischler, per esempio, sa pure quando chiuderlo. Altri, no.

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Novità in libreria: La macchina della morte di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !

La macchina della morte

Io, che sono un fautore della conoscenza, dello spendere bene la propria vita cercando di capire il mondo che ci circonda e, insomma, dare il proprio contributo, uno che delle lezioni di filosofia del liceo si ricorda solo il socratico aforisma “una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta”, io, quindi, che credo che sapere è sempre meglio che non sapere, beh, sulla morte mi sconfesso e abiuro tutto ciò che ho scritto due righe sopra. Meglio non sapere.

Mi è venuta in mente questa roba qui, questo fottuto dazio che dobbiamo pagare quotidianamente al nostro essere soggetti dotati di una coscienza – e di una autocoscienza o metacoscienza -, ovvero l’idea della morte e la consapevolezza della nostra futura, inevitabile fine – che per quel che mi riguarda è solo una banale cessazione di tutto, di assenza irrevocabile, appunto, di coscienza – scorrendo la raccolta La macchina della morte, sottotitolo Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !. In un mondo futuro è stata inventata una macchina che tramite una semplice analisi del sangue è in grado di rivelare al soggetto di che morte morirà. Nessuna data o luogo, solo la causa. Beh, domanda inevitabile: cosa fareste, voi, in una situazione e con una conoscenza simile? Disperazione? Immobilismo? Iperattività? Stoica sfrontatezza?

Io non lo so e non voglio neanche saperlo, forse per continuare ad avere quel minimo di autostima, vero motore motivante di qualsiasi nostra azione che determina così tanto il nostro vivere, in un continuo, incessante tentativo di ridurre la dissonanza cognitiva, ovvero il gap tra le nostre convinzioni e le nostre azioni. Certo, la morte è un tema inevitabile, a un tempo estremamente complesso e banalmente semplice, il più grande mistero dell’umanità che nei millenni della storia dell’uomo ha indotto alla nascita di centinaia di religioni più o meno grandi, più o meno invasive delle vite dei propri adepti e non, più o meno mere finzioni di potere ma sempre motivate da questa viscerale paura che va al di là del solo istinto di sopravvivenza e autoconservazione per diventare, all’opposto, cultura e costrutto sociale.

Con l’idea della morte e la sua consapevolezza dobbiamo, tutti, farci i conti, in una sorta di notte in cui tutte le vacche sembrano grigie, ognuno con le sue strategie, i suoi trucchetti per tirare avanti in una folle illusione di immortalità. Ci sono domande a cui non è possibile dare una risposta. Tutto ciò è estremamente sconfortante ma, allo stesso tempo, è l’unica via che consente al nostro esistere di avere un senso e di dare un significato alla parola “futuro”.  

LA MACCHINA DELLA MORTE (Machine of Death)
a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !
ed. Guanda
Traduzione di Giovanni Garbellini

SINOSSI: La macchina è stata inventata quasi per caso qualche anno fa. Con un semplice esame del sangue sa predire il modo in cui lasceremo questo mondo. Nessuna data. Nessun dettaglio. Solo un foglietto di carta con poche parole, insieme precise e insopportabilmente vaghe. Un oracolo infallibile, criptico e beffardo. Spaziando dall’umorismo alla fantascienza, dall’horror all’avventura, trentaquattro racconti di autori diversi immaginano mondi in cui il fatale responso della Macchina della Morte diviene il fondamento di una nuova gerarchia sociale o una semplice voce del curriculum, un mostro pervasivo contro cui lottare o una moda passeggera, il dato che può bruciare la carriera di un politico o il centro di nuovi giochi di società. Trentaquattro voci diverse per indagare come cambierebbero i rapporti umani e il lavoro, gli ospedali e le scuole, la giustizia e il crimine. Saremmo più liberi o vivremmo incatenati a quella sentenza ineluttabile, condizionati in ogni scelta da un destino che può materializzarsi in qualsiasi momento? Saremmo morbosamente attratti da ciò che ci ucciderà o cercheremmo di fingere con noi stessi di non sapere nulla? Sfideremmo la macchina cercando di smentire il suo verdetto o cambieremmo la nostra vita nel tentativo di allontanare il più possibile un finale già scritto? Un gioco, certo. Ma anche un modo per riflettere sulla nostra ossessione di voler sapere tutto, di svelare anche l’ultimo mistero, che ci porta soltanto a spingere un po’ più in là i confini dell’incertezza.

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Alcatraz, la serie tv sul carcere-mito

Il logo di Alcatraz

ALCATRAZ
con Sarah Jones, Jorge Garcia, Sam Neill

“Il 21 marzo 1963, a causa dei crescenti costi e del degrado delle sue strutture, Alcatraz chiuse i battenti e tutti i detenuti vennero trasferiti in altri istituti di pena. Questo secondo la versione ufficiale, non fu così in realtà.”

Inizia così la serie tv Alcatraz, al contemporaneo esordio italiano e statunitense, ideata da Bryan Wyndbrandt, Steven Lilien e Elizabeth Sarnoff e che vede tra i produttori esecutivi il visionario J.J. Abrams. Che Alcatraz, fin dai tempi in cui era uno dei più duri carceri di massima sicurezza, abbia sempre fatto girare a mille la fantasia di scrittori e registi, beh, è cosa nota, tanto che non si contano film e racconti in cui quest’isola a prova di evasione – fatta eccezione per Clint Eastwood – è il vero protagonista o, comunque, l’elemento fondamentale che dà un senso all’intera storia. E se, negli ultimi anni, il fascino oscuro di Alcatraz sembrava essersi sbiadito, anche a causa della sua chiusura e del passare delle generazioni, notoriamente senza memoria, la serie tv omonima dà una bella spolverata a ricordi, pagine di Wikipedia e un immaginario mai domo e sopito, rinverdendo i fasti di un luogo tra i pochi in grado, così tanto, di lasciare un segno.   

Dopo aver perso il proprio collega durante un inseguimento, la detective del San Francisco Police Departement Rebecca Madsen scopre un’impronta sospetta mentre sta indagando sul caso d’omicidio che vede come protagonista, nei panni dell’accoppato, E.B. Tiller, ai tempi nella direzione del carcere di Alcatraz. L’impronta è nel database della polizia e appartiene a Jack Sylvane, un criminale già schedato. Non ci sarebbe niente di male, anzi, il caso sarebbe già bello che risolto se non mancasse un particolare, una domanda a cui dare una risposta: Jack Sylvane è morto da decenni, pochi anni dopo la chiusura di Alcatraz e il trasferimento dei detenuti lì internati in altre sedi carcerarie. E dalle immagini di alcune telecamere di sicurezza il mistero diventa ancora più spinoso: Sylvane, nonostante siano passati una cinquantina d’anni, non pare invecchiato di un giorno dai tempi della prigionia. Madsen cerca di indagare, ma, come vuole la tradizione, quei gran rompicoglioni dell’Fbi, questa volta nelle vesti di Emerson Hauser, si mettono di traverso cercando di insabbiare non si sa bene cosa. Ma la Madsen è un tipino tosto e peperino e con l’aiuto dello storico Diego Soto, vera autorità su Alcatraz, non è per nulla intenzionata a mollare il colpo, tanto più che la pista sembra fertile anche per quel che riguarda l’assassinio del suo collega.

La serie Alcatraz si pone a metà strada tra il procedural e la fiction di fantascienza, cioè in perfetta sintonia con i gusti di J.J. Abrams, uno che si è pure preso la briga di rifare Star Trek e già produttore di altri lavori seriali per la televisione come l’osannato Lost – di cui si hanno ancora notizie di torme di fan rimasti orfani vagare come zombie per le città di mezzo mondo – e Fringe, costruendo un prodotto che rimanendo nel solco nel mondo del paranormale cerca pure di dare una botta a manca per accattivarsi i molti appassionati di crime fiction.

Ogni puntata di Alcatraz è allora una rincorsa a un assassino resuscitato, tanto che i singoli episodi portano, come titolo, il nome del criminale stesso. E, considerato che i detenuti mancanti all’appello dopo la chiusura del carcere-isola sono circa trecento, si capisce come le potenzialità seriali di tale fiction non rimangano inesplorate. Se la componente metafisica, almeno per i primi episodi, non disturba troppo, permettendo anche allo spettatore più realista di sorvolare sul perché ‘sti tizi non sono invecchiati o morti come Dio comandi, l’affollamento di personaggi è forse un punto debole che, almeno alla lunga, potrebbe non reggere.

Il problema è che ogni puntata, per volontà della produzione, è autoconclusiva, cioè il cattivo di turno viene acciuffato e la settimana dopo si ricomincia con un altro criminale, ovviamente aggiungendo, di volta in volta, un tassello per gli spettatori fedeli che hanno intenzione di seguire tutta la serie e, quindi, dando il classico colpo al cerchio e uno alla botte, nel tentativo di accattivare tanto gli spettatori occasionali quanto i seriali. L’esito potrebbe essere positivo e l’obiettivo centrato oppure, all’opposto, potrebbe accadere il contrario, cioè non accattivare né gli spettatori seriali, magari un po’ rotti di palle nel sapere, ogni volta, come va a finire la puntata, né quelli occasionali, condannati a vagare nell’ignoranza del quadro complessivo più ampio.

Sarah Jones e Jorge Garcia

Consideriamo, inoltre, il format specifico. Costringere un’indagine, un procedural, nei tempi dei 45 minuti di ogni singolo episodio sono una limitazione e una semplificazione detonanti, tanto che già le prime due puntate andate in onda in Italia presentano l’evidente difetto di rendere tutto troppo rapido, con una genialità da parte degli investigatori evidentemente artificiale e una ricorso alla casualità, accantonando la logica, che in ogni trama con un mistero da sciogliere è un difetto di costruzione che pare celare in sé un gioco di prestigio per mettere un po’ di make-up su un buco nella storia difficilmente sanabile.

Rimane, in ogni caso, una ambientazione affascinante qual è Alcatraz, un  personaggio curioso come il dottor Soto – già star di Lost, l’attore, intendo – e un intrigo che conserva intatta la curiosità di sapere cosa è accaduto, in quel lontano 1963, a trecento detenuti di questo carcere mitologico, motivandone, in definitiva, la visione.      

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Drive – James Sallis

Drive

DRIVE (Drive)
di James Sallis
ed. Giano
Traduzione di Luca Conti

Driver, il protagonista del romanzo Drive di James Sallis, sta tutto in questa sua dichiarazione: “Io guido. E non faccio altro. Non voglio esserci, quando ti metti a pianificare il colpo o  a ripassare il piano. Tu mi dici da dove si parte, dov’è che andiamo, dove vi devo portare a cose fatte, a che ora. Io non prendo parte attiva, non conosco nessuno, non porto armi. Guido e basta.” [pg. 22]

Si parte da metà storia, da un motel di periferia in cui Driver se ne sta accasciato in una cazzo di stanza a pisciare sangue, il cadavere di una donna nel cesso e quello di un tizio incastrato, la testa rivolta verso l’interno, nel vano della finestra. Qualcosa, se fa testo la sua professione di fede riportata sopra, deve essere andato storto, qualche ingranaggio si è inceppato nell’oliata macchina del miglior palo della storia del crimine e della letteratura. Sallis, da maestro quel è e da profondo conoscitore del genere – si ricordi la sua biografia di Chester Himes – introduce la storia come fosse un jab di Rocky Marciano, fottendo il suo protagonista prima ancora che abbia avuto la possibilità di dire “beh” e poi esplorandone presente e passato con un continuo avanti e indietro narrativo.

La storia è semplice: Driver guida e basta. Ha iniziato come stuntman per le scene d’azione di Hollywood, inseguimenti e cose varie, sempre su quattro ruote. Poi, per caso, capisce che forse qualche extra senza troppi rischi e senza sporcarsi le mani era utile oltre che possibile. Allora inizia a guidare non più per qualche regista, ma per criminali di mezza tacca o giù di lì, per poi salire, una volta fattosi un nome nell’ambiente. Perché Driver è un fenomeno, uno che dice quattro parole quattro ma quando parla sono macigni. E poi non fatelo incazzare, perché uno che ha visto la madre, a cena, piantare il coltellaccio da arrosto nella gola del padre, insomma, ci mette poco a far volare il tavolo, in particolare quando si sente in pericolo nel suo eterno peregrinare per i quattro angoli dell’America. Tutto, con il suo metodo, fila lisco, i soldi arrivano quando gli servono e la vecchiaia è assicurata. Poi, un giorno, qualcosa va storto, perché in queste cose c’è sempre, una volta o l’altra, qualcosa che va storto e Driver diventa una preda con un mucchio di dollari addosso. Sarà guerra e, ovviamente, armistizio e tregue non sono opzioni neanche prese in considerazione.

Con Drive James Sallis fa un salto nel passato, rinverdendo la gloriosa e mai doma tradizione dell’hard boiled o, più nello specifico, delle storie pulp basate sull’azione, la violenza e personaggi tagliati con l’accetta. La cosa a suo modo straordinaria, però, è che Driver è sì un personaggio classico, durissimo e impossibilitato a provare un qualsivoglia briciolo di empatia – o quasi -, diciamo classico del genere, ma tratteggiato così bene da essere assolutamente reale e plausibile. Driver non è un cliché, una sottomarca tipo il Fidel dell’Esselunga, bensì un personaggio autonomo dipinto in una infinita varietà di grigi, un violento che ha spersonalizzato e disumanizzato la violenza per necessità e destino piuttosto che per una volontà di potenza. Noi proviamo vicinanza con Driver, quasi una forma estrema di pietà e cristiana compassione per un bambino triste e fottuto dal Fato la cui vita, letteralmente, si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza con zanne e unghie affilate, uno a cui lo scorrere del tempo non può fare a meno che sottrarre, uccidendo, tutto ciò che ama o che vorrebbe dargli amore.

James Sallis

Sallis, inoltre, in un romanzo breve come Drive dà una lezione di stile e di composizione di una struttura narrativa mediante i suoi avanti e indietro temporali che seppur mantenendo il focus dell’attenzione su una storia principale – tipicamente pulp – ci permettono di guardare alle spalle del protagonista, contestualizzandolo e rendendolo più complesso grazie alla conoscenza del suo passato e, tutto ciò, in brevi capitoli, subitanee incursioni che tanto danno senza nulla togliere. Drive, quindi, se può tranquillamente essere letto come una storia di crimine e violenza, classicamente on the road, allo stesso tempo può diventare un incredibile affresco su una solitudine che, come in tutte le grandi storie della letteratura scritte da grandi scrittori, diventa una storia della solitudine, travalicando i limiti dello spazio e del tempo per parlare, sempre, all’umanità intera, dando un fulgido esempio di come la letteratura di genere – la letteratura di genere – sia uno dei mezzi più straordinari per indagare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature.

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