Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il texano dagli occhi di ghiaccio – regia di Clint Eastwood

Il texano dagli occhi di ghiaccio

IL TEXANO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO
un film di Clint Eastwood
con Clint Eastwood, Sondra Locke, John Vernon, Bill McKinney

Quando a Josey Wales, soldato sudista, propongono di deporre le armi e consegnarsi alle forse unioniste perché la guerra è finita e, insomma, avete perso ragazzi, tutti a casa, questo è il tempo della riconciliazione, lui non si scompone, non alza la testa ma fa una sola cosa: sputa per terra un grumo di carne secca mista a saliva. Wales, evidentemente affetto da una rara forma di ipersalivazione di cui, oggi, sembrano soffrire un gran numero di adolescenti maschi e calciatori milionari, ripeterà questo gesto per tutto l’arco del film diretto da Clint Eastwood e da lui stesso interpretato nel ruolo del pistolero protagonista.

Secondo western per Eastwood, Il texano dagli occhi di ghiaccio, film del 1976, è ancora ben lontano da quel capolavoro prossimo venturo che sarà Gli spietati, datato 1992, probabilmente uno dei punti di arrivo e ripartenza per un genere troppo spesso dato per morto ma imperituro come il western, capace, ogni volta, di risorgere dalle proprie ceneri sotto nuove vesti e sembianze. Lontano sia in termini stilistici sia contenutistici, nonostante il film mostri già i chiari segni del talento dell’Eastwood regista, discostandosi nettamente da prodotti di serie B bolsi e ripetitivi.

Il percorso interiore di un uomo, una sorta di eterno romanzo di formazione, ancora una volta si estrinseca in un viaggio reale attraverso gli Stati Uniti d’America devastati dalla recente guerra di secessione – siamo quindi nel 1865. Durante il tragitto e nonostante Wales cerchi in ogni modo di farsi i cazzi suoi, non può fare a meno di raccogliere per la strada e portarsi dietro un vasto gruppo di strani soggetti: una nonna e la giovane nipote, un indiano filosofo esistenzialista, una squaw che non spiccica una parola di inglese, qualche messicano e un cane che non fa altro che, poveretto, beccarsi gli sputi di Wales. Che poi che c’entra quella povera bestia, lo zio Clint dovrebbe anche spiegarcelo.

Siamo ancora gli albori della filosofia cinematografica di Eastwood, perdurando in quella fase che definirei della poetica dell’uomo forte, a differenza di quella successiva dell’uomo debole. Dico “uomo forte” perché Wales, come i protagonisti di Lo straniero senza nome, Il cavaliere pallido o Gunny, sono personaggi che seppur già evidenziando una certa complessità che diventerà manifesta anni e film dopo, rimangono delle personalità eccezionali, granitiche, gente che riesce a fare centro a ogni colpo sparato e senza neanche prendere la mira. Gunny spacca ossa neanche fosse un trinciapollo, ma è in crisi con l’ex moglie e non riesce a spiccicare due parole con una donna. Ne Lo straniero senza nome Eastwood dà vita a un cavaliere che le suona a tutti, seppur non sia stato in grado di proteggere, in passato, il fratello sceriffo. Sono tutte interpretazioni in cui il lato debole c’è, ma rimane comunque soccombente rispetto alla forza che come un deus ex machina interviene sempre a sistemare le cose. La violenza è brutale e senza pietà, levatrice della storia. Anche ne Il texano dagli occhi di ghiaccio, Josey Wales è un personaggio tormentato, orfano dell’intera famiglia sterminata dai soldati nordisti e in fuga più dal proprio passato che dal suo futuro incerto e dalla posse organizzata per mettergli il sale sulla coda. E però Wales è uno che spara a due mani e, come si dice nel finale, “non credo che cinque uomini bastino a uccidere Josey Wales, il fuorilegge”. Wales è un buono costretto a fare il male per sopravvivere, uno consapevole che “la guerra ci ha uccisi un po’ tutti”.

Eastwood nei panni di Josey Wales

Lavori successivi di Clint Eastwood – e penso a capolavori come Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino, Un mondo perfetto, Gli spietati, ma anche I ponti di Madison County, Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima – presentano, invece, personaggi molto più complessi in cui quello che traspare è la loro fragilità, declinata in infinite maniere, ma con il minimo comun denominatore rappresentato dal dover fare i conti con la propria umanità, senza alcun eccezionalismo individualista, bensì scontando tutta l’umanissima debolezza del nostro essere da soli di fronte a un destino avverso e tiranno. Nei lavori appena citati nessuno è in grado di centrare un bersaglio da centocinquanta metri con una Colt, ma tutti sono costretti, ogni giorno, a scegliere, pagando sempre e fino in fondo tutto il prezzo che ciò comporta.

Se nessuno, probabilmente, può realmente immedesimarsi con un Josey Wales, tutti lo possono fare con il tragico protagonista di Million Dollar Baby o di Gran Torino, uomini che come arma hanno solo ed esclusivamente la loro debolezza figlia della loro natura.

Senza la riflessione scaturita dai precedenti lavori di Eastwood, compreso questo Il texano dagli occhi di ghiaccio così imperfetto e così troppo spesso sull’orlo di una retorica spicciola, niente di ciò che sarebbe venuto dopo avrebbe potuto essere. Guardare questo quinto lavoro dello zio Clint come un semplice western è forse riduttivo, ma allo stesso tempo sarebbe incomprensibile senza conoscere lo sviluppo futuro della sua poetica dell’uomo debole che, nolente, già Josey Wales inizia a incarnare, nonostante la mira infallibile e lo sputo menefreghista.

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3 pensieri su “Il texano dagli occhi di ghiaccio – regia di Clint Eastwood

  1. convengo con la tua analisi, pelf, ma su “Lo straniero senza nome” credo che la cosa sia diversa: la graniticità del personaggio risponde ad una visione quasi sovrumana del vendicatore, che – oltre a ereditare la letale calma del personaggio di Sergio Leone – nel film deve rimanere misterioso in maniera fantasmatica…

    ne ho parlato anche sul mio blog 🙂

    http://omardimonopoli.blogspot.com/2009/06/col-colpo-in-canna.html

  2. A mio avviso è mille volte più retorico e ammiccante Gran Torino che non The Outlaw Josey Wales. E credo sia un brutto segno (per me, almeno) quando un autore – romanziere o regista che dir si voglia – punta a far identificare il lettore/spettatore col suo personaggio. E’ un atteggiamento consolatorio e, secondo me, molto pericoloso. Nella mitologia del western, così come in quella dell’hard-boiled, ovvero due generi pressoché sovrapponibili per non dire che il secondo è figlio del primo, l’ “uomo forte” resta comunque tale, anche in mezzo alle più clamorose catastrofi, e le sue debolezze vengono comunque compensate dall’abilità di sapersela cavare sempre e comunque (e il più delle volte mettendo nei guai qualcun altro…).

    Gunny, per citarne uno, non può certo piangersi addosso davanti alle sue difficoltà di comunicazione interpersonale: ha un lavoro da fare, e quello porterà a fondo, possiamo starne certi. Lo stesso vale, che so, per Sughrue o Milodragovitch nei romanzi di Crumley. Sono eroi “tainted,” come di dice in America, ovvero con macchie e anche con qualche paura? Non ci piove, ma – sempre come dicono da quelle parti, “they deliver,” ovvero mantengono sempre quel che sono chiamati a fare.

    Anche perché, sostanzialmente, non sanno fare altro. Paradossalmente, si tratta di personaggi che hanno una fortissima etica del lavoro, per il quale sono disposti a passare sopra a tutto il resto. E’ il tema centrale, per dire, di un capolavoro come “Heat” di Michael Mann e del suo esatto contraltare, ovvero “Gli amici di Eddie Coyle:” la burocrazia del crimine, esattamente identica per i buoni e per i cattivi. Nel film di Mann, Pacino e De Niro sono le due facce dello stesso personaggio, proprio come suggerisce fin troppo (anzi, lo mostra esplicitamente, per chi non lo aveva ancora capito) la scena finale; e i due protagonisti lo dicono esplicitamente, nel famoso dialogo alla tavola calda: “E’ che non so fare altro,” “Neanch’io.”

    La differenza sta tutta qui: tra la retorica buonista di “Gran Torino,” dove appunto c’è chi fa i conti col “destino avverso e tiranno” di cui parla Andrea, e la consapevolezza di Heat, ovvero che ciascuno è artefice del proprio destino e deve bere l’amaro calice fino in fondo, anche se anela magari a una bieca esistenza borghese o a riempirsi le tasche e trasferirsi su un’isola tropicale.

    Insomma, come diceva Brancaleone da Norcia, “Sai tu qual sia, in questa nera valle, la risultanza e il premio d’ogni sacrifizio umano? Calci nel deretano! D’ora in poi verrò nomato lo cavaliere amaro!”

  3. @Sartoris: dici bene, la tua è una analisi a cui, ammetto, non avevo mai pensato, ma che non inficia di una virgola, almeno mi pare, quanto ho scritto io in merito a Il texano. Il gioco non è a somma zero, così come tutte le grandi opere vengono viste e percepite in maniera diversa da persone diverse. Inutile dire che non c’è mai un giusto e uno sbagliato nei commenti critici, semplicemente perchè ogni persona che guarda è diversa da un’altra. E’ vera la natura sovraumana del vendicatore, ma anche il Walt di Gran Torino è un vendicatore, così come il Jimmy Markum (Sean Penn) di Mystic River. Quello che cambia è il risultato dell’uso della forza, della violenza. Per questo ho distinto le due poetiche di Eastwood. Tutto qua.

    @Luca: ovviamente non posso convenire sulla retoricità di Gran Torino, film in cui Eastwood fa ricorso, indubbiamente, a un pensiero forte, senza possibilità di compromesso, che quindi o piace o no. Per uomo forte, inoltre, temo di non essere riuscito a spiegarmi nella migliore maniera: rimanendo su Wales/Kowalski – ma il discorso è estendibile a tutti i personaggi dei film che ho citato in merito all’uomo debole – è più forte chi spara o chi accetta di non farlo? Entrambi scelgono, ma fanno scelte diverse. Il destino rimane lo stesso, fottuto di sempre, come per tutti, ma uno risponde mettendo da parte le sue fragilità e cercando di accoppare tutti quelli che gli si parano davanti, l’altro accetta la sua debolezza che diventa l’architrave della sua forza. Come in Un mnodo perdetto, in Million Dollar Baby o Mystici River, un film borderline tra le due poetiche di cui parlo, anche se si spinge più verso la seconda.

    Sono due modi diversi di fare i conti con il destino, come dici tu. Sarà anche retorica buonista quella di Gran Torino, ma forse no. Altrimenti dopo Heat si potrebbero anche non più fare film se quella è la verità. E comunque la mia analisi è riferita a Eastwood e basta, al suo percorso o quello che, almeno, mi pare tale.

    Tu dici che è un punto debole far identificare lo spettatore/lettore con il personaggio. Beh, io la chiamo empatia. Essere degli esseri umani vuol dire anche provare questa strana cosa che ci fa immedesimare nelle situazioni altrui. Io non riesco a immedesimarmi in Wales, non ho mai tenuto in mano una pistola e lungi da me, non sono eccezionale come lui, ma banale come Frankie Dunn. Un uomo banale che deve scegliere e fare la cosa più giusta o meno sbagliata. Francamente non so come si faccia a guardare Million Dollar Baby, tanto per citare questo, e non pensare “io che avrei fatto in quella situazione?”. Se questo non avviene, sempre a mio avviso, che resta del film? Una storiella di boxe finita male, come tantissime in questo sport. Gunny e gli altri, alla fine, non fanno mai i conti con la loro parte debole, macchiata e umanissima, e rimangono, infatti, degli irrisolti e, cinematograficamente parlando, delle maschere piuttosto che dei personaggi. Cosa che non si può dire del Milo che citi di Crumley, ad esempio. O che si può dire, non so, di un Reacher di Child.

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