Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Incubo di strada – Derek Raymond

Incubo di strada

INCUBO DI STRADA (Nightmare in the Street)
di Derek Raymond
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Marco Vicentini

Con Derek Raymond il noir assume nuove sfumature mentre la voce dello scrittore inglese si alza potente e sorda in una società conformista e troppo concentrata sul proprio ombelico. A Raymond Agatha Chirstie e compagnia, gli scrittori per cui i morti ammazzati altri non erano che pretesti, che scintille scatenanti, che occasioni per consentire al Poirot di turno di dare sfoggio della sua intelligenza, questi scrittori, dicevamo, gli sono sempre stati sulle palle. Raymond sa che la consolazione non è di questa vita, che “Dio è povero, disperato e ricercato dai creditori” [pg. 105] e che se esiste un’etica nella scrittura questa consiste non nel consolare i lettori dando loro risposte, bensì scuoterli da dentro facendo loro porre domande, sbattendo sotto il naso della borghesia imbellettata la lordura da lei prodotta. Sono le vittime i protagonisti dell’opera noir di Derek Raymond.

Incubo di strada non fa eccezione. Se l’attacco è tipicamente poliziesco – un detective un po’ troppo focoso viene sbattuto fuori dalla polizia per aver riempito di cazzotti un superiore testa di cazzo, ritrovandosi a dover fare i conti con i delinquenti che ha danneggiato e che ora, senza più la protezione della divisa, vogliono fargli saldare il conto – ben presto il romanzo vira verso la riflessioni psicologica e introspettiva trasformandosi, senza neanche accorgersene, in una magnifica, struggente e tragica storia d’amor perduto. Kleber, il protagonista del libro, doveva essere su quella macchina fatta saltare in aria dal boss del quartiere. E invece a rimetterci le penne è la sua adorata Elenya, una ex prostituta con cui il poliziotto ha iniziato anni prima una storia d’amore tanto tenera quanto disperata a causa del passato di entrambi. Kleber ci prova anche a scovare il boss, a rendergli la pariglia e a vendicarsi di un odio cieco e violento, ma, all’opposto, Incubo di strada scorre via come un tentativo di metabolizzare il dolore della perdita dell’amata attraverso il suo costante ricordo, mediante il continuare a sentirla viva, a parlarle, a volerla stringere come solo poche sere prima.

È incredibile trovare in questo autore, uno scrittore fortemente concentrato sulla denuncia sociale e quindi, necessariamente, sulla realtà quotidiana e materiale, così tanti accenti metafisici, psicologici e a tratti addirittura religiosi. Raymond non sta dentro o fuori il cerchio delle certezze, bensì si posiziona lì sul confine dei dubbi e delle domande senza risposta: “Era convinto che, cercando i criminali, alla fine si trovasse Dio, e infatti erano entrambi senza pietà. Dio, proprio come i criminali, era sempre latitante, era brutale… dopotutto l’umanità non aveva sempre adorato delle bestie? Ah, l’intelligenza – pensava che, se solo fosse riuscito a trovarla, lui sì che avrebbe saputo cosa farne” [pg. 27]. In questa frase, forse, è racchiuso gran parte del significato di tutta la letteratura di Raymond: Dio non esiste o se c’è è un latitante, uno alla stregua di un banale ladruncolo di strada. Ma non posso fare a meno di continuare a cercarlo, perché io faccio questo, metto in galera i criminali, ripeterà come un mantra il Kleber/Raymond più volte durante l’intero romanzo. Credere o non credere sono posizioni consolatorie, pari ai libri della tradizione del giallo classico, con l’assassino che non può farla franca. Ma Raymond complica tutto: crede di non credere o non crede di credere. È tutto un gran casino e gli algoritmi, qui, non funzionano per un cazzo di niente.

Incubo di strada è un noir che regge il proprio architrave sull’amore, un sentimento che alla fine della storia rimane l’unica cosa che conta veramente, tanto che se san Agostino poteva affermare che “alla fine del giorno saremo giudicati sull’amore”, Raymond sembra riprendere questa riflessione manomettendola a tal punto da accenderla di una vena insostenibilmente tragica, tanto da farla diventare un epitaffio con cui chiudere il proprio cerchio: “E così, dopotutto, c’era ancora un po’ d’amore sulla terra” [pg. 157]. Il peggiore dei pessimisti si rivela essere, al suo ultimo stadio, il più inguaribile degli ottimisti. Raymond ha fatto tutto il giro e finché anche un briciolo di amore rimarrà su questa polverosa terra, beh, si potrà andare ancora avanti con un poco di speranza. Anche per questo, credo, Marco Vicentini, editore e traduttore dello scrittore inglese, ha definito questo Incubo di strada, “una vera e propria elegia”. La prosa si fa poesia, il pessimismo ottimismo, la tragedia speranza, la separazione unione. E tutto perché Raymond si posiziona sul confine, ha la possibilità di comportarsi da funambolo sopra la corda tesa delle certezze consolatorie ponendosi in una prospettiva capace di guardare cose vecchie con occhi nuovi, nonostante lo sconcerto di scoprire che mentre il proprio amore muore “la gente continuava a giocare a tennis, curare il giardino, tagliare l’erba, andare in banca, fumare il sigaro, bere whisky e raccontare pettegolezzi” [pg. 89].

Ma porsi domande, cercare senza trovare sapendo di non trovare richiede un costo e, infatti, Kleber è un emarginato, uno senza amici, una persona non rispettabile, caricando questo termine con tutto il suo peso di conformismo sociale che si porta appresso. Alla fine “Ma perché? si chiedeva. Perché aveva dovuto essere un uomo così complicato e intelligente, che si arrovellava sul significato della vita e della morte, quando tanta gente egoista e senza scrupoli non si poneva il minimo problema?” [pg. 60]. E la risposta è già lì, nella domanda: perché aveva dovuto essere un uomo. Punto.

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