Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Fair Game. Caccia alla spia – regia di Doug Liman

Fair Game – Caccia alla spia

FAIR GAME – CACCIA ALLA SPIA
un film di Doug Liman
con Sean Pean e Naomi Watts

Ormai anche il repubblicano più estremista è costretto ad ammetterlo: la guerra in Iraq del 2003 – cazzo, sembra ieri e invece sono già passati otto anni. E dall’11/9 addirittura dieci. Dieci anni. Mamma mia. Fottuto tempo. – si è basata su una grande menzogna. Ora, non stiamo qui a voler difendere Saddam Hussein o altri dittatorelli stile Gheddafi o Mubarak, ma è innegabile che questi ci fanno comodo, a maggior ragione in un periodo storico in cui la civiltà umana sta vivendo da una parte i suoi massimi momenti di benessere e sviluppo civile, sociale, economico e scientifico, mentre dall’altra il revanscismo religioso monoteista sta covando sotto la cenere tensioni in grado di rendere il futuro più incerto che mai. E però le democrazie si fondano sulla fiducia e sulla sincerità, almeno per quel che è concesso dalla ragion di Stato. Cacciare balle, soprattutto se sei il presidente dell’unica superpotenza mondiale rimasta dopo il crollo dell’Unione Sovietica e sei chiamato a gestire, per la prima volta nella storia, un assetto internazionale mondiale unipolare, è quindi una strategia perdente.

Ma George W. Bush non era un pazzo, un cattivone o, tantomeno, un coglione piantato alla Casa Bianca. Troppo facile e troppo comodo. Troppo rassicurante. Tutta colpa sua, io non c’entro niente. Anzi, l’avevo pure detto. Di Puffi Quattrocchi dell’ultima ora è piena la storia del mondo. Già Oliver Stone, con il suo film intitolato W., e diversamente dalla stragrande maggioranza delle letture critiche che mi è capitato di spulciare, in qualche modo attenua molto questa personalizzazione della responsabilità dell’ex presidente USA, dipingendolo, diversamente, come una persona piuttosto ingenua, sicuramente inadeguata a rivestire il delicato ruolo per cui è stato eletto, con un pesante sentimento di inferiorità nei confronti di padre e fratello e, soprattutto, attorniato da una ridda di cattivi consiglieri da far accapponare la pelle.

Una lettura per certi versi analoga a quella che, in maniera molto più indiretta rispetto a Oliver Stone, fa anche Doug Liman, già regista del pessimo Jumper e dell’ottimo The Bourne Identity. Liman la prende alla larga, non cita mai Bush preferendo posizionarsi più al margine, coinvolgendo piuttosto lo staff presidenziale e, in modo particolare, quello vice presidenziale – leggasi Dick Cheney -, puntando il dito contro la voglia di guerra e menzogne di una parte della politica statunitense e, contestualmente, contro l’inadeguatezza di quello che dovrebbe essere il miglior servizio segreto del mondo.

La storia di Fair Game – Caccia alla spia è tratta dal libro autobiografico del diplomatico Joseph Wilson, sullo schermo interpretato da un sempre ricco di pathos Sean Pean, che insieme alla moglie Valerie Plame, importante funzionaria CIA, si trovano al centro di una vicenda nazionale e internazionale a dir poco assurda.

I galoppini del vicepresidente hanno voglia di guerra. Insomma, nelle caserme americane giacciono qualche migliaia di tonnellate di bombe a stelle e strisce che se sganciate, chissà, potrebbero anche far ripartire una economia in affanno dopo gli anni ruggenti della ripresa clintoniana. Ma, soprattutto, la Casa Bianca ha necessità di dimostrarsi attiva, di far vedere che glielo mettiamo nel culo a Bin Laden e soci. Quindi decidono, dopo l’Afghanistan del Mullah Omar, di sculacciare anche Saddam Hussein, tra l’altro a capo di un regime sunnita in grado di mettere pressione al sciita Iran – che, infatti, dopo la guerra inizierà a fare la voce grossa – e fortemente impegnato in un processo di secolarizzazione del territorio iracheno. Rimane un dittatore, un assassino che gasa curdi e impicca oppositori, ma la politica internazionale, chiunque ne abbia qualche minima nozione lo sa, se ne fotte di queste facezie. Ma per fargli il culo, insomma, serve un pretesto, bisogna sollevare una paura di massa. E che c’è di meglio delle armi atomiche? Ma un regime di pecorai ha veramente turbine e centrali nucleari segrete? Beh, ma chissenefrega. Basta dire che ci sono, queste armi, dare mezza prova, mezza verità e poi che le cose facciano il loro corso. Caccia balle, che alla fine qualcosa rimane. A tutto ciò la stampa continua a fare pompini al potere politico rinnovando termini altisonanti come gloria e patria, che sanno tanto di futuri morti ammazzati ed eroi di cui, francamente, non se ne sente il bisogno. Gli unici a opporsi a tutto ‘sto marasma di frottole sono i coniugi Wilson e in particolare Joseph che, con un articolo al New York Times, dice che, insomma, qui qualcosa non torna e in giro volano un po’ troppe menzogne. Non lo avesse mai fatto. Per lui e la moglie inizieranno tempi molto duri incentrati su uno sputtanamento nei confronti dell’opinione pubblica che, a paragone, il metodo Boffo gli fa il solletico.

Che il Paese delle grandi libertà e opportunità sia anche un coacervo di contraddizioni lo si è sempre saputo, anche se vederle messe in scena in un film fa sempre un certo effetto. Liman è regista da alti e bassi, fortemente discontinuo e non sempre in grado di individuare progetti validi. Portare al cinema una storia come quella raccontata in Fair Game era quindi particolarmente rischioso, per due motivi: da una parte il tema della rivisitazione di quegli anni e di quella guerra sta diventando tema abusato dalla cinematografia americana che, come mi è già capitato di scrivere in passato, è sicuramente il segno di una profonda riflessione critica di un sentimento nazionale che il cinema si prende l’onere di incarnare dimostrando una certa vivacità intellettuale, ma, dall’altra, il rischio di cadere nella retorica vacua e fine a se stessa è sempre grande, così come il pensiero autoassolutorio e consolatorio che vuole le colpe sempre addossate agli altri o alle situazioni, quello che nella psicologia sociale viene chiamato self-serving bias.

Liman un po’ di retorica ce la mette nel suo film da regista impegnato, democratico e da “figurati se io volevo quella guerra. Tutto colpa del Puzzone”. E però il cast è di qualità, con uno Sean Pean intenso e una Naomi Watts tormentata e forse ancor più bella. Riflettere, inoltre, non fa mai male, a maggior ragione quando vi è la possibilità di vedere con occhi nuovi cose vecchie che si sono vissute. Forse oggi la pensiamo tutti così, che quella guerra, anche strategicamente, sia stata un errore. Forse nel 2003 il pensiero era diverso e il paragone diventa interessante. Liman, inoltre, meritoriamente punta il proprio focus sia sulla vicenda personale, intimistica, dei coniugi Wilson e della loro relazione in crisi, sia sul potere distorcente dei media che smettono di fare il proprio mestiere per trasformarsi, all’opposto, in uffici stampa. A futura memoria.

Di seguito il trailer di Fair Game – Caccia alla spia del regista Doug Liman:

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2 pensieri su “Fair Game. Caccia alla spia – regia di Doug Liman

  1. Un film non malvagio, anche se ai suoi esordi Liman sembrava promettere chissà cosa. Suggerirei di recuperare “Swingers,” del 1996, che è davvero notevole, così come il successivo “Go” del 1999, un po’ meno riuscito ma ancora oggi molto divertente.

    • Non ho visto nessuno dei due film che citi, Luca, ma ieri sera mi sono registrato Rischiose abitudini, di cui credo tu abbia parlato in qualche commento fa! 🙂 Fair Game non è per niente malvagio, anche se il rischio retorico o autoassolutorio è sempre più presente. Sembra che quella guerra l’abbia voluta solo Bush e che tutti gli altri siano delle anime candide. Come dire che nazismo e fascismo sono solo responsabilità di Hitler e Mussolini. Troppo comodo. Tornando a Liman: non riesco a togliermi dalla testa l’orribile Jumper…una film talmente scarso che…brrrr

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