Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Un gelido inverno – Daniel Woodrell

Un gelido inverno di Daniel Woodrell

UN GELIDO INVERNO (Winter’s Bone)
di Daniel Woodrell
ed. Fanucci
Traduzione di Daniela Middioni

I monti Ozark sono una scatarrata sulla cartina geografica degli Stati Uniti d’America. Ora, per puro caso, Daniel Woodrell è nato da quelle parti e racconta dei posti in cui è cresciuto e vive, posti che conosce bene e di cui si è fatto cantore della miseria più becera e violenta che attanaglia, apparentemente senza speranza, le persone con le loro casupole di legno sperdute tra i rifiuti e la neve.

Con Un gelido inverno, romanzo da cui è stato tratto recentemente il film Winter’s Bone di Debra Granik, Woodrell sembra volerci ripetere ossessivamente sempre e solo la stessa cosa grazie alla lucidità ialina della sua potente scrittura: la miseria è violenza. Cioè, non è che miseria e violenza siano due cose che possono stare insieme come, all’opposto, essere distanti l’una dall’altra. Per niente proprio. La miseria è violenza. Dove c’è la prima c’è la seconda. Dove c’è la seconda c’è la prima. Certo, possiamo stare qui a discutere e a fare i filosofi da inserto culturale de Il Sole 24 Ore e cavillare su cosa sia miseria e cosa no, magari citando Amartya Sen o qualche altro premio Nobel. Ma non capiremo mai niente o, meglio, non capiremo l’anima della miseria, la sua anima intrinsecamente violenta, senza la letteratura e i suoi interpreti.

La letteratura americana, ancora una volta, pare essere un passo avanti a tutti. Il lavoro di Woodrell, infatti, sembra posizionarsi in un ipotetico triangolo che, seppur evidenziate alcune differenze stilistiche e narrative, ha in Trilobiti di Breece D’J Pancake e Knockemstiff di Donald Ray Pollock i suoi ideali altri due vertici. In tutti questi lavori, infatti, la miseria è quello che è, un lerciume schifoso e antropofago. Non c’è mai, in nessuna pagina, alcuna concessione a un non meglio precisato e identificato orgoglio di provenienza, di origine per le persone, i protagonisti di romanzi e racconti, che da questa miseria sono stati partoriti e sputati. Esiste ed è ben noto l’orgoglio di appartenere a una minoranza, magari identificandola, addirittura, con un particolare quartiere di una data metropoli – Harlem, il Bronx. Luoghi ormai mitici e, forse, anche mitizzati da cinema e letteratura – oppure con la comune etnia di appartenenza evidenziata dal colore della pelle – il Black Power – o dal modo di vestirsi e tenere barba e capelli – gli hippie.

Ree Dolly, la giovane protagonista di Un gelido inverno, ha, all’opposto, come unico desiderio quello di fuggire dalla casetta puzzolente e ammuffita in cui si trova a vivere con una madre depressa, due fratellini da accudire e un padre che per farsi qualche giorno in meno di galera ha pensato bene di dare quella stessa casa fatiscente, ma anche l’unica che Ree e i suoi fratelli hanno, come ipoteca sulla sua libertà vigilata. Se la settimana dopo lui non comparirà davanti al giudice per sottoporsi al processo che lo vede imputato per i suoi affari con la cocaina, loro dovranno lasciare la casa e il pezzo di bosco che fornisce la legna per riscaldarsi nei freddi inverni sugli Ozark. E, guarda caso, quello scompare. A Ree non resterà quindi altro da fare che mettersi in marcia, passando in rassegna le case e gli animi dei suoi tanti parenti e vicini di casa.

Tutto ciò, ovviamente, altro non è che un pretesto utilizzato da Daniel Woodrell per parlare d’altro, per dare vita a un affresco estremamente realistico e crudo nel tentativo, riuscito, di rappresentare una fetta di mondo e di società. A differenza di autori ben più osannati dalla critica nazionale e internazionale che non perdono occasione per discettare sul proprio ombelico in un vacuo compiacimento – e ovviamente mi sto riferendo a Jonathan Franzen -, Woodrell non concede nulla né al lettore né a se stesso. Per evitare di ammiccarre, lo scrittore del Missouri si è probabilmente anche tagliato le palpebre. Il risultato è una storia dolorosa e di rabbia, ma al contempo estremamente poetica e commovente in quelle parti in cui la speranza di un cambiamento, di un mondo migliore, pare emergere prepotente e incontrollabile dal fango. E allora Dolly vuole fuggire e la fuga è la soluzione consapevole da una situazione che non si può risolvere, di una realtà soverchiante le forze di una adolescente – che Woodrell abbia letto l’Elogio della fuga di Henri Laborit? -, anche se scappare significa arruolarsi nell’esercito, altro padre padrone e altro annullamento della libertà. Ma ci sono gli affetti e le responsabilità, benché nolenti, e allora bisogna pensare ai propri fratelli e la fuga individuale si trasforma, lentamente, in un tentativo di evasione di gruppo che si incarna in un finale sorprendente e carico di attesa. Inoltre, come non commuoversi di fronte a Ree che ascolta una logora audiocassetta con i motivi della risacca, del fruscio del vento tra le palme e robe simili?

Un gelido inverno è autenticamente un romanzo obamiano prima di Obama, assumendo il presidente USA come l’incarnazione (tradita?) di una svolta possibile sempre e comunque. Woodrell, a differenza di Pancake e Ray Pollock o, tanto per citare un altro cantore della miseria, questa volta urbana, come il sopravvalutato Charles Bukowski, sembra non voler rinunciare, a differenza degli altri, a quella potenzialità inalienabile di cambiamento che ci è data per il solo fatto di essere umani. Perché, alla fine, gran parte della storia sarà pure già scritta, ma il titolo e l’indice li scegliamo noi.

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24 pensieri su “Un gelido inverno – Daniel Woodrell

  1. Antoine Rockamora in ha detto:

    “Il sopravvalutato Bukowski”

    LOL

    Stai perdendo credibilità

  2. Valter in ha detto:

    Sono passati tre anni, credo, dall’uscita di questo romanzo.. quindi, caro Andrea, per una volta non è stato un tuo (S)consiglio di lettura 😀
    Bel libro e bella trasposizione cinematografica; ottima la tua analisi e su…Bukowski mi trovi
    d’accordo (non te lo aspettavi vero? :D)

    • Hai ragione Valter, ma purtroppo Woodrell l’ho scoperto tardi e quindi, ora, devo un po’ recuperare. Figurati che è mesi che ho sul comodino Io e Glenda e non ho ancora avuto modo di leggerlo. Sig! E sì, Un gelido inverno è uscito nel 2007 in Italia, se non ricordo male. Su Bukowski: la cosa non mi stupisce, sul fatto che ci troviamo d’accordo. Lo penso da sempre, è uno scrittore che non ha mai smesso di scrivere lo stesso racconto e che, alla fine, ha finito per interpretare un ruolo. Quando ero più giovane, poi, mi piaceva molto di più, forse per questo suo fottersene un po’ di tutto e tutti. Rileggendolo, però, ho modificato la mia opione. Poi, ovviamente, sono gusti. Come per Franzen.

  3. Sono anni che assisto al furioso accendersi di dibattiti letterari sul vecchio Buk. Personalmente lo ritengo anzitutto necessario: perché è stato (e ancora è) uno scrittore capace di far avvicinare legioni di persone alla lettura, soprattutto giovani, per quell’aura di maledettismo e ribellione che si trascina dietro (quando studiavo a Bologna tutti, ma proprio tutti, viaggiavano con Compagno di sbronze in saccoccia).

    Poi però va riconosciuto che letterariamente lo spessore di Hank è troppo spesso inferiore alla sua notorietà: ripetitivo, scarsamente inventivo – quanto perennemente autoriferito in ogni sua manifestazione – alla lunga stanca e persino annoia. Gli riconosco la caparbietà, il mordace perseguimento di un ideale poetico assai caciarone e machista (con improvvisi quanto forse indesiderati lampi di autocritica). Alcune trovate stilistiche però ancora oggi mi divertono, così come la descrizione dei bassifondi di Los Angeles, forse un po’ idealizzati ma sicuramente esposti in maniera colorita…

    • Omar, abbiamo postato il commento praticamente in contemporanea….però vedo che, seppur non essendoci messi d’accordo, concordiamo sui punti deboli del vecchio Hank. Che i maledetti affascinino è palese, pure io, anni fa, subii una fortissima influenza da parte di Bukowski, non tanto dal punto di vista della prosa quanto da quello della poesia. Poi, però, me ne sono distaccato, anche affinando uno spirito critico più complesso per l’acculularsi di letture. Molto meglio, che ne so, un John Fante piuttosto che Buk del quale letto Storie di ordinaria follia letto tutto. Poi, dici bene, ci sono trovate che mi fanno impazzire e ancora oggi ad anni di distanza le cito (su tutte: “Solo le teste di cazzo hanno una risposta a ogni domanda”. Sai le volte che mi è capitato di dirla ‘sta cosa?). Sui dibattiti letterari: Pegasus Descending è questo. Un dibattito letterario. L’importante è essere educati. Altrimenti me ne chiamo fuori, non ho alcun interesse a parlare dei commentatori dei post, ma degli scrittori. Stessa cosa per un commento sulla pagina di Facebook che definisce la mia opinione su Franzen “fuori luogo”. Lo dico a suocera sperando che nuora intenda. 🙂

  4. Vitandrea in ha detto:

    Eh eh, da Woodrell a Bukowski, è facile andare o.t.! Sono d’accordo con voi tutti sul secondo. A 20-23 anni ero anch’io un “Wow, Bukowski!”. Tempo di qualche lettura e sono diventato un “Bah, Bukowski”. Concordo con Andrea sulla genialità nella frase satirica che gettava lì, quasi per caso.
    Woodrell: per me sconosciuto fino a quando non ne ho letto qui sopra e scoperto dell’esistenza del film (che non ho visto). Quindi, su di lui, non posso dire niente!

  5. WOODRELL: Leggenda, “Io e Glenda” è fantastico. “Un gelido inverno”: quello che ha scritto Andrea è pura libidine, non parliamo di “Tomato Red” tradotto col titolo “Un insolito destino” adoro questa specie di noir rurale bastardo che si è inventato Woodrell prendendo a calci in culo una bella schiera di scrittori che fanno melina…e non arrivano mai al punto. Franzen? Ah ah ah…lo odio, Buk? Niente da dire per me invece è un grande non è una questione di maledettismo, adoro la sua ironia sgangherata, il suo prendere per il culo le formule come in “Pulp” o in “Musiche per organi caldi”, la cosa geniale è che lui non ha ma spacciato la sua narrativa trash per qualcosa che non sia narrativa trash, il punto è che piace e nessuno la sa fare meglio di lui (opinione mia ovviamente) perciò non concordo nemmeno su una virgola con quanto da voi affermato però non cambia niente perchè tanto io sono qui che aspetto la riedizione di “Cavalcando col diavolo” che ovviamente mando in heavy rotation sul lettore dvd di casa mia, Ang Lee of course e poi Woodrell ha appena firmato per Mulholland Books insieme a Lansdale e Swierczynski…ma qualcuno vuole tradurre i suoi hard boiled più lerci e violenti?

  6. @Vitandrea: Woodrell devi recuperarlo, è uno scrittore incomprensibilmente sottovalutato. Pure io l’ho scoperto tardi. Ma tardi è meglio che mai. Su Buk non mi ripeto…

    @Matteo: Io e Glenda ce l’ho sul comodino, come detto, mentre Un insolito destino devo ancora recuperarlo. Anche Franzen vedo che è uno scrittore che divide, le girls su Facebook me ne stanno dicendo quattro: “uscita fuori luogo” e “frecciata infelice”. Per evitare di incazzarmi preferisco tradurre tutto come “opinione non condivisa”. Almeno in letteratura cerchiamo di essere laici, che per la dottrina ci sono già religione e politica. Su Buk: non dico che è un cane, ovviamente, bensì solo sopravvalutato. Ripeto: letto qualche racconto e poco altro e letto un po’ tutto. Ci sono delle cose buone, certo, ma è uno scrittore che ci ha anche molto marciato, dai. Su Mulholland Books: diciamo che mi accontenterei che qualcuno traducesse Swierczynski. E’ inconcepibile che di un autore del genere ci sia solo un romanzo, Uccidere o essere uccisi, in italiano. E con una anche piuttosto scalba, mi è stato detto, rispetto all’originale. Tornando a Woodrell: ma sai quanto lo vorrei leggere in traduzione di Luca Conti? Secondo me spaccherebbe come sta spaccando il nuovo e vecchio Elmore Leonard.

  7. Antoine Rockamora in ha detto:

    Ah, quindi intendevi sopravvalutato dai giovani lettori.
    Perchè Bukowski, poesie a parte, viene spesso e volentieri bollato come merda dagli autorevoli critici intellettuali dei miei stivali..perciò non mi sarei sentito di definirlo sopravvalutato.
    Personalmente poi, sono d’accordo sul fatto che spesso si sia ripetuto, ma spesso anche no. Trovo che abbia scritto più cose buone che cose cattive.

    John Fante chiaramente è su un altro livello, ha scritto almeno tre classici imperdibili.

  8. @Matteo: ma “Cavalcando col diavolo” sarà ristampato? Hai notizie al riguardo?

  9. @Antoine: sì, intendevo sopravvalutato da chi legge. Ovviamente, come ho detto, ci sono cose sue buone e altre molto più modeste, ma mica penso che sia merda. Altrimenti avrei detto che è una merda, cosa che non ho detto. A parte, inoltre, che dire che uno scrittore è una merda non è un commento che mi riguarda, anche se uno scrittore può piacere come no e l’importante è sempre rispettare le opinioni altrui. Le guerre di religione lasciamo ad altri campi, dai! 🙂
    E Fante sì, altro livello. Sono d’accordo.

    @Sartoris-Matteo: ma Cavalcando col diavolo film o libro di Woodrell?

  10. Antoine Rockamora in ha detto:

    Ma infatti tranquillo, era solo per il “sopravvalutato”.
    Intendevo che sono altri critici e recensori che fanno in fretta a denigrare gli scrittori, non parlavo di te.

  11. Il mio romanzo preferito di Woodrell, e che vorrei davvero tradurre, è “Muscle for the Wing,” un cattivissimo noir ambientato in Louisiana e di una difficoltà di linguaggio a dir poco stratosferica.

  12. @Antoine: ok. Un conto è denigrare, un conto criticare. E se uno critica non perde credibilità. Comunque grazie per i tuoi commenti! 🙂 Ma guarda, pure su Facebook, come ho già detto, mi hanno tacciato di uscita fuori luogo e infelice per la mia stoccata a Franzen. Capisci come se la libertà di pensiero, persino in un ambito che dovrebbe essere l’apice, insieme alla scienza, della libertà di pensiero, sia ancella della partigianeria e delle guerre di religione, beh, la cosa non va bene. Vabbè, lasciamo stare… 🙂

    @Luca: ecco, allora è meglio che lo traduci tu, altrimenti col cavolo che lo leggeremo – men che meno in inglese – o in una traduzione decente. Speriamo la Fanucci sia lungimirante e che Woodrell venda.

  13. @Luca: appunto di quello stavo parlando, ma non è una serie?

    @Omar-Andrea: mi riferisco al film, a casa ovviamente ho anche il libro in originale e so che uscì a fine anni 90 in Italia per LE VESPE casa editrice che chiuse quasi subito. Fanucci dovrebbe ripubblicarlo a quello che so, il punto è che Woodrell non vende una cippa e anche il film – che non è propriamente un kolossal – mi pare stia avendo un impatto minimo. Magari mi sbaglio, è chiaro, ma non credo poi più di tanto.

    Swierczynski è un genio, ma non c’è solo lui ovviamente, ad esempio sto leggendo il secondo di Derek Nikitas ed è roba da urlo…e vogliamo parlare di The Takedown di Patrick Quinlan? State invece alla larga da Tafoya che è un bidone. Solido invece JD Rohades, niente di geniale ma molto, molto divertente.

    @Luca: ma EInaudi pubblichera i prossimi di Allan Guthrie? Perchè lui dice di sì ma secondo me gli hanno bloccato i diritti e non uscirà nulla a parte lo stratosferico Two Way split uscito come La spaccatura nell’ormai lontano 2007.

    • Di Nikitas mi sa che non è stato neanche tradotto il suo debutto, Pyres, vero? Di Quinland ho a casa da un botto Il costruttore di bombe ma non l’ho ancora letto, l’avevo trovato a pochi euro in quelle svendite nei supermercati un anno e passa fa. Il problema, Matt, è la lingua: un conto è leggere articoli scientifici in inglese, un conto la letteratura. Molto più difficile. Ti invidio che riesci a leggere così bene in inglese, ma purtroppo, per quel che mi riguarda, credo sia fuori dalla mia portata. Quindi sono costretto ad aspettare le traduzioni, sig…sempre che le facciano.

      E sta cosa della vendita, purtroppo, è un gran bel problema. Mi sa anche a me che Woodrell venda poco e niente, esclusi i pochi cultori…come Nisbet, tanto per citarne un altro che mi fa impazzire.

      • Vitandrea in ha detto:

        A proposito di Nisbet… chissà quando sarà tradotto un altro suo libro. Nessuna notizia, Andrea?

  14. @Vitandrea: non se ne sa ancora niente…e, non so perchè, ma su Nisbet ho un brutto presentimento…in questo periodo ho qualche difficoltà a reperire informazioni Fanucci, sembra che i piani editoriali di una casa editrice siano come i piani atomici degli USA negli anni ’70…bah…secondo me bisogna creare attesa (Strukul docet) e far girare le voci. Ma io, forse non a casa, faccio un altro lavoro, non l’ufficio stampa! 🙂

    Considera che non si sa ancora niente neanche di Zeltserman (che doveva uscire addirittura a febbraio) e di James Lee Burke. Poi, vabbè, c’è il nuovo Lansdale che sta traducendo Luca, ma anche questo è top secret.

  15. Matteo, sì, è una trilogia che comprende Under the Bright Lights, Muscle for the Wing e The Ones You Do. Le prime venti pagine di Muscle for the Wing – una banda di feroci rapinatori che fa irruzione in una bisca clandestina – sono tra le più riuscite, soprattutto dal punto di vista linguistico e di caratterizzazione del personaggi, di tutto l’hard boiled degli ultimi trent’anni. Per quanto mi piaccia moltissimo anche il Woodrell più recente, mi è dispiaciuto un po’ quando ha deciso di mollare il crime novel.

    Di Guthrie non so niente. “La spaccatura” uscì a suo tempo per Stile Libero perché avevo insistito un bel po’ (quando ancora mi davano retta :-), ma non è stato minimamente sostenuto e, infatti, ha venduto quasi niente. Vedo molto difficile, per non dire improbabile, la pubblicazione degli altri (perlomeno da Einaudi).

    Andrea, per quanto riguarda Lansdale mi sono arrivate le bozze oggi, il che significa che il libro andrà in stampa tra una decina di giorni; ma ignoro la data di pubblicazione. A occhio, visto che mi è stata messa una certa fretta, direi verso fine aprile-primi di maggio.

  16. Ragazzi Zeltserman non lo vedo affatto bene, mi piacerebbe che Marco Vicentini lo riprendesse anche perchè sarebbe un altro autore splendido da portare in Italia, occhio invece alla dritta: Gischler in Italia a sorpresa al Festival di Cremona dal 3 al 5 giugno 2011 con probabile data su Milano il 5 giugno ma stiamo lavorando per questo!

    Swierczynski: chi lo traduce per primo lo metterà in kulo scusate il francesismo a tutti quelli che aspettano non si sa cosa…basta tradurlo bene e promuoverlo uno così ed è un autore che va da solo, fra l’altro è un altro protegè di Lansdale non so se ci siamo capiti…

  17. @Luca-Matteo: bene per Lansdale, anche se mi dispiace per Zeltserman, so che la traduzione di Pariah (credo sia di questo romanzo…) è già stata consegnata alla Fanucci, c’era già pure la bozza di copertina, poi non so cosa è successo ma qualcosa è andato storto e le parole di Matt mi preoccupano non poco. Questo delle vendite, purtroppo, è un problema non da poco. Francamente non so quante copie debbano essere vendute per guadagnare qualcosa dalla vendita di un titolo, ma credo non siano proprio poche…e forse i buoni autori amati da queste parti non tirano molto, mannaggia. Per Swierczynski: Matt, presumo tu lo abbia già proposto in diverse lingue a Vicentini, o sbaglio? Bene per Gischler, dai, portalo pure a Milano!

  18. Pingback: Un gelido inverno – regia di Debra Granik « Pegasus Descending

  19. gambinifra in ha detto:

    Bukowski è molto sopravvalutato. Il filosofo Adorno diceva che il gusto letterario non appartiene a tutti. Io aggiungo: chi adora Bukowski non ne ha affatto. Altro che “stai perdendo credibilità lol” (patetico)

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