Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Hereafter – regia di Clint Eastwood

Hereafter

HEREAFTER
un film di Clint Eastwood
con Matt Damon, Cécile de France, George McLaren

Sarà l’età che avanza e le inevitabili riflessioni che questo comporta oppure la necessità di esplorare nuove strade narrative e artistiche, di rinunciare al racconto della realtà più nuda e cruda per camminare, all’opposto, in quelle terre di confine tra l’umano e quel che c’è di là. Sarà quel che sarà, sta di fatto che con il suo ultimo lavoro, Hereafter, Clint Eastwood segna uno scarto piuttosto marcato rispetto all’intera sua produzione, dai western di trenta e passa anni fa fino ai capolavori a cavallo tra gli anni ’90 e quelli 00, da Un mondo perfetto a Gran Torino, passando per Mystic River e Million Dollar Baby.

Hereafter è la storia di tre persone diversamente a contatto con la morte. George è un sensitivo che vede quello che molti considerano un dono come, invece, una condanna a un’esistenza tormentata e fatta di solitudine estrema. Dopo aver rinunciato a una lucrosa attività basata sul dolore della gente, anche se sono proprio questi ultimi, ancora, a cercarlo con insistenza, si guadagna da vivere lavorando in fabbrica e iscrivendosi a corsi serali di cucina italiana nel tentativo, probabilmente, di scorgere un barlume di normalità. Marie è una affermata giornalista francese in vacanza in Thailandia nel 2006, nel periodo natalizio, proprio in concomitanza con uno dei più devastanti tsunami che la storia umana ricordi. Travolta dalla forza dirompente dell’onda anomala, Marie vivrà un’esperienza a cavallo tra la vita e la morte e, tornata indietro, la sua esistenza non sarà più la stessa, bensì spesa alla continua ricerca e comprensione di quello che le è accaduto e di quello che le accadrà. Markus è un ragazzino londinese con una mamma drogata e un sacco di altri casini. Come se non bastasse, sempre in accordo con la ferrea legge secondo cui la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, perderà il fratello gemello Jason in un incidente stradale, sprofondando in una solitudine senza speranza e prospettiva.

Queste tre storie, seppure distanti sia per quel che riguarda il loro svolgimento sia per i fini e le motivazioni che spingono i tre protagonisti di Hereafter ad agire, sono accomunate dal rapporto contrastato con la morte, dalla necessità, incredibilmente e dannatamente umana, di capire cosa c’è al di là, cosa succede poi, scontrandosi, inevitabilmente, con tutte le prevedibili difficoltà per chi non voglia rispondere a questa domanda con la risposta più semplice (e vera?): niente.

Clint Eastwood, dal punto di vista meramente tecnico e cinematografico, si dimostra regista di un talento davvero soprannaturale, riuscendo a raccontare una storia difficile e sempre sull’orlo del ridicolo con sicurezza, semplicità e delicatezza. Quando si parla di morte o si pongono domande, ricercando risposte, su un tema che ha spaccato letteralmente la testa a, credo, tutti gli uomini che abbiano mai calcato questo suolo polveroso, il rischio è quello di mettere insieme un’accozzaglia di pacchianate e stronzate in stile Voyager, minchiate fatte di fantasmi, spiriti, tunnel luminosi e via dicendo. Lo stesso Eastwood, a tratti, concede qualche secondo a questa esperienza mistica e apparentemente inspiegabile, non per indugiare sul paranormale, bensì per fornire alimento alle necessità dei suoi personaggi e, più generalmente, alle proprie esigenze di regista. La solida sceneggiatura di un fuoriclasse come Peter Morgan, inoltre, garantisce alla storia una propria linearità e compiutezza, ammiccando alle emozioni dello spettatore piuttosto che alla sua ragione solo, seppur a tratti, nella straziante vicenda del piccolo Marcus, il cui sviluppo, a causa della giovane età dei protagonisti, risulta un po’ troppo tagliata su misura per i sentimenti di mamme e nonne e non così equilibrata e non partecipata come quella, per esempio, di Un mondo perfetto.

Le storie convergeranno, per vie traverse, su Londra e sarà per bocca di George, interpretato da un sempre ottimo Matt Damon, che si estrinsecherà la filosofia di Clint Eastwood, il commento del regista all’intero film, la fine di una storia in cui tutti siamo coinvolti: non lo so. Hereafter, dopo due ore e passa, giunge alla più classica delle conclusioni, abbassando le braccia di fronte all’impossibilità di comprendere la nostra mancata capacità di rassegnazione, come un animale che dopo aver fatto una sortita fuori dalla tana ritorni velocemente sui suoi passi.

Come già nel precedente Invictus, però, Eastwood, nuovamente, sceglie di non cedere al pessimismo, bensì di rilanciare la speranza, liberando il proprio personaggio più doloroso, George, dalla sua condanna a guardare il passato degli altri per immaginare, per la prima volta, il proprio futuro. Perché alla fine è proprio questo quello che rimane di un lavoro estremamente poetico e foriero di così tante perplessità anche da parte del sottoscritto: possiamo inventarci una religione e credere nella vita eterna percorrendo quell’unica via che si chiama fede. E pensare alla morte e vivere preparandoci per la morte, per quello che ci sarà dopo, per pesare il nostro cuore su un bilancino come facevano gli antichi egizi. Oppure possiamo accettare la nostra finitezza e concentrarci su quello che ci è dato, spendendo bene il nostro tempo e non permettendo mai alla morte di uccidere la vita. L’unica cosa che, in definitiva, conti realmente.

Di seguito il link di Hereafter di Clint Eastwood:

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Un pensiero su “Hereafter – regia di Clint Eastwood

  1. Valter in ha detto:

    Un finale da dimenticare….(purtroppo)! E il resto così così… pazienza… anche i migliori
    possono sbagliare!😀

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