Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Dogs years – Rusty Dogs

Dogs years

È un cane a fare da filo conduttore a Dogs years, decima puntata di Rusty Dogs, serie di brevi fumetti – non più di quattro pagine – con episodi tra loro indipendenti anche se accomunati per l’ambientazione, a volte ricorrente, e pubblicata interamente online.

Grazie a tre flashback lo sceneggiatore Emiliano Longobardi, questa volta coadiuvato alle chine da Alberto Massaggia, racconta la storia di Craig, scagnozzo del boss David Cohen che come primo incarico di responsabilità si vede affibbiare il compito di recuperare il cagnolino perduto del figlio. Indagando per la città incontra una ragazzina, Claire, che si innamora immediatamente del tenebroso criminale, rimanendone segretamente infatuata per una bella sfilza di anni. I personaggi e il cane crescono insieme, incontrandosi, anche se forse sarebbe meglio dire scontrandosi, in più di una occasione. Se la ragazza, però, cresce e si costruisce una vita, arrivando anche a laurearsi in veterinaria, le fa da contraltare Craig, che criminale era e criminale è rimasto. Uno può partire da galoppino e, piano piano, acquisire importanza assurgendo a uno status più elevato all’interno dell’organizzazione di cui è membro, anche se questa è una ridda di avanzi di galera come quella guidata da Cohen. Ma Craig no, Craig è un fallito. Passi il primo compito assegnatogli, recuperare un fottuto cagnolino, già di per sé, comunque, umiliante. Una ammazzatina, una riscossione di un pizzo, l’incendio di un locale che non vuole pagare, una gambizzazione leggera leggera, magari affiancato da un membro più esperto e maturo. Ma recuperare un pulcioso… Il secondo incontro con la ragazza e il cane, poi, lo vede gonfio come un peperone o una zampogna nella notte della vigilia di Natale. La terza volta avviene invece nel locale di Emma – per sapere chi sia e cosa è meglio non dirle leggetevi la precedente puntata di Rusty Dogs, Subjective values -; mentre la ragazza festeggia con le amiche la laurea appena conseguita, Craig si beve la prima birra dopo cinque anni al gabbio. Infine, il quarto incontro, ai giorni nostri: Craig ha una pallottola in pancia e per queste cose non si va in ospedale, troppe domande a cui dover poi rispondere. L’unica speranza è Claire, perché alla fine la pancia di un cavallo non è poi così dissimile da quella di un uomo e, insomma, la speranza è sempre l’ultima a morire.

Come sempre la sceneggiatura di Longobardi è solida e particolarmente immaginifica seppur non rinunciando mai a un pizzico di ermetismo che consente al lettore di colmare i buchi della narrazione. Tematicamente sono ancora i falliti a farla da padrone che, grazie alle loro gesta non troppo eroiche ma sempre e semplicemente tragiche, permettono allo scrittore di esplorare la società dal suo gradino più basso, senza troppi moralismi da Baci Perugina e cazzate da prete della messa domenicale. Longobardi, come da suo stile, si limita a raccontare, a far emergere personaggi e senso di quello che si vuole dire dall’esposizione dei fatti, dimostrando di aver ben assimilato la lezione di grandi scrittori come, per esempio, Elmore Leonard. A differenza delle puntate precedenti, invece, le tavole di Alberto Massaggia paiono non sempre convincenti, in particolare per quel che riguarda la realizzazione di alcuni visi, tratteggiati forse con uno stile un po’ troppo minimalista che non sempre appaga appieno.

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