Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“La letteratura non serve a niente”

Mauro Marcialis (quello basso) con James Ellroy

Con Dove tutto brucia, da poco in libreria, Mauro Marcialis è giusto al suo quarto romanzo, secondo di una ipotetica, nerissima trilogia noir. Di seguito riporto una chiacchierata tra lui e me in cui si è parlato un po’ di tutto. “La letteratura non serve a niente”, dice, “La storia è stata scritta col sangue delle lotte di classe”. Purtroppo temo che molte cose non servano a niente, anche se tutto ciò che è in grado di far riflettere, beh, forse proprio inutile non è. Perché non c’è migliore pratica di una sana teoria.

Mauro, Dove tutto brucia riprende là dove terminava La strada della violenza, tuo esordio letterario di qualche anno fa. Perché ritornare “sul luogo del delitto” invece di costruire una storia e dei personaggi tutti nuovi?
In linea generale, tornare “sul luogo del delitto” non appartiene al mio modo di interpretare la narrativa, in quanto avverto l’esigenza di rapportarmi a situazioni e personaggi differenti (per i quali spesso miro a una totale identificazione). In questo caso, fin dal principio, avevo in mente una trilogia che progressivamente alzasse il “tiro”. La strada della violenza aveva dinamiche criminali “provinciali”, anche se erano già presenti personaggi che operavano ad alti livelli in un’ipotetica gerarchia di potere. Dove tutto brucia è quindi un moltiplicatore: le collusioni tra politica, alta finanza, istituzioni, servizi segreti e crimine organizzato afferiscono ad affari nazionali e, con riferimento ad alcuni aspetti – narcotraffico in primis -, internazionali.

Ancora una volta metti insieme una vicenda nerissima…
Sono rappresentazioni che, seppur romanzate, hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora uno spaccato della nostra società. I meccanismi descritti nel romanzo possono essere ricondotti, per analogia, a fatti di cronaca, anche processuale, che si sono realmente verificati. La speranza è da rintracciare in una inquadratura diversa da quella “noir”, che delinea situazioni ovviamente estreme. Dal mio punto di vista, questa tipologia di noir ha il dovere morale e intellettuale di non fare sconti alla realtà o alla verosimiglianza.

Tu sei uno scrittore – possiamo dire ormai affermato? – che con i suoi libri fornisce moltissimi spunti di riflessione sulla quotidianità che ci circonda. Credi che la letteratura, con il suo focus dell’attenzione, abbia un potere catartico, sia in grado di cambiare le cose o, almeno, far ragionare le persone che la leggono?
Credo che la catarsi sia una parentesi che riguarda soltanto l’autore, laddove questo sia coinvolto emotivamente. Se posso dirlo in maniera estremamente noir, la letteratura non serve a niente. È vero che sono state, nei secoli, combattute moltissime battaglie in nome e in funzione di retoriche, anche ideologiche, ma rimane il fatto che la storia è stata scritta col sangue delle lotte di classe perché, alla fine, di questo stiamo parlando. La letteratura ha di certo l’ambizione e la predisposizione a “formare”, ma bisogna prendere atto che essere informati e avere gli strumenti critici per contestare quelle che possono essere ritenute distorsioni a livello legale, etico, sociale, non è sufficiente. Occorrerebbe infatti che allo strillo o al ditino puntato contro un certo sistema, corrispondesse un comportamento pratico, onesto e quindi sconveniente, nel quotidiano.

Rivelami una cosa: chi è il personaggio più positivo di Dove tutto brucia?
Dipende dai punti di vista e dai significati che possono essere attribuiti al termine “positivo”. Direi che Giorgio Garlini lo è in chiave romanzesca: credo sia un personaggio fortemente caratterizzato, il “motore” di una trama complessa e il collante di tutte le vicende emozionali legate alla sua “squadra d’assalto”. Se il parametro è esclusivamente etico, direi Bianca, perché non ha mai perso, nonostante circostanze avverse e drammatiche, la sua dignità. Rispetto alle intenzioni del romanzo, “positive” sono infine tutte le vittime innocenti, tutte quelle anime innocenti che non hanno avuto neanche la possibilità di difendersi.

A pagina 171 citi una scritta, in pennarello, sul retro di una fotografia: “io&davide”… Crossover voluto con il tuo precedente lavoro o solo un piccolo cedimento alla vanità personale dell’autore?
Davide era la spalla del personaggio principale ne La strada della violenza e quella scritta era funzionale alla scena. Certo, mettendolo in corsivo, ci ho giocato sopra. Più che vanità, credo si sia trattato di una sorta di istinto paterno: Io&davide è infatti il mio pargoletto incompreso, anche se continuo a ritenerlo il mio libro migliore: è difficile e poco digeribile, trattandosi di un’allegoria ultraviolenta che ha tre diversi livelli di lettura, due dei quali effettivamente criptici. 

Con Dove tutto brucia metti al centro della trama un intreccio mortale e criminale tra affari, politica, potere giudiziario e malavita.
Intreccio che si sviluppa in molti plot: accanto alle situazioni “classiche” (omicidi, ricatti, estorsioni, depistaggi, traffico di sostanze stupefacenti, armi, organi, appalti truccati, riciclaggio, reati fiscali…) troviamo accenni ad altre tematiche: satanismo, pedofilia, massoneria. Al di là degli aspetti più tecnici, i plot si rapportano ai diversi personaggi anche dal punto di vista interiore ed emotivo: ci sono storie di forti passioni e deliri, di ossessioni e di onore, di amicizie tradite e amori tormentati, di drammi insostenibili e di aspettative deluse.

Un altro tema ricorrente in questo tuo lavoro è Globalia e il mondo malato che sembra rappresentare.
Esatto, Globalia è un “personaggio” parodistico che ha l’intento di mostrare il prodotto finale di quella logica economica fortemente amorale volta al guadagno a qualunque costo: si tratta di un immenso, sfarzoso, avanguardistico centro commerciale nel quale il cittadino/utente “consuma” merci e forse se stesso (nella misura in cui, anche inconsapevolmente, accorda il proprio consenso alle stesse merci). È quindi un’allegoria legata al discorso della narcotizzazione mediatica chirurgicamente adottata dai governi e del conseguente annullamento dello spirito critico di cui è parlato in precedenza.

Ma, in definitiva, siamo o non siamo un Paese in saldo promozionale?
L’Italia ha certamente delle particolarità rispetto ad altri Paesi (sovranità limitata dal dopoguerra al crollo del muro di Berlino in materia di politica estera e interna; il condizionamento imposto dal Vaticano; una Unità che, per molti versi, non c’è mai stata in virtù delle diverse esperienze storiche; una “resistenza” che ancora spacca il Paese e che quindi non permette il riconoscimento di una solida identità) ma le “umane” logiche del sopruso e della prevaricazione, anche violenta, sono prerogative di ogni luogo ed epoca. Peccato: il Belpaese ha parecchie eccellenze in ogni campo e la migliore Costituzione del mondo.

In poche righe tratteggi in maniera impareggiabile Milano e chi ci vive.
Milano è la capitale economica e finanziaria del Paese, ha una frenesia affaristica che è figlia (il)legittima del sistema: in poche righe, rapportandola ai meccanismi descritti nel romanzo, non poteva che uscirne un quadro desolante.

Leggendo Dove tutto brucia ho avvertito fortissimo l’eco di James Ellroy, in termini contenutistici, narratologici e stilistici. Quanto l’autore di American Tabloid – opera non citata a caso… – ti ha influenzato?
Moltissimo, al punto che il protagonista de La strada della violenza, L. Rollei (ovviamente presente anche in questo capitolo) è proprio l’anagramma “italianizzato” di Ellroy.

Quali altri scrittori senti più vicini o hai preso come modelli di riferimento?
Per i miei due romanzi noir, oltre a Ellroy, sicuramente l’inglese David Peace, devastante. Gli italiani sono bravissimi ma sembra che l’editoria e il pubblico soffrano di un’esterofilia che, dal mio punto di vista, rimane un vero mistero. Metto giù solo due titoli di romanzi eccezionali che nulla hanno da invidiare, anche se per motivi diversi, alle grandi opere noir: Mostri per le masse di Nino G. D’Attis e La città perfetta di Angelo Petrella. Più in generale, adoro quegli autori che si occupano di un noir più visionario e delirante (Welsh, B.E.Ellis, il primo Palahniuk) più adatto a spigionare la potenza e il talento della scrittura.

Le violenze sui bambini sono un tema crudo, devastante per il lettore. Tu ne fai lo specchio di Globalia, con il centro commerciale più grande d’Italia che diventa una sorta di specchio della società e della sua completa perdita d’innocenza di cui i bambini sono simbolo. Ma c’era veramente bisogno di utilizzare un tema così sgradevole?
Ogni espressione artistica (anche nel caso in cui si trattasse di una mera intenzione) non può avere filtri. Il noir, in particolare, deve “mostrare”, proprio perché la sensazione di sconfitta e di resa è nel proprio dna. Molti capolavori della letteratura e del cinema sono disturbanti. Immaginiamo Arancia Meccanica senza la scena dello stupro, American Psyco senza la reiterazione del sadismo, Trainspotting senza la morte del neonato…

E perché descrivere tali violenze in maniera così “accurata”? Non è eccessivo, forse addirittura superfluo o più legato a impressionare la componente emozionale del lettore piuttosto che quella razionale? Non nego che spesso, da padre, ho avuto grosse difficoltà ad andare avanti nella lettura. 
È la stessa difficoltà che ho vissuto io, sia come autore che come padre. La parola chiave è “esplicitare”. Spesso cito come termine di paragone l’Olocausto. Uno può leggere decine di libri e vedere altrettanti documentari sull’argomento, ma nessuna rappresentazione avrà mai la potenza e la “verità” di quelle fotografie che ritraggono centinaia di cadaveri scheletrici ammassati dentro una fossa. Ecco, l’intento (che comprendo perfettamente possa essere utopistico) è proprio quello di creare tensione, disturbo, rabbia, tutti stati d’animo da incanalare poi in una forte presa di posizione nei confronti della pedofilia. Un ulteriore aspetto dell’esplicitazione è legata al proposito di distinguere le differenti “pratiche”; credo sia opportuno infatti sottolineare che esistono comportamenti (chiamiamole pure patologie, o perversioni, o debolezze…) che non si manifestano in un sopruso materiale (i “guardoni”, per esempio) e altri, devastanti, che appunto si concretizzano con la violenza fisica o psicologica ai danni del bambino. In ultimo, bisognerebbe considerare anche l’onestà e la coerenza di un “credo” del genere, o meglio, la stupidità “editoriale” di tale accuratezza, considerato che una scelta di questo tipo toglie una grossa fetta di pubblico. 

Dove tutto brucia

Tu, nonostante il successo editoriale con case editrici del calibro di Mondadori e Piemme, hai continuato a lavorare nella Guardia di Finanza. È una tua scelta voluta o, insomma, di scrittura non si può proprio vivere? E come riesci a conciliare questi due aspetti lavorativi entrambi molto impegnativi?
L’impiego nella Guardia di Finanza è appagante e non va, potenzialmente, in conflitto con la scrittura che rimane, al pari della lettura, una passione che va ben al di là di eventuali o potenziali successi. Resta il fatto che di scrittura, attualmente, non potrei vivere. Per quanto riguarda la conciliazione, trattandosi appunto di una passione, non faccio fatica a dedicarvi parte del mio tempo libero.

Quanto il tuo mestiere ti è stato utile nello scrivere i tuoi romanzi?
È stato utile nella scrittura delle parti tecniche, ovvero quelle legate alle procedure e alle tempistiche prettamente investigative. Sembra paradossale, ma sono parti marginali: non sono un amante di provette, esami balistici e autopsie.

Non sei stato molto tenero, nella fiction, con le forze dell’ordine…
Anche in questo caso, si tratta di prendere atto di alcune verità storiche e processuali, oltre che di una “banalità” generale:  dietro e dentro una divisa c’è sempre un uomo, con le sue debolezze e le sue contraddizioni, come in tutti gli altri contesti sociali o lavorativi. Mai generalizzare, però: significherebbe banalizzare e scadere nella stessa retorica meschina per la quale (purtroppo la questione è attualissima) nella nostra società ci sono ancora le profonde spaccature tipiche di guelfi e ghibellini.

Ci riveli il tuo metodo di lavoro nell’ambito della scrittura? Hai una scaletta, vai avanti a naso, etc…
Nessuna scaletta, ad eccezione di Spartaco (in quel caso, è stata la storia citata nelle fonti a dettarla). Parto da una o più tematiche (esempio: corruzione, pedofilia) e cerco le “voci” e le inquadrature che mi sembrano più adeguate a liberare una scrittura delirante, ossessiva, sincopata. All’inizio i personaggi rappresentano una semplice “funzione” narrativa; li scopro solo successivamente , facendoli interagire tra loro e inserendoli nelle vicende del romanzo. Scrivo generalmente durante i giorni di ferie, mai dopo cena, alternando scrittura digitale e manoscritta su qualunque cosa somigli vagamente a un foglio. Sono disordinatissimo: mi accorgo di aver terminato un romanzo solo quando incollo i pezzi sparsi in giro. Il tempo effettivamente impiegato è breve, ma tra la prima e l’ultima parola possono ovviamente trascorrere molti mesi (in questo caso, fa invece eccezione Io & Davide, scritto quasi interamente in cinque giorni).

Sei tornato al noir dopo l’esperienza di Spartaco, episodio commissionato da Mondadori per la storia di Roma romanzata. Per te è stata sicuramente una sfida anomala rispetto ai temi che tratti abitualmente, ma non trovi che un’opera del genere, su commissione, snaturi un poco l’anima e il talento di uno scrittore?
Il dilemma è durato settimane (è “giusto” scrivere una storia che non è nata da una mia suggestione, da una mia idea?) ed è stato risolto, a mio beneficio, col totale innamoramento della storia romana e del mito di Spartaco. È stata una vera fortuna, che mi ha francamente tolto da un imbarazzo che all’inizio ho effettivamente avvertito. Col tempo, ho ragionato in maniera più razionale e forse “mi” sono raccontato un’altra storia: forse un narratore vuole, può e deve rapportarsi a situazioni, epoche e luoghi diversi. In ogni caso, lo studio della rivolta condotta da Spartaco (durato circa quattro mesi) rimane l’esperienza letteraria più affascinante che abbia vissuto. Per quanto riguarda anima e (presunto) talento, nel caso fossero presenti, credo che emergerebbero in ogni caso.

Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sul tuo prossimo lavoro?
Ci sono decine di pagine in un cassetto e cartelle di word aperte sul terzo capitolo “noir”, su un prete corrotto che cerca disperatamente Dio, su un lutto raccontato da una voce narrante particolare (una lavatrice).

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6 pensieri su ““La letteratura non serve a niente”

  1. Bravi entrambi 🙂
    Sapevo che l’incontro tra voi due avrebbe prodotto ottimi risultati 🙂

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Già questa intervista è un discreto passo avanti rispetto alle solite. Ancora qualche marcamento ad uomo più pressante sui lati meno forti della sua produzione (per farlo incazzicchiare) e ci siamo. Per me, naturalmente.
    Comunque complimenti.

    • Grazie Fabio, vedi che faccio tesoro dei tuoi consigli e osservazioni? Poi, sai, il romanzo mi è piaciuto e trovo il lavoro di Marcialis molto importante, quindi è anche normale che ci siano più luci che ombre. Ma per “solite” intendi mie solite o solite degli altri? 🙂

      A proposito: appena il blog del Giallo funziona come si deve – e ho tempo – leggo il tuo pezzo (è tuo vero?) pubblicato in questi giorni. Sui due classici mi sai dire qualcosa? Quello di Ball mi attira…tu che dici? Grazie vecio!

  3. Fabio Lotti in ha detto:

    Con questi miei interventi pidocchiosi so di rischiare il fancala ma spero nella indulgenza verso l’età (fino a quando?).
    Non puoi perdere la Craig Rice con il trio Malone (avvocato), Jake Justus (proprietario di un casinò) e Elena Justus che di solito risolvono insieme i casi più disparati. La Craig ha un bello stile immaginifico e umoristico che non può non piacere. Su Virgil Tibbs di John Ball basta ricordare i film con l’attore Sidney Poitier. Un bel confronto.

  4. Fabio Lotti in ha detto:

    Il pezzo sul blog del giallo Mondadori è mio e allora puoi venire a dirmene tre o quattro (ma anche cinque) …:)

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