Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Dagli al refuso!

Dov’è il refuso?

Esiste il “soddisfatti o rimborsati” nel mondo dell’editoria? Non mi riferisco, ovviamente, alla qualità intrinseca di un libro, alla sua piacevolezza, a quanto la storia possa aver accattivato il lettore o meno. Lì siamo nell’insindacabile e imponderabile campo del giudizio soggettivo, particolare per sua stessa natura. Mi riferisco, molto più banalmente, alla fattura stessa del libro, alla sua cura editoriale, al modo in cui è fatto.

Un libro altro non è, in teoria, che un fascio di carte scritte rilegate. La differenza la fa come queste carte sono state riempite, anche da un punto di vista squisitamente oggettivo, avendo rifiutato poche righe sopra il commento soggettivo. Ci sono, quindi, libri ben fatti e con edizioni curate e altrettanti sciatti, raffazzonati, trascurati. A tal proposito un discorso ampio, complesso e a parte lo meriterebbe la traduzione di opere straniere. Grazie a Luca Conti e al suo costante impegno in questo ambito, ho iniziato a riflettere, ma soprattutto notare, che non tutte le traduzioni sono uguali. Non potendo leggere le versioni originali della assoluta maggioranza dei libri stranieri tradotti – per limiti temporali e cultural/linguistici – ho potuto apprezzare questo aspetto della letteratura solo confrontando alcune o molte pagine dello stesso titolo in due traduzioni diverse. Luca ha ragione da vendere quando afferma che anche le traduzioni invecchiano, la lingua che usiamo non è la stessa di, senza voler andare troppo indietro nel tempo, di quaranta o cinquant’anni fa. Anche meno. Il rischio di traduzioni desuete è quello consistente nel trovarsi di fronte a modi di dire ormai passati oppure frasi che paiono scritte da dei presidi di metà Ottocento. Per non parlare, poi, della questione delle opere censurate. La censura non ha mai avuto un senso, almeno dal punto di vista intellettuale e culturale, figuriamoci al giorno d’oggi che, ad esempio, non possiamo pubblicizzare un nuovo biscotto senza metterci accanto una chiappa o un paio di tette. E, invece, libri di genere tagliati e con traduzioni vecchissime continuano a essere ristampati così, come se niente fosse, perché lo capisco pure io che i traduttori vanno pagati e tutto quello che si può tagliare viene tagliato.

Di questi tempi, proprio a proposito di tagli, ho notato un aumento stupefacente e orripilante dei refusi o di altri comuni errori di battitura; per non parlare di quelli, ancora più gravi, sintattici o contenutistici. L’articolo che state leggendo nasce, infatti, proprio da una serie di commenti scambiati con alcuni lettori di Pegasus Descending che sottolineavano questo medesimo aspetto della “nuova” editoria. Come sapete, o forse no, per arrotondare faccio il correttore di bozze. Attualmente sono impegnato in una grossa casa editrice nazionale che pubblica giornali di enigmistica. Io lavoro sui cruciverba e giochi enigmistici analoghi, come crittografati, autodefiniti, senza schemi e affini. È assolutamente fisiologico che anche in questo genere di pubblicazioni, oltre agli errori in termini di contenuti – definizioni, nozioni, etc. – vi siano una sporta di errori di battitura e, sebbene più raramente, anche grammaticali. Ma è per questo motivo, per la consapevolezza che l’uomo commette errori, che esistono ben tre giri di correzione bozze da parte di persone diverse per ogni singolo numero di una data rivista. La correzione di cruciverba, credetemi, è un lavoro piuttosto impegnativo e che richiede un elevato livello d’attenzione. Correggere testi, libri e articoli, è un po’ più semplice, anche perché, normalmente, sia gli scrittori sia i traduttori sanno scrivere. Ma i refusi, inevitabilmente, ci sono.

Anche in un pezzo breve come quello che state leggendo è probabile che ve ne contenga e che l’autore del’’articolo, cioè io, sia totalmente incapace di vederli e, quindi, correggerli. Non è una questione di incapacità, ma di natura inferenziale della lettura. Pegasus Descending è fatto in casa, da me e basta, e nessuno mi corregge le bozze dei miei pezzi. Qualche cazzata – come il Lee Child americano di un paio di giorni fa sottolineatomi da Luca Conti – ce la infilo. Ma non è possibile che le stesse cazzate e refusi abbondino in libri profumatamente pagati dal lettore ed editi da case editrici importanti come Einaudi o altre. Ancora Luca Conti riferisce di circa 200 refusi nella sua traduzione de L’ultimo vero bacio di Crumley, rimasti al loro posto anche dopo che lo stesso Conti, gratuitamente, li ha segnalati alla casa editrice. Stessa cosa – e stessa casa editrice – per il recente Hollywood Crows di Joseph Wambaugh ma, in questo caso, la Einaudi manco aveva messo l’uscita del libro sul suo sito, quindi figuriamoci se ha speso tre o quattrocento euro per un correttore di bozze. Anche la versione italiana del bellissimo Piccoli crimini di Dave Zeltserman è mostruosamente ammorbata da refusi ed errori ben più gravi.

Alla fine è solo ed esclusivamente una questione di rispetto. Rispetto nei confronti del lettore – di chi paga, detto in altri termini, e dà lavoro a chi pubblica – in primo luogo, di autore ed eventualmente traduttore in secondo. Quando un prodotto, sia esso una lavatrice, un televisore o anche semplicemente un dvd, non funziona o ha dei difetti di fabbrica viene rimborsato o sostituito. Il libro no. La casa editrice si può permettere di buttare fuori una cosa non perfetta a causa della sua stessa incuria, ma non c’è alcuna forma di rimborso, il lettore prende e porta a casa. Cazzi suoi. Che, poi, se il prodotto in oggetto fosse molto economico, vabbè, uno ha quello che spende. Ma il bello è che i libri stanno vedendo lievitare il loro prezzo in una maniera esorbitante e non so fino a che punto giustificata. Siamo alle solite sull’euro: una volta i libri “cari” costavano una ventina di mila lire, oggi non c’è più alcuna vergogna a sforare i venti e passa euro. Il doppio bello e buono. E, in più, questi stessi libri sono pieni di refusi, in particolare modo in quelli usciti per grosse cade editrici in grado di fare il bello e il cattivo tempo sul mercato.

Purtroppo queste mie parole non possono che rimanere un urlo nel deserto, poiché non mi viene in mente alcun modo per migliorare questa situazione. Il boicottaggio, nel mondo della cultura, è un danno principalmente per chi lo attua. Se voglio leggermi Crumley, Wambaugh etc. devo necessariamente, o quasi, passare per quelle pubblicazioni e quella casa editrice che, diciamocelo chiaro e tondo, mi prende per il culo spillandomi decine di euro per un prodotto poco curato. Per fortuna le piccole e medie, al contrario, sembrano investire ancora sulla qualità dei loro libri. Perdere anche solo un lettore o dare il via a un passaparola negativo, probabilmente, è per loro ancora qualcosa di profondamente dannoso. Ma alle altre che gliene frega? O questa minestra o la finestra, no? Tanto chi legge Melissa P. – e non ce l’ho con la ragazza, credetemi, ma solo con quello che scrive – se ne fotte dei refusi. Nel discount editoriale in cui i libri vivono un mese circa, il tempo di permanenza sul bancone delle novità, una storia esiste il tempo di decadimento dei propri refusi nella mente del lettore. Un battito di ciglia.

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23 pensieri su “Dagli al refuso!

  1. Pingback: Dagli al refuso! « Pegasus Descending

  2. Ci sarebbero molte considerazioni da fare, ma verranno fuori nel corso del dibattito (almeno spero:-)

    Un aspetto che secondo me va messo subito in evidenza, comunque, è la progressiva e inarrestabile scomparsa, all’interno delle case editrici, delle redazioni. Molti editori, anche tra quelli grossi, hanno iniziato già da anni ad affidare la lavorazione dei libri a studi editoriali esterni. Tra questi editori c’è chi fornisce agli studi editoriali traduzioni già pronte, chiedendo di intervenire in fase di revisione e impaginazione, e c’è invece chi richiede il pacchetto completo. Vale a dire che è lo studio editoriale a occuparsi di trovare il traduttore, il revisore e l’impaginatore per poi fornire alla casa editrice il file pronto per la stampa.

    Il guaio, in quest’ultimo caso, è che diverse case editrici offrono agli studi editoriali, per un tale lavoro, una cifra a cartella talmente bassa da costringere gli studi editoriali medesimi a ricorrere a traduttori e/o revisori alle prime armi. Per dire, so di studi editoriali che con 12-15 euro a cartella (globali) devono pagare traduttore e revisore, impaginare il testo e aggiungerci anche il legittimo ricarico. Se pensate che il sottoscritto, soltanto per le traduzioni, prende di solito dal 15 ai 18 euro a cartella, capite bene che uno studio editoriale, per rientrare dei costi, si ritrova a offrire a un traduttore cifre che si aggirano senza problemi sui 4-5 euro a cartella.

    Capite bene come, con compensi così bassi, la qualità del lavoro finisca per risentirne in maniera drammatica: e questo vale per le traduzioni, le revisioni eccetera.

    • Vitandrea in ha detto:

      Ma allora il costo di produzione di un libro è più basso? Allora perché il prezzo in copertina aumenta? Insomma, è la solita idiozia dell’euro: una cosa che costava 20.000 lire ora costa 20 euro? E’ un settore che mi confonde molto, quello editoriale 😉

      • Considera anche che, a fronte dell’aumento vertiginoso dei prezzi di copertina, negli ultimi anni le tariffe corrisposte ai traduttori non sono aumentate affatto (le mie sono ormai ferme da quattro-cinque anni); anzi, molti editori hanno addirittura iniziato a proporre compensi al ribasso.

  3. @Luca, in qualche maniera il tuo commento fa il paio con quanto dici sul tuo blog su Sallis: è la scomparsa del professionista, della gavetta e di una sana crescita step-by-step delle competenze che ammazza la passione e riduce a zero il nerbo principale di una redazione… ma questo evidentemente ha a che vedere con un discorso più ampio, che regola e stravolge anche altri settori e abbraccia quel fenomeno che secondo me è ormai antropologico più che sociale e che si chiama «precarizzazione» (del lavoro, dei sentimenti, della vita intera). Certe volte ho l’impressione che stia saltando tutto e che bisognerà toccare davvero il fondo per riscoprire la bravura, il merito e l’eccellenza in un campo… (ok, scusate, non volevo necessariamente cercare di volare alto:-)

  4. Vitandrea in ha detto:

    In poche parole è la solita vecchia storiella che si sente in tutte le aziende: abbattere i costi del personale! Comunque succede anche nelle piccole. I libri di Gargoyle Books sono micidiali: leggere i Dan Simmons pubblicati da loro è un’impresa, perché passi il tempo più a innervosirti che a gustare la storia.
    Dell’affidamento dei lavori agli esterni, da parte delle grandi casi editrici, ne sapevo qualcosa grazie a un intervento di Valerio Evangelisti. Qualcuno si era accorto di una svista storica ne La luce di Orione: Evangelisti, ammesso l’errore, si è lamentato della scarsa cura nella redazione del testo proprio a causa di questi appalti esterni.
    Mi sono fatto l’idea che un buon redattore svolga un ruolo importante nella composizione di un testo, proprio perché deve fare da tuttologo e avere mille occhi. Non credo sia un caso che molti scrittori americani dedichino alcuni loro romanzi ai rispettivi redattori. Se manca questo supporto, comincia a crollare tutto l’edificio.
    Ma pare che ormai l’importante sia farsi chiamare editor che fa più figo! (nota di chiusura in polemica e cattivella)

  5. Gigistar in ha detto:

    Grazie Andrea, hai subito colto il piccolo suggerimento di fare un pezzo sui refusi, ed ecco qui il tuo bel “j’accuse” contro questo tarlo dell’editoria, questo subdolo virus della cartella dattiloscritta!

    Chicca delle chicche, il refuso (inserito certamente ad arte 😉 ) nella frase stessa in cui suggerisci che qualche refuso possa annidarsi in questo stesso post! Un colpo da virtuoso! Una perla d’altri tempi! 🙂

    Mi domando e domando agli specialisti: che voi sappiate all’estero la situazione è ugualmente penosa? Siamo ancora una volta solo noi a tenere bassa la media, o un pò dovunque la quantità (delle copie vendute, dei denari incassati) ha surclassato come parametro la qualità (del prodotto finale)?

    Non vorrei dire una fesseria, ma nei libri in lingua originale non mi sembra di trovare tante e tali imperfezioni. Può capitare, ma davvero mi sembra che la qualità dei prodotti di molte case editrici angloamericane sia superiore. Nel “Lethal Injection” appena finito ieri sera, di refusi me ne ricordo solo uno (ma forse solo perché era tardi e avevo l’occhio a fessura).

  6. @Ahahaha, volete fottermi il lavoro! 🙂 Anche nel tuo commento al post sui refusi, Gigstar, c’è un refuso…Il post è nato dalla tua richiesta e dai contributi di Vitandrea e Luca, ne ho sempre beccati un botto nei libri – non tutti, per fortuna – che leggo, ma non ci avevo mai riflettuto come mi hai invitato a fare. Mi incazzavo e basta. Sulle edizioni estere, ovviamente, taccio, non sapendone molto e spesso facendo anche fatica a scoprire refusi in una lingua che padroneggio poco e male. Per la situazione italiana credo che il nerbo della faccenda stia nella parole di Luca, il senso filosofico in quelle di Sartoris. A dire il vero un po’ tutte le aziende stanno tagliando di qua e di là, sembra che il lavoro umano sia ormai solo un costo, una roba da sforbiciare. Peccato, però, che le robe che escono dalla fabbrica siano poi boiate, imperfette, scadenti. E nessuno risponde, non è mai colpa o responsabilità di nessuno. Certo, se si “assumono” solo stagisti a 300 euro al mese con un contratto di tre mesi avrai sempre una persona poco esperta a fare un lavoro e necessariamente più portata a commettere dei naturalissimi errori. Anche la traduzione di Uccidere o essere uccisi mi confessava Luca essere piuttosto scadente e fatta da un ragazzo (o ragazza) alle prime armi.

    Sottoscrivo poi in toto quello che dice Vitandrea in merito a Evangelisti. Ci sta che uno scrittore commetta degli errori, ma lì dovrebbe essere l’editor o il revisore a scovarlo. Per scovare errori concettuali, non refusi cioè, bisogna però che venga il dubbio sulla correttezza o meno di quella cosa. Anche a me pagano quattro soldi per un lavoro impegnativo e da tuttologo, però, almeno, ho un contratto di collaborazione e per essere “assunto” ho dovuto superare un test piuttosto selettivo. E si fanno tre giri di correzione bozze. Quelle riviste, non a caso, sono quasi perfette. Anche loro, lo so, mi sfruttano, ma o quello o nisba. Anche il mio contratto del commercio al Blockbuster mi sfrutta, 6,75 l’ora, ma che dovrei fare? Tra unroba e l’altra, almeno, mi porto a casa i miei 1000 euro. E figurati che al Block sono stato l’ultimo a riuscire ad avere un contratto indeterminato, ora assumono di tre mesi in tre mesi o tirocinanti, senza mutua, ferie e contributi. Poi il servizio al cliente fa cagare, ma gli essere umani sono solo un costo, no? Vedi che il discorso non è poi così differente da quello fatto sui refusi.

  7. Gigistar in ha detto:

    Non faccio fatica a credere che anche nell’editoria sia in atto da tempo un selvaggio sforbiciamento dei costi. Lascia parecchia amarezza ai lettori, immagino sia moltiplicata in quanti ci lavorano direttamente!
    D’altra parte lo sforbiciamento è globale, ormai. Le aziende che non sono state costrette a farlo, negli ultimi anni, sono delle fortunate mosche bianche.

    Tuttavia consentitemi l’osservazione fessa del profano: non riesco a capacitarmi di come una piccola/media/grande casa editrice riesca a mandare in stampa un prodotto infarcito di piccole imperfezioni. 200 refusi ne “L’ultimo vero bacio”?? Ma dico: nemmeno una batteria di redattori con la cataratta riuscirebbe a farne passare così tanti!!
    (Devo ahimé credere che sia possibile, ma lasciatemi dire) possibile che non riescano a trovare, in mezzo al gruppo di collaboratori abituali e saltuari, un cristiano che si prenda la briga di correggere ‘sti cavolo di refusi?? Nemmeno per i prodotti di punta?? In aziende normali un dirigente che manda in produzione un prodotto fallato non dura molto in carica, di solito…

    Non so, è come se una casa di produzione cinematografica facesse uscire un film in cui, ogni dieci minuti, il doppiatore starnutisce! Ma sì…tanto il senso si capisce lo stesso e registrare di nuovo la scena in fondo costa troppo! PUAH!

    Altra banalità, che oggi sono in vena: per me un testo di fiction raggiunge uno dei momenti di massimo godimento quando riesce a farti estraneare completamente dall’ambiente circostante e a calare la tua coscienza nella realtà narrata. Non sempre capita, ma quando capita è un gran bel gusto: sei lì col protagonista, vivi quella scena, senti il tremolio dietro la nuca… insomma quella sensazione di “full immersion” che tutti conoscete. Ora, l’occasionale refuso è come un piccolo ceffone sull’orecchio mentre sei calato in questa “realtà alternativa”. Il pizzicotto che non t’aspetti, il pelo strappato con le pinzette a tradimento! Insomma qualcosa che bruscamente spezza l’incanto della fiction e ti riporta prosaicamente seduto sul divano, o sul sedile della metropolitana, o sulla tazza del cesso (why not?), o dovunque tu abbia deciso di metterti a leggere. Beh una bella carognata, no??

    Aaaah, mi sono sfogato. Gli ho dato giù abbastanza, al refusso???

    • Vitandrea in ha detto:

      Ecco, al di là delle considerazione tecnico-economiche della faccenda, Gigi ha centrato l’effetto malevolo del refuso durante la lettura: ti riporta alla realtà con uno schiaffo mentre tu eri piacevolmente immerso in un altro mondo.

  8. Comunque i refusi sanno piazzarli anche negli USA, non ti preoccupare. Nel libro che stavo leggendo ieri, “a winning streak” (vale a dire un momento fortunato, una serie di botte di culo; il narratore stava giocando a carte) è diventato “a winning steak,” vale a dire una bistecca vincente…

    • @Tutto il mondo è paese… Torno a ribadire, però, che i refusi non sono solo una questione legata alla lettura, come giustamente espresso da Vitandrea e Gigi, a me fanno pure incazzare perchè sono una forma di mancanza di rispetto nei confronti del lettore! E’ come dire: faccio quel che mi pare tanto tu o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Un atto di prepotenza di chi detiene un potere, in questo caso di tipo culturale, visto che non ci sono alternative a quel libro, a meno di aspettare tra i 40 e 50 anni, sempre che vada bene, per una ristampa riveduta o una nuova traduzione.

      • Vitandrea in ha detto:

        Con questo attegiamento le case editrici sono rimaste le uniche aziende al mondo che non curano la customer satisfaction. Mi sembra una follia. Ma, a pensarci, se i biscotti al cioccolato di una marca cominciano a fare schifo, vado a comprare quelli al cioccolato di un’altra marca. Se il romanzo di Wambaugh pubblicato da Einaudi è indecente perché pieno di errori, non posso andarmelo a comprare pubblicato da Tizio e caio editore. Non c’è via di uscita. Per noi, almeno

  9. Esatto, Vitandrea, è proprio la cosa che dico io. Boicottare, che ne so, Einaudi perchè ci fa pagare un botto un prodotto imperfetto e sbrigativo, non servirebbe a niente se non a danneggiare noi. Quanto può vendere Wambaugh? Poco visto che manco lo pubblicano sul loro sito internet. Non gliene frega niente. Per questo, forse, sulle case editrici ci sarebbero più margini di manovra, lavorando su piccoli numeri, ma con le grosse, monopoliste, ce la prendiamo in quel posto e basta. L’unica soluzione, anche se del tutto parziale, è continuare a denunciare questo fenomeno, con la consapevolezza, però, che non è interesse delle stesse case editrici correggersi. Almeno da punto di vista strettamente economico, che è poi l’unico che interessa loro.

  10. Ma “prestazoni” per “prestazioni” l’ho visto solo io? 🙂
    Odio i refusi. Un libro è innanzitutto un prodotto culturale. Il refuso è pura sciatteria: inaccettabile.

  11. barbara in ha detto:

    Ragazzi meglio un refuso che un libro scritto di merda comunque…

  12. @AngoloNero: concordo pienamente. L’errore, inoltre, è assolutamente evitabile con un pizzo di cura e attenzione in più, mica la fine del mondo. E poi, ripeto, pago per un prodotto e l’editore ha il dovere di offrire un prodotto che sia curato in tutti i suoi crismi, a prescindere dal contenuto, che può anche avere un risvolto del tutto soggettivo.

    @Barbara: beh, certo, ma piazzare in L’ultimo vero bacio di Crumley, uno dei capolavori della letteratura noir del ‘900, ben 200 refusi, significa sputare addosso alla letteratura. Sottolineo: 200 refusi – contati da Luca Conti, il traduttore di Crumley – mica uno.

  13. Barbara: un libro è scritto male (anche) quando è pieno di refusi. Che poi, vai a capire a chi vanno imputati. Non smetterò mai di citare la scrittrice (?) che sosteneva che non toccasse a lei sapere dove andassero la punteggiatura e gli accenti. Orrore raccapriccio e sdegno 🙂

  14. Luca A. in ha detto:

    @ Pegasus Descending

    Ehm, nel commento del 23 novembre delle 16:30: “pizzo di cura” diventa “pizzico di cura”, immagino. Da parte mia soffro per ogni singolo refuso che lascio nei libri che curo.

    Servirebbero tre giri di bozze fatti da tre persone differenti, a distanza di due settimane l’uno dall’altro, per evitare (forse) questo genere di errori.

    Per cento che ne vedi, comunque, si viene giudicati per quello che rimane. Purtroppo.

    • Ciao Luca. Beh, sì, anche quello è un refuso. Ma sarai d’accordo con me sulla differenza che passa tra un commento a un post scritto in fretta e senza neppure essere stato riletto, nè dal suo autore nè da un correttore di bozze, e un libro stampato. 🙂

      Così come qui non si parlava di un refuso, che ci può stare, ma di centinai di refusi su un libro di 300-400 pagine. Poi, certo, anche a me dispiace quando manco qualche refuso o errore, ma il problema è che il lavoro è motono e l’attenzione tende a calare presto, quindi lo sbaglio è sempre dietro l’angolo. Concordo per i più giri di correzione: dove lavoro io, infatti, facciamo così. E anche lì, a volte, qualcosa scappa ancora. Ma questa è la vita! 🙂 Saluti

      • Luca A. in ha detto:

        Perfetto, sono d’accordo. Ho capito pure che il problema che sollevate è relativo a una quantità spropositata di refusi in proporzione alle pagine; volevo solo spezzare una lancia a favore dei redattori e dei correttori di bozze, bistrattati dai commenti precedenti 🙂

        Sai perché sono a favore degli ebook? Perché è possibile intervenire successivamente – grazie al cielo un file epub è immateriale – per rettificare i pochi refusi che, magari, in prima edizione “scappano” 😉 Grazie per avermi risposto subito, bel blog.

        E “né”… si scrive con l’accento acuto 😀

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