Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

New York, l’indifferenza e Shannon Burke. Intervista con l’autore de I corpi neri

Shannon Burke

Con I corpi neri di Shannon Burke, chi segue Pegasus Descending lo sa, mi sono sbilanciato mica male. Diciamolo: è uno dei migliori libri dell’anno, forse addirittura il più bello tra le mie letture di questo 2010. Chi lo desidera può leggere o rileggere la mia recensione de I corpi neri e poi buttare un occhio alla chiacchierata da me fatta con lo stesso Shannon in barba all’Oceano Atlantico che avevamo di mezzo.

Quali sono stati i tuoi inizi nella scrittura?
Dopo il college decisi che non avrei svolto un lavoro regolare. Per cinque anni mi spostai per il Paese, senza mai restare nello stesso posto per più di cinque o sei mesi, vivendo in pensioni o in stanze in affitto, svolgendo lavori merdosi di notte e scrivendo durante il giorno. Scrissi una cinquantina di storie brevi, la maggior parte delle quali assolutamente terribili, e solo nel momento in cui iniziai a essere in grado di mettere insieme una storia decente decisi che volevo scrivere dei romanzi. Scrissi tre libri prima di Black Flies (I corpi neri). In realtà non li ho mai mostrati a nessuno. Suppongo che in quei lavori ci fossero delle parti accettabili, ma non conoscevo nessuno che fosse in grado di metterle insieme e comunque sapevo che non funzionavano. Black Flies e il mio primo romanzo pubblicato, Safelight, furono scritti più o meno nelle stesso periodo e quando li finii fu la prima volta in cui percepii cosa stavo facendo. Avevo abbozzato i romanzi forse sette anni dopo da quando avevo iniziato a scrivere in modo serio, dieci o dodici anni prima della pubblicazione del primo libro. È stato un lungo apprendistato.

Come è nato I corpi neri?
Nei primi anni ’90 vivevo a New Orleans e una sera stavo tornado a casa a piedi quando vidi una donna assassinata sulla strada. Ero proprio lì vicino. Vidi il tipo andarsene con la pistola. Vidi la ragazza sdraiata per terra. Le avevano sparato più volte. Le bendai il braccio dove era stata ferita. Mi sporcai i vestiti con il suo sangue. Più o meno stetti lì a guardarla morire. Mi sentii colpevole per non aver saputo realmente cosa fare e così finii per iscrivermi a un corso di pronto soccorso. Più tardi diventai un EMT (Emergency Medical Technician). A quel punto immaginai che se avessi lavorato su un’ambulanza l’avrei fatto in maniera migliore nel posto più estremo del mondo, quindi mi spostai a New York e alla fine divenni un paramedico ottenendo un lavoro a Harlem. Penso che sapevo di voler scrivere del mio lavoro, sebbene non avessi alcuna idea della forme che avrebbe preso fino al momento in cui non iniziai. E una volta che fu iniziato si rivelò così travolgente che ci volle molto tempo prima che fossi in grado di prendere quel materiale grezzo e metterlo in forma di romanzo. 

Quanto c’è di fiction e di non-fiction nel tuo libro?
Nessuno degli eventi del libro è forzato e un gran numero di quelle specifiche mansioni sono versioni di lavori a cui ho preso parte o di cui ho sentito parlare. Ma complessivamente le vicende del personaggio principale somo più drammatiche rispetto alla mia esperienza personale. Presumo di aver provato quelle cose ma, diversamente dal protagonista, io ho avuto la scrittura che ha fatto da contrappeso nella mia vita e penso che quest’ultima mi abbia salvato da tutte quelle cose più brutte e gravi che possono capitare ai nuovi medici.

Tu ci racconti com’era New York nei primi anni ’90, ma com’è oggi la città?
New York nei primi anni ’90 era più movimentata e molto più pericolosa. Per farti un esempio, vivevo nel 30esimo distretto a West Harlem. Questa zona aveva qualcosa come 55 omicidi all’anno in quegli anni ed è un distretto molto piccolo, copre un’area minuscola. E 55 omicidi in quella piccola zona erano un numero enorme. Lo scorso anno questo stesso distretto ha avuto un solo omicidio. Questa è realmente una radicale inversione di tendenza – da 55 a un omicidio – ma è indicativo di un trend più ampio. La città è diventata più sicura. È senza alcun dubbio meglio per le persone che vivono lì, ma probabilmente un poco della sua fama è stata spazzata via insieme alla sua pericolosità.  

Ogni personaggio – LaFontaine, Ollie, Verdis, Rutkovsky – sembra essere la personificazione di una possibile reazione al dolore.
Questo è assolutamente vero. Ciascuno di questi personaggi si confronta con questa situazione in modo diverso e ho voluto rendere la cosa in modo tale che una persona non fosse mai totalmente buona o totalmente cattiva. Voglio dire, Verdis è un personaggio abbastanza positivo, ma persino lui perde le staffe una volta e quasi ammazza uno. Voglio dire, anche un bravo ragazzo fa questo. E, all’altro estremo, volevo mostrare come persino le peggiori persone avevano i loro momenti di coraggio e bontà. Mi rendevo conto che tutti sono capaci di tutto nelle giuste circostanze.

I corpi neri

L’indifferenza nei confronti del dolore delle altre persone è un qualcosa di inevitabile per chi ne ha fatto il proprio lavoro quotidiano – dottori, poliziotti, etc.?
Non so se è esattamente indifferenza, ma certamente appare come tale. E non so se sia inevitabile, ma è molto probabile. C’è una riga nel libro in cui il capo dice: “Le persone si preoccupano in maniera più compassionevole di quanto mostrino”. Penso che questo sia vero. Ma molti medici assumono una attitudine all’indifferenza. È una tattica di sopravvivenza. È molto più semplice non preoccuparsi o, almeno, non preoccuparsi troppo. Perchè il lavoro, la morte, la malattia e la miseria sono senza fine o, quantomeno, lo sembrano essere quando tu stai lavorando.  

 Ollie Cross, il protagonista, cambia per tutto il corso del libro, alla fine non è più la stessa persona che era all’inizio.
Sì, Ollie fa un percorso, su, giù e attraverso un gran numero di trasformazioni così che alla fine del libro egli è una persona differente. Quello era, grossomodo, il mio intento. Volevo mostrare il percorso emotivo e psicologico di un medico nel suo primo anno.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?
Quando ero al college mi piacevano molto Hemingway, Faulkner, Fitzgerald e Twain, i classici scrittori americani. Più tardi ho iniziato a preferire scrittori che scrivessero storie semplici e cariche di emozioni, come Kawabata, Knut Hamsun e i romanzi brevi di Tolstoj, tanto per nominarne alcuni. Mi piacciono molto anche Robert Lewis Stevenson, Dumas, Poe e Jack London, probabilmente più di quanto dovrei. Ho un debole per le storie di avventura. Per quanto riguarda adesso, in merito agli scrittori americani, mi piacciono Roth e Toni Morrison. Sto leggendo proprio ora Freedom di Franzen e mi sta piacendo abbastanza. Mi piacciono David Mitchell, McEwen, MJ Hyland, Kelman e probabilmente un altro centinaio di scrittori, ma questa lista sta diventando troppo lunga. 

Cosa stai scrivendo ora?
Ho abbozzato alcuni romanzi. Questo mi richiede molto tempo. Scrivo per un po’, poi metto queste cose da parte. Dopo ci ritorno. E il tempo passa. Se tutto va bene diventeranno migliori ed eventualmente proverò a venderle. Ma ho la tendenza ad aspettare per un po’ di tempo, sperando di riuscire a farle diventare le più precise possibili prima di mettervi mano. I libri su cui sto lavorando non sono storie di paramedici: il primo è una sorta di storia intorno alla crescita di una famiglia; il secondo, invece, è un romanzo con una ambientazione storica.

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13 pensieri su “New York, l’indifferenza e Shannon Burke. Intervista con l’autore de I corpi neri

  1. ehilà fratello, bella intervista. Complimenti! (ma come fai? Hai una talpa nel mio ufficio stampa?:-)

    (in realtà vado fuori post per segnalarti che ho finalmente visto, su tuo consiglio, Brooklyn Finest: cazzo avevi ragione, gran bel film, bella accozzaglia di poliziotti corrotti, bravo Hawke e ti dirò, Gere non mi è dispiaciuto affatto – quando questi divi che negli anni recenti facevano sfracelli al botteghino cominciano a decadere cominciano improvvisamente a risalire nella mia personale classifica di apprezzamento, vedi Kostner e Rourke, vabe’ Rourke era grande anche prima:-)
    a presto

    • Grazie fratellone e, sì, beh, ho una talpa nel tuo ufficio stampa che mi passa sottobanco gli indirizzi mail degli autori che mi piacerebbe intervistare…Insomma, ci si dà da fare! E sono contento che ti sia piaciuto Brooklyn’s Finest, ma ne ero certo. Ottima regia, ottimi attori e ottima sceneggiatura, niente da dire. Beh, Kostner è un attore che mi è sempre piaciuto, forse perchè lo associo a uno dei pochi film visti al cinema nella mia infanzia, Balla coi lupi. E poi, ne parlerò prima o poi, al miglior film, credo, di Eastwood, Un mondo perfetto. Che ne pensi? Secondo me passa sempre un po’ in secondo piano rispetto ad altri lavori più recenti e blasonati – non sto a citarli – ma quel film è una piccola gemma sul rapporto padre/figlio di rara bellezza e sensibilità. Vabbè, hai portato fuori post pure a me, come si dice dove tu sai! 🙂

      • UN MONDO PERFETTO, esatto, davvero notevole, io lo adoro e mi riprometto sempre di parlarne nel mio blog, poi per una ragione o per l’altra finisce sempre che non ce la faccio… vediamo un po’ chi ci riesce per primo 🙂

  2. Valter in ha detto:

    Complimenti per l’intervista! A questo punto devo solo leggere il libro ( ti avevo già detto di
    averlo comprato) e….recuperare in dvd A. Fuqua 😀

    • Grazie Valter, per Natale sulla letterina a Babbo Natale devi mettere assolutamente Training Day e questo Brooklyn’s Finest (magari in blu ray che è una figata pazzesca!). E poi, dai, vogliamo mica iniziare il 2011 senza aver letto uno dei più bei libri del 2010 pubblicati in Italia, no? 🙂

  3. Vitandrea in ha detto:

    Mi associo anch’io ai complimenti per l’intervista. Persona interessante, questo Burke. Dipenderà anche dal cognome? Lo recupero, e lo leggo!

  4. Walt in ha detto:

    Eh amico mio! Sempre a crearmi dei problemi! Sempre a instillarmi dubbi! Avevo comprato I Corpi Neri dopo averne letto su questo blog, l’editing non mi aveva fatto impazzire (la carta, l’impaginazione, il font) ma avevo cominciato a leggerlo, senza entusiasmarmi troppo, non trovavo la trama, solo un susseguirsi di interventi paramedici (ovviamente ero all’inizio), insomma non decollavo. Poi mi sono arrivati sul comodino Hiaasen, Leonard, Winslow e altri a cui ovviamente dare la precedenza e ho messo in standby quello che tu consideri il miglior libro del 2010 senza trovare mai la spinta per riattaccare. Vabbè, mi hai convinto ancora: finisco Winslow e ricomincio I Corpi Neri!
    Buon Natale e grazie di tutti gli ottimi consigli!!!

    • Il dubbio è il sale dell’intelligenza! ‘Sta frase da bacio Perugina mi è venuta così…vabbè, abbi pazienza, a Natale siamo tutti più buoni. Beh, Walt, io credo proprio che se arrivi alla fine di questo libro poi te ne ricorderai per lungo tempo. Certo, non è la solita roba – intesa come genere – di cui parliamo tra di noi da queste parti, ma è un libro che fa riflettere, che tocca l’animo, che lascia il segno. Almeno dal mio punto di vista, altrimenti non mi sarei preso la briga di sbilanciarmi così – e tu sai che sono anche piuttosto criticone e questo non va e quell’altro nemmeno – e di impiegare alcune ore della prima parte della notte a tradurre l’intervista. Se lo finisci, dai, fammi poi sapere che ne pensi, anche se ti ha fatto cagare e perchè o perchè no, etc. Sei uno dei cardini di questo blog, Walt, e la tua opinione è fondamentale!

      A proposito, hai letto il mio raccontino natalizio pubblicato su Sugarpulp? Ti metto il link: http://www.sugarpulp.it/racconti/babbo-natale-si-e-mangiato-le-renne
      Fammi sapere che ne pensi, tengo molto alla tua opinione e critica. Se vuoi scrivimi pure in privato o dove vuoi tu, il 24 ne faccio comunque un post d’auguri. E grazie e buon Natale anche a te! Un abbraccio

  5. Walt in ha detto:

    Si, l’ho letto, mi è piaciuto, molto. Breve purtroppo! Ho immaginato la scena di un film, ma non di un film italiano, non un ipermercato dell’Ossola, piuttosto un grande centro commerciale di una cittadina del nord degli Stati Uniti. Location, protagonista, comprimari: tutti americani. non riesco a vedere quel citrullo di Raul Bova vestito da Babbo Natale fare una rapina …

    • Ahahaha – anzi: ohohohoh – Walt, il Bova neppure io ce lo vedo…però un Filippo Timi…perchè no? Certo, ci fosse Edward Norton o un compassato Jeff Bridge sarebbe forse tutta un’altra cosa. Comunque, certo, film e letteratura americana mi hanno influenzato molto e continuano pure a farlo, ce lo siamo detti un sacco di volte qui su Pegasus Descending. Però, dai, la sfida è provare a trovare una nostra via italiana. Vedi Custerlina o Di Monopoli, diversissimi tra loro ma egualmente egregi! Comunque grazie, sono molto contento che il raccontino ti sia piaciuto, come ti dicevo tenevo molto alla tua opinione, come quella di tutti, per carità, ma la tua e di altri affezionati lettori di Pegasus in particolare! 🙂

  6. Vitandrea in ha detto:

    E l’ho letto anch’io! Andrea, prima di tutto buon anno nuovo, e seconda cosa, grazie per la dritta! Un romanzo fantastico! Mi ha appassionato tantissimo! Bellissimo il tema, lo stile nervoso, crudo, che procede per accumulo di materiale; bello l’alternarsi al racconto delle frasi del capo e di mozziconi di medicina che danno al tutto un sapore cinematografico (immaginavo la scena che tagliava da New York fredda e inospitale a un vhs che girava con le immagini del capo che dava la sua lezione). Insomma, davvero bello.

    • Ciao Vitandrea e buon anno anche a te! Sono molto contento che il romanzo ti sia piaciuto, non ho bisogno di ripete quanto io l’abbia trovato un’opera straordinaria. Sulla versione cinematografica, beh, spero che presto sarai – saremo – accontentati: Aronovsky ci sta lavorando da un po’ ormai, speriamo che il tutto porti a qualcosa di buono. Burke ha lavorato o sta lavorando pure sulla sceneggiatura, quindi dovremmo rimanere su quei livelli di qualità. Vedremo! Comunque il 2011 partirà già con delle uscite mica male, ne parlerò prossimamente quando rialzerò la saracinesca di Pegasus Descending…

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