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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Sangu. Racconti noir di Puglia – AA.VV.

Sangu. Racconti noir di Puglia

SANGU. Racconti noir di Puglia
di AA.VV.
ed. Manni

La quarta di copertina di Sangu. Racconti noir di Puglia, raccolta di racconti più o meno di genere appena edita da Manni e a breve disponibile in tutte le librerie italiane – in quelle salentine è già disponibile. Ma il Salento è il Salento – parla chiaro: “Questo non è un libro di genere. Troverete pulp, suspense, ironia, politica, trash, allucinazioni. Questo non è un libro per turisti alla ricerca di taranta e orecchiette con le cime di rape. Questo libro non descrive una Puglia da cartolina, e nemmeno una Puglia per il giornalismo morboso e ammorbante. Queste dieci storie rosse, più che nere, raccontano ciò che di tremendo può accadere sotto il sole, prima del mare, nel soffio del vento”.

Ora, voi dovete sapere che io sono contrario, anche se solo da un punto di vista teorico e ideale, alle quote rose, alle mostre d’arte di sole donne, gay o bambini che si fanno di anfetamine e alle raccolte di racconti su base federalista, regionale o macroregionale come voleva il compianto Gianfranco Miglio. Dico teoricamente, perché comprendo come l’eguaglianza sia solo formale, non sostanziale, e come queste iniziative possano portare alle luce anche delle qualità che diversamente, nella democrazia rappresentativa, non troverebbero alcuno spazio. E però la tara va fatta e in mezzo alla roba buona ce n’è altra decisamente meno buona.

Sangu, come tutte le raccolte di racconti, non fa eccezione. Preferite che parli prima delle note positive o di quelle negative? Ok, silenzio-assenso, quindi decido io. A racconti decisamente buoni, addirittura ottimi, ce ne sono molti altri, forse la maggior parte, che se va bene si posizionano all’interno di una sempre dignitosa categoria del “si fanno leggere”. Altri ancora, invece, non vanno proprio.

Leggendo tra le biografie degli autori e spulciando qua e là, si deduce che alcuni di questi scrittori non hanno mai frequentato i lidi noir. E infatti, forse solo uno di questi racconti può dirsi puramente noir, nonostante il titolo e l’infinito dibattito che è possibile sviluppare intorno all’etichetta di “noir”. L’iperbole, in questi casi, è un rischio enorme per chi scrive. I racconti “Il cattivo tenente in salsa tarantina” di Cosimo Argentina o “Rifiuti speciali” di Livio Romano, ad esempio, seppur scritti con uno stile efficace e preciso, manifestano una esagerazione di toni, scene e azioni che dal pulp li fanno inevitabilmente scivolare verso una buffa caricatura di quel genere. Forse sono trash e forse a me il trash non piace, perché non basta cercare il troppo che stroppia per voler dire qualcosa in grado di impressionare un popolo fin troppo avvezzo al continuo rilancio dell’osceno e dello scandalo mediato dalla televisione. Almeno in letteratura, beh, risparmiamocelo e raccontiamo storie invece di assurdi frammenti di sangue e orgasmi.   

Altri racconti, come “Dolores, la stanza infernale” di Piero Calò o “Ammazzare i morti” di Carlo D’Amicis, sono invece il risultato di una ricerca linguistica complessa e raffinata. Il racconto di Calò, tanto per dirla tutta, è anche quello che pare presentare le maggiori ambizioni linguistiche, anche grazie alla sua struttura narratologica mai banale che, però, rischia di perdere di vista proprio quello che dovrebbe essere il cardine di una racconto: la storia, ancora una volta. Stessa cosa dicasi per “Ammazzare i morti”, lavoro di D’Amicis che la storia, diversamente, la presenta, ma viene completamente perduta tra le maglie di una lingua in prima persona narrata da un immigrato albanese che, così come in uno degli ultimi romanzi Chuck Palahniuk, Pigmeo, rende il lavoro pressoché illeggibile o terminabile sono dopo sforzi immani e probabilmente immotivati.

La letteratura, non sto qua a dirvelo, è evidentemente fatta da quei due ingredienti fondamentali che sono, appunto, la lingua usata per narrare e la storia che viene narrata. Se uno dei due è vacante o se il bilanciamento è sproporzionato da una delle due parti, il risultato rischia di essere mediocre. Inoltre, per rimanere su questo dondolo, se proprio si vuole è forse più accettabile una storia con una lingua mediocre piuttosto che il contrario. Le poesie futuriste erano delle bellissime invenzioni linguistiche, anche sconcertanti e sicuramente rivoluzionarie, avanguardiste per lo spirito del loro tempo. Peccato, però, che nessuno le leggesse, se non quei quattro che andavano in giro con i loro occhialini da intellettuali da diporto. Che sia possibile scrivere bilanciando opportunamente questi due pesi è altresì dimostrato, per rimanere a Sangu, dai racconti “Maledetta maciàra” di Omar Di Monopoli e dal magnifico “Straordinario” di Enzo Verrengia.

Omar Di Monopoli al gabbio. Il suo racconto sembra non essere piaciuto…

Omar Di Monopoli torna a impastare il proprio linguaggio fortemente mutuato dalle parlate popolane con una storia di ordinaria follia contadina, quella follia ammantata di superstizione, cattiveria ed emozionalità viscerale e purulenta. Nonostante Di Monopoli prenda sempre come punto di riferimento, linguistico e contenutistico, la grande letteratura del Sud degli Stati Uniti, ogni cultore del vernacolo non può non scontare un pesante contributo ad Andrea Camilleri. Per quanto l’uno non centri niente con l’altro, sono certo che chi legge Di Monopoli pensi: “Questo vuole scimmiottare Camilleri”. Nonostante Enzo Verrengia non rinunci neppure lui al ricorso alla parlata dialettale pugliese, anche se solo a tratti e quel tanto che basta, il suo racconto, “Straordinario”, è forse l’unico autenticamente noir dell’intera raccolta, un rubino rosso sangue incastonato tra le pagine del libro. Ad una scrittura eccezionalmente realistica fa da spalla una storia disperata e nerissima che non rinuncia mai, fino alle due righe finali, a un umorismo spietato e cinico. Tanto bello da farmi sbilanciare: un piccolo capolavoro del racconto breve.

Di Sangu fanno inoltre parte i racconti “Roast beef” di Rossano Astremo, “Esercizi di stile su un uomo, una donna, un malvivente, un clandestino” di Daniele De Michele Donpasta, “Hollywood” di Elisabetta Liguori” e “L’inverno del Diciotto” di Piero Manni, tutti lavori in cui le orecchiette di cime di rapa lasciano il posto a disperati, assassini, falliti e immigrati. Insomma, alla Puglia fuori dalle masserie.

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7 pensieri su “Sangu. Racconti noir di Puglia – AA.VV.

  1. @Pegasus, ma Camilleri non è l’unico scrittore ad utilizzare il dialetto! (sicuramente il più conosciuto, certo, ma la tradizione si perde nei fumi del verismo)

    detto ciò, a parte ringraziarti per la consueta professionalità con cui recensisci i libri (anche quando, operazione delicatissima, uno dei racconti incriminati è quello di un amico – insomma, per lo meno virtualmente, a furia di frequentarci via blog lo siamo diventati, credo:-) mi piacerebbe segnalare quanto in realtà io stia cercando di compiere una manipolazione della prosa che non ha nulla a che vedere col lavoro dello scrittore siciliano. Camilleri, infatti, contamina con sostanziose dosi di vernacolo la sua narrativa mentre io limito tale manovra al minimo preferendo (questo sì) cercare di imitare la COSTRUZIONE sintattica del dialetto pugliese – con il verbo alla fine della frase, gli aggettivi che richiamano al mondo animale ecc. Proprio in ossequio a quel lavoro che i grandi scrittori southern facevano quando cercavano di rendere lo slang degli stati del Sud. Poi, per carità, se questa cosa non traspare e passo per un emulo di Camilleri, vabe’, significa che bisognerà lavorarci ancora sopra 🙂

    (sia chiaro, nessun intento polemico e anzi, lusingato come sempre)

    • @Sartoris: certo che siamo diventati amici! Anzi, quando passi per Milano per il nuovo libro fammi un fischio. Se vuoi ti posso anche ospitare, chè so che di scrittura non si vive! Però devi portarmi le caciotte, le mozzarelle, la ricotta (la mia preferita) e i taralli! 🙂 Il gruppetto che si è creato intorno a Pegasus (tu, Luca, Vitandrea, Walt, Valter, Fabio, Matt, tanto per citare i commentatori più assidui) e gli altri 400-500 che ogni giorno leggono le mie fregnacce sono il vero senso di tenere in piedi – con grande fatica, credimi – un blog come questo.

      Ma vediamo a noi: rileggendo il pezzo che ti riguarda credo di aver usato male questa frase: “ogni cultore del vernacolo non può non scontare un pesante contributo ad Andrea Camilleri” che fa sembrare che tu paghi un debito – tu dici “emulo” – a Camilleri. Ovviamente non volevo dire questo e se tu hai capito così, of course, la colpa è mia che mi sono spiegato male. Dopo dico, comunque: ” Per quanto l’uno non centri niente con l’altro, sono certo che chi legge Di Monopoli pensi: “Questo vuole scimmiottare Camilleri”. ” e prima ancora “Nonostante Di Monopoli prenda sempre come punto di riferimento, linguistico e contenutistico, la grande letteratura del Sud degli Stati Uniti”.

      Il mio discorso non era riferito alla storia del vernacolo (Omar, e vabbè che ho finito il liceo ormai da una decina d’anni, però me li ricordo ancora i veristi alla Verga, Capuana, tanto e solo per citare i meridionali e tralasciando i poeti 🙂 goccia a te! 🙂 ), ma solo a come uno che legge il tuo racconto pensi subito a Camilleri. In questo senso sconti un contributo a Camilleri. L’ho pure esplicitato che non c’entrate proprio una mazza l’uno con l’altro. Ma tutti conoscono Camilleri e il suo stile vernacolare, Verga e compagnia un po’ meno! Tutti qui. Purtroppo si vive nel mondo e nella società e bisogna tenerne conto, questo volevo dire. A maggior ragione se noti come il tuo racconto, insieme a quello bellissimo di Verrenggia, siano gli unici ad aver avuto una recensione decisamente positiva. Poi, a mio avviso, il tuo lavoro sulla lingua e la sintassi va ben al di là del vernacolo o della posizione del verbo o di dire “tenere” al posto di “avere”, così come ho scritto in merito al tuo La legge di Fonzi in cui solo gli intermezzi in prima persona, come in “Maledetta maciàra”, sono marcatamente vernacolari, mentre il resta della narrazione impasta e reimpasta una lingua arcaica e bruciata dal sole.

      Mi spiace se hai inteso il mio commento come per il passarti banalmente quale emulo di Camilleri, anche se, alla fine , non sarebbe neanche un insulto, neanche in termini monetari e di mutuo sulla casa. Però credo – a ‘sto punto spero – tu lo sappia che non la penso così e che anzi, ti ritengo scrittore ben superiore al bardo di Porto Empedocle, annoverandoti nei primi 5, 10 migliori talenti italiani, indipendentemente da età e regione. E questa, ovviamente, non è una excusatio non petita, ma una semplice puntualizzazione di un pensiero scritto che, ahimè, mi è uscito male.

  2. @Pegasus, tranquillo, tutto chiaro, solo era giusto puntualizzassi ciò che ho detto nel primo commento, ma so che sei un lettore tutt’altro che sprovveduto e qualche volta è piacevole venire quaggiù a movimentare le acque, se no ti annoi 🙂

    Per l’ospitata a Milano ti ringrazio, ma sia Lode all’Altissimo (vedi un po’ che esortazione arcaica sono andato a pescarti) almeno quelle robe la casa editrice le rimborsa :-))

  3. Mio caro, hai ragione: caricatura del pulp. Ma con fortissime connotazioni satiriche -politiche, direi. Mi fa piacere, ancora pe runa volta, che non si noti la mia lingua (vengo dalle sperimentazioni spericolate di Mistandivò, dal pastiche spinto, dal dialetto triturato con l’inglese e con il latino): vuol dire che pian piano la sto spianando, a tutto vantaggio della leggibilità.
    Besos

  4. Enzo Verrengia in ha detto:

    Sono davvero, sinceramente, sperticatamente, commosso per le parole che leggo sul mio racconto. Se può servive, anche ad avviare una certa continuità di comunicazione, preciso che frequento i generi da sempre e non li considero affatto limitanti rispetto alle finalità espressive di ogni autore. Condivido il discorso sulle quote rosa. Però è anche vero che spesso il degrado meridionale viene confinato alle regioni più esposte mediaticamente (Calabria, Campania, Sicilia). Mentre anche la Puglia ha le sue ampie sacche di quella che definisco “antropologia negativa”. Sì, ho cercato di limitare l’impiego del dialetto. In futuro, lo eliminerò del tutto. Ribadendo, tuttavia, la distanza fra l’autore che narra con scoperta indignazione, non scevra da stupore, gli eccessi di un paesaggio umano e geografico nel quale pure ha parte delle sue radici. Di nuovo grazie e spero di non deludere in seguito.

  5. @Livio: ti confesso di non amare troppo le esagerazioni, un po’ come per il racconto di Cosimo Argentina. Per la lingua: anche in questo caso non amo le sperimentazioni, gli avanguardismi, preferendo una lingua semplice – diciamo: normale? – che esalti la storia e che non le levi spazio dal punto di vista della comprensione. Ma sono gusti, quindi del tutto personali. Un conto è la ricerca di Di Monopoli, ad esempio, dove la lingua comunque non fa sparire la storia che dovrebbe raccontare. Un altro discorso – e ovviamente non è il tuo caso, almeno per il racconto Rifiuti speciali di Sangu, unica tua cosa che ho letto – è uno sperimentalismo fine a se stesso. Ma questa è un’altra storia.

    @Enzo: scrivo sempre – o cerco di scrivere, va’ – quello che penso e sono sempre piuttosto parco con i commenti. Ma il tuo racconto mi è proprio piaciuto e quindi…l’ho detto! 🙂 D’accordissimo sul discorso sul genere che hai fatto, ma da queste parti, con me e il lettori di Pegasus Descending, sfondi una porta aperta. Molti altri autori, critici e lettori non la pensano come noi e va bene lo stesso. Con il genere è possibile, secondo me, dire in maniera divertente e piacevole cose serie che in altri romanzi fanno due palle così per 500 pagine. Purtroppo questo racconto è, anche per quel che ti riguarda, la prima tua cosa che leggo, teniamoci in contatto – sul blog trovi la mia mail personale – e tienimi informato sulle prossime tue pubblicazioni. Non sapevo neppure del tuo romanzo pubblicato per Segretissimo! 🙂

  6. Enzo Verrengia in ha detto:

    Va benissimo. Ti ringrazio di nuovo ed inserisco la tua mail nel mio indirizzario. Se ti va, puoi chiedermi amicizia su Facebook. Buon lavoro ed a rileggerci o risentirci.

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