Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il ritratto di Billy Lafitte

Yellow Medicine

Dopo Toby Sawyer, protagonista di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, è ora la volta del ritratto di Billy Lafitte, anima narratrice di Yellow Medicine di Anthony Neil Smith. E dopo questi prime due ritratti ne seguiranno altri, sempre afferenti al mondo del giallo e, in particolare, a quello che la nostra contemporaneità passa, grazie alla nuova rubrica firmata su Pegasus Descending da Fabio e Jonathan Lotti che ringrazio di cuore per il loro rendere questo fottuto blog un posto migliore.

di Fabio e Jonathan Lotti

Dunque Billy Lafitte, il personaggio di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011, traduzione di Luca Conti. Subito dopo Toby Sawer di Gischler e questo è già un bel condizionamento. Lo dico subito che, come lettore (pure come persona), non mi piace nascondere niente.

Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Missippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.

Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.

Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo:  trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.

Casa sul fiume , un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. E’ duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.

C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda, vedi per esempio l’episodio dell’amico Asimov tagliato, segato e bruciato che invece di aggiungere toglie un po’ di credibilità (mi sembra infilata a forza).

Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. Noi (io) non ci crediamo (credo). E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe. O meglio, ci crediamo (credo) solo in parte. Forse perché abbiamo (ho) ancora e negli occhi la figura di Toby Sawyer che dal punto di vista creativo è perfetto. Ripeto dal punto di vista creativo, fatte le debite distinzioni tra i due personaggi e gli stili dei due scrittori.

Fabio e Jonathan Lotti

Un antieroe per eccellenza che ricorda Mike Hammer di Mickey Spillane, come ha scritto qualcuno? Beh, allora se si vuole esagerare in senso opposto a me ricorda uno dei tanti delinquentelli  da strapazzo che si trovano agli angoli dei vicoli malfamati.

Ve lo avevo detto che sono sincero.

P.S. Ho letto un sacco di recensioni entusiastiche su Yellow Medicine e le rispetto. A me pare un buon libro senza eccellere. Ma si sa, invecchiando si rincoglionisce.

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5 pensieri su “Il ritratto di Billy Lafitte

  1. arrieccomi! Il titolo del Giallo Mondadori di Pronzini con la donna solitaria e triste si intitola “L’anima Gemella” (“Blue Lonesome”) Molto bello. Non devo averlo prestato a nessuno proprio perchè mi piaceva averlo. Poi si è inabissato nel caos di carte e robaccia varia di casa.
    Infatti ora me lo rileggo…
    Grazie a voi anche per questo reperto ritrovato!

    • E prego!🙂 Mi raccomando, occhio a postare in calce al post giusto, così si riesce a mantere il filo del discorso e avere un po’ d’ordine! Dovrò per forza leggerlo, Daniela, ‘sto Pronzini allora… è che mi ricorda, il cognome, un mio compagno delle medie…

  2. Vitandrea in ha detto:

    In effetti questo Billy Lafitte è solo un ragazzaccio. Cattivo, ma non troppo. Violento, ma non troppo. Casinista, ma non troppo. Sessuomane, ma non troppo. Cinico, ma non troppo. Tutti questi “non troppo” lo rendono poco interessante.
    Nel retro di copertina Booklist si cita Jim Thompson a sproposito: quelli di Thompson erano psicopatici sgradevoli fino in fondo, magari fosse stato così pure Lafitte.

    • Mi sa che neanche a te ha convinto del tutto… mi aspetto un tuo commento in calce al post sul libro, socio! E poi vabbè, l’errore è paragonare Neil Smith, buon scrittore e pure giovane, con Thompson, genio assoluto… mica è colpa sua, ma di chi si spertica in paragoni invece di rimanere sul pezzo…

      • Vitandrea in ha detto:

        Figurati, lo sai che sono contrario anch’io ai paragoni fatti a caso delle quarte di copertina. Su Demoni istruzioni per l’uso di Moore, c’è De Cataldo che cita a sproposito Gaiman e Murakami (o come si chiama). Thompson in questo caso ci può pure stare, visto che la tradizione è quella: prima persona psicopatica. Mi mancano meno di 100 pagine, romanzo gradevole, ma si può vivere senza.

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