Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Bunny Lake è scomparsa – Evelyn Piper

Bunny Lake è scomparsa

BUNNY LAKE È SCOMPARSA (Bunny Lake is missing)
di Evelyn Piper
ed. Polillo
Traduzione di Giovanni Viganò

Credo sia una di quelle ansie comuni per chiunque si trovi nella ventura di fare il genitore: portare il proprio figlio all’asilo la mattina e, alla sera, andarlo a riprendere e non trovarlo. Un incubo. Una cosa da far uscire fuori di testa. Inoltre, dopo aver chiesto notizie e spiegazioni alle maestre, queste che ti guardano con l’occhio del merluzzo andato a male e, serie serie, che ti dicono che no, tuo figlio lì non c’è mai stato, nessuno lo ha visto e guardi qui sui nostri registri, guardi lei, non è segnato nessuno bambino con quel nome. Sicuro, signore, di sentirsi bene?

È quello che accade alla protagonista del romanzo di Evelyn Piper, Bunny Lake è scomparsa, uscito nel 1957 e scelto dalla casa editrice Polillo per inaugurare la sua nuova collana dedicata interamente all’hard-boiled, I Mastini. Blanche è una ragazza madre. Non siamo nell’emancipato (?) mondo d’oggi. Nel secondo dopoguerra americano avere un figlio e non avere marito, per una giovane donna, è una macchia sul proprio curriculum di ragazza per bene. Figuratevi, poi, se tutto ciò accade in una delle tante cittadine della provincia rurale degli States. Scandalo. Blanche molla tutto e, saggiamente, si trasferisce nella metropoli New York, si trova un lavoro come segretaria e spera che tutta quella gente che le ronza intorno indifferente sia veramente in grado, per una buona volta, di farsi un’emerita sporta di cazzi propri. Ma allora come oggi, avere un figlio non era mica cosa da poco e quando non c’erano – ci sono – i nonni, il principale ammortizzatore sociale per qualunque società più o meno moderna, i problemi si elevavano all’ennesima potenza. Gli asili nido ci sono, con pochi posti e molto cari. Però, la famiglia, cazzo, la famiglia. Blanche iscrive la piccola Bunny, a malincuore, in uno dei migliori asili privati dell’intera Grande Mela, sapendo di lasciarla in mani sicure. Ma, quando la sera del primo giorno di scuola va a riprenderla, Bunny Lake is missing. È scomparsa. E nessuno ne sa niente: né le maestre che hanno troppa fretta di tornarsene a casa, né la direttrice, troppo impegnata a derubricare la cosa come isterismo – tipicamente femminile – e a preparare un luculliana cena per un incontro galante con Dennis, uno psichiatra affascinante e con il dolcevita.

Blanche, disperata, fa la cosa più normale che uno potrebbe fare quando gli scompare un figlio: si rivolge alla polizia. Ma la polizia newyorkese non è che ci faccia mai una gran figura. Se in Serpico, il film di Sidney Lumet del 1973, i poliziotti sono tutti uno più corrotto dell’altro, in Bunny Lake è scomparsa sono quantomeno incompetenti e un poco pure menefreghisti. Certo, dopo aver fatto le debite ricerche e aver appurato che di questa bambina non si riesce a trovare neanche un capello, una impronta a casa, un certificato di nascita o iscrizione, beh, qualche dubbio sulla sanità mentale della signorina Blanche verrebbe a chiunque. Ora Blanche è da sola in una città enorme e sconosciuta, con una figlia di pochi anni scomparsa e reputata pazza da psichiatri, maestre e poliziotti.

Bunny Lake è scomparsa, da cui, nel 1965, Otto Preminger ha pure tratto un omonimo film, è un classico thriller psicologico. La Piper è bravissima nel creare un personaggio come Bunny, il cui portato morale e moralistico non è forse, oggi, realmente più percepibile come sessant’anni fa, e calarlo in una situazione claustrofobica, fianco a fianco alla descrizione delle idiosincrasie di una metropoli figlia di tutte le sue contraddizioni. Leggendo il romanzo, spesso, il lettore è obbligato a chiedersi dove stia la verità: la Piper dosa sapientemente indizi ora a favore della malattia mentale di Blanche – e Bunny, in realtà, non esiste se non nella testa della protagonista -, ora diametralmente opposti a supporto della tesi del rapimento. Ma Bunny Lake is missing è anche e soprattutto la storia di quell’amore incondizionato tra una madre e una figlia, un amore in grado di fottersene di tutta quella gente che non ti crede, di tutte quelle bigotte signore grassocce e con la permanente inamidata sempre pronte a scagliare la prima pietra, a puntare il ditino tozzo e a giudicare. E non importa se New York, anche sessant’anni fa, è una città con milioni di abitanti e centro tra i più moderni e avanzati, culturalmente e tecnologicamente, del mondo. Il cancro del moralismo alligna ovunque e nessuno, mai, può dirsene esente. A prescindere, inoltre, dal fatto che tale figlia esista o meno. Non importa.  

Bunny Lake è scomparsa ricorda, per certi versi, il bellissimo film di Clint Eastwood Changeling, in cui una Angelina Jolie efficace come raramente è capitato di vedere interpreta una donna che viene a trovarsi in una situazione simile nel 1928. E anche lì, come nel romanzo, la polizia non crede alla madre e lo spettro del manicomio e dell’elettroshock è sempre dietro l’angolo. Chissà se lo sceneggiatore Michael Straczynski, nello scrivere il film di Eastwood, aveva forse in mente il lavoro della Piper. Sta di fatto che in entrambi i casi la trama oscilla come un equilibrista sui dubbi dello spettatore, in Bunny Lake ancora di più che in Changeling, tanto che l’assurda storiella d’amore accennata nel romanzo della Piper non è che una sorta di cedimento al canoni dell’epoca che, comunque, non è in grado di distrarre dalla domanda di fondo dell’intero libro: quale faccia della Luna stiamo osservando?

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15 pensieri su “Bunny Lake è scomparsa – Evelyn Piper

  1. Valter in ha detto:

    Promette bene questa collana ( I mastini) , davvero un buon esordio. Ho acquistato anche i due successivi e leggendo il tuo post di oggi sono davvero curioso delle prossime uscite coi controcazzi ( a marzo o maggio? ) 😀

    • A marzo, Valter, a marzo! Sono due titoli notevoli assai! Faccio come Strukul: dunque, il primo è di…ops! 🙂

      Gli altri due Mastini come sono? Dei tre questo era quello che mi ispirava di più, poi con Howard Fast avevo già avuto una brutta esperienza con il suo Spartacus, tantissimi anni fa.

  2. Questo è un bel romanzo, ma l’hard boiled è un’altra cosa 🙂

    • Sai che ormai ho rinunciato con queste definizioni di genere… Io l’hard boiled me lo immaginavo più alla Hammett, investigatori, poliziotti, scazzottate etc., ma Polillo ci ha messo pure dentro questo della Piper che, come detto nella recensione, è soprattutto un thriller psicologico, anche se la città di New York è sicuramente una coprotagonista. E visto che lui ne capisce e sa sicuramente più di me… Ubi maior… Tu come lo definiresti (se c’è una definizione…) l’hard boiled? 🙂

  3. Valter in ha detto:

    Gli altri due , caro Andrea , sono in attesa di lettura; ho da poco terminato l’ultimo libro di
    P. Roth e sono immerso nelle atmosfere ottocentesche di Wilkie Collins (Senza nome, 730 pag circa!!!!)
    Hai visto che Bompiani (sic!) fa uscire il nuovo romanzo di Don Winslow (Satori) ? Buttaci un occhio 😀
    Ho saputo che ieri sul quotidiano La Repubblica c’era un articolo sul bellissimo libro di Raymond Derek (Stanze nascoste)? Lo hai letto? Io no purtroppo
    Ti stai divertendo (anche tu) a tenere col fiato sospeso i tuoi lettori sulle prossime uscite….
    sono arrabbiatisssssimooooo 😀

  4. “Satori” di Winslow non è altro che il seguito di “Shibumi” di Trevanian, ovvero “Il ritorno delle gru.” Si tratta quindi di un romanzo di spionaggio e di un libro per così dire a parte, all’interno della produzione di Winslow.

  5. Non c’entra un kazzo: ho fra le mani due dico due Gischler cristo! Troppa grazia!

  6. E fra poco avrò fra le mani due dico due Winslow: Satori e Le Belve cristo! Questo è un anno da incorniciare! E continuo a non c’entrare un kazzo!

  7. @Valter: com’è il nuovo Roth? Grande come sempre? Ho visto di Satori, in libreria mi sono pure letto l’introduzione di Winslow a sgamo…mi attira così così, a essere sincero, anche se Winslow è sempre un bel leggere (e io sono indietro di ben due romanzi, ‘azz!). Sì, mi diverto un po’ con la suspence stile Strukul, anche se le mie dritte sono facilissime da sgamare, mica come quelle di quel disgraziato di Matteo! Se butti un occhio sul blog di Luca Conti c’è la dritta su un suo nuovo lavoro molto atteso, mentre per i nuovi Mastini Polillo, beh, è facile no? Sicuramente avrai già indovinato, non sto qui a ripetermi! L’articolo si Derek Raymond de La Repubblica non l’ho letto, ma grazie alla tua segnalazione sono riuscito a recuperarlo in rete, è di Giancarlo De Cataldo, lo trovi qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3716396

    @Luca: speriamo sia la volta buona per il nuova Bazell! E che si mantenga sugli standard di Vedi di non morire (di cui metto il link della mia recensione, per chi non l’avesse letta o non conoscesse autore e romanzo: https://lideablog.wordpress.com/2009/07/03/vedi-di-non-morire/ )

    @Matteo: di Winslow ho già detto sopra, ma per i Gischler ho la bava alla bocca! Nonostante la copertina di Go-go…Mmmm… Hai già il titolo italiano defnitivo di The Deputy? Sul blog di Luca ho letto la proposta: un po’ Tex Willer, come dice lui, ma non è male!

  8. Vitandrea in ha detto:

    Cavolo, ragazzi, un libro per volta! Sono alle prese con Vizio di forma, di Pynchon. Poi ho Satori che mi aspetta, e devo recuperare Il sangue è randagio (ho aspettato l’economica). Comunque aspetto sbavando The deputy…

  9. Valter in ha detto:

    Il blog di L. Conti lo seguo sempre (non essere geloso 😀 ) , quanto ai mastini…credo che ci sia del rosso nei titoli… Ho azzeccato?
    Roth grande come sempre , ma lo sai è uno dei miei scrittori preferiti (anzi il mio preferito!)
    Devo sempre pero’ leggere romanzi importanti di un certo….Cormac…e….. non mi ricordo..
    il cognome…. lo conosci….per caso? 😀 😀

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