Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Archivio per la categoria “Cinema”

Django Unchained – regia di Quentin Tarantino

Django Unchained

Django Unchained

DJANGO UNCHAINED
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson

Spike Lee non ha capito un cazzo. Un po’, forse, perché si è messo a parlare di Django Unchained, il nuovo film di Quentin Tarantino, prima ancora di averlo visto. Un po’ perché, probabilmente, c’è chi si mette in testa un’idea, un preconcetto, diciamolo pure, un pregiudizio, e quello rimane, niente potrà fargli cambiare opinione perché, diversamente, significherebbe ammettere di avere torto, di aver detto una minchiata. Di non averci capito nulla. Appunto.

Dice il buon Spike, uno che crede di avere il monopolio del diritto di parola in merito alla questione della schiavitù in America, che non si tratta così un argomento tanto delicato e doloroso. Troppo leggero il modo di fare cinema di Quentin. Troppo spazzatura il caro, vecchio, amatissimo western all’italiana che tanti orgasmi multipli ha garantito negli anni a generazioni di maschi. Ma se Django Unchained è piaciuto pure a mia moglie che non ama il western né la violenza né il modo di metterla in scena di Tarantino – anche se ormai sarebbe meglio usare il passato, dire “amava” – vuol dire che quel maledetto geniaccio della settima arte ci ha preso un’altra volta, con il suo modo di fare è riuscito a mettere su un prodotto capace di piacere a chiunque, di spaccare, lo schermo e il botteghino. E così facendo ha parlato, eccome, di schiavitù e ne esce quel che era: una grandissima merda. Una vergogna per tutti noi, per noi esseri umani, per noi bianchi, ma anche per i neri a volte conniventi o, addirittura, essi stessi schiavisti, come descritto nell’ottimo romanzo di Edward P. Jones Il mondo conosciuto. Perché la merda, dicevamo, ha sempre lo stesso colore e lo stesso odore, chiunque la faccia.

Tarantino riesce in quello in cui ha fallito Spike Lee con il suo Miracolo a Sant’Anna, tentativo di epopea dei cosiddetti buffalo soldiers, i soldati neri che combatterono durante la seconda guerra mondiale anche in Italia. Ma se il Miracolo di Spike non riesce neanche a tenere sveglio lo spettatore e si situa lontanissimo da un capolavoro su altri buffalo soldiers, quelli del Glory si Edward Zwick, ambientato durante la guerra di secessione, poco oltre la metà dell’Ottocento, Tarantino prende un tema delicatissimo e lo impasta con una farina composta da cultura popolare, se non vi fa schifo l’aggettivo. E non è un ossimoro. Perché Miracolo a Sant’Anna l’hanno visto in otto, Django in milioni di persone, ragazzini che magari non sanno un cazzo di schiavismo, guerre, apartheid e diritti civili, ma che conoscono Tarantino e il suo modo di fare cinema, di rendere semplici le cose difficili, piacevoli le cose spiacevoli. Abbassare le cose ad altezza uomo non vuol dire sminuirle, vuol dire fare cultura. È questo che fa la letteratura di genere. È questo che fa il cinema popolare. Se ancora stiamo qui a discutere di come dire cosa, beh, prendetevi il Grande Fratello e andate un po’ tutti a farvi fottere.

Ma Django, oltre a questa doverosa nota, è un capolavoro assoluto perché ti fa amare il cinema e ti consente di guardarlo con gli occhi di uno che lo ama ancora di più. Possiamo stare qui fin che vogliamo a incensare i vari B-movie degli Anni ’70 e a rivalutarli, ma non si può non ammettere che Quentin Tarantino li ha presi e li ha sparati nell’olimpo della storia del cinema, elevandoli dove neanche credevano, quelli, che potesse esistere un’arte cinematografica a quelle vette. La pasta al burro sarà anche buona, ma se la cucina Gualtiero Marchesi diventa arte.

Waltz e Foxx

Waltz e Foxx

Django Unchained, sebbene con il vecchio Django di Corbucci condivida solo il nome e il commovente cameo di Franco Nero, è un omaggio a un genere interpretato da fuoriclasse. Leonardo DiCaprio è adeguato oltre ogni supposizione nei panni del bambino ricco e viziato, fottuto, nella versione italiana, dal cronico, pessimo doppiaggio che gli appicca addosso questa voce da quindicenne. Samuel Lee Jackson ti fa venire voglia di rompergli il culo con il suo fare da nerobianco e Jamie Foxx spacca nei panni di un Django in cerca della sua amata, con il suo carico di rabbia che gli sprizza dagli occhi, neanche fosse una Dulcinea del Toboso cinematografica. E poi c’è lui, Christoph Waltz, una spanna sopra tutto e tutti, un cannibale che si mangia la prima parte del film, una spalla che diventa testa, corpo e mente di una pellicola grazie a un personaggio affascinante e con qualche affinità con l’Hans Landa di Bastardi senza gloria, almeno dal punto di vista della presenza scenica e dalla capacità di interpretare un ruolo che non lascia spazio a ripensamenti o titubanze. L’unica cosa che stupisce davvero, parlando di Christoph Waltz, è capire dove sia stato prima dei Bastardi e perché.

Django Unchained è un lavoro di chiara firma tarantiniana, con tutti i suoi marchi di fabbrica, i dialoghi sempre in equilibrio sul filo di un tragico umorismo, le scene pulp, l’imprevedibilità narrativa, la colonna sonora spiazzante e capace di cambiare le carte in tavola, la sparatoria-massacro in ambiente chiuso che se non ci fosse non ci piacerebbe. Cambia l’ambientazione, la declinazione del Verbo, non la matrice. Ma alla fine c’è un cinema fatto di pietre miliari con il nostro Trinità, uno di quegli architravi che insieme a Fantozzi non possono non essere visti da chiunque dica di amare il cinema e di essere italiano. E, da parte del pubblico, giù lacrime, applausi e vuvuzela. Poi c’è la trama, la storia, ma questa non ve la racconto, andate al cinema e non rompete le balle.

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Cogan, il trailer

J. Edgar – regia di Clint Eastwood

J. Edgar

J. EDGAR
un film di Clint Eastwood
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer

Quando, un anno fa, avevo letto del nuovo progetto di Clint Eastwood, mi era subito parso che il più grande regista vivente stesse tornando sui suoi temi dopo la parentesi favolesca di Invictus e quella (apparentemente) metafisica di Hereafter.

Nessuno come il regista di Gran Torino è stato capace, in questi anni e un film dopo l’altro, di raccontare l’America del ‘900 e quella post 11 settembre dell’immigrazione, della diffidenza, dei “nuovi” americani, tanto da imbastire un racconto universale e modernissimo anche per noi che di americano non abbiamo neanche i jeans. Ma alla componente prettamente pubblica della sua narrazione, Clint Eastwood non ha mai rinunciato a esplorare quella dimensione, altrettanto universale ed eterna, rappresentata dall’animo umano, dalla sue passioni e miserie che, assecondando anche il pensiero machiavelliano, mai mutano al mutare delle epoche storiche. In questi lavori – Un mondo perfetto, Million Dollar Baby, I ponti di Madison County, solo per citarne alcuni – è stata la dimensione privata a prendere il sopravvento, anche se analizzando con maggior cura la produzione di Eastwood appare immediatamente evidente come questo doppio ambito – pubblico e privato – non possa fare a meno di emergere ogni qualvolta gli sia lasciato spazio, perché la società è un aggregato di individualità e gli individui non sono monadi nell’universo, bensì vivono in un brodo primordiale fatto di rapporti interpersonali e di norme sociali.

Così come altri film – Changeling, Gran Torino, Fino a prova contraria, in parte Mystic River – questo J. Edgar racchiude in sé il doppio ambito di cui ho appena parlato, accentuando ulteriormente, come fosse un pendolo che rintocca le ore, il continuo oscillare tra il dentro e il fuori dei personaggi che mette in scena.

Fare un biopic su J. Edgar Hoover, il padre-padrone degli Stati Uniti d’America per ben cinquant’anni e otto, dicasi otto, presidenti e relativi staff, non è cosa facile, sia per la mole di materiale che deve essere preso in esame e messo in scena per fare qualcosa che sia anche solo accettabile e apparentemente esaustivo, sia per la delicatezza e ambiguità degli argomenti e dei fatti trattati. Lo stesso Hoover, interpretato da un magnifico DiCaprio, era quanto di più ambiguo uno potesse immaginare, continuamente in bilico, anche lui, tra la legalità e l’illegalità, la giustizia e l’ingiustizia, l’eroismo e la codardia. La scelta di Eastwood di esacerbare, quindi, questo continuo rimpallo tra la figura pubblica del dittatore dell’FBI e quella privata di un uomo fragile, complessato, gay represso e, aggiungerei, profondamente infelice, appare quanto mai opportuna e vincente nel suo non cedere mai all’empatia, a quella tendenza all’apologia e all’agiografia che spesso hanno i lavori biografici.

Forse siamo attratti tanto dal Bene quanto dal Male, dal fascino della risolutezza e delle certezze. Chiediamo continuamente a gran voce la nostra libertà, ma quando l’abbiamo siamo disposti a cederla per un aumento di stipendio o per una carezza da parte del nostro datore di lavoro e del ras di turno. Pochi, quindi, potranno sentirsi attratti dall’essere bifronte di Hoover, dal suo non riuscire a vivere un rapporto affettivo completo e appagante con Clyde Tolson, il suo braccio destro, e il sopperire a tutto ciò con l’enfasi nel lavoro, reale elemento succedaneo di una sfera emotiva e affettiva inesistente.

Leonardo DiCaprio

È l’ambiguità il cardine del J. Edgar di Clint Eastwood, la messa in scena di un uomo che comunque ha fatto tanto per il suo Paese – o credeva di farlo – ma che altrettanto gli ha tolto, usando il suo potere pubblico per mantenere i propri vizi privati, quell’elemento succedaneo di cui parlavo poco sopra e senza il quale, semplicemente, Hoover non sarebbe esistito. Pubblico e privato si intrecciano fino a confondersi, tanto che i dossier provati del capo dell’FBI non servono alla sicurezza nazionale, ma al ricatto a fini personali, nell’illusione di controllo che attanaglia tanti uomini di potere, oggi come sempre nella Storia. Quello che ne risulta è un magnifico affresco di una infelicità infinita e viscerale, una vita spesa in cui la miseria morale è sempre stata mascherata, come una gerbera, da successo, influenza e potere, quando invece, chiusa alle proprie spalle la porta della camera da letto, davanti allo specchio, altro non sarebbe rimasto che una immagine vuota. E di lì la fine.

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Sherlock Holmes-Gioco di ombre – regia di Guy Ritchie

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

SHERLOCK HOLMES – GIOCO DI OMBRE
un film di Guy Ritchie
con Robert Downey jr, Jude Law, Noomi Rapace, Jared Harris, Sthepen Fry

Anche con il rischio di farvi andare panettone e cotechino di traverso ve lo devo dire: a Andrew Martin dell’Independent l’ultimo film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes – Gioco di ombre, proprio non è piaciuto: “Lo Sherlock che ho letto da ragazzo era un uomo intelligente e riflessivo mentre il personaggio che incarna il celebre detective in Gioco di ombre – più videogioco che gioco – è iperattivo, acrobatico, allucinato, frenetico”. Il personaggio partorito dalla penna di sir Arthur Conan Doyle era, scrive ancora Martin, “un uomo di grande eleganza, altissimo e talmente magro da apparire ancora più alto”. Della stessa lunghezza d’onda il critico cinematografico de Il Fatto Quotidiano – da cui ho ripreso le parole del giornalista dell’Independent e la sua stroncatura – Carlo Antonio Biscotto che, dopo aver massacrato Gioco di ombre sia per la trama sia per i dialoghi, oltre, ovviamente, per la rivisitazione stessa del suo protagonista, conclude il breve pezzo affermando che “Sir Arthur si sarà rivoltato nella tomba”.

Ora, io non so se i morti si rivoltino o meno nella tomba, a maggior ragione quelli schiattati cento e passa anni fa e di cui, ormai, la memoria è persino fin troppa grazia, ma se così fosse Conan Doyle si sarà rivoltato piuttosto per il godimento che il lavoro, duplice, di Guy Ritchie gli avrà conferito e per la straordinaria riesumazione, questa sì, di un personaggio letterario celeberrimo e conosciuto meno solo di Berlusconi, mentre Gesù, al terzo posto, altro non è che un puntino distante.

Certo, uno poteva prendere un attore segaligno e con il naso lungo e sottile, mettergli in testa quel ridicolo cappellino, in bocca una pipa di spugna e una marsina sulle spalle, affiancargli un dottore a cui rifilare l’“elementare Watson” e via. Ma la domanda, a questo punto, sarebbe stata un’altra: perché? Che senso avrebbe avuto? Ci sono personaggi e storie che già sulla carta, nei romanzi, sono perfetti e non necessitano di alcuna trasposizione cinematografica, a maggior ragione se in un secolo di cinema e tv ne hanno già avute a dozzine. Riproporre lo Sherlock Holmes tanto caro a Martin e Biscotto – e anche a chi cerca di scrivere, con sempre maggiore fatica, ve ne sarete accorti, questo blog – sarebbe stato tanto superfluo quanto dannoso. Ricordiamo tutti il flop cinematografico di The Killer Inside Me, tanto per citare un esempio e chiarire ciò che voglio dire. Lo Sherlock Holmes letterario ognuno se lo immagina un po’ come vuole, come più gli aggrada, plasmando all’interno di quei quattro canoni il proprio Holmes e il proprio Watson. Stessa cosa dicasi per la storia: i gialli di Conan Doyle sono conosciuti forse anche dai bambini dell’asilo, così come le loro soluzioni, trasporre Uno studio in rosso sarebbe forse stato interessante? Sarebbe stato in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, la sua curiosità, o, piuttosto, altro non sarebbe stato se non una concessione alla nostalgia di ex giovani lettori e dei loro anni verdi ormai sfumati?

In Gioco di ombre, oltre allo Sherlock Holmes e al dottor Watson magnificamente interpretati da Robert Downey jr e Jude Law, anche la trama stessa è una novità, un qualcosa in grado di ammiccare alla Storia che sfocerà nella Prima guerra mondiale e, più in generale, alla natura dell’animo umano. Moriarty – un ottimo Jared Harris – è personaggio tanto crudele quanto affascinante, il classico esempio di umanità a cui la natura ha dato tutto, morale esclusa, un uomo verso il quale ci sentiamo attratti per la sua intelligenza e per il suo potenziale di successo, uno capace di scrivere una saggio sul moto di un asteroide mentre orchestra scenari geopolitici e industriali che riguardano l’Europa intera.

Rapace, Downey jr e Law

Questa, la rivisitazione di Sherlock Holmes tanto in termini di trama quanto di caratterizzazione, è probabilmente l’unica, reale maniera per mantenere vivo un personaggio come quello domiciliato a Baker Street e, ne sono certo, a donargli una nuova giovinezza che porterà tanti ragazzi a riprendere in mano l’originale e quella serie di quattro romanzi che, non dimentichiamolo, risalgono ad appena una quarantina d’anni dopo I promessi sposi. Tutto ciò grazie anche alla tecnica di Ritchie, uno che, dopo il divorzio da Madonna, è tornato a fare buoni film, lasciando le vaccate alla ex moglie. L’azione, infatti, in Gioco di ombre è ininterrotta per due ore filate e l’ambientazione nella Londra di fine Ottocento quanto mai spettacolare e gotica, quasi dickensiana. Forse proprio tutta questa azione, farcita da abbondante humour, potrà non piacere ai puristi holmesoniani, ma personalmente non conosco altra via per l’immortalità se non la rielaborazione personale dei canoni, il continuo reinventare i nostri classici, le nostra fondamenta culturali, senza per questo motivo scalfire minimamente la loro grandezza originaria.

Sir Arthur Conan Doyle, quindi, ammettendo che i morti si girino nella tomba, si sarà mosso, sì, ma per mettersi comodo e per vedere come il suo amato personaggio sarebbe stato in grado di affrontare le sfide che il nuovo mondo gli avrebbe parato davanti. E noi con lui.

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Jonah Hex – regia di Jimmy Hayward

Jonah Hex

JONAH HEX
un film di Jimmy Hayward
con Josh Brolin, John Malkovich, Megax Fox

Sarà capitato sicuramente anche a voi di scorrere la trama di un film, occhieggiare la locandina e leggere i nomi degli interpreti ed essere convinti che qualcosa di buono, in questa roba qui, ci deve essere, questa pellicola potrà divertire, emozionare, far riflettere o gettare un po’ di luce su argomenti e mondi sconosciuti. Poi ti schiaffi nella poltrona del cinema o sul divano del salotto, di traverso e bello spaparanzato e alla fine, dopo i titoli di coda dici: tutto qui?

Jonah Hex del regista Jimmy Hayward è uno di questi casi, di queste enormi delusioni cinematografiche. Avevo adocchiato al Blockbuster appena uscito, attirato dal volto sfigurato di Josh Brolin in locandina e dall’abbigliamento in stile western che faceva presagire ambientazioni, seppur lontane dalla tradizione del genere, che mi avrebbero tenuto compagnia per un’ora e mezza. Poi ero stato pure attirato anche dal trailer, quella fottuta e maledetta macchinetta commerciale che rende ogni pellicola del cazzo un capolavoro. Jonah Hex appariva come il classico cinefumetto sparatutto, anche e soprattutto perché era l’ennesima trasposizione dell’ennesima graphic novel omonima, nata negli anni ’50 e ultimamente rispolverata da un team di scrittori amanti di questo genere ibrido e crossover capeggiati da nientepopodimenoche Big Joe Lansdale, che appare anche nei contenuti speciali in una intervista che spiega quanto sia bello Jonah Hex e delle modifiche apportate alla versione originale, aggiungendo quel pizzico di soprannaturale che fa tanto Signore del Rasoio o giù di lì.

E però un cinefumetto, come qualsiasi opera action e che prometta sparatorie, inseguimenti e scazzottate, beh, deve anche mantenere qualcosa di quello che promette. Cioè, non è possibile che il trailer sia la parte più bella dell’intero film, che guardando il minuto e mezzo di spot sia coperta la quasi totalità di scene d’azione proposte. No, no e ancora no. Non è accettabile. A maggior ragione se Hayward e gli sceneggiatori – Mark Neveldine e Brian Taylor – sprecano un così alto potenziale tanto di soggetto, non dovendo inventare niente perché il Jonah Hex personaggio esiste già da cinquant’anni e ha mietuto fan un po’ in tutto il mondo, quanto di cast a disposizione, visto che al già citato Josh Brolin nei panni del protagonista la pellicola annovera tra le proprie fila anche Megan Fox, più bella che brava, e, soprattutto, John Malkovich, più bravo che bello e assolutamente sprecato in un ruolo che pare quasi una comparsata, una maschera senza alcuno spessore e con un ruolo poco più che marginale. Si poteva risparmiare sull’ingaggio di Malkovich e rispettare maggiormente la sua filmografia per una boiata simile. E lo dico, in primis, allo stesso John, che so essere un appassionato lettore di Pegasus Descending grazie a Google Translator.

Josh Brolin

La trama di Jonah Hex è di una esilità che induce alla tenerezza, come vedere quei bimbi rachitici di inizio secolo e avere voglia di prenderli tra le braccia, ma senza stringere troppo per il timore di spezzarli in mille pezzi. Tutto è scontato nel lavoro girato da Hayward, nonostante la storia cerchi di portare lo spettatore verso un climax crescente, tutto ciò che si ottiene è una noia varia e diffusa, senza mai un cambio di ritmo e con delle scene d’azione che paiono buttate lì proprio perché devono esserci in base al contratto stipulato con il produttore.  

Josh Brolin, volendo essere sinceri, ce la mette anche tutta al fine di fornire un poco di pathos al suo algido protagonista, giustamente spietato dopo che il Malkovich/Turnbull, suo ex generale durante la guerra di Secessione americana combattuta dalla parte dei confederati sudisti, gli ha sterminato la famiglia. Jonah Hex, venendo a patti con la morte, torna alla vita, seppur sfigurato da una enorme ustione in volto lasciatagli proprio da Turnbull. E gli giura vendetta. Almeno quando viene a sapere che il suo ex comandante, a differenza delle notizie ufficiali, è vivo e vegeto e, per di più, con bellicosi propositi distruttivi grazie a una nuova e segretissima – o almeno così doveva essere – arma segreta in mano al Governo USA che, da polli, se la fanno soffiare. Fare secco Turnbull è ora anche un ottimo pretesto per salvare qualche migliaio di vite innocenti.

Il finale potete anche immaginarvelo senza che io ve lo racconti. Di novità, all’orizzonte, neanche l’ombra. Non so quanto Jonah Hex sia fedele al fumetto, ben poco, credo, da quel poco che ho intuito, a partire dalla componente soprannaturale pure, diciamolo, piuttosto inutile ai fini della storia e del suo svolgimento. Insomma, tanta noia e poco altro. E non c’è niente di più triste di un film action o d’avventura noioso.

Di seguito il trailer di Jonahh Hex del regista Jimmy Hayward:

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Novità in libreria: London Boulevard di Ken Bruen

London Boulevard

A dire il vero, prima del romanzo sono venuto a conoscenza dell’omonimo film interpretato da Colin Farrell e Keira knightley e diretto da William Mohanan. L’americano Mohanan è uno degli sceneggiatori più interessanti della Hollywood odierna, avendo firmato Le crociate e Nessuna verità di Ridley Scott, Fuori controllo con Mel Gibson e, soprattutto, The Departed, film capolavoro di Martin Scorsese, uno dei gangster movie più belli degli anni 00, pellicola, quest’ultima, che gli ha consentito di vincere un meritatissimo Oscar come miglior sceneggiatura. Ora, con London Boulevard, trasposizione del romanzo dello scrittore inglese Ken Bruen, William Mohanan approda anche alla regia, anche se non può non destare sorpresa che uno degli sceneggiatori di maggiore prospettiva e talento che vi siano in circolazione, per il suo primo film, si affidi a un lavoro non originale e, in particolare, non scritto da lui. Comunque, come al solito, non resta che vedere e leggere.

LONDON BOULEVARD (London Boulevard)
di Ken Bruen
ed. Casini
Traduzione di Claudia Checcacci

TRAMA: Dopo aver scontato una condanna per aggressione, Mitchell è di nuovo a piede libero, ma il suo passato tenebroso e violento sembra proprio non volerlo abbandonare. L’unico impiego che gli viene offerto – riscuotere debiti a nome di un usuraio – lo costringe a fare di nuovo i conti con il suo lato oscuro e spietato.
Ma la svolta è dietro l’angolo: una ricca attrice lo ingaggia come guardia del corpo tuttofare e incontra finalmente la donna della sua vita, la bella Aisling. Tutto sembra andare per il meglio, e Mitchell crede di poter finalmente diventare una persona migliore… ma l’imprevisto è in agguato e in un crescendo di colpi di scena la sua vendetta si scatenerà terribile e implacabile, sullo sfondo di una Londra sempre più cupa e inquietante.

Di seguito il trailer del film London Boulevard di Willian Mohanan, tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen:

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In the Electric Mist – regia di Bertrand Tavernier

In the Electric Mist

IN THE ELECTRIC MIST
un film di Bertrand Tavernier
con Tommy Lee Jones, John Goodman, Justina Machado

In the Electric Mist, film tratto dal quasi omonimo romanzo di James Lee Burke – In the Electric Mist with Confederate Dead, tradotto come L’occhio del ciclone – giunge, dopo quasi tre anni, finalmente anche in Italia, anche se direttamente in home video e senza uno straccio di pubblicità, tanto che se non fossi un ex dipendente Blockbuster e non continuassi a frequentare settimanalmente il mio vecchio posto di lavoro e gli amici che lì ho lasciato, manco me ne sarei accorto. E io adoro James Lee Burke, a tal punto da dedicargli pure il titolo di questo fottuto blog.

Continua, quindi, l’embargo nei confronti di uno tra i migliori scrittori di genere viventi e tra i più formidabili autori e narratori contemporanei di storie e mondi. Se noi quattro appassionati di questo autore nel Bel Paese possiamo vedere un film con Dave Robicheaux come protagonista, beh, dobbiamo ringraziare il regista francese Bertrand Tavernier, appassionato tanto quanto chi frequenta Pegasus Descending. Già autore di un documentario sul Sud degli Stati Uniti d’America e cantore delle sue bellezze e miserie, dei suoi sapori e dei suoi odori, Tavernier incontra James Lee Burke e Tommy Lee Jones per portare sul grande schermo – per la seconda volta, la prima per lui – il detective di New Iberia Dave Robicheaux e forse personaggio meglio riuscito della narrativa dello scrittore della Louisiana.

La storia rimane estremamente fedele al romanzo, seppur con la licenza poetica di ambientarla in un Sud post-Kathrina invece che nel 1993 come nel romanzo di Burke. La lieve modifica, se è vero che non cambia molto ai fini del racconto e dello sviluppo della storia, perché a Dio piacendo tempeste e uragani sono quasi all’ordine del giorno in Louisiana, quello che viene a mancare dall’originale è il continuo rimbalzo tra la vicenda di Dave e il clima del territorio in cui vive e la cornice che l’imminenza dell’uragano conferisce all’intera storia. Fin dalle pagine iniziali del romanzo, infatti, sappiamo che qualcosa, e qualcosa di brutto, dovrà accadere. Lo sa Robicheaux nel momento in cui viene chiamato per il ritrovamento del cadavere di una giovane donna. E lo sanno tutti gli abitanti di New Iberia, Dave incluso, che qualcos’altro di ancora più grosso e che se ne fotte delle miserie e piccolezze umane si sta avvicinando, annunciato da quei nuvoloni neri laggiù sull’orizzonte con le loro scariche elettrostatiche. Questo sentimento di tragedia imminente, ecco, manca nel film di Tavernier, proprio per l’incapacità, forse causata anche dal differente mezzo narrativo – romanzo vs film – di giocare costantemente con il clima e l’ambientazione che, a differenza che nel romanzo, risulta decisamente più statica.

Tommy Lee Jones

Per un appassionato come il sottoscritto è stato invece estremamente divertente e stimolante osservare la trasposizione cinematografica della casa di Dave, del suo negozietto di articoli per pesca, oltre al vedere la scelta del regista per le facce, da Robicheaux con quella di Tommy Lee Jones a Bootsie, passando per la ancora piccola Alafair. Nonostante nelle mie future letture il detective di James Lee Burke rimarrà con la faccia, a dire il vero non molto definita, che si è formata, romanzo dopo romanzo, nella mia mente, un confronto con l’immaginazione altrui è sempre cosa piacevole. Io, per me, raffiguravo in modo totalmente differente l’abitazione della casa di Dave, me l’ero pensata con più verde, un bel giardino e i campi coltivati a un passo, poco lontano dall’acqua del bayou che placido si apriva un varco tra le fronde degli alberi e piante acquatiche. Ma, questa, è l’incredibile avventura della letteratura e specchio sorprendente di quello che è il cervello umano.

Tavernier non inventa niente, essendo invece costretto a potare un po’ la trama e la sua complessità per tradurla in un prodotto esportabile sul grande schermo. Tommy Lee Jones, con la sua faccia dolente e dura allo stesso tempo, è perfetto per il ruolo di Robicheaux, un personaggio liricamente tragico adatto a rappresentare ogni opposizione al decadimento morale e sociale di un’America, e un mondo, che invece sembra fottersene di tutto e tutti. Se nel romanzo la parte spirituale e inconscia riveste, inoltre, un ruolo fondamentale senza, diversamente da altri lavori, scadere mai nella trovata pacchiana e new age, nel film questo aspetto narrativo viene sostanzialmente trascurato rimanendo totalmente scollegato dall’evolversi della storia, a differenza che nel lavoro di Burke dove risulterà addirittura risolutivo dell’intera vicenda, quasi a sottolineare l’incapacità dell’uomo di resistere al destino e a narrazioni, nel bene o nel male, già scritte.

Di seguito il trailer di In the Electric Mist del regista Bertrand Tavernier:

The Fighter – regia di David O. Russell

The Fighter

THE FIGHTER
un film di David O. Russell
con Mark Wahlberg, Christian Bale, Melissa Leo, Amy Adams

Il regista David O. Russell deve probabilmente ringraziare la determinazione di Mark Wahlberg se è giunto alla direzione di The Fighter, storia di pugili e di pugilato fortemente voluta proprio dall’attore che qui interpreta il protagonista della pellicola, il welter Mickey Ward. Ma se tutto il film è degno di nota, beh, un po’ tutti coloro che hanno lavorato intorno a questo progetto devono lastricare di rosso una strada che dalla casa di produzione porta fino a quella, londinese, in cui risiede Christian Bale che, conferendo anima e corpo al fratellastro di Mickey, Dickie Eklund, consegna alla storia del cinema una delle prove d’attore più significative dell’intera settima arte.

The Fighter è una classica storia americana, declinata di volta in volta in maniera diversa ma sostanzialmente sempre uguale a se stessa, che prevede come suo cardine l’individualismo esasperato di cui la cultura yankee è impregnata e che, probabilmente, ha anche contribuito a fare degli States quella landa infinita di opportunità e occasioni che ancora rappresenta. All’uomo solo contro tutti fa poi da corollario una vita di stenti permeata dalla necessità di sbarcare ogni giorno il lunario che consenta di mettere insieme il pranzo con la cena, oltre a famiglie povere, ignoranti e ingombranti in grado di ripercorrere, aggiornandola e attualizzandola, una vasta letteratura che da Caldwell passa per Steinbeck arrivando a Faulkner, tramutando in arte, sublime, quella porzione d’umanità reietta e dimenticata che da sempre ha rappresentato l’altra faccia di quell’oceano delle opportunità di cui dicevamo pocanzi.

Per mettere in scena la disperazione e la fama di rivincita che attanaglia queste fasce di popolazione, la boxe rappresenta l’elemento ideale, il substrato sportivo e sociale d’elezione. E se non è facile riuscire a utilizzare questo potentissimo mezzo narrativo per dire qualcosa di nuovo, il suo racconto ogni volta diverso riesce comunque a non stancare mai. La boxe, nel cinema come nella letteratura, è infatti sempre stata strumento per parlare del mondo e dell’uomo, essenzialmente per la sua natura intrinsecamente tragica che la rende la summa intellettuale dell’analoga tragedia umana. E se con Million Dollar Baby di Clint Eastewood – racconto preso da un lavoro dello scrittore J.K. Toole – la boxe diventa pretesto per parlare, tra le altre cose, di un tema scottante e delicato come l’eutanasia, in Cinderella Man la biografia di James Braddock viene trasformata da Michael DeLisa e Ron Howard nel paradigma della Grande Depressione e nella forza, ancora una volta esclusivamente individuale, a cui milioni di americani hanno fatto ricorso per tirarsi fuori da una situazione di miseria e disperazione. Ma potremmo ancora citare l’Alì di Michael Mann o il Toro Scatenato di Martin Scorsese con un Robert De Niro che insieme a Heat – La sfida fornisce, forse, una delle migliori interpretazioni della sua lunga – e ormai declinante – carriera.

Bale e Wahlberg

The Fighter è un film contenutisticamente più semplice e lineare rispetto alle opere appena citate e con un finale conciliante che, come da prammatica, prevede una bella colonna sonora, magari una canzone rock, a incorniciare lo scorrere delle fotografie del vero Mickey Ward. Ma c’è Christian Bale e la sua recitazione da pelle d’oca a spazzare via la polvere del già visto, nonostante un Wahlberg gonfio come non mai ma altrettanto statico, sempre uguale a se stesso indipendentemente dal ruolo interpretato. Il buon Mark, avendoci messo del suo, anche in termini economici, in questo lavoro, si è giustamente accaparrato il ruolo di protagonista, anche se prendersi come spalla uno come Christian Bale a interpretare un ruolo tanto complesso quanto schizzato e, di conseguenza, adattissimo alle sue caratteristiche, può avere come effetto collaterale la vincita, per quest’ultimo, di un Oscar come miglior attore non protagonista, tra l’altro doppiato anche da una bravissima Melissa Leo, che interpretando una mamma che crede sempre fare il bene facendo, invece, sempre il male per il proprio figlio ricompre un ruolo faustiano al contrario.

Bale, trasfigurando anche il proprio fisico per meglio rappresentare lo sfacelo figlio dell’eroina, gioca con il proprio peso e i propri muscoli, condensando in un unico personaggio l’intera anima di un quartiere periferico, instillando in Dickie una complessità totalmente assente in Mickey, mettendo ancora più in evidenza i limiti di Wahlberg. Si può anche pensare che sia il personaggio di Mickey stesso, schiacciato da una mamma invadente e da una famiglia mai capace di farsi i cazzi propri, a richiedere una interpretazione da bamboccione gonfiato. E però Ward è realmente un personaggio tormentato, o così dovrebbe essere, tanto da oscillare continuamente, come un equilibrista, tra l’influenza sociale potentissima che il gruppo familiare è in grado di esercitare modellando le scelte e le azioni del singolo e, all’opposto, quella richiesta individualistica tanto cara al made in USA. Wahlberg, però, fallisce nella rappresentazione di tutto ciò e nella manifestazione del dilemma interiore di Mickey, evidenziando una serie di limiti di difficile soluzione. Il finale, quindi, è scontato e la morale la solita e forse anche per questo è ancora più sorprendente segnalare un tale capolavoro d’attore, come quello messo in piedi da Christian Bale, in un film tutto sommato modesto e niente più se non piacevole. Ma i fiori non nascono dai diamanti. Mai stato così.

Di seguito il trailer di The Fighter del regista David O. Russell:

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Il Grinta – regia di Joel e Ethan Coen

Il Grinta

IL GRINTA
un film di Ethan e Joel Coen
con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld

Quando Tom Chaney, fuorilegge di quarta categoria, fa secco il padre della quattordicenne Mattie Ross, ancora non sa che uno schnauzer nano gli si sta per attaccare alle palle. Mattie, infatti, a dispetto della giovane età e dell’essere una donna in un mondo maschilista per antonomasia – la frontiera USA a cavallo tra Ottocento e Novecento – afferra subito il toro per le corna facendosi carico della propria famiglia e della necessità di riscuotere ciò che è suo e indispensabile per il loro sostentamento. Messasi in viaggio, arriva nella città in cui il genitore ha trovato la morte, per due motivi fondamentali: ingaggiare il peggior figlio di puttana sulla piazza pronto a piantare una pallottola nella testa vuota di Tom Chaney e ricontrattare la vendita di una partita di puledri con un affarista arraffone.

Tutto, all’inizio del film dei fratelli Coen remake del celeberrimo Il Grinta di Henry Hathaway del 1969 che valse un premio Oscar a John Wayne, è volto a elevare la personalità di Mattie sopra la media, odierna e di allora. Quindi Mattie contratta manco fosse in un suk arabo; Mattie assiste all’impiccagione di tre condannati in una pubblica piazza sgranocchiando noccioline; Mattie, a corto di risorse, dorme insieme a quegli stessi tre morti nel retrobottega del becchino; Mattie dorme, la notte dopo, insieme a una vecchia trombona, avendo l’albergo finito le camere libere. Ciò che muove la protagonista della trasposizione del romanzo di Charles Portis è un inveterato senso di giustizia afferente al Dio degli eserciti dell’Antico Testamento biblico piuttosto che a quello dell’amore e del perdono del Nuovo. E la redenzione, anche chiamata, in questo caso, vendetta, prende le sembianze di Reuben Cogburn, uno sceriffo che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie, uno che tra il vivo o morto, beh, preferisce di gran lunga il morto. Meno problemi.

Il Cogburn dei Coen, Il Grinta che dà il titolo a libro e film, a differenza di quello interpretato da John Wayne rinuncia a qualsivoglia barlume di nobiltà da cavaliere solitario per vestire i ben più adatti panni dello sfattone che per strappare pranzo e cena, oltre a dormire nel magazzino di un immigrato cinese, fa l’unica cosa che è in grado di fare: ammazzare.

Al duo Cogburn-Mattie si unirà il ranger texano LaBoeuf, elemento esterno alla vicenda perché proveniente da un altro Stato USA e continuamente in bilico tra l’accettazione e il rifiuto, la stima e la denigrazione. LaBoeuf, a differenza tanto di Cogburn quanto della piccola Ross, mantiene inalterato un senso della giustizia che vuole i condannati, anche pendagli da forca come Chaney, essere portati vivi e integri davanti a un legittimo tribunale. Saranno poi questi a infliggere la legge degli uomini. Ne Il Grinta, infatti, i Coen abbozzano una continua tenzone tra le due giustizie appena citate, quella degli uomini e quella di Dio, in cui la seconda, per la sua intrinseca natura, non permette alcuna mediazione e il come questa arriva, alla fine, non è poi cosa neanche così importante.

Jeff Bridges

Forse a causa della spasmodica attesa – mia e, credo, di molti appassionati di genere western e dei Coen – avevo altissime aspettative su questo nuovo lavoro dei registi di quel capolavoro che fu Non è un paese per vecchi. Oggi come allora il materiale narrativo su cui lavorare al meglio c’era tutto, grazie alla scrittura di due grandi autori americani come Cormac McCarthy e Charles Portis. Il risultato, invece, rasenta minimamente l’accettabile, avendo sprecato un potenziale mica male sia in termini di trama, morale o, più prosaicamente, cast. Utilizzare Matt Damon e Josh Brolin per un ruolo, il primo, poco più che abbozzato e, il secondo, per una mera comparsata, è un peccato difficilmente perdonabile. Non fosse stato per quel fenomeno di Jeff Bridges il cui Cogburn è infinitamente superiore a quello interpretato da Wayne, essendosi lasciato alle spalle ogni parvenza morale e moralistica per dare vita a un personaggio tragico e decadente, un uomo conscio tanto del suo fallimento sotto l’aspetto umano quanto del suo rimanere il rappresentante in estinzione di un mondo avviato lentamente, ma inesorabilmente, verso la sua fine. È la giustizia degli uomini, quella fatta di giurisprudenza, tribunali e avvocati il mattatore di gente come Cogburn, tanto che il film si apre proprio con un processo a Il Grinta in cui un avvocatuccio lo accusa, ma pensa un po’ te, di aver fatto fuori un ricercato. Roba da pazzi.

E la fine de Il Grinta, film e uomo, così come quello di un’epoca, analogamente a ogni tragedia che si rispetti, è la farsa, la commedia. La fine del west è il carrozzone del circo di Buffalo Bill. Perché “il tempo ci sfugge”, come dice una Mattie – e con lei, prima, molto prima, il poeta latino Orazio – ormai cresciuta e in cerca di chi, anni dietro, le ha reso giustizia, in un finale che per assonanza ricorda il racconto “The Dead” dei Dubliners di James Joyce.

Nonostante le potenzialità, però, questo ultimo lavoro dei fratelli Coen ha il retrogusto amaro dell’incompiuto, di un film che, in definitiva, non riesce in toto a esprimere tutto quello che avrebbe potuto dire e, quello che dice, non lo fa nel miglior modo possibile. Le idee, l’impalcatura c’è e l’ha fornita anni fa Portis. Ma tutto, eccezion fatta per la prova di Bridges e della Steinfeld – autentica rivelazione -, sprizza mediocrità da ogni poro, comprese le interpretazioni tanto di un Matt Damon forse ai suoi minimi storici per uno tra gli attori più interessanti e capaci di Hollywood, quanto di un Josh Brolin che ci aveva abituato ad altre vette d’intensità recitativa, come in uno degli ultimi lavori di Woody Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Ancora una volta, quindi, i Coen si dimostrano essere una coppia di registi notevolmente incostante dal punto di vista narrativo, oscillando continuamente tra il capolavoro (su tutti Il grande Lebowski, ancora con un indimenticabile Jeff Bridges, e Non è un paese per vecchi) e il flop (Burn after reading). Il Grinta, da mediocre, si situa in una posizione mediana che lascia allo spettatore poco altro oltre al barbone arruffato e alla benda sull’occhio di un redivivo, caro vecchio Drugo.

Di seguito il trailer de Il Grinta di Joel e Ethan Coen:

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Un gelido inverno – regia di Debra Granik

Un gelido inverno

UN GELIDO INVERNO
un film di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan

Probabilmente la storia già la sapete: Un gelido inverno, trasposizione cinematografica firmata da Debra Granik del bellissimo romanzo di Daniel Woodrell, ricalca fedelmente la trama narrata nel libro. Quando Ree, una sedicenne costretta a sobbarcarsi sulle proprie spalle il peso del sostentamento della famiglia, si sente bussare alla porta e già sa che non saranno buone nuove. Lo sceriffo della piccola comunità rurale in cui vive, spersa tra i boschi, le nevi, il freddo e la miseria di una provincia americana in cui le villette monofamiliare sono state sostituite da fatiscenti baracche di legno, lo sceriffo, dicevamo, sta infatti cercando il padre di Ree, un pregiudicato in attesa di giudizio per spaccio di anfetamine. Se non si presenterà, la settimana successiva, al processo intentatogli, le autorità locali confischeranno la casa in cui Ree vive con la madre malata e i due fratelli piccoli e il piccolo pezzetto di bosco circostante. Il padre, infatti, pur di uscire di galera ha dato questi unici averi come garanzia per la libertà su cauzione. A Ree, oltre tutto il resto, non rimane altra scelta che mettersi alla ricerca del padre, iniziando così un viaggio da oltretomba in un mondo violento, ignorante e criminale che come un parassita, una tenia, succhia le sostanze nutritive della società.

Debra Granik, con Un gelido inverno, non commette il più grande errore in cui potrebbe scivolare un regista o uno sceneggiatore che volesse tramutare in film un’opera romanzata su carta: essere infedele al testo. Le trama, infatti, segue quasi pedissequamente quella scritta originariamente da Woodrell, limitandosi a tradurre in immagini le parole dello scrittore di Springfield, Missouri.

Una natura prepotente e ingombrante, infatti, diventa l’indiscussa protagonista di questo racconto di frontiera dalle multiformi sembianze: se, a tratti, la vicenda si tinge di noir, perdendosi tra i mille rivoli e le false piste di una ricerca che ha il sapore dell’indagine, della ricerca di una persona scomparsa qual è, in definitiva, il padre di Ree, Un gelido inverno è anche, e forse essenzialmente, un grande racconto di formazione e di passaggio a una età ancora più adulta di quella che Ree è costretta a vivere. La continua sospensione tra le realtà e la voglia di fuga, di costruirsi un futuro diverso e lontano da quei boschi, nel romanzo è magnificamente e simbolicamente rappresentata dalle musiche new age ascoltate da Ree, oltre che dalla sua ferrea volontà di arruolarsi nell’esercito, insieme alla Marina l’unica via per i poveri di viaggiare e scoprire il mondo. Un gelido inverno, inoltre, ammicca in maniera prepotente alla narrativa western e di frontiera, un genere di letteratura in cui la natura è matrigna piuttosto che madre e le vite dei pochi uomini che hanno l’ardire di sfidarla continuamente messa a repentaglio da forze oggettivamente soverchianti. La Granik, non volendo inventare niente, acquisisce poi il punto di vista di Woodrell e la sua messa in crisi di una società americana in cui la periferia è una sua componente fondamentale, ripercorrendo le orme – e le sorti al Sundance Festival, vinto da entrambi – del notevole e ignorato Frozen River di Courtney Hunt.

Questa trasposizione cinematografica, quindi, dimostra di possedere tutte le qualità del romanzo di Woodrell proprio grazie alla sua fedeltà. Nella traduzione italiana, però, si perde forse gran parte di quel lavoro sulla lingua operato sia dallo scrittore nel suo romanzo sia dagli attori nelle versione originale, attenuando un poco il sapore ruspante di quelle martoriate zone per cedere il passo a un lavoro maggiormente universale. Come accade, però, anche con molte opere italiane, non sempre è possibile combinare allo stesso tempo la fluidità narrativa alla estrema fedeltà linguistica, dovendo, di solito, trovare un giusto compromesso tra questi due Scilla e Cariddi.

Nonostante il Sundance, purtroppo, temo comunque che Un gelido inverno, come il romanzo, rimarrà opera vista e letta da pochi cultori e appassionati, minando cronicamente la possibilità di poter usufruire anche nel nostro Paese di una produzione lontana da logiche commerciali da blockbuster, ma intrinseca essenza di un movimento intellettuale e artistico che sempre più dimostra di affondare le proprie radici in un substrato culturale che spazia da Caldwell a Faulkner, da Steinbeck e Fante, dimostrandosi capace come pochi di raccontare la realtà e il mondo che ci circonda e, forse anche per questo motivo, destinato sempre a soccombere davanti a produzioni milionarie in cui, tolti gli effetti speciali, rimane il nulla.      

Di seguito il trailer de Un gelido inverno della regista Debra Granik:

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