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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Vallanzasca – Gli angeli del male – regia di Michele Placido

Vallanzasca – Gli angeli del male

VALLANZASCA – GLI ANGELI DEL MALE
un film di Michele Placido
con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Paz Vega, Valeria Solarino, Francesco Scianna

Non credo ci sia bisogno di spendere troppe parole su Vallanzasca, per ricordare o solamente citare le sue imprese malavitose, il fascino che fu in grado di suscitare in ampie fette della popolazione italiana tra gli anni Settanta e Ottanta, le rocambolesche evasioni e la mancanza di pentimento. Vallanzasca fu l’ultimo dei gangster, un uomo che, bisogna dargliene atto, ammazzò e rubò per propria scelta e convinzione, uno che non se la prese con lo Stato, la società, la borghesia o adducendo basse giustificazioni di questa risma. Scelse e ne pagò – e ancora sta pagando – le conseguenze di quelle decisioni.

In Italia, nel nostro moralissimo e moralista Paese, è estremamente difficile fare cinema, letteratura o arte. Nel nostro Paese è forse impossibile riuscire a ragionare, far funzionare il cervello rispettandosi al di là delle convenienze o delle opposte idee. Tutto, nel nostro Paese, finisce inevitabilmente in vacca, grazie a una politica sempre pronta a fare caciara  per celare con strati di fumo la propria pochezza e inadeguatezza, una attività, quella politica, da sempre doverosamente reputata tra le più nobili ma, altrettanto da sempre, praticata  per la sua stragrande maggioranza da puttane, nani e ballerine. Tutti, indistintamente, con la testa vuota e il portafoglio pieno. E una politica di tal fatta, ovviamente, non può non accompagnarsi ad un fido cagnolino che da mastino della democrazia quale dovrebbe essere si è trasformato in un chihuahua minuscolo e leccaculo: il giornalismo.

Questo inciso, che può benissimo applicarsi quotidianamente a una vasta pletora di argomenti, si adatta benissimo all’ultimo film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male. Ricorderete il polverone che si alzò durante la sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, tanto da portare qualche illuminato politico e pensatore nostrano a suggerirne il boicottaggio che, tradotto, significa “censura”. Ma anche questo, ahinoi, è un malvezzo molto frequente dalle nostre parti: quando qualcosa non ci piace non bisogna confutarlo, ma censurarlo. Quel libro porta una tesi che non condivido? Non leggetelo. Quel film solleva problemi che non mi va di affrontare? Non guardatelo. E così via. Le pagine buie della nostra storia – e ce ne sono centinaia – non devono essere affrontate, rimasticate, risputate, digerite, andarci magari indigeste ma, comunque, vissute, bensì semplicemente accantonate, celate, mascherate, non dette. Michele Placido non può, quindi, prendere un personaggio che, nel male, ha segnato un paio di decenni della nostra storia e raccontarne le vicende con tutta quella sacrosanta e inevitabile libertà che va lasciata all’artista, dovrebbe, bensì, pensare alle farfalle o alle commedie da quattro soldi.

Vallanzasca – Gli angeli del male è, invece, un film tra i pochi prodotti nel nostro Paese in grado di competere senza sfigurare con le produzioni internazionali e, in particolare, americane. Vedere un film come Vallanzasca mette speranza, perché dimostra come ci sia ancora qualcuno in grado di scrivere sceneggiature che reggano per due ore abbondanti, registi capaci di dare ritmo alla loro storia e attori attrezzati per affrontare interpretazioni complesse senza banalizzarle.

Placido, con questo suo ultimo lavoro, torna negli anni che già furono l’ambientazione prima di Romanzo criminale e poi de Il grande sogno. Se Romanzo criminale, lavoro più affine a questo Vallanzasca del secondo a causa delle tematiche trattate, era però una storia corale che aveva come coprotagonista anche la narrazione di un’epoca e delle sue schifezze, con Vallanzasca è la storia di un uomo al centro della vicenda. Tutto ruota intorno al Bel René, la Milano degli anni ’70 altro non è che un set cinematografico e i molti altri bravi attori che gli ruotano intorno, inevitabilmente, dei comprimari. Il palese e dichiarato intento di Placido è quello di raccontare una scelta, deliberata e ponderata, senza sociologismi da quattro soldi o moralismi d’accatto. Il rischio, sempre presente in gangster-movie come il presente Vallanzasca, è quello di presentare il crimine come qualcosa di affascinante, a volte addirittura nobile, a causa delle sue regole e delle azioni dei protagonisti. Il regista, seppur cercando continuamente di tenersi fuori dalla mischia limitandosi a raccontare, a lasciar fare a Renato Vallanzasca, non sempre riesce a mantenersi su questa posizione di imparzialità, dando vita a un personaggio che a tratti strizza l’occhio allo spettatore, come nel finale. Se, normalmente, tutto ciò potrebbe derubricarsi come un difetto, avendo a che fare con uno che in carcere riceveva interi sacchi di lettere da parte di ammiratrici, la cosa non diventa altro che un ulteriore aspetto della vicenda, ricreando in maniera opportuna ed efficace quel sentimento popolare così diffuso ai tempi in cui il boss della Comasina imperversava in Italia e cavalcato con consapevolezza e abilità dallo stesso Vallanzasca.

I criminali, come scrive in maniera lucidissima Joseph Pistone, alias Donnie Brasco, nei suoi libri, non sono mai affascinanti come appaiono nei film. Vallanzasca, evidentemente, ne è una eccezione, come dimostra la Storia e seppure i suoi delitti tali rimangano. Placido mette in scena tutto ciò, dando ampio spazio a un Kim Rossi Stuart sicuramente mai così bravo – e con accento, finalmente, milanese – e abbassando le mani davanti allo smodato Ego e all’istrionico carisma di un belloccio con il mitra il mano. Tutto ciò, a differenza di quanto possono pensare i detrattori di Placido e del suo lavoro, non significa giustificare i crimini di Vallanzasca o dimenticare le sue vittime. Significa, molto più semplicemente, prendere una storia e raccontarla al meglio delle proprie capacità e dopo aver fatto le necessarie scelte stilistiche per narrarla con efficacia. Un film come Vallanzasca, inoltre, rappresenta la calata dentro una mente criminale per scelta, il fascino di chi ha il coraggio di prendere delle decissioni forti e senza ritorno – come dice lo stesso protagonista in una scena iniziale del film – ma al contempo tutta la miseria morale ed esistenziale di chi per quelle stesse scelte forti rinuncia alla propria famiglia, al veder crescere il proprio figlio, alla possibilità dell’amore o, più banalmente, del sonno tranquillo.

Vallanzasca era una sorta di star mediatica e Placido ha messo in scena (anche) tutto ciò. Se ne può fargliene una colpa, come chi parla senza attaccare prima il cervello e senza guardare al di là dello schermo la complessità della realtà riportata nelle storie su carta o pellicola, oppure accettare che quella parte oscura che Vallanzasca dichiarava di avere particolarmente invadente è malcelata in più persone, e forse, più di quando siamo disposti ad accettare. Anche se nessuno, dopo aver visto il film di Michele Placido, augurerebbe a un proprio figlio la vita fatta da Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione.            

Di seguito il trailer di Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido:

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10 pensieri su “Vallanzasca – Gli angeli del male – regia di Michele Placido

  1. Valter in ha detto:

    Bravo Andrea, condivido tutto; una delle tue migliori recensioni!

    • Grazie Valter! Io ho trovato il film di Placido veramente molto bello, per certi versi superiore anche a Romanzo Criminale e sicuramente a Il grande sogno, anche se quest’ultimo è più uno spezzone autobiografico e, forse per questo, più debole. Possiamo dire che il buon Michele è uno dei migliori registi italiani contemporanei? Spero sinceramente che prosegue in questa sua vena crime, credo vi si trovi molto a suo agio. Trovo indecente la gazzarra scoppiata intorno a questo lavoro, una miopia artistica e cinematografica imbarazzante… e grazie per i complimenti!🙂

  2. Vitandrea in ha detto:

    Andrea, vado OT, solo per dirti che al Salone del Libro ho trovato I dannati non muoiono di Nisbet! E l’ho preso, lo leggo come prossimo libro!

  3. Concordo totalmente sul giudizio positivo. “Vallanzasca” è piaciuto parecchio anche a me e conferma le doti registiche di Placido e la sua levatura internazionale. Se – almeno – fossimo bravi a esportarlo come meriterebbe.

    • Ecco, Emo, hai centrato in pieno il punto. Se fossimo bravi a esportarlo come meriterebbe. Ma io dico: che ci sta a fare un ministro e un ministero dei beni culturali? Questo di Placido è un lavoro che, a mio avviso, non sfigura per niente a fianco, che ne so, a Nemico pubblico di Mann o a Nemico pubblico n1 di Richet. Se invece di fare gazzarre sterile e volgare lavorassimo un po’ più come sistema… chissà che anche attraverso l’arte non si sia in grado di dare credibilità internazionale al nostro paese, invece di essere famosi solo per la monnezza, il bunga bunga e cazzate varie. Ma non vedo in giro così lungimirante da afferrare questa cosa, qui si parla solo di tagli, di censura e di cose inutili pensando di prendere due voti in più o in meno. Ed è un gran peccato, perchè alcuni numeri e carte da giocare le avremmo eccome!

  4. appunto🙂

  5. Visto finalmente anch’io (anche su sollecitazione della tua rece): mi è davvero piaciuto, cazzo, forse più di – eresia? – Romanzo Criminale. Kim Rossi Stuart è sempre bravo in questi ruoli di dannato destinato a bruciarsi e ha incarnato perfettamente il fascino perverso del bel René…

    (PS uso questo commento per rispondere ad un tuo lasciato sul mio blog – BLOGGER sta facendo di nuovo le bizze e non riesco ad accedervi, spero si sblocchi, cazzo! – riguardo il mio nuovo romanzo: ne parlammo quaggiù ricordi? È quello incentrato sul ragazzino modello IO NON HO PAURA o, preferisco grazie, IN FONDO ALLA PALUDE… devo un po’ limarlo e rilavorarlo ma è pressoché terminato!!!!) ti tengo aggiornato, comunque🙂

    • Ciao Omar, scusa se ti rispondo solo ora, ma gli auguri per la nascita di Giorgia hanno fatto slittare il tuo commento e, perdendolo di vista, me ne sono dimenticato! Ah, la testa! Sono contento che Vallanzasca ti sia piacuto, io l’ho trovato superiore, nettamente, a Romanzo Criminale, comunque dimostrando che Placido è un regista veramente con i controcazzi. Come dicevo con Emo, se riuscissimo ad esportarlo all’esterno piacerebbe a molti e non saremmo riconosciuti solo per monenzza, mafia e cazzate varie. Ma il nostro ministro della cultura pensa alle sue puttanate e opere come questa, ahime, temo rimangano solo dentro i confini nazionali o, al massimo, in Canton Ticino.

      Per il tuo romanzo: ti confesso di non amare molto la letteratura con bambini protagonisti o voci di bimbi narranti. Vediamo che ne viene fuori, Omar, stupiscimi! Perchè Io non ho paura… insomma… sai che non sono un fan di Ammaniti e della sua playstation…🙂

  6. @tranquillo Pelf, Giorgia è più importante del resto (sono davvero lieto per te). La settimana prossima sono a Milano, a discutere del nuovo romanzo. Comunque ne ho già cominciato un altro (chi si ferma è perduto).

    PS su Vallanzasca: ma lo sai che di tanto in tanto mi torna in mente lo sguardo allucinato di Kim Rossi Stuart che bofonchia in milanese artefatto – ma efficace – proprio come il bel René? A riprova di una interpretazione che, oggettivamente, lascia il segno. Bello!

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