Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Colpi di coda – Bruno Morchio

Colpi di coda

COLPI DI CODA
di Bruno Morchio
ed. Garzanti

Dopo aver scoperto non pochi oscuri elementi sul proprio passato nell’ottimo Rossoamaro, Bacci Pagano, l’investigatore privato laureato in lettere figlio della penna di Bruno Morchio, torna a gironzolare in una Genova stretta tra i carruggi e il porto in cerca della risoluzione di qualche mistero.

Dalle vicende narrate nel precedente romanzo e che gli hanno rivelato una storia personale che non credeva d’avere così complessa, Bacci Pagano non s’è ancora ripreso del tutto: “Erano trascorsi otto mesi dalla conclusione di quella maledetta indagine e, nonostante mi sforzassi di lasciarmela alle spalle, continuavo a masticare amaro. La scoperta della verità su mia madre aveva instillato nella mia vita una sensazione di spaesamento che mi faceva sentire un pugile suonato, una macchina che procedeva a rilento per via di un ingranaggio inceppato” [pg. 17]. Ma l’omicidio di quattro immigrati nordafricani in un appartamento a poca distanza da casa sua, lo costringerà a darsi una svegliata in fretta e a rimboccarsi le maniche. Mentre il commissario Totò Pertusiello indaga per le vie ordinarie cercando di scoprire gli autori della carneficina, Bacci viene assunto da una ambigua associazione musulmana guidata dall’iman Abdel Ghaffar che gli chiede di rintracciare e mettere al sicuro un quinto uomo, Bashir, il proprietario della casa in cui è avvenuto il massacro. In questo contesto Pagano dovrà pure vedersela con i servizi segreti di Italia e Stati Uniti, nonché volare in Portogallo per collaborare con un giornalista freelance, Rodney O’Flaherty, con cui instaurerà una virile amicizia e cercare pure di salvare la compagna di quest’ultimo dal… suo ricco e spietato marito. La storia, fin dalle prime fasi, si fa subito piuttosto pericolosa e complessa. Tanto pericolosa e complessa da suggerite a Bacci di spedire in America, al sicuro, la figlia Aglaja e la ex moglie Clara.

Morchio con questo nuovo lavoro, Colpi di coda, vira in maniera decisa verso una spy story dalla trama intricata il giusto e con un paio di personaggi ambigui – il già citato Abdel Ghaffar e l’amico americano di Bacci, JJ Rosebud – particolarmente efficaci, rimarcando, ancora una volta, la sua capacità di utilizzare una lingua raffinata, adattandola, a seconda dei casi e delle necessità, a romanzi più duri come questo Colpi di coda oppure maggiormente venati di una sottile malinconia come il precedente Rossoamaro.

Colpi di coda, però, è un libro che presenta dei difetti macroscopici che finiscono per inficiare gran parte del buon lavoro fatto nel suo autore dal punto di vista della trama e delle molteplici direzioni che questa prende riuscendo, nonostante tutto, a gestire più vicende con estrema padronanza di mezzi per quasi cinquecento pagine. Il principale difetto imputabile al libro è l’eccessivo dispendio di parole, una verbosità a tratti insopportabile e logorante. Capita spesso di leggere libri “troppi”, opere in cui una sana opera di potatura da parte di un editor o del suo stesso autore avrebbero giovato in maniera incommensurabile al risultato finale. Ovviamente è molto difficile riuscire a intervenire su una trama così complessa “ex post”, dopo la scrittura dell’intero libro. Le spy story funzionano a incastro, una sequenza è funzionale a quella successiva, un dettaglio risulta essere la chiave di volta dell’intera impalcatura narrativa. Per tale motivo, però, una tale operazione poteva facilmente eseguirsi su quelle sezioni di libro, numerosissime, in cui vicenda, personaggi e i dialoghi che questi intessono tra loro sono solo ed esclusivamente funzionali a esprimere il punto di vista su questa o quella cosa del proprio autore.

Lungi da me il teorizzare una letteratura apolitica, asociale o che non prenda parte al divenire del mondo per rinchiudersi, diversamente, in una torre eburnea di spocchia e atemporalità. E però a tutto c’è un limite e una misura. Leggendo un romanzo si vorrebbe diventare preda della complessità, guardare le cose con degli occhi nuovi, non assistere a un comizio dispeptico di un Donadi qualsiasi, indipendentemente dalla bontà o veridicità delle cose dette. È lecito ed estremamente comodo e, forse, pure consolatorio e autoassolutorio pensare che tutta la colpa sia di Berlusconi, dei servizi segreti deviati o degli amerikani imperialisti. In parte è vero, in parte tutto ciò è, ad avviso di chi sta scrivendo, una semplificazione dell’esistente e di processi sociali ed economici probabilmente più liquidi e di difficile individuazione di un banale rapporto biunivoco di causa/effetto. Di queste cose si può discutere all’infinito ed è bene che si faccia, che si scrivano libri in merito e si promuovano ricerche, articoli, reportage, inchieste e chi più ne ha più ne metta. Ridurre una spy story a un mezzo per disquisire di un presente destinato a passare – i governi passano, eh già – riduce notevolmente il valore letterario di un’opera, perché vi attacca sopra una targhetta, una sorta di scadenza come con le mozzarelle: da consumarsi preferibilmente entro. Non è obbligatorio ricercare l’immortalità letteraria, per carità, ma è un gran peccato non farlo, perché solo in questo modo è possibile ambire a scrivere un’opera totale, senza tempo né spazio. Morchio, invece, riduce il suo Colpi di coda a questi tempi, mediante una serie di considerazioni e dialoghi che oltre ad ammiccare a un buonismo ormai fuori luogo anche in un Veltroni qualsiasi, offrono il fianco a una caratterizzazione macchiettistica dei personaggi.

Stranamente Morchio dimostra una notevole abilità nello scrivere di persone ambigue, per crollare, invece, nello stereotipo e, appunto, nella macchietta, quando c’è da tratteggiare quei personaggi che agli occhi del lettore dovrebbero risultare come positivi oppure negativi. I buoni, quelli che la pensano come noi, sputacchiano fuori sentenze a raffica su questo o quello credendo di profferire perle di saggezza o di andare controcorrente rispetto a questo mondo pecorone, dimostrano, all’opposto, di far parte solamente di un’altra chiusura di pensiero, di un’altra chiesa. I cattivi, viceversa, sono dei minchioni che più minchioni non si potrebbe, oltre ad essere, appunto, cattivissimi. Senza voler entrare nel merito dell’operato dei servizi segreti, tema che porterebbe questa recensione al di là delle sue finalità esclusivamente letterarie, fa sempre piacere leggere di qualcuno che ha le idee così ben chiare su tutto e questa magnifica divisione manichea del mondo. Si può andare a dormire tranquilli, no?, tanto si è nel giusto. Noi e loro. Siamo sempre lì, alla teoria del partigiano di Carl Schmitt.

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