Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

La stanza del male – Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist

La stanza del male

LA STANZA DEL MALE (Krakflickan)
di Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist
ed. Corbaccio
Traduzione di Umberto Ghidoni

Che le socialdemocrazie scandinave non fossero poi tutto questo paradiso in terra, beh, da Stieg Larsson a seguire era diventata cosa ormai chiara. Anche a causa di una moda editoriale piuttosto criticabile dal punto di vista qualitativo-letterario, perché da quello monetario-economico, evidentemente, l’invasione di scrittori svedesi, norvegesi, danesi etc un suo senso ce l’ha, ne abbiamo lette un po’ di tutti i colori sugli apparentemente algidi nordici: intrighi internazionali, ammazzamenti vari e in tutte le salse, violenze particolarmente efferate e fantasiose su bimbi, donne, invalidi e mutilati di guerra.

L’ultimo parto di quest’ampia genia narrativa è il romanzo La stanza del male del duo made in Svezia Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist, scrittori che come vuole la tradizione, prima di approdare sui lidi della pubblicazione, hanno svolto svariati lavori e, un po’ spocchiosamente, dichiarano di non dover ringraziare “Proprio nessuno”. Così come gli scrittori tedeschi, anche i due svedesi affondano le mani e la penna della psichiatria, infarcendo il loro racconto di una serie di patologie da manicomio miste a una sfilza di violenze sui bambini. Perché quello che scopriamo, con La stanza del male, è che in Svezia sono tutti un po’ come gli antichi greci, quelli dei tempi di Socrate e Platone: le donne vanno bene, ma i bambini sono meglio.

Ora, personalmente ho sempre più difficoltà a leggere romanzi infarciti di violenze sui minori. Dite un po’ quello che volete, ditemi pure che non si può porre limiti all’arte – lungi da me – e che queste cose, nella realtà, esistono. Tutto vero. Ma a me non va di leggerle in un romanzo, in un qualcosa che, a volte più a volte meno, deve essere in grado di far riflettere, magari un poco divertire e, perché no, intrattenere. Nel vedere descritte le violenze sui bambini io non trovo nulla di interessante, se non un voler continuamente rilanciare sul fronte dello scandalo, del voler continuamente alzare l’asta in una vacua e stupida gara in chi si crede più trasgressivo e senza paletti. La stanza del male pare fare tutto questo con, se vogliamo, un’aggravante: la reiterazione del concetto. Cioè, alla fine lo capisco cosa vogliono dire questi due, non sono particolarmente tonto e le cose, salvo rari casi, le capisco al primo colpo, basta dirmele una volta sola. Un’infanzia fottuta aumenta esponenzialmente la possibilità di avere degli adulti violenti e disturbati? Va bene, capito. Non c’è bisogno di infarcire quasi cinquecento pagine di romanzo di personaggi che, di riffa o di raffa, sono stati violentati, abusati, molestati e chi più ne ha più ne metta. Non voler leggere di una violenza disgustosa significa forse essere degli struzzi? Allora sono uno struzzo. Soprattutto perché non ne capisco il senso, il significato, il motivo. Queste cose esistono, ma io non voglio vederle per un semplice motivo: perché il vederle non me le farebbe diventare più disgustose, non mi farebbero incazzare di più o altro. In questo caso siamo già al massimo livello di tutto, di disgusto, di rabbia, di condanna. Voler puntare il focus su atteggiamenti e azioni morbose, diversamente, pare avere solamente una finalità scandalistica, sensazionalista, quasi voler dire “guarda un po’ quello che ho il coraggio di dire”.

La stanza del male è un classico thriller psicologico, un lavoro in cui alla detection, in questo caso molto annacquata se non addirittura minoritaria e a tratti deficitaria, si affianca un continuo scavare nella psicologia del personaggi, di solito i cattivi, gli assassini e i maniaci. Al centro della scena la poliziotta Jeanette Kihlberg, residente a Stoccolma ma non immune al maschilismo imperante pure da quelle parti tanto da farci sembrare la Svezia una Italia qualsiasi, con maschi raccomandati che fanno carriera e ingiustificate differenze di stipendio, con un figlio adolescente e un marito fancazzista con velleità artistiche e, diciamolo, pure un poco stronzetto. Dall’altra parte Sofia Zettelund, psicoterapeuta che scopre che il fidanzato ha già una moglie e due figli, violentata in Sierra Leone durante una missione umanitaria e con una vita sociale ridotta allo zero. Insomma, cazzi su cazzi, problemi su problemi. Persone normali, nei romanzi, non ce ne sono. Forse non saranno interessanti, o forse si continua pedissequamente a riproporre un modello, sia nella struttura dei personaggi sia in quello narratologico, sempre uguale a se stesso, magari per i medesimi motivi economico-monetari di cui dicevamo sopra. Insieme, Sofia e Jeanette, si ritroveranno a dare la caccia a un imprendibile serial killer di minori extracomunitari, non mancando qualche scenetta lesbo da film erotico di Tele7 e tutti gli interessantissimi problemi familiari di Jeanette.

Eriksson e Sundquist

A differenza della maggioranza dei thriller scandinavi, La stanza del male ha un ritmo più sostenuto, garantito tanto dai capitoli brevi e incalzanti, quanto dai continui cambi di prospettiva e di piani temporali, narrando più vicende temporaneamente. Insomma, anche su al Nord la lezione anglosassone inizia a prendere piede, anche se quello che realmente e sempre manca è una maggiore lievità nel racconto e un passo in più verso la verosomiglianza, verso la narrazione della fisiologia piuttosto che della patologia, in particolare quando la sua esagerazione rasenta il ridicolo o, come detto sopra, ha la parvenza di un voler scrivere al proprio ombelico. Le pagine in più, come ormai vuole la tradizione, ci sono sempre, le foreste di larici e abeti abbondano in Scandinavia e qualche risma di carta si può forse sprecare. Il cambiare continuamente piano temporale è spesso una scelta deficitaria, quando una unità di tempo rende la storia più organica, con il passato che è meglio farlo emergere dal presente piuttosto che da lunghe digressioni del tempo che fu. In La stanza del male, inoltre, tali digressioni hanno un carattere giustificatorio: questo e quello sono così perché sono successe queste e quelle cose.

Il romanzo del duo Eriksson e Sundquist, infine, sottovaluta troppo la componente più marcatamente gialla della vicenda, quella che dovrebbe riguardare il processo deduttivo di scoperta del serial killer che in maestri come Jeffery Deaver, a mio avviso il vero ispiratore occulto di gran parte della narrativa di genere nordica, rimane una componente fondamentale e articolata in maniera impeccabile. La stanza del male, quindi, potrà anche essere quel successo internazionale che la quarta di copertina annuncia, ma i difetti e i punti deboli paiono evidenti, tanto che molti lettori, ne sono certo, non mancheranno di sottolinearli.

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12 pensieri su “La stanza del male – Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist

  1. Andrea, che bella recensione. Chiara, intelligente e divertente. Urrah per te!!
    Daniela De Gregorio

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Su questa montagna di scritti che trattano di violenza sulle bambine e sui bambini (pochi hanno la sensibilità necessaria per affrontare queste tematiche) un mio giudizio netto nel prossimo articolo per il blog del giakllo Mondadori che qui anticipo “Continuano le tragedie dei poveri bambini infilati spesso a forza in certi libracci solo per attirare l’attenzione dei lettori. Da calci in culo agli autori per tutto il percorso del giro d’Italia. Un giorno di riposo e poi a calci in culo per tutto il giro di Francia. Un giorno di riposo e poi a calci in culo per la Vuelta di Spagna”.

  3. @Daniela: grazie Daniela, sono contento che ti sia piaciuta! Spero anche tu la condivida!🙂

    @Fabio: mi sa che la pensiamo alla stessa maniera, Fabio. Ho delle grandi difficoltà a leggere di ‘ste cose e sono pure stufo di leggerle, non aggiungono nulla. Non so, io ho sempre professato che si debba leggere un po’ tutto, però c’è qualche eccezione. Leggerò poi il tuo pezzo sul GM!

  4. Andrea, perfettamente d’accordo, del resto altre uscite recenti degli scandinavi mi hanno lasciato perplesso quando non apertamente annoiato – cito fra tutti il pessimo L’esecutore del duo Kepler che pure mi era piaciuto molto invece con l’Ipnotista – la sensazione è che ormai si stia un po’ troppo cavalcando la tigre e si sa la tigre dopo un po’ s’inkazza e il giocattolo si rompe eh eh

  5. Fabio Lotti in ha detto:

    A dir la verità la prima “stesura” era “Da galera. O meglio da ripristino della pena di morte. A scelta impiccagione o impalatura”. Poi mi sono accorto di avere esagerato…
    Ad essere sincero qualche buon libro c’è ma si sta esagerando.
    @Matteo
    Come promesso ho fatto leggere (e pure comprare!) il tuo libro a certe persone di cui mi fido. “Discreto”, “Interessante” e puoi esserne contento.

  6. Gigistar in ha detto:

    Deduco che “La ragazza della porta accanto” di Jack Ketchum, l’equivalente letterario di un “doppio maglio perforante”, non sia piaciuto (o non sia stato letto per via della tematica trattata). Purtuttavia…lo consiglierei ai non deboli di stomaco/cuore/interiora varie.

    Ciao a tutti!
    L.

  7. wow, «la ragazza della porta accanto», che libro/pugno!!!!

    (andrea, prima o poi devi leggerlo, vale la pena – esperienza raggelante e unica)

  8. Fabio Lotti in ha detto:

    Su questa tematica scrissi un articolo per “Corpi freddi” http://corpifreddi.blogspot.com/2009/11/la-violenza-sui-bambini-nel-moderno.html.

  9. Grande Ketchum….no quello l’ho adorato ma detto francamente: è un’altra storia! Anche Stuart Macbride ha scritto cose degne di nota su questo tema come il mitico COLD GRANITE! Fabio: grazie infinite!

  10. Di Ketchum ho in casa da tempo Red, ma non l’ho ancora letto. La ragazza della porta accanto non l’ho letto non tanto per la tematica, so che è un libro forte, quanto perchè non mi ci sono trovato, anche se ammetto che i commenti letti in giro, seppur sottolineandone la qualità, non è che me ne abbiano fatto venire voglia, proprio per la tematica trattata. Comunque ha ragione Matt: credo che Ketchum sia proprio un’altra storia rispetto agli scandinavi un tanto al chilo. Al momento nessuno scrittore nordico mi ha particolarmente impressionato, anzi… spero, prima o poi, di venire smentito.

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