Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Quelli che vanno al Salone del Libro per rimorchiare

Salone del Libro di Torino 2011

Che Pegasus Descending sia il blog che possa disporre del più vasto spiegamento di mezzi umani ed economici del web, beh, questo lo sapevate già. Non vi stupirà sapere, quindi, che il vostro blog preferito mica se l’è perso il Salone del Libro 2011 di Torino, potendo invece disporre dell’affilatissima penna di un Vitandrea Silecchia sugli scudi come non gli capitava da tempo, come da quella volta in cui vide per la prima volta un film Linda Lovelace non riuscendo più a dormire per due notti di fila. Vabbè, sì, aveva anche mangiato a colazione la peperonatina di nonna Pina, però la colpa era di Linda, garantito al limone. Il Salone del Libro è ormai una sorta di istituzione, un po’ come il 2 giugno, un giorno buono per i ragazzi del liceo per andarsene in giro a zonzo invece di studiare a scuola. Tutto questo, e molto altro, ci racconta un Vitandrea particolarmente brillante e irriverente che non si lascia scappare un finale alla Bradbury al contrario con cui molti converranno, soprattutto quelli che, cazzo malefico, vorrebbero tornare a leggere robe nuove di gente come Nisbet e James Lee Burke, tanto per citarne un paio in via di estinzione dalle nostre librerie.

ps: una comunicazione per le amiche di Vitandrea: il titolare del blog qui medesimo è un grandissimo appassionato di Luis Sepulveda, tanto da aver letto quasi tutta la sua opera, potendo inoltre annoverare nel proprio cursus librorum anche alcuni titoli di Coelho (sebbene questo, vabbè, mi faccia proprio cagare). Così, io ve l’ho detto.  

di Vitandrea Silecchia

Torino, le dieci di mattina di sabato 7 maggio. Cammino lungo la passerella olimpica, guardando l’arco e dando occhiate al Lingotto, che ospita il Salone del Libro 2011. Terminata la passerella, logica vorrebbe che scendessi le scale per mettermi in coda e fare il biglietto ma, da bravo ominide decerebrato anni 2000, seguo un paio di gruppetti di aspiranti visitatori del Salone, convinto che loro conoscano la strada giusta. Entriamo nel centro commerciale del Lingotto. Capisco che ne sanno meno di me della via da prendere perché il loro passo, da spedito e sicuro, diventa lento e incerto. Fingendo noncuranza, sentendo interrogativi come: “Ma quale strada prendiamo?” e “Forse abbiamo sbagliato”, vado verso il bancomat fingendo di dover prelevare soldi.

Salvata l’apparenza, e ritrovata la retta via, mi metto in coda per fare il biglietto. Si aggirano guardinghi, tra i visitatori, i neri che cercano di sbolognarti i libri degli scrittori africani. Uno mi chiede: “Hai mai letto libri africani?”. Io: “Due”. È una bugia, e scappo via. Un altro riesce quasi a sbolognare due libriccini a una ragazzina, ma arriva lesta la mamma di lei, la prende per un braccio senza dire una parola e la allontana.

Superato lo scoglio della coda, riesco finalmente a entrare e a cominciare a girare tra gli stand del Salone del Libro, in attesa dell’arrivo di amici che mi facciano compagnia. Adocchio lo stand di Elara, semisconosciuta casa editrice che vende solo on-line, specializzata in fantascienza. Hanno L’anello intorno al Sole di Clifford D. Simak. Che figata, è introvabile! Di quel libro ne parla anche Stephen King nel racconto “Uomini bassi in soprabito giallo”. “Quanto costa?” chiedo. La donna nello stand: “20 euro. Scontato,18”. Fossi un cartone animato giapponese mi cadrebbe un mattone sulla testa. “Grazie, ripasso dopo”. Ciao ciao, anello intorno al Sole.

Trovo uno stand di fumetti, mi piacciono i disegni e mi metto a curiosare. Il nerd che è in me (lui esiste e lotta insieme a noi), impazzisce di gioia alla vista dei fumetti delle Tartarughe Ninja: quelli originari dei primi anni ‘80, dai quali sono stati ispirati cartoni animati, pupazzi e videogiochi che hanno infestato la mia infanzia. L’addetto dello stand intuisce che c’è un potenziale pollo davanti a sé, e comincia a lisciarmi, decantando le lodi del fumetto: cosa inutile, lo comprerei al volo, se non avessi il budget scientemente contato. Provo a darmi un tono, cito Magnus e Jacovitti come autori di fumetti che amo, e provo a chiedere lumi su altri titoli che hanno in esposizione: Vampire Boy, un qualcosa con Sherlock Holmes e roba di delitti nella Londra vittoriana che si chiama Fog. L’addetto mi spiega, in ordine: “Vampire è la lotta millenaria tra un bambino vampiro e una vampira. Lui rimane bambino nel corpo ma non nella mente. Sherlock Holmes è lo Sherlock Holmes che conosciamo. Fog è una storia ambientata a Londra, con la nebbia, i delitti, e la nebbia”. Mmm. Forse non lo conosce bene. Ringrazio e vado, pensando: Tartarughe Ninja, sì o no?

Riprendo a fare lo slalom tra gli stand. Arriva trafelato un tipo in giacca e cravatta. Mi chiede prima ancora di fermarsi: “Scusa, quanti libri leggi in un anno?”.
“Eh?”. E cerco di andarmene.
Ripete la domanda, seguendomi.
Rispondo: “Boh, anche quaranta. Perché?”.
E inizia la pappardella sui magnifici sconti della sua libreria. Mondolibri, tanto per intenderci. “Nonnò, ciao”. Dico, e allungo il passo, lasciandomelo alle spalle.

Gironzolo ancora per stand di fumetti: c’è Luca Enoch che firma copie dei suoi libri e fa disegni per gli acquirenti. Vorrei dirgli che è bravo, ma Gea non era poi ‘sto granché: troppo buonista. Ma chissene, non so neanche come andava a finire la storia.

Stand del Libraccio: un assalto alla diligenza. Sgomitando negli spazi stretti tra uno scaffale, prendendo gomitate e ricambiando con zainate, trovo due Clive Barker (un Libro di sangue e il romanzo Gioco dannato), un Dean Koontz del ’76 (Quando scendono le tenebre) e un Ramsey Campbell (La bambola che divorò sua madre) al quale, in aNobii, un lettore suggerisce di andare a zappare la terra. Ma io non so resistere al richiamo dell’horror anni ’70. E poi, con un titolo così invitante! Tenete a mente questi libri, perché tra poco torneranno protagonisti.

Mi chiamano al telefono: sta per arrivare la mia amica. La aspetto al di fuori del Salone. Sulle scale di fronte alla biglietteria. C’è un capannello di gente all’ingresso della sala cinque. Chi parlerà mai? Obama? Un crossover con Bigazzi e Benedetta Parodi? Uno show con Ruby Rubacuori? Pisapia vestito da Batman? Meglio ancora: Luis Sepulveda. Che infatti è all’aperto, panama e occhiali da sole, camiciona, circondato da lettori adoranti. Assomiglia a Gheddafi. Ripenso a Jim Nisbet, l’anno scorso, che passeggiava tranquillamente per i corridoi senza essere avvicinato da nessun lettore. Me e il titolare di questo blog esclusi. Sì, Nisbet non vende come Sepulveda. Sì, in Italia ci sono solo tre libri di Nisbet rintracciabili in libreria (con buona dose di fortuna), i libri di Sepulveda te li gettano addosso. Però, uffa. Vuoi mettere la banda di trafficanti di organi di Prima di un urlo con il killer sentimentale? Gli farebbero il culo a tarallo.

Intanto è arrivata la mia amica. Il giorno prima ha partecipato alla festa di Minimum Fax. Ottima musica, mi dice. C’era anche Paolo Giordano. Quello della solitudine dei numeri primi. A proposito, che fine ha fatto? “Una cosa tipo la posta del cuore su Vanity Fair”. Eccola, la nuova onda italiana.

Le faccio vedere trionfante cosa ho comprato. Inarca le sopracciglia al primo libro, poi le aggrotta al secondo, al terzo fa una smorfia e al quarto accartoccia la faccia, raccapricciata. Meglio andare a prendere qualcosa al bar. Siamo in tre: io, lei e una sua amica. Nemmeno il tempo di fare due passi, e siamo intercettati su due fronti. Un’altra scheggia impazzita degli agenti di Mondolibri blocca l’amica dell’amica per chiederle quanti libri legge in un anno. Ma il capolavoro tocca all’altra: un ragazzino in giacca e cravatta, alto modello lampione, la ferma. Le chiede se vuole migliorare la sua capacità di memoria, e le mette in mano un foglietto esplicativo. Lei gli fa: “Mmm, no grazie. Ho una buona memoria”. Lui sporge il labbro in fuori, deluso: “Allora non vuoi migliorarti?”. Lei ripete che non ne ha bisogno. E lui: “Allora ridammi l’invito, sono personali”. Lei gli restituisce il foglio, appallottolato. Avevano fermato anche me, qualche giorno prima, in Via XX Settembre a Genova. Era una ragazza. Quelli dei corsi di tecnica di memoria sono bravi. Cercano di farti sentire una merda perché non vuoi migliorarti con le loro strabilianti conoscenze. Le ragazze sanno essere crudeli, perché quando dici no ti guardano come se tu fossi un molestatore di vecchiette. A ripensarci, forse non è una tecnica di vendita adeguata.

Torniamo a noi: Salone del Libro. Arriva un altro amico, libanese, mi chiama al telefono, e lo vado a recuperare all’ingresso, per pagargli il biglietto. Non ha contanti, e alle casse non accettano né bancomat né carte di credito. Viva la modernità.

Gli offro un caffè. Il mio amico è un marpione, in fila per la cassa siamo circondati da belle ragazze. “C’è tanta bella figa, qua!” esclama, come quel famoso signore immortalato in un filmato di Mai dire gol (credevo parlassi di Berlusconi… ntb). E in effetti. Ma vagli a spiegare che ormai non basta più essere uno che legge per rimorchiare. Se mai è bastato: a me, mai. Devi essere bravo a trovare le letture giuste: non Nisbet, non Lansdale, e nemmeno Elmore Leonard (“Chi?!”). Quindi, consiglio: se volete fare colpo sulle ragazze, dite che leggete Sepulveda, Coelho, un qualsiasi cosa che abbia un’aura di sudamericanesimoesistenzialnewage. Credo che Milan Kundera vada ancora forte. Se volete crearvi un giro di amanti intellettuali John Barth è il nome che fa per voi. E poi tutto il catalogo Minimum Fax.

Altrimenti vi ritrovate come me. Ostentare letture di genere fa male. Ecco che tornano i titoli che ho acquistato al Libraccio. Anzi, nel frattempo ero tornato e… tripudio di felicità! Ho beccato il primo romanzo di Nisbet pubblicato in Italia: I dannati non muoiono, del 1981. Un’altra ghiottoneria! La mia amica, esaminando questo e gli altri libri, ha quindi sentenziato: “Le tue  letture sono Harmony per maschi!”. Che si affianca ai commenti di altre persone (altre persone donne): “Sì, carini, ma sono libretti così, da spiaggia. Non sono veri libri”. E poi il mio preferito, quasi fantozziano: “Sì, tu leggi tanto, ma secondo me così non vivi per davvero”.

Con il mio ego smontato, ma senza darlo a vedere, ci imbattiamo nell’aperitivo offerto dal collettivo Spinoza. Chiedo spiegazioni alla mia amica su chi siano e cosa facciamo questi signori, al di là delle battute radical chic di sinistra che la gente condivide su Facebook. Lei: “Hanno trovato un modo per fare soldi e rimorchiare ragazze senza lavorare”. Geni è la parola che mi viene in mente. Casomai venisse fuori che uno di loro ha letto in giovane età L’incendiaria di Stephen King verrebbe su uno scandalo che nemmeno bunga bunga e tricchete tracchete messi insieme potrebbero eguagliare.

Sullo sfondo giovani lettrici in fuga da Vitandrea

Ultime battute di una giornata divertente. Incappiamo nello stand di una casa editrice specializzata in autori portoghesi (forse anche spagnoli), non chiedete a me, io leggo Harmony per maschi. La mia amica chiede informazioni sulle novità di questa casa editrice, lei conosce i nomi di questi romanzieri, per me potrebbero essere tranquillamente cugini di José Mourinho, o fratellastri caduti in disgrazia di Manoel de Oliveira.

La ragazza allo stand prova a raccontare senza successo la trama dell’ultimo libro del loro autore di punta (perdonatemi, non ricordo nulla di questi portoghesi): non se la ricorda bene. La mia amica si fa convincere (poi mi dirà che voleva prenderlo lo stesso, le ha dato soddisfazione). Ancora la ragazza allo stand ci rifornisce di cataloghi. Ne dà uno anche me. Ovviamente sono stato sputtanato subito, come lettore di Harmony per maschi. La ragazza mi fa: “Dai, magari così cambi genere”.

La mia amica: “Beh, anche no. Maschio va bene”.

E’ ora di andare via. Saluto la mia amica, e raggiungo l’altro. La sua auto è un tripudio di cartacce e di sporcizia. Mi porta all’autolavaggio. Che fine ingloriosa: dai templi del sapere (anche se armonico e solo per maschi) al Garage 2000 – Autolavaggio self service. Lui si dà da fare, ma mica tanto: non ha rimorchiato al Salone! Mi trascina nel suo mondo. Ascoltiamo musica libanese e mi porta dal miglior kebabbaro di Torino. Tra di loro si chiamano fratello. Un punto di incontro tra cultura musulmana e barese: tra migliori amici ci si chiama u’ fra’ (fratello). I discorsi si fanno filosofici: “Quant’è buono ‘sto kebab”, “Cavolo, dovevo prendere i fumetti con le Tartarughe Ninja”, “Hai visto quella in minigonna?”, finché non arriva l’ora di rimettersi in treno: quasi le dieci di sera, fine della gita.

In viaggio, mi giro e rigiro tra le mani i libri acquistati, leggo le quarte di copertina, ascoltando col lettore mp3 l’ultimo album di Caparezza. Per parafrasarlo, Chi se ne frega della letteratura.

Mi allontano da quella montagna di carta, parole e immagini contenuta nel Lingotto di Torino. Migliaia di storie accumulate una sopra l’altra, con le loro voci umane e non (una tartaruga ninja urla cowabunga!), i loro luoghi, sia fisici sia mentali, speranze, aspirazioni e piccolezze. Una montagna di carta della quale almeno più della metà andrebbe data alle fiamme, perché non tutte le storie sono degne di essere raccontate.

Verrà un giorno in cui un lettore più stanco degli altri delle fascette che annunciano l’arrivo del giallo svedese definitivo e delle quarte di copertina che annunciano più della metà della trama di un romanzo e delle recensioni-sbrodolate tra amichetti scrittori, prenderà in mano una tanica di benzina formato famiglia e, spalleggiato da due guardie del corpo di nome Hap e Leonard, sul dorso di un tirannosauro ricostruito grazie a una zanzara intrappolata in una goccia d’ambra, innaffierà ridacchiando tutta quella carta e metterà mano al fiammifero.

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2 pensieri su “Quelli che vanno al Salone del Libro per rimorchiare

  1. Vitandrea in ha detto:

    Il filmato di Mai dire gol con l’esclamazione di cui nell’articolo.😉

  2. Querciabaruch in ha detto:

    sì, kundera va ancora forte…

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