Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Un gelido inverno – regia di Debra Granik

Un gelido inverno

UN GELIDO INVERNO
un film di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan

Probabilmente la storia già la sapete: Un gelido inverno, trasposizione cinematografica firmata da Debra Granik del bellissimo romanzo di Daniel Woodrell, ricalca fedelmente la trama narrata nel libro. Quando Ree, una sedicenne costretta a sobbarcarsi sulle proprie spalle il peso del sostentamento della famiglia, si sente bussare alla porta e già sa che non saranno buone nuove. Lo sceriffo della piccola comunità rurale in cui vive, spersa tra i boschi, le nevi, il freddo e la miseria di una provincia americana in cui le villette monofamiliare sono state sostituite da fatiscenti baracche di legno, lo sceriffo, dicevamo, sta infatti cercando il padre di Ree, un pregiudicato in attesa di giudizio per spaccio di anfetamine. Se non si presenterà, la settimana successiva, al processo intentatogli, le autorità locali confischeranno la casa in cui Ree vive con la madre malata e i due fratelli piccoli e il piccolo pezzetto di bosco circostante. Il padre, infatti, pur di uscire di galera ha dato questi unici averi come garanzia per la libertà su cauzione. A Ree, oltre tutto il resto, non rimane altra scelta che mettersi alla ricerca del padre, iniziando così un viaggio da oltretomba in un mondo violento, ignorante e criminale che come un parassita, una tenia, succhia le sostanze nutritive della società.

Debra Granik, con Un gelido inverno, non commette il più grande errore in cui potrebbe scivolare un regista o uno sceneggiatore che volesse tramutare in film un’opera romanzata su carta: essere infedele al testo. Le trama, infatti, segue quasi pedissequamente quella scritta originariamente da Woodrell, limitandosi a tradurre in immagini le parole dello scrittore di Springfield, Missouri.

Una natura prepotente e ingombrante, infatti, diventa l’indiscussa protagonista di questo racconto di frontiera dalle multiformi sembianze: se, a tratti, la vicenda si tinge di noir, perdendosi tra i mille rivoli e le false piste di una ricerca che ha il sapore dell’indagine, della ricerca di una persona scomparsa qual è, in definitiva, il padre di Ree, Un gelido inverno è anche, e forse essenzialmente, un grande racconto di formazione e di passaggio a una età ancora più adulta di quella che Ree è costretta a vivere. La continua sospensione tra le realtà e la voglia di fuga, di costruirsi un futuro diverso e lontano da quei boschi, nel romanzo è magnificamente e simbolicamente rappresentata dalle musiche new age ascoltate da Ree, oltre che dalla sua ferrea volontà di arruolarsi nell’esercito, insieme alla Marina l’unica via per i poveri di viaggiare e scoprire il mondo. Un gelido inverno, inoltre, ammicca in maniera prepotente alla narrativa western e di frontiera, un genere di letteratura in cui la natura è matrigna piuttosto che madre e le vite dei pochi uomini che hanno l’ardire di sfidarla continuamente messa a repentaglio da forze oggettivamente soverchianti. La Granik, non volendo inventare niente, acquisisce poi il punto di vista di Woodrell e la sua messa in crisi di una società americana in cui la periferia è una sua componente fondamentale, ripercorrendo le orme – e le sorti al Sundance Festival, vinto da entrambi – del notevole e ignorato Frozen River di Courtney Hunt.

Questa trasposizione cinematografica, quindi, dimostra di possedere tutte le qualità del romanzo di Woodrell proprio grazie alla sua fedeltà. Nella traduzione italiana, però, si perde forse gran parte di quel lavoro sulla lingua operato sia dallo scrittore nel suo romanzo sia dagli attori nelle versione originale, attenuando un poco il sapore ruspante di quelle martoriate zone per cedere il passo a un lavoro maggiormente universale. Come accade, però, anche con molte opere italiane, non sempre è possibile combinare allo stesso tempo la fluidità narrativa alla estrema fedeltà linguistica, dovendo, di solito, trovare un giusto compromesso tra questi due Scilla e Cariddi.

Nonostante il Sundance, purtroppo, temo comunque che Un gelido inverno, come il romanzo, rimarrà opera vista e letta da pochi cultori e appassionati, minando cronicamente la possibilità di poter usufruire anche nel nostro Paese di una produzione lontana da logiche commerciali da blockbuster, ma intrinseca essenza di un movimento intellettuale e artistico che sempre più dimostra di affondare le proprie radici in un substrato culturale che spazia da Caldwell a Faulkner, da Steinbeck e Fante, dimostrandosi capace come pochi di raccontare la realtà e il mondo che ci circonda e, forse anche per questo motivo, destinato sempre a soccombere davanti a produzioni milionarie in cui, tolti gli effetti speciali, rimane il nulla.      

Di seguito il trailer de Un gelido inverno della regista Debra Granik:

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4 pensieri su “Un gelido inverno – regia di Debra Granik

  1. Alex in ha detto:

    D’accordo con te su tutto. Al cento per cento! L’ho visto al cinema due sere fa e in sala eravamo in sette😦 Compreso il gestore🙂

  2. Valter in ha detto:

    Davvero un gran bel film e grande prova di recitazione della giovane protagonista ( ma tutto il cast è stato all’altezza). Anche il romanzo merita di essere letto

  3. Frank77 in ha detto:

    Grande film,al momento il più bello bello della stagione cinematografica,e cast incredibile;sono così aderenti ai personaggi che non sembrano attori professionisti,un po come si usava nel nostro cinema neorealista.
    Mi fa piacere che anche tu hai notato delle somiglianze con Frozen River.Fra l’altro i film hanno in comune anche l’esser stati diretti da due donne e secondo me si vede.

    • Le regista USA stanno tirando fuori delle palle mica male: oltre a questo lavoro della Granik e la Hunt – Frozen River è bellissimo, peccato che l’abbiamo guardato in quattro, almeno qui in Italia. Come al solito… – non dimentichiamoci la Bigelow, che ha fatto il culo all’ex marito Cameron l’anno scorso. E noi? Stendiamo il solito velo pietoso? Più che commediole non sappiamo fare. Che vanno pure bene, per carità, ma essere incatenati in un genere, come nazionale intellettuale e culturale, intendo, è un gran limite secondo me.

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