Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Yellow Medicine – Anthony Neil Smith

Yellow Medicine

YELLOW MEDICINE (Yellow Medicine)
di Anthony Neil Smith
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti

Billy Lafitte, uomo del Sud, Mississippi, si ritrova invischiato in cazzi amari mica male quando, da vicesceriffo della contea in culo ai lupi di Yellow Medicine, Minnesota, inizia a indagare su un nuovo giro nel ramo della raffinazione e dello spaccio delle metanfetamine, essendogli giunta voce che un nuovo gruppo di forestieri, cinesi, giapponesi o, comunque, musi gialli con gli occhi a mandarla, è sbarcato in mezzo alla profonda provincia rurale e innevata degli States per soppiantare gli spacciatori autoctoni. Billy, che proprio questo poliziotto tutto regolamento e onore proprio non è, vuole vederci chiaro: quello è il suo territorio e quegli spacciatori sdentati e puzzolenti i suoi informatori e, forse, anche l’origine dei suoi introiti extraorario.

Quello che Lafitte non sa è che quegli spacciatori sono molto più pericolosi dei quattro diciottenni brufolosi con cui ha sempre avuto a che fare, precipitando in un vortice senza fine e nerissimo di violenza, menzogne, sonno della ragione e abuso di potere mascherato da lex, dura lex.

Anthony Neil Smith, autore americano già giunto al suo quarto romanzo, negli USA, e appena sbarcato in Italia con questo suo Yellow Medicine, lavoro d’esordio proposto dalla Meridiano Zero con la traduzione di Luca Conti, si inserisce a pieno titolo in quell’incredibile, notevole e meritorio percorso culturale che i ragazzi di Padova hanno ormai intrapreso da tempo e di cui Victor Gischler, tanto per citare l’autore che sta riscontrando il maggior successo di pubblico e critica, è sicuramente la chiave di volta. Non a caso, infatti, Neil Smith e il nostro Victorone sono culo e camicia, due amici oltre che colleghi e lettori reciproci, due scrittori che seppur distinguendosi notevolmente nei propri lavori, sguazzano nel medesimo magma letterario e narrativo.

Se Victor Gischler, però, trova nell’ironia sfrenata e spesso paradossale, figlia ed emula del miglior Joe R. Lansdale, la sua ragion d’essere, Anthony Neil Smith, almeno in questo suo primo lavoro italiano, dà voce ad accenti più neri, introspettivi e pessimisti, a una crudezza che in Gischler assume i connotati della black comedy, del divertissement tutto giocato sui toni pulp, western e umoristici, toni che nell’autore di Pascagoula sbiadiscono davanti a uno sguardo disilluso e cinico sul mondo che ci circonda.

Yellow Medicine, quindi, dimostra d’essere un noir a tutto tondo in grado di esplorare da un punto di vista periferico quelle che solo le paure che dal 2001 in poi attanagliano i cervelli degli americani. E, forse, non solo i loro. Raccontando una storia di sgangherato terrorismo internazionale che ha come ambientazione una contea dal nome affine a una malattia esantematica infantile e con protagonisti che più che risolvere problemi in modo superoistico, come la retorica cinematografica made in USA spesso ama raccontarci, fanno una cazzata dietro l’altra, prendono mazzate, bruciano indizi e prove per falsificarne altri. Quello che rimane è un romanzo in cui lo humour non si tramuta in grasse risate e godimento allo stato puro, in eccentricità estetica, bensì diventa un sorriso abbozzato a mezzo labbro, con la bocca storta, una opportunità di cambiare punto di vista e di inscenare una classica trama da James Bond in una società caciottara, caciarona, ignorante e sdentata in cui la neve candidata invece che seppellire le tombe dei vivi e dei morti si limita a celare gli afrori del vomito degli ubriaconi.

Anthony Neil Smith

Se, quindi, il Yellow Medicine di Anthony Neil Smith è lavoro sicuramente interessante e, ancora una volta, un esordio in grado di stracciare come volantini pubblicitari dell’Esselunga una sporta di sedicenti capolavori e novità di genere nostrani, nell’esordio dell’autore americano non mancano i punti deboli, su tutti una certa incostanza ritmica. L’avere un ritmo basso, così come averlo alterno, non è, in termini generali, un difetto. Altrimenti Delitto e castigo non sarebbe un capolavoro. Ma Yellow Medicine, così come L’inverno di Frankie Machine di Don Winslow, in quei cali di ritmo cazzeggia un po’ troppo, solo a tratti vengono sfruttati per dire qualcosa di interessante e di importante ai fini della trama – che è narrata in prima persona -, prendendosi delle pause che trovano scarsa giustificazione e a volte hanno addirittura il sapore del riempitivo, del dover per forza allungare il brodo per raggiungere le cinquantamila parole.

Yellow Medicine, inoltre, è un grande one man show, esasperando all’ennesima potenza la narrazione, come già detto, in prima persona. Tutto, intorno a Billy Lafitte, scompare e i personaggi, tutti, nessuno escluso, sono delle mere comparse, a volte, come nel caso dell’agente dell’FBI Rome, addirittura delle maschere che recitano un ruolo, ma senza alcuna personalità o sfaccettatura, piuttosto delle semplici parti del paesaggio invernale del Minnesota. Tanto è bravo, Neil Smith, a comporre questa storia personale di formazione, tanto è superficiale o, forse, disinteressato, ai comprimari, al resto della specie umana che intorno a Lafitte ruota. Insomma, come tutti gli esordi anche Yellow Medicine si porta dietro le sue imperfezioni, ma grazie a un protagonista convincente e complesso e una ambientazione innevata e algida, sicuramente originale, risulta essere il lavoro interessante di un autore da seguire.

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22 pensieri su “Yellow Medicine – Anthony Neil Smith

  1. Bisogna stare attenti a non confondere l’autore di un romanzo con il suo protagonista. Non è Smith a essere superficiale, o disinteressato ai comprimari; è Billy Lafitte, cazzaro psicolabile che, nel corso del libro, cambia idea almeno dieci volte e al quale frega relativamente poco del resto dell’umanità. Da questo punto di vista, quindi, la scelta stilistica di Smith è, a mio avviso, ben riuscita: i supposti difetti di Yellow Medicine sono i difetti caratteriali di Billy Lafitte e, visto che costui narra in prima persona, risultano perfettamente giustificati.

  2. @Luca: stavo per intervenire anch’io su questo punto: la bravura di Neil-Smith infatti secondo me sta tutta nella capacità di farci sentire il mondo come Lafitte, senza filtri…

  3. Walt in ha detto:

    Ok non vedo l’ora di leggerlo, da quando in un’intervista Gischler presentava il suo amico come uno dei suoi autori preferiti … e se tanto mi da tanto. E’ nella mia valigia pronto per essere letto a Mykonos, al tramonto, con una Corona in mano. Nel frattempo finisco un vecchio Burke, uno dei Gialli Mondadori. L’Inverno di Frank Machine mi entusiasmò, mi piacque da impazzire. Se questo è sullo stesso livello …

  4. @Luca e Sartoris: sì, la vostra è una lettura alternativa alla mia, sicuramente accettabile. Alla fine pure io ho detto che Neil Smith è stato molto bravo nel comporre questo che è anche un romanzo di formazione, Billy cambia tantissimo tra la prima e l’ultima pagina e questa evoluzione è narrata in modo ottimo. Un mega one man show e una esasperazione della prima persona. E però, come dite voi, non bisogna confondere l’autore con il protagonista del romanzo e il romanzo lo scrive l’autore, non il personaggio, ed è l’autore a fare quello che gli pare. Certo, pure io ipotizzo che a Neil Smith non fregasse niente di raccontare il monto e i personaggi intorno a Billy, più concetrato su Billy stesso. O magari no e ci troviamo di fronte alla più classica eterogenesi dei fini. Sono ipotesi e letture, diverse e tutte accettabili, non c’è un giusto o uno sbagliato. Io, per me, avrei preferito uno sguardo un pelo, anche, più periferico. Pure Moby Dick è narrato in prima persona, ma il mondo fuori è protagonista del racconto, non comparsa. Ripeto: è possibilissimo che le intenzioni degli autori siano diverse e che alcune scelte collimino maggiormente con i miei interessi e gusti piuttosto che altre. Comunque romanzo ottimo e sicuramente da leggere, queste note sono degli accenti, il voler trovare il pelo nell’uovo nel tentativo di guardare anche i lati apparentemente più deboli di un lavoro artistico. Altro colpo della Meridiano, comunque!🙂

    @Luca: ho letto un tuo commento a un post di Sartoris – Omar, prenditi questa testata in amicizia, fratello!🙂 – e ho letto di James Lee Burke. Niente da fare, eh? Sig…😦 Ho finito giusto oggi L’occhio del ciclone, è appena uscito al Blockbuster il film in noleggio con Tommy Lee Jones e volelo aver prima letto il libro. Come fa a non vendere un autore simili, giuro, non riesco a capirlo. Lo trovo straordinario. Ah, gran bel pezzo anche il tuo, quello pubblicato sul sito dell’Einaudi su Lansdale. Sono un po’ titubante su queste narrazioni dal punto di vista di ragazzini e bimbetti – vero Omar?🙂 -, comunque Champion Joe è Champion Joe e si deve leggere! Sempre che trovi il tempo di andare in libreria, mannaggia!🙂 Puoi darci qualche news suoi prossimi tuoi lavori più imminenti?

    @Walt: lo sai che sei un gran bastardo? Lo sai?🙂 Tu in vacanza con le chiappe a mollo e birraccia in mano e noi a correggere bozze? Eh? Maledetto…🙂 Vedendo a noi: devi leggerlo, certo, il libro è ottimo, anche se come hai letto gli ho mosso un paio di appunti. Però è di gran lunga superiore alla media, quindi, quando torni bello abbronzato, fammi sapere che ne pensi! E’ molto diverso dall’Inverno, in Winslow meglio il pitenziale imamginifico che riesce a sollevare, il Neil Smith il crudo realismo e cinismo. Sono diversi, l’affinità si limita alla sequenza ritmica, grandi pause e improvvise accelerazioni. Winslow più hollywoodiano, Neil Smith ottimo per il Sundance! Io ho finito oggi, come detto sopra, L’occhio del ciclone di Burke, magnifico, pure la componente onirica/mentale di Dave non guasta in JLB. Pazzesco! Ma il dolore è grande nel non poter più leggere i suoi ultimi lavori, credo ce ne siano già un paio inediti usciti da poco, ma nessuna casa editrice sembra voler pubblicarlo. Cioè, stiamo parlando di James Lee Burke che non trova un editore in Italia! Ma ti rendi conto? Manco fosse un cazzetto d’esordiente qualsiasi! Ma dai, ma dai! Beh, ci risentiamo al tuo rientro, allora! Io non mi muovo…

  5. Vitandrea in ha detto:

    L’ho comprato, non so quando lo leggerò. Bellissimo l’incipit. Ma ora ci recensisci Cielo di sabbia?

    • Certo socio, ma sai qual è la cosa più difficle? Non ci crederai ma è così: riuscire ad andare in libreria a comprarlo!🙂 A proposito: insieme al Lansdale o comunque in questi giorni è pure in uscita un nuovo lavoro di Pete Dexter! Imperdibile pure questo. Anche se su Cielo di sabbia conosci i miei dubbi… spero, però, di essere smentito!

      • Vitandrea in ha detto:

        Ti dico che io nemmeno lo prendo Cielo di sabbia. Ho letto l’incipit e altri brani presi qui e là. Non ce la faccio.

  6. Fabio Lotti in ha detto:

    Beccato e spulciato per quattro capitoli (sono alle prese con “Omicidio nella quarta dimensione” di Harry Stephen Keeler curato da Mauro Boncompagni) non mi pare certo all’altezza di Gischler. Ma non c’è da darmi troppo credito se “Lord Peter e l’altro” della Sayers, considerato un capolavoro assoluto, mi è sembrato sì un ottimo libro ma pure un tantinello forzato e ampollosetto (mi sono venuti anche un paio di sbadigli). Invecchiando tendo a rincoglionire.

  7. @Vitandrea: ostia, socio, proprio drastico eh? Beh, io una possibilità gliela do comunque. Lansdale è sempre Lansdale e poi, chissà, magari mi stupisce! Però ho molta più voglia, direi addirittura fisica, di leggere il nuovo Pete Dexter, appena uscito. Quello sì che è un fenomeno di scrittore!

    @Fabio: il libro della Sayers non lo conosco proprio, così come il Keeler. Ho un sacco di lacune. Per fortuna!🙂 Altrimenti il divertimento sarebbe già finito! Su Neil Smith concordo, è comunque un gradino sotto Gischler e comunque sono due scrittori molto diversi, è un errore accomunarli, trattano temi affini, ma sono più i punti di distinzione che quelli di contatto. Gischler è realmente più vicino a Lansdale e al suo genere ibrido, crossover, Neil Smith mi sembra più canonico. Ma è sempre un’opera prima e anche La gabbia delle scimmie di Victor è comunque un gradino sotto i suoi successivi lavori, soprattutto I Poeti. Ma ora aspetto di leggere il tuo commento!

    • Vitandrea in ha detto:

      Andrea, per Lansdale mi consolerò leggendo Jack della sotterranea, il racconto con Batman e il Dio del rasoio contenuto in un’antologia dedicata al primo (e anche nell’Urania Millemondi Estate 1990). Il Lansdale buonista dei racconti con ragazzini è lontano mille miglia dal Landale del Drive in o dei noir o di Hap e Leonard.
      Ah, tu che ami Crichton, lo sapevi che lui volevo scrivere Jurassic Park dal punto di vista del bambino? E che poi ha rinunciato e ha cambiato punto di vista quando ha visto bocciato il primo manoscritto dalla sua cricca di lettori prepubblicazione?

    • Yellow Medicine non è un’opera prima, ma il terzo romanzo di Smith. I primi due sono Psychosomatic e The Drummer.

  8. @Vitandrea: io lo leggo, sicuramente, come dicevo, riuscendo a trovare il tempo di andare in libreria. Omar si è lasciato scappare uno “stupendo”. E di Omar mi fido. Su Crichton: no, non la sapevo questa storia, ma bravi i lettori prepubblicazione!

    @Luca: mi ricordavo che fossero dopo quei due titoli, evidentemente mi sbagliavo, la mia memoria perde qualche colpo. Tra l’altro credo che stia scrivendo un seguito di Yellow Medicine e poi qualcosa dovrebbe di nuovo uscire per la Meridiano, giusto?

  9. Sto aspettando di leggerlo, visto che l’avevo inserito fra i “Libri in arrivo” sul blog..ma in questo momento la sua copia autografata sta vagando, in attesa che io riesca ad averlo! Lo leggerei in ogni caso, perché la simpatia di Anthony è davvero unica😉 e anch’io pensavo fosse il primo romanzo.
    @Luca, allora ci sei…:)

  10. bhe’, spero niente di grave, Luca!

  11. Ho aspettato a commentare, prima volevo leggere il libro, farmi una mia opinione e scrivere la mia bella recensione. Innanzitutto avevo grandi aspettative per Yellow Medicine e mi aspettavo un rivale di Gischler… niente di più sbagliato sono diversi non come il giorno e la notte. Gischler è il giorno, e Smith la notte per rendere l’idea. Gischler è un’ esplosione di fuochi d’articicio, meno complesso e oscuro di Smith ed è facile che colpisca di più per amare Smith bisogna andare più in profondità evitare una lettura superficiale. Se dovessi dire chi preferisco dei due mi troverei in grande imbarazzo, sulle prime avrei detto Gischler senza dubbio Smith ha qualcosa di volutamente sgradevole che ti tiene un po’ alla larga, solidarizzare con il suo Lafitte non è proprio automatico, ma superando l’avversione iniziale si scoprono sfumature che lo rendono simpatico. Non è quella merda che sembra a prima vista, è egoista sì, ama più la sua libertà della sua donna, fa cazzate a destra e a manca, ma crede nell’amicizia, ha un suo personale senso etico, è coraggioso, ama la sua famiglia e suoi figli, etc… Per la questione se i personaggi collaterali sono poco caratterizzati e solo macchie sullo fondo e il paesaggio penso sia una scelta voluta di cui era consapevole dal momento esatto che ha scelto la prima persona, un azzardo forse, ma sono semplicemente come li vede Lafitte, infondo è un semplice, un manicheo, non si fa troppe paturnie, e Smith cerca di vedere il mondo con i suoi occhi, penso che nella continuazione, dove lascerà la prima persona, darà più spazio ai comprimari e renderà evidente come gli altri personaggi vedono lui. Ma come dici tu Andrea è un punto di vista, un’ interpratazione, niente di più… Si vede poi che ama James Lee Burke e ha imparato molto da lui…

    • Grazie del commento Giulia ma, credimi, cerco sempre di evitare di fare letture superficiali. A maggior ragione quando ne devo scrivere e, nel caso, criticare. Comunque leggero con sicura curiosità i suoi prossimi lavori, proprio per il discorso che si sta svolgendo in calce al post su L’occhio del ciclone, è un bene e un nostro arricchimento la sua traduzione!

  12. O per carità mica dicevo che la tua lettura è superficiale, ci mancherebbe solo, forse mi sono spiegata male, volevo dire che ad un primo approccio il personaggio può respingere poi se si scava si scoprono i lati positivi… io ho cambiato idea diverse volte e ad ogni lettura ho scoperto cose nuove, non è semplice Smith, affatto anche se apparentemente è molto lineare…

  13. Confesso l’ho letto due volte e alcuni capitoli anche più di due e lo faccio solo quando mi sorgono dubbi o la lettura mi piace parecchio, giuro però che non ho mai sottolineato le parti che mi piacciono di più😉

  14. Pingback: Il ritratto di Billy Lafitte « Pegasus Descending

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