Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il ritratto di Toby Sawyer

Notte di sangue a Coyote Crossing

Continuiamo, imperterriti, a parlare di Notte di sangue a Coyote Crossing, ultimo lavoro pubblicato in Italia firmato da Victor Gischler. Oggi è la volta di un pezzo monografico sul protagonista del romanzo, Toby Sawyer, scritto da Fabio (e Jonathan) Lotti. Ma… un attimo, prego… ok, ok… Dalla vasta redazione di Pegasus Descending mi hanno appena informato che Notte di sangue a Coyote Crossing, già settimana scorsa e a tre dalla sua uscita, ha polverizzato la prima edizione. Go-go Victor!

di Fabio (e Jonathan) Lotti

Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di  sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.

Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni  “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.

Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.

Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.

È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.

È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.

Fabio e Jonathan Lotti

Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).

Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato  abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Grazie Gischler e grazie Luca.

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16 pensieri su “Il ritratto di Toby Sawyer

  1. @Fabio e Jonathan: e grazie a voi! Pezzo splendido che rende giustizia alla grandezza di uno scrittore puro, uno dei più formidabili talenti regalati dalla letteratura americana negli ultimi 10 anni, il perchè è tutto nel pezzo di Fabio.

    Per cose invece meno liriche date un occhio alla tripla di Sugarpulp di oggi.

    Sinceramente: per me questo è fino ad ora il libro dell’anno e lo direi anche se lo avesse pubblicato ISBN o GUANDA!

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Caro Matteo ce ne sarebbero ancora di cose da dire! Mi sono limitato ad un semplice sunto.

  3. Fabio Lotti in ha detto:

    Una domanda a Matteo. Ma perché su “Sugarpulp” non si può commentare come qui, per esempio, senza per forza entrare in Facebook o in altri aggeggi similari?
    Poi ringrazio Andrea per avere postato il pezzo.

  4. @Fabio: in effetti hai ragione, ci stiamo infatti pensando…

    • Sì, quella cosa dei commenti solo via FB è un po’ una rottura di balle… e sulla fronda puoi ben dirlo! E guarda che qui i lupi mannari stanno aspettando Neil Smith dopo quello che tu e quel sarchiapone di Luca Conti avete iniziato a mettere in giro…🙂

  5. Fabio Lotti in ha detto:

    Infatti ho letto i commenti delle due barbabietole segaiole ma non sono potuto intervenire. Tra l’altro sono d’accordo con l’idea di “poeta” di Giacomo Brunoro a cui va il mio saluto anche se non mi ha pubblicato quel pezzo ironico che lui sa…(brutto birbone).

  6. Vitandrea in ha detto:

    Al di là del ritmo frenetico, e delle storie interessanti, la vittoria di Gischler arriva con i suoi personaggi, mai macchiette, ma con motivazioni, comportamenti coerenti, psicologie ben precise: insomma, si evolvono nel corso della narrazione. A differenza dell’ultimo Winslow, Satori, Nikolaj Hel è una lagna, sempre uguale dall’inizio alla fine.

  7. Fabio Lotti in ha detto:

    Piccola osservazione. Oggi il lettore (in genere) è attratto soprattutto dal ritmo veloce e frenetico della scrittura. Se il ritmo è lento (per necessità) allora tutto diventa noioso e poco interessante. Mi pare che ci sia quasi un rifiuto ad impegnarsi in letture più ostiche dove ampio spazio è dedicato a lunghe digressioni interne ed esterne che hanno fatto la fortuna di tanti capolavori. E insomma che manchi un pò di sacrificio nel lettore che si va abituando ad una allegra superficialità (senza voler troppo generalizzare).

    • Bah, Fabio, non credo. Quando, e parlo per me, faccio riferimento al ritmo e alla velocità della scrittura – e quindi della lettura – lo faccio perchè stiamo parlando di un genere ben preciso in cui l’azione, e quindi la rapidità, diventa uno degli aspetti fondamentali. Pensa ai film: cosa c’è di più brutto di un action lento e monotono? Stessa cosa nei romanzi. Poi, ma quasto è un altro discorso, credo fermamente che sia possibile dire le stesse cose in modo leggero e divertente piuttosto che buttare giù pagine e pagine bolse e trite. E Gischler credo abbia proprio questo merito, come anche tu hai evidenziato tanto nella tua recensione quanto nel pezzo su Toby Sawyer qui sopra.

  8. Fabio Lotti in ha detto:

    Non mi riferivo a Gischler. Io non sono certo contrario ad un ritmo pimpante, figuriamoci! Ai miei tempi andava di moda il rock and roll e il twist che era un piacere sgambettare da tutte le parti, ma poi ci si riposava pure con balli alla mattonella che era ancora meglio. La mia impressione è che la lentezza, anche quando è necessaria, sia ritenuta una roba ingombrante da molti lettori. Dunque elogio del ritmo ma bisogna che scriva pure un elogio della lentezza. Ci sto pensando. Intanto, per passare il tempo ho scritto l’elogio della stronzata…http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/4281/
    Tengo a precisare che l’osservazione non era diretta in alcun modo al tuo pezzo. Si tratta di paturnie che vengono ai vecchietti.

    • Sì, ma per la mattonella ci voleva quella giusta, Fabio. Il lento con una grassone, coni brufoli, il neo peloso e le vene varicose, beh, no grazie!🙂 Poi, come sempre, la differenza la fanno i libri belli e quelli brutti. A volte ci vuole la lentezza e la riflessione, a volte no. Dipende, è difficile essere categorici. La recherche o i russi sono tutto fuorchè veloci, ma sono capolavori emozionanti e illuminanti…
      Sull’elogio sulla stronzata mi sento assolutamente chiamato in causa, con tutte quelle che scrivo quotidianamente… ma, come dici tu nel tuo pezzo su Sherlock Magazine, l’importante è scriverle bene ‘ste stronzate!🙂

  9. Fabio Lotti in ha detto:

    Avrai capito che io un pò dico la verità (credo) e un pò mi sto divertendo. Con la nera signora dalla lunga falce che mi sta alle calcagna figurati se mi lascio scappare questi ultimi minuti di spensierata riflessione. Ecco anche l’elogio della lentezza http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/4325 . Poi mi fermo.

    • Eh eh, ma certo che l’ho capito e per questo sei più che benvenuto da queste parti (come tutti, maleducati esclusi…)! E lascia stare la vecchia signora, vegliardo d’un toscanaccio! Fai bene a mettere i link dei tuoi pezzi, se sono inerenti i nostri argomenti e non troppo OT. A differenza dei miei illustri e amati colleghi blogger sono un po’ più permissivo…🙂

  10. Pingback: Il ritratto di Billy Lafitte « Pegasus Descending

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