Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

J. Edgar – regia di Clint Eastwood

J. Edgar

J. EDGAR
un film di Clint Eastwood
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer

Quando, un anno fa, avevo letto del nuovo progetto di Clint Eastwood, mi era subito parso che il più grande regista vivente stesse tornando sui suoi temi dopo la parentesi favolesca di Invictus e quella (apparentemente) metafisica di Hereafter.

Nessuno come il regista di Gran Torino è stato capace, in questi anni e un film dopo l’altro, di raccontare l’America del ‘900 e quella post 11 settembre dell’immigrazione, della diffidenza, dei “nuovi” americani, tanto da imbastire un racconto universale e modernissimo anche per noi che di americano non abbiamo neanche i jeans. Ma alla componente prettamente pubblica della sua narrazione, Clint Eastwood non ha mai rinunciato a esplorare quella dimensione, altrettanto universale ed eterna, rappresentata dall’animo umano, dalla sue passioni e miserie che, assecondando anche il pensiero machiavelliano, mai mutano al mutare delle epoche storiche. In questi lavori – Un mondo perfetto, Million Dollar Baby, I ponti di Madison County, solo per citarne alcuni – è stata la dimensione privata a prendere il sopravvento, anche se analizzando con maggior cura la produzione di Eastwood appare immediatamente evidente come questo doppio ambito – pubblico e privato – non possa fare a meno di emergere ogni qualvolta gli sia lasciato spazio, perché la società è un aggregato di individualità e gli individui non sono monadi nell’universo, bensì vivono in un brodo primordiale fatto di rapporti interpersonali e di norme sociali.

Così come altri film – Changeling, Gran Torino, Fino a prova contraria, in parte Mystic River – questo J. Edgar racchiude in sé il doppio ambito di cui ho appena parlato, accentuando ulteriormente, come fosse un pendolo che rintocca le ore, il continuo oscillare tra il dentro e il fuori dei personaggi che mette in scena.

Fare un biopic su J. Edgar Hoover, il padre-padrone degli Stati Uniti d’America per ben cinquant’anni e otto, dicasi otto, presidenti e relativi staff, non è cosa facile, sia per la mole di materiale che deve essere preso in esame e messo in scena per fare qualcosa che sia anche solo accettabile e apparentemente esaustivo, sia per la delicatezza e ambiguità degli argomenti e dei fatti trattati. Lo stesso Hoover, interpretato da un magnifico DiCaprio, era quanto di più ambiguo uno potesse immaginare, continuamente in bilico, anche lui, tra la legalità e l’illegalità, la giustizia e l’ingiustizia, l’eroismo e la codardia. La scelta di Eastwood di esacerbare, quindi, questo continuo rimpallo tra la figura pubblica del dittatore dell’FBI e quella privata di un uomo fragile, complessato, gay represso e, aggiungerei, profondamente infelice, appare quanto mai opportuna e vincente nel suo non cedere mai all’empatia, a quella tendenza all’apologia e all’agiografia che spesso hanno i lavori biografici.

Forse siamo attratti tanto dal Bene quanto dal Male, dal fascino della risolutezza e delle certezze. Chiediamo continuamente a gran voce la nostra libertà, ma quando l’abbiamo siamo disposti a cederla per un aumento di stipendio o per una carezza da parte del nostro datore di lavoro e del ras di turno. Pochi, quindi, potranno sentirsi attratti dall’essere bifronte di Hoover, dal suo non riuscire a vivere un rapporto affettivo completo e appagante con Clyde Tolson, il suo braccio destro, e il sopperire a tutto ciò con l’enfasi nel lavoro, reale elemento succedaneo di una sfera emotiva e affettiva inesistente.

Leonardo DiCaprio

È l’ambiguità il cardine del J. Edgar di Clint Eastwood, la messa in scena di un uomo che comunque ha fatto tanto per il suo Paese – o credeva di farlo – ma che altrettanto gli ha tolto, usando il suo potere pubblico per mantenere i propri vizi privati, quell’elemento succedaneo di cui parlavo poco sopra e senza il quale, semplicemente, Hoover non sarebbe esistito. Pubblico e privato si intrecciano fino a confondersi, tanto che i dossier provati del capo dell’FBI non servono alla sicurezza nazionale, ma al ricatto a fini personali, nell’illusione di controllo che attanaglia tanti uomini di potere, oggi come sempre nella Storia. Quello che ne risulta è un magnifico affresco di una infelicità infinita e viscerale, una vita spesa in cui la miseria morale è sempre stata mascherata, come una gerbera, da successo, influenza e potere, quando invece, chiusa alle proprie spalle la porta della camera da letto, davanti allo specchio, altro non sarebbe rimasto che una immagine vuota. E di lì la fine.

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2 pensieri su “J. Edgar – regia di Clint Eastwood

  1. Non fosse per la magistrale interpretazione (l’ennesima) di Leonardo DiCaprio, questo J. Edgar di Clint Eastwood (il cui immenso valore non è mai messo in discussione) risulterebbe un film freddo e represso, esattamente come il personaggio al centro della storia.
    Nonostante, infatti, le oltre due ore di racconto che ha come protagonista J.Edgar Hoover, il controverso capo dell’Fbi che per quasi mezzo secolo ha controllato nell’ombra le sorti del sistema giudiziario e politico Usa, alla fine del film ben poco ci viene rivelato di quello che si celava nel cuore di tenebra di quest’uomo.
    La sceneggiatura di Dustin Lance Black, che pure ci aveva regalato autentiche emozioni nel precedente Milk, sembra volersi concentrare solo sulla questione, evidentemente cruciale per Black, dell’omosessualità di Hoover e di quale fosse la reale natura del rapporto tra il potente capo dei G-Men e il suo braccio destro Clyde Tolson, senza però riuscire ad approfondire un tema così delicato come invece aveva fatto con grande sensibilità nel film con Sean Penn. Tutti i grandi eventi storici che si intrecciano con Hoover – dagli attentati di matrice comunista alla guerra ai gangster, dai presidenti assassinati all’ascesa di Martin Luther King, mica fatterelli di poco conto – sembrano fungere da contorno a quella che è la vera questione dominante del film: Edgar Hoover era gay?
    Considerato il personaggio, è palese che Eastwood e il suo sceneggiatore abbiano dovuto darsi delle risposte basate su congetture, mancando qualunque prova scritta di un così scottante segreto. Se il ritratto che ne emerge, quindi, è quello di un uomo dai sentimenti profondamente repressi, complice anche una madre ossessiva fino alla paranoia, è altresì vero che Hoover aveva ben altri scheletri nell’armadio che un regista come Eastwood avrebbe quantomeno dovuto cercare di portare alla luce con più coraggio, invece di limitarsi a snocciolare fatti di cronaca come in un cinedocumentario d’altri tempi, spesso in maniera poco coerente.
    L’Hoover di Eastwood è invece una figura che richiama alla memoria il Norman Bates di Psyco (vedasi la scena davanti allo specchio) attorniato da alcuni individui il cui ruolo è solo vagamente accennato (come si può avere nel cast una splendida attrice come Naomi Watts e farle recitare quattro battute sparute?), mentre il Tolson anziano interpretato da Armie Hammer soffre di un trucco decisamente grossolano e a tratti fasullo, che impedisce all’attore di esprimere una qualunque di emozione.
    Insomma, non che J.Edgar sia un brutto film (Eastwood non ha mai fatto film brutti). Il punto è che, al termine della visione, si esce dalla sala senza quei brividi ai quali il grande cineasta americano ci ha da sempre abituato. La sensazione che rimane è quella di aver visto un bel museo delle cere, con le sue statue ben collocate sul palco ma senza un briciolo di umanità.

  2. Gigistar in ha detto:

    @Andrea & Emanuele: grazie a tutti e due, belle recensioni.

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