Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

La legge del deserto – Wilbur Smith

La legge del deserto

LA LEGGE DEL DESERTO (Those in Peril)
di Wilbur Smith
ed. Longanesi
Traduzione di Giampiero Hirzer

C’era una volta Wilbur Smith? La domanda mi è sorta spontanea già a metà della lettura del suo ultimo romanzo, La legge del deserto. I libri dello scrittore sudafricano, a ragione riconosciuto come il maestro assoluto del racconto d’avventura, sono sempre stati un mix indissolubile di azione e sentimento, non inventando niente e, piuttosto, inserendosi in una tradizione millenaria che inizia con Omero, passa per Alexandre Dumas e arriva fino a Emilio Salgari. Il segreto per questo genere di romanzi, quindi, è quello che classicamente viene identificato come di Pulcinella. Ciò che cambia, invece, diventando la variabile impazzita tra il successo e la ciofeca, è il talento dello scrittore che si manifesta nella capacità di mischiare gli elementi in cocktail sempre nuovi, originali ed equilibrati, senza mai cedere o prestare il fianco alla retorica spicciola che se ne sta sempre appostata dietro l’angolo, pronta a insozzare le pagine scritte.

Anche gli ingredienti de La legge del deserto, quindi, quelli sono: Hector è un rude mercenario impegnato con la sua società di sicurezza nella protezione dei pozzi petroliferi della Bannock Oil, colosso delle materie prime ora guidato dalla bella e cazzuta Hazel, ex tennista di successo andata in sposa al fondatore omonimo dell’industria estrettativa e rimasta vedova. Hector, manco a dirsi, è bello, moro con gli occhi neri, una bocca da baciare e quel sapor mediorientale, riesce a farsi quattro ore filate di corsa nel deserto, spara come Tex Willer, mena come Tyson ed è intelligente come un convegno di nerd appassionati di fisica quantistica. Hazel, invece, è pure lei bellissima e ovviamente bionda – appello: una volta tanto, please, vorreste accontentare anche noi amanti delle more? Fine dell’appello. -, intelligente, tenace, la classica donna che non deve chiedere mai ma che si scioglie davanti alle richieste della bella e, ovviamente, pure lei bionda figlia diciottenne Cayla, una capricciosa figlia di papà in grado di urtare anche nelle sue vesti di personaggio letterario. Cayla, in viaggio sul megayacht di famiglia per i classici tre mesi di vacanze natalizie nell’isola comprata da mamma per l’occasione, viene rapita da un branco di pirati musulmani. Che si fa, che non si fa? Ci penso io, dice Hector. Mazzate, sparatorie, assassinii, tradimenti, fughe e inseguimenti. Prima, però, ci scappa pure la storia d’amore tra Hector e Hazel, due che, come vuole il copione, prima si stanno sulle balle, poi scopano come ricci e, diavolo, dove sei stata prima, ti amo più di me stesso, et cetera, et cetera, et cetera.

A differenza di altri romanzi di Wilbur Smith, La legge del deserto è un coacervo di banalità, in particolare per le centinaia di pagine che riguardano la storia d’amore tra Hector e Hazel. Se periodi come “”Oh, Hector…” sussurrò lei. “Sei stato veramente crudele. Come hai potuto lasciarmi vivere senza di te tutti questi anni?” “Io ti ho sempre cercata, ma… sei stata brava a sfuggirmi… “” [pg.276] sembrano far precipitare il lettore all’interno di un romanzetto Harmony trovato dalla parrucchiera, Smith indugia eccessivamente anche nello sprecare parole e pagine continuando a ribadire, più e più volte, fino alla nausea, quanto Hazel sia speciale e forte e brava e bella e intelligente e, analogamente, quando Hector sia speciale e forte e bravo e bello e intelligente, mentre i nemici solo dei pirati puzzoni e terroristi integralisti da far fuori. Insomma, La legge del deserto manca completamente di qualsivoglia complessità, a differenza, invece, di altri romanzi dello stesso scrittore milionario pubblicati in passato, in particolare per quel che riguarda lo sviluppo dell‘intreccio. Troppe, inoltre, sono le pagine in cui la storia si ferma e fa una pausa. Pause che forse sono funzionali a introdurre i successivi eventi, ma che, in sostanza, rendono la lettura noiosa e trita, un continuo susseguirsi di successi e dolcezze da far cariare i denti.

La legge del deserto, incredibilmente, sembra addirittura un romanzo non scritto da Wilbur Smith oppure, all’opposto, un romanzo scritto da un Wilbur Smith che pare aver esaurito tanto le idee per comporre una storia con un minimo di originalitò, quanto la sua passata e formidabile capacità di scrivere cinquecento e passa pagine filate e a perdifiato, con un ritmo narrativo encomiabile e con personaggi mai così retorici come gli Hector o le Hazel di questo suo ultimo lavoro.

Anche se non è americano, Smith scrive come e più di un americano. Il Superuomo, forse più di dannunziana che di nietzschiana memoria, sgorga dalla sua penna senza soluzione di continuità, ogni gesto dei suoi protagonisti è eccezionale, l’individualismo è qualcosa di insopprimibile, spinto a tal punto che i commilitoni di Hector, quelli che, ovviamente, ci rimettono le penne, non sono degni neanche di essere nominati, di avere un nome. Quelli che ruotano intorno ai protagonisti, infatti, altro non sono che strumenti del destino per permettere ai primi di dare sfoggio di tutta la loro eccezionalità. E allora perchè dare loro un nome?

Ma forse Wilbur Smith ha sempre scritto così e non è stato lui a cambiare, ma io. Sono io quello che nei romanzi cerca altro, cerca la complessità, cerca la riflessione che non nega, necessariamente, l’azione e il divertimento, cerca dei personaggi che siano in grado di affascinarlo e, magari, incontrare per strada. Forse Wilbur Smith non è più in grado – o non lo è mai stato – di soddisfare un lettore fattosi più esigente e, se così fosse, il problema si trasferirebbe immediatamente dallo scrittore stesso ad un lettore non capace di scegliersi gli autori a lui più congeniali.

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