Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il Professionista – W.C. Heinz

Il Professionista

IL PROFESSIONISTA (The Professional)
di W.C. Heinz
ed. Giunti
Traduzione di Roberto Serrai

Va bene “papà” Hemingway, ma dobbiamo tutti mettercelo in testa: se non ci fosse stato Wilfred Charles “Bill” Heinz non avremmo, probabilmente, neanche Elmore Leonard o, comunque, il Leonard che conosciamo e amiamo, quel maestro, al momento ancora insuperato, di stile.

Lo dice Leonard stesso in una recente prefazione al dimenticato Il Professionista, romanzo d’esordio di Heinz uscito nel 1958 e appena portato (o riportato?) in Italia da Giunti. “Quarantatre anni fa” dice Elmore “leggendo Il Professionista imparai a conoscere anche il modo in cui Bill Heinz eliminava dalla sua prosa tutte le parole non indispensabili. Mi resi conto che in un dialogo disse è l’unico verbo che serve. Disse arriva dritto al punto” prosegue l’autore di Out of Sight “e dà ritmo alla frase. Non c’è bisogno di usare rispose, replicò, suggerì, affermò: nulla. Allo stesso modo ho imparato che non serve un avverbio per spiegare come un personaggio dice una certa frase. <<Gli avverbi sono impicci>> dico sempre adesso che sono diventato un’autorità nel campo. Possono distruggere il ritmo della frase, distrarre, bloccare il flusso delle parole. Un avverbio è una parola dell’autore, non del personaggio; e se il primo deve farsi da parte, lo stesso vale per le sue parole. Se nel Professionista c’è un avverbio che modifica il verbo disse, vuol dire che il redattore ce l’ha infilato mentre Bill era distratto.” [pg. 10-11]

E se questa non è una lezione di scrittura, beh, ditemi un po’ voi cos’è.

Le affinità tra la boxe e la tauromachia sono più delle loro differenze. Entrambe le attività sono un condensato di tragicità, una messa in scena dello scontro per la vita che su un ring, o all’interno di una arena, non fa altro che concentrare nello spazio e nel tempo la tragedia della vita stessa, del suo fluire, spesso inutile, tra i muri della violenza alla ricerca di un po’ di gloria e di un baleno di felicità destinato a svanire nel suo stesso manifestarsi constringendoci, ogni volta, a ricominciare tutto dall’inizio. E alla fine non vince nessuno, al massimo si può non perdere o, meglio, differire i costi della sconfitta e la misura di un pugile, di un torero, di un toro o di un uomo è data non da quanto ha vinto, ma da quanto sangue ha sputato, da quanto impegno ci ha messo, da quanto coraggio e spirito di sacrificio è stato in grado di trovare all’interno di se stesso e di mobilitare.

“Com’è che ti piace così tanto la boxe?”
“Perché ci trovo dentro tante cose.”
“Cosa vuoi dire?”
“La legge fondamentale dell’uomo. La verità della vita. È una lotta, uomo contro uomo, e se cerchi di sconfiggere un altro, devi sconfiggerlo completamente. Non farlo morire di fame, come succede nel mondo pulito, civile e competitivo del commercio. Lascialo disteso lì, privo di sensi, al tappeto.”
“Forse è proprio così. Non so.”
“Guarda. Non dico che sia una cosa buona. Non dico che sia bello. Dico solo che è così. È nell’uomo, in tutti gli uomini. Io sono contrario alla violenza. Odio i conflitti. Credo in un mondo in cui saranno la ragione e l’onestà a dettare legge, e dove la forza non conterà più nulla. Tra qualche secolo potremmo anche arrivarci, ma per adesso l’uomo ha ancora in sé una parte animale e la legge della vita è la legge della giungla – solo i più forti sopravvivono. Finché sarà così, credo che l’uomo rivelerà completamente se stesso solo nella boxe, come in nessun’altra forma espressiva. È la guerra, di nuovo la guerra, ed è autorizzata e la gente paga il biglietto per vederla perché, senza nemmeno rendersene conto, ci vede dentro questa verità.” [pg. 262-263]

Sono solo poche righe, un breve dialogo, ma in queste parole è condensato gran parte del pensiero filosofico e politico occidentale liberal-democratico figlio della visione antropologica di Hobbes e che ha trovato nel contrattualismo una delle sue più valide espressioni descrittive e normative.

Il Professionista è la storia di un mese della vita di un pugile, quel mese in cui un atleta si prepara a combattere per il titolo mondiale. Eddie Brown è probabilmente il miglior peso medio sulla piazza in quel momento e Frank Hughes, giornalista sportivo, ha deciso di seguirlo passo passo nel suo avvicinamento alla lotta per la cintura per raccontare la sua storia in un articolo per un magazine. Intorno a Brown e Hughes si alternano altri personaggi legati al mondo della boxe, tutti con il loro carico di sconfitte alterne a speranze. Su tutti domina Doc Carroll, il manager-allenatore di Eddie, uno di quei vecchi insegnanti di pugilato che, come tutti i vecchi, non accetta il mondo che cambia, la via del business che la boxe sta prendendo e la sempre più prepotente presenza di un nuovo mezzo di comunicazione con cui confrontarsi: la televisione.

Il romanzo corre rapido grazie a uno stile perfetto tutto incentrato sul dialogo e su una essenzialità della prosa che rende al meglio la monotonia degli allenamenti e le speranze di chi ci crede ancora, di chi fa tutto quello che può per piegare il destino al suo volere. Il neuroscienziato Read Montague nel suo Perché l’hai fatto? spiega bene la differenza tra l’incertezza riducibile e quella irriducibile. La spiegazione ha un po’ il sapore di quel detto cinese secondo cui se un problema ha una soluzione, non preoccuparti. E se un problema non ha una soluzione, beh, non preoccuparti. La fortuna, secondo Machiavelli, era una delle doti principali del principe, quella fottuta fortuna che governa una grossa fetta, variabile, della nostra vita. Ma la fortuna è la fortuna e non ci riguarda, ci fotte, certo, ma non ci riguarda. Preoccupiamoci del resto, di quella quota di eventi che dipende da noi, dalle nostre azioni. Eddie fa questo, si allena e si allena ancora, Doc Carroll ne ha ormai fatto un pugile professionista pronto per vincerlo quel maledetto titolo mondiale. Ma la vita è una tragedia e come tale va affrontata.

W.C. Heinz

Il Professionista per molte pagine parla del niente ma non annoia, perché quel niente è quello che stanno vivendo Hughes e gli altri e noi siamo lì, a parlare dei problemi nel crescere un bambino, nel criticare uno sport che può ucciderti, nel bere Martini e gustare bistecche alte un dito, prima e dopo la corsa e le passeggiate intorno al lago. Fosse scritto male il romanzo di Heinz sarebbe stato un polpettone senza capo nè coda, come forse fu giudicato al tempo da una critica letteraria miope e da critici in doppio petto con le mani pulite e il cervello pieno di muffa. Invece il dialogo serrato rende il tutto vivo, quasi un pezzo di teatro, un frammento proveniente dal passato che si rianima davanti a noi ogni volta che apriamo le pagine del libro e forse bisogna possedere quel sacro amore per l’essenzalità di un Hemingway o le continue rotture di palle di un caporedattore che vuole sempre tagliarti i pezzi per raggiungere una tale asciutezza stilistica, al pari di giganti del giornalismo e del come si dovrebbe scrivere quali Montanelli o Pansa. Ma è anche il più grande insegnamento di Steve Jobs: la raffinatezza è nell’essere essenziali.

Il Professionista, in ogni caso, è molto di più che un romanzo sulla boxe, è un romanzo su noi stessi che solo grazie al suo parlare universale è possibile annoverare, credetemi, tra le grandi opere del Novecento degne di essere considerate un classico: “Non ti limiti a dirglielo. Glielo fai vedere. La sola cosa di cui un uomo ha paura è l’ignoto, e allora cerchi di mostrargli le cose così non ci sarà più l’ignoto. Quando un pugile comincia a combattere è come un gattino appena nato. Non ci vede. Anzi, vede solo guantoni. L’aria è piena di guantoni, finché non impara che non tutti fanno male. Allora il mistero piano piano svanisce, e puoi cominciare a lavorare sui colpi. Gli insegni le combinazioni, ma lui non vuole arrivare fino in fondo. È tornato l’ignoto. Ha paura di quello che potrebbe accadere se si impegna sul serio. Che gli potrà succedere, se decide di fidarsi? Che cosa crede? Che lascerò che gli stacchino la testa? Allora lo convinci mettendogli paura. Capisci?” [pg. 110]

Il Professionista di W. C. Heinz è vita. Niente di più e niente di meno.

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8 pensieri su “Il Professionista – W.C. Heinz

  1. Grande Pelf, bentornato!!! Grandissimo libro. Concordo assolutamente!!

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Finalmente! Ogni giorno ho cliccato qui per ritrovarti. Ottimo spunto su un libro che non ho letto.

  3. Welcome back🙂

  4. Valter in ha detto:

    Bentornato!!!

  5. Gigistar in ha detto:

    Rieccolooo! Stappiamo!🙂

  6. Sì, intanto che stappiamo è già scomparso di nuovo…😉

  7. Fabio Lotti in ha detto:

    E’ vero, lo abbiamo riperso ma io non demordo e continuo a venire qui.

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