Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Alcatraz, la serie tv sul carcere-mito

Il logo di Alcatraz

ALCATRAZ
con Sarah Jones, Jorge Garcia, Sam Neill

“Il 21 marzo 1963, a causa dei crescenti costi e del degrado delle sue strutture, Alcatraz chiuse i battenti e tutti i detenuti vennero trasferiti in altri istituti di pena. Questo secondo la versione ufficiale, non fu così in realtà.”

Inizia così la serie tv Alcatraz, al contemporaneo esordio italiano e statunitense, ideata da Bryan Wyndbrandt, Steven Lilien e Elizabeth Sarnoff e che vede tra i produttori esecutivi il visionario J.J. Abrams. Che Alcatraz, fin dai tempi in cui era uno dei più duri carceri di massima sicurezza, abbia sempre fatto girare a mille la fantasia di scrittori e registi, beh, è cosa nota, tanto che non si contano film e racconti in cui quest’isola a prova di evasione – fatta eccezione per Clint Eastwood – è il vero protagonista o, comunque, l’elemento fondamentale che dà un senso all’intera storia. E se, negli ultimi anni, il fascino oscuro di Alcatraz sembrava essersi sbiadito, anche a causa della sua chiusura e del passare delle generazioni, notoriamente senza memoria, la serie tv omonima dà una bella spolverata a ricordi, pagine di Wikipedia e un immaginario mai domo e sopito, rinverdendo i fasti di un luogo tra i pochi in grado, così tanto, di lasciare un segno.   

Dopo aver perso il proprio collega durante un inseguimento, la detective del San Francisco Police Departement Rebecca Madsen scopre un’impronta sospetta mentre sta indagando sul caso d’omicidio che vede come protagonista, nei panni dell’accoppato, E.B. Tiller, ai tempi nella direzione del carcere di Alcatraz. L’impronta è nel database della polizia e appartiene a Jack Sylvane, un criminale già schedato. Non ci sarebbe niente di male, anzi, il caso sarebbe già bello che risolto se non mancasse un particolare, una domanda a cui dare una risposta: Jack Sylvane è morto da decenni, pochi anni dopo la chiusura di Alcatraz e il trasferimento dei detenuti lì internati in altre sedi carcerarie. E dalle immagini di alcune telecamere di sicurezza il mistero diventa ancora più spinoso: Sylvane, nonostante siano passati una cinquantina d’anni, non pare invecchiato di un giorno dai tempi della prigionia. Madsen cerca di indagare, ma, come vuole la tradizione, quei gran rompicoglioni dell’Fbi, questa volta nelle vesti di Emerson Hauser, si mettono di traverso cercando di insabbiare non si sa bene cosa. Ma la Madsen è un tipino tosto e peperino e con l’aiuto dello storico Diego Soto, vera autorità su Alcatraz, non è per nulla intenzionata a mollare il colpo, tanto più che la pista sembra fertile anche per quel che riguarda l’assassinio del suo collega.

La serie Alcatraz si pone a metà strada tra il procedural e la fiction di fantascienza, cioè in perfetta sintonia con i gusti di J.J. Abrams, uno che si è pure preso la briga di rifare Star Trek e già produttore di altri lavori seriali per la televisione come l’osannato Lost – di cui si hanno ancora notizie di torme di fan rimasti orfani vagare come zombie per le città di mezzo mondo – e Fringe, costruendo un prodotto che rimanendo nel solco nel mondo del paranormale cerca pure di dare una botta a manca per accattivarsi i molti appassionati di crime fiction.

Ogni puntata di Alcatraz è allora una rincorsa a un assassino resuscitato, tanto che i singoli episodi portano, come titolo, il nome del criminale stesso. E, considerato che i detenuti mancanti all’appello dopo la chiusura del carcere-isola sono circa trecento, si capisce come le potenzialità seriali di tale fiction non rimangano inesplorate. Se la componente metafisica, almeno per i primi episodi, non disturba troppo, permettendo anche allo spettatore più realista di sorvolare sul perché ‘sti tizi non sono invecchiati o morti come Dio comandi, l’affollamento di personaggi è forse un punto debole che, almeno alla lunga, potrebbe non reggere.

Il problema è che ogni puntata, per volontà della produzione, è autoconclusiva, cioè il cattivo di turno viene acciuffato e la settimana dopo si ricomincia con un altro criminale, ovviamente aggiungendo, di volta in volta, un tassello per gli spettatori fedeli che hanno intenzione di seguire tutta la serie e, quindi, dando il classico colpo al cerchio e uno alla botte, nel tentativo di accattivare tanto gli spettatori occasionali quanto i seriali. L’esito potrebbe essere positivo e l’obiettivo centrato oppure, all’opposto, potrebbe accadere il contrario, cioè non accattivare né gli spettatori seriali, magari un po’ rotti di palle nel sapere, ogni volta, come va a finire la puntata, né quelli occasionali, condannati a vagare nell’ignoranza del quadro complessivo più ampio.

Sarah Jones e Jorge Garcia

Consideriamo, inoltre, il format specifico. Costringere un’indagine, un procedural, nei tempi dei 45 minuti di ogni singolo episodio sono una limitazione e una semplificazione detonanti, tanto che già le prime due puntate andate in onda in Italia presentano l’evidente difetto di rendere tutto troppo rapido, con una genialità da parte degli investigatori evidentemente artificiale e una ricorso alla casualità, accantonando la logica, che in ogni trama con un mistero da sciogliere è un difetto di costruzione che pare celare in sé un gioco di prestigio per mettere un po’ di make-up su un buco nella storia difficilmente sanabile.

Rimane, in ogni caso, una ambientazione affascinante qual è Alcatraz, un  personaggio curioso come il dottor Soto – già star di Lost, l’attore, intendo – e un intrigo che conserva intatta la curiosità di sapere cosa è accaduto, in quel lontano 1963, a trecento detenuti di questo carcere mitologico, motivandone, in definitiva, la visione.      

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