Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Django Unchained – regia di Quentin Tarantino

Django Unchained

Django Unchained

DJANGO UNCHAINED
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson

Spike Lee non ha capito un cazzo. Un po’, forse, perché si è messo a parlare di Django Unchained, il nuovo film di Quentin Tarantino, prima ancora di averlo visto. Un po’ perché, probabilmente, c’è chi si mette in testa un’idea, un preconcetto, diciamolo pure, un pregiudizio, e quello rimane, niente potrà fargli cambiare opinione perché, diversamente, significherebbe ammettere di avere torto, di aver detto una minchiata. Di non averci capito nulla. Appunto.

Dice il buon Spike, uno che crede di avere il monopolio del diritto di parola in merito alla questione della schiavitù in America, che non si tratta così un argomento tanto delicato e doloroso. Troppo leggero il modo di fare cinema di Quentin. Troppo spazzatura il caro, vecchio, amatissimo western all’italiana che tanti orgasmi multipli ha garantito negli anni a generazioni di maschi. Ma se Django Unchained è piaciuto pure a mia moglie che non ama il western né la violenza né il modo di metterla in scena di Tarantino – anche se ormai sarebbe meglio usare il passato, dire “amava” – vuol dire che quel maledetto geniaccio della settima arte ci ha preso un’altra volta, con il suo modo di fare è riuscito a mettere su un prodotto capace di piacere a chiunque, di spaccare, lo schermo e il botteghino. E così facendo ha parlato, eccome, di schiavitù e ne esce quel che era: una grandissima merda. Una vergogna per tutti noi, per noi esseri umani, per noi bianchi, ma anche per i neri a volte conniventi o, addirittura, essi stessi schiavisti, come descritto nell’ottimo romanzo di Edward P. Jones Il mondo conosciuto. Perché la merda, dicevamo, ha sempre lo stesso colore e lo stesso odore, chiunque la faccia.

Tarantino riesce in quello in cui ha fallito Spike Lee con il suo Miracolo a Sant’Anna, tentativo di epopea dei cosiddetti buffalo soldiers, i soldati neri che combatterono durante la seconda guerra mondiale anche in Italia. Ma se il Miracolo di Spike non riesce neanche a tenere sveglio lo spettatore e si situa lontanissimo da un capolavoro su altri buffalo soldiers, quelli del Glory si Edward Zwick, ambientato durante la guerra di secessione, poco oltre la metà dell’Ottocento, Tarantino prende un tema delicatissimo e lo impasta con una farina composta da cultura popolare, se non vi fa schifo l’aggettivo. E non è un ossimoro. Perché Miracolo a Sant’Anna l’hanno visto in otto, Django in milioni di persone, ragazzini che magari non sanno un cazzo di schiavismo, guerre, apartheid e diritti civili, ma che conoscono Tarantino e il suo modo di fare cinema, di rendere semplici le cose difficili, piacevoli le cose spiacevoli. Abbassare le cose ad altezza uomo non vuol dire sminuirle, vuol dire fare cultura. È questo che fa la letteratura di genere. È questo che fa il cinema popolare. Se ancora stiamo qui a discutere di come dire cosa, beh, prendetevi il Grande Fratello e andate un po’ tutti a farvi fottere.

Ma Django, oltre a questa doverosa nota, è un capolavoro assoluto perché ti fa amare il cinema e ti consente di guardarlo con gli occhi di uno che lo ama ancora di più. Possiamo stare qui fin che vogliamo a incensare i vari B-movie degli Anni ’70 e a rivalutarli, ma non si può non ammettere che Quentin Tarantino li ha presi e li ha sparati nell’olimpo della storia del cinema, elevandoli dove neanche credevano, quelli, che potesse esistere un’arte cinematografica a quelle vette. La pasta al burro sarà anche buona, ma se la cucina Gualtiero Marchesi diventa arte.

Waltz e Foxx

Waltz e Foxx

Django Unchained, sebbene con il vecchio Django di Corbucci condivida solo il nome e il commovente cameo di Franco Nero, è un omaggio a un genere interpretato da fuoriclasse. Leonardo DiCaprio è adeguato oltre ogni supposizione nei panni del bambino ricco e viziato, fottuto, nella versione italiana, dal cronico, pessimo doppiaggio che gli appicca addosso questa voce da quindicenne. Samuel Lee Jackson ti fa venire voglia di rompergli il culo con il suo fare da nerobianco e Jamie Foxx spacca nei panni di un Django in cerca della sua amata, con il suo carico di rabbia che gli sprizza dagli occhi, neanche fosse una Dulcinea del Toboso cinematografica. E poi c’è lui, Christoph Waltz, una spanna sopra tutto e tutti, un cannibale che si mangia la prima parte del film, una spalla che diventa testa, corpo e mente di una pellicola grazie a un personaggio affascinante e con qualche affinità con l’Hans Landa di Bastardi senza gloria, almeno dal punto di vista della presenza scenica e dalla capacità di interpretare un ruolo che non lascia spazio a ripensamenti o titubanze. L’unica cosa che stupisce davvero, parlando di Christoph Waltz, è capire dove sia stato prima dei Bastardi e perché.

Django Unchained è un lavoro di chiara firma tarantiniana, con tutti i suoi marchi di fabbrica, i dialoghi sempre in equilibrio sul filo di un tragico umorismo, le scene pulp, l’imprevedibilità narrativa, la colonna sonora spiazzante e capace di cambiare le carte in tavola, la sparatoria-massacro in ambiente chiuso che se non ci fosse non ci piacerebbe. Cambia l’ambientazione, la declinazione del Verbo, non la matrice. Ma alla fine c’è un cinema fatto di pietre miliari con il nostro Trinità, uno di quegli architravi che insieme a Fantozzi non possono non essere visti da chiunque dica di amare il cinema e di essere italiano. E, da parte del pubblico, giù lacrime, applausi e vuvuzela. Poi c’è la trama, la storia, ma questa non ve la racconto, andate al cinema e non rompete le balle.

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7 pensieri su “Django Unchained – regia di Quentin Tarantino

  1. Cristina in ha detto:

    Grandissimo!!!!!

    Cristina

  2. Walt in ha detto:

    Sottoscivo parola per parola, film fantastico e si, sul doppiaggio hai ragione, ho visto sia la versione originale sia quella doppiata in italiano: non c’è paragone. Solo su una cosa non sono d’accordo con te per una volta: Fantozzi. Sin da ragazzo ho sempre detestato Paolo villaggio, per non parlare di Bud Spencer e Terence Hill, avrei potuto bruciarli vivi. Per me il western all’italiana é stato altro, non la porcheria kitsch e commerciale di quesi due cialtroni

  3. Risposta alla domanda “Dov’era Cristoph Waltz prima di Bastardi”: ehm… in Austria? Fa l’attore da anni ma in pellicole austriache, che da noi non hanno alcun seguito🙂
    Perché: perchè è austriaco😀
    Ciao Andrea!!

  4. Ciao Andrea, io ogni tanto passo di qui…

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