Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Hotel omicidi – E. Howard Hunt

Hotel Omicidi

HOTEL OMICIDI (House Dick)
di E. Howard Hunt
ed. Polillo Mastini
Traduzione di Giovanni Viganò

Credo che solo in America, e in particolar modo nell’America degli Anni ’60, uno possa guadagnarsi da vivere facendo, come mestiere, il poliziotto di un albergo. Cioè, non fattorino, cameriere, pulisci-stanze o receptionist, no, ma proprio un poliziotto, un qualcosa, inoltre, che va ben al di là di un possibile servizio di sicurezza interna, quei tizi un po’ grossi e con la pancetta che “accompagnano” gli ubriachi alla porta.

Pete Novak, il protagonista di Hotel omicidi scritto da E. Howard Hunt nel 1961, è infatti un vero sbirro la cui giurisdizione è composta da qualche centinaio di stanze disposte su una decina di piani, con facoltà di indagare, di incriminare, di tenere per sé informazioni riservate invece che condividerle con la polizia. E se, di norma, le giornate sfilano via broccolando le cameriere al bar o risolvendo piccoli enigmi come chi ha fregato i gioielli della signora Pina dalla stanza 307, tutto cambia quando una bionda mozzafiato fa l’ingresso all’Hotel Tilden di Washington portandosi dietro uno di quei cagnetti rompicoglioni e scagacciatori e, incidentalmente, un morto nella propria stanza, appena pochi giorni dopo aver preso alloggio.

Se Paula Norton, la biondina, fosse una avventrice normale, beh, sarebbe roba per la polizia e chissenefrega. Ma si dà il caso che Novak sia pure il classico bello e tenebroso e che la tizia, per infatuazione o interesse, ci finisca a letto e allora Novak, gentiluomo sotto la scorza da duro, come in ogni hard boiled che si rispetti, ci si metta di buzzo buono per risolvere ‘sto piccolo problema del signor Chalmers morto ammazzato con una pistola di piccolo calibro nella stanza della signora Norton. E, inoltre, che cosa ha a che fare il cadavere con la scomparsa dei gioielli della signora Julia Boyd, moglie del morto e alloggiata due camere a fianco della stanza di Paula?

Hotel omicidi è forse uno di quei pochi casi in cui la biografia dell’autore supererebbe, per inventiva e colpi di scena, la trama del romanzo stesso. A E. Howard Hunt, infatti, ex agente segreto della CIA e incriminato per il caso Watergate, basterebbe attingere nelle storie della sua professione – come probabilmente ha anche fatto – per imbastire trame torbide che farebbero apparire questo romanzo come un sorso d’acqua fresca. Hunt, oltre a sostenere che il Mr. Phelps di Mission: Impossibile fosse ispirato alla sua figura, ha scritto oltre quaranta romanzi spaziando un po’ in tutti i campi, non esclusa la saggistica.

Il romanzo di Hunt è un hard boiled vecchia maniera con fortissime tinte gialle, quasi da vecchina che indaga su una morte impossibile, ribadendo, ancora una volta, la difficoltà di tracciare confini precisi tra generi e, ancor di più, tra sottogeneri. Novak, allora, è un duro durissimo, impassibile e che se sorride gli si apre solo una fessura tra le labbra e Paula Boyd una femme fatale, ovviamente bionda, da far girare e fischiare frotte di maschi in calore.

Se la trama gialla che ruota intorno alla morte di Chalmers è il nerbo, lo zoccolo duro dell’intera trama, Hunt si premura comunque di pennellare una città, Washington, vista dal suo lato più degradato e duro, quello dei vicoli e del puzzo di piscio: “Un vagabondo privo di gambe era appoggiato contro un palo della luce, simile a un vecchio bidone per i rifiuti. Novak lasciò cadere un quarto di dollaro nella mano protesa e passò oltre, stringendo le labbra in risposta al cupo ringraziamento. Una prostituta si mosse furtivamente nell’ombra, con la sua borsetta di pelle lucida e la sigaretta tra le labbra. Novak la ignorò e, con una scrollata di spalle, passò oltre. Da un bar giungevano rauche risate, il frastuono di un televisore dal volume troppo alto, il puzzo di birra stantia che guastava la sera primaverile.” [pg. 17]. Sono solo frammenti evocativi, frame immaginifici intercalati all’interno di una narrazione aliena che per la sua maggior parte si svolge tra le quattro mura di un albergo.

E. Howard Hunt

E anche se Hotel omicidi scorre via non discostandosi molto da quelli che sono i canoni del genere, lo scrittore americano, già in quell’ormai lontano 1961, scriveva pagine “sociali” particolarmente attuali, perché la merda continua a puzzare ovunque voi la mettiate: “Non c’è da meravigliarsi se poi i criminali immaginano che i poliziotti siano dei fessi. I figli dei criminali dispongono di auto con autista che li portano  a scuole private e accademie di equitazione; i figli dei poliziotti saltano su un tram e un autobus affollato, che piova, nevichi o faccia bel tempo. Si portano dietro il pranzo e ne mettono da parte due morsi ogni mezzogiorno.” [pg. 110]. Insomma, pagine attualissime, anche se spulciando la biografia di Hunt un suo discorso del genere, sulla legalità, pare simile a una elegia sulla castità scritta da Cicciolina. Ma anche un orologio rotto, lo sappiamo, segna l’ora giusta due volte al giorno.

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4 pensieri su “Hotel omicidi – E. Howard Hunt

  1. Fabio Lotti in ha detto:

    Bella recensione e bel libro avvolto da una atmosfera melanconica. L’incontro di due anime forti e sfortunate, ormai ciniche.

    • Grazie Fabio! Io ho trovato comunque un suo limite, del romanzo, nell’aver tagliato Novak un po’ troppo con l’accetta e l’averlo modellato eccessivamente sopra, o all’interno, dei canoni del genere…

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Sono d’accordo con te. Però lo stile secco e asciutto ci ripaga di tanti sbrodolamenti stilistici.

  3. Ricordo ancora la copertina di un vecchio Segretissimo oro “il fattore N” , che riportava in copertina uno strillo tipo “Meglio di Hemingway!”.
    Sicuramente un ottimo autore. Non appesantisce mai la pagine con vezzi autoriali, la lettura scorre sempre velocemente.
    Tra l’altro, uno dei suoi migliori romanzi è “Target” dal quale trassero anche un gran bel film.

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