Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

L’attentatore – Patrick Robinson

L'attentatore

L’ATTENTATORE (Diamondhead)
di Patrick Robinson
ed. Longanesi
Traduzione di Paolo Valpolini

Una delle cose che più mi stuzzica la fantasia è immagine cosa succederebbe se Mack Bedford e Jack Reacher si incontrassero. Ovviamente stando dalla parte opposta della barricata, cosa, di per sé, già estremamente difficile a causa del loro essere buoni che più buoni non si può. Però sono due macchine da guerra e chissà che legnate ne verrebbero fuori se uno dei due sfidasse l’altro a braccio di ferro, in palio due pinte di birra chiara e una pentolata di salsiccia e fagioli borlotti. Diavolo, che gran storia sarebbe.

Vabbè, dopo aver elucubrato un poco torniamo a bomba sull’oggetto della recensione odierna. In L’attentatore, l’ultimo lavoro pubblicato in Italia dell’autore inglese Patrick Robinson, Mack Bedford, il suo eroe seriale ufficiale dei Navy SEAL americani, sta svolgendo una missione in Iraq. Sarebbe la solita solfa – spara, ammazza, copri, prendi a calci in culo – se i ribelli iracheni non avessero tirato fuori dal cappello una nuova arma rivoluzionarie e devastante: si chiama Diamonhead ed è un missile portatile anticarro, ma talmente anticarro che neanche i modernissimi mezzi ipertecnologici in dotazione all’esercito americano possono nulla contro questa minaccia. Bedford, nella missione di cui sopra, vede far fuori gran parte della squadra da lui comandata e lo sapete pure voi come sono questi militari made in USA. Insomma, gli girano le palle non poco e i propositi di vendetta sono conseguenti. Vendetta che non ci mette mica tanto a compiersi. I ribelli, infatti, mica dei pecorai buzzurri sperduti in mezzo al deserto, hanno iniziato a capire come gira il mondo della giurisprudenza internazionale e internazionalistica e, finiti i colpi da sparare addosso agli yankee, si arrendono. Ginevra e menate varie. Però, questa volta, non c’è un soldatino occhialuto con Carl Schmitt sotto il braccio, ma un’incazzata macchina da guerra di due metri come Mack Bedford che non vede l’ora di aprire nei loro culi abbronzati un secondo buco. E li fa secchi, tratatatatata.

Ma la stampa si mette a urlare e i capoccia che stanno con le chiappe al caldo a Washington non vedono tanto bene tutto questo clamore intorno alla loro missione neoidealista di esportazione della democrazia. Come si fa in tutte le famiglie per bene qui ci vuole un bel processo ma, soprattutto, una bella condanna per chi ha fatto secchi degli inermi cittadini di un Paese, più o meno, ora alleato. I grandi scenari e le grande strategie di politica internazionale, si sa, se ne fottono delle storie individuali. Quello che conta è il risultato finale e il contesto. E Bedford deve quindi rimetterci il posto. Per uno che non sa fare altro che il militare e non ha fatto altro che il militare, beh, questa è come tirargli un colpo al cervello. Ma Mack a casa ha una famiglia e un figlio gravemente malato a cui solo una costosissima operazione in Svizzera può salvare la vita, una moglie a cui stanno cedendo i nervi e una comunità che rischia di rimanere sul lastrico a causa della crisi dell’industria navale militare su cui aveva fatto affidamento da decenni. Se poi la cosa è pure collegata a un futuro presidente francese e alla sua industria di armi da cui le malelingue indicano provenire i missili che hanno fatto fuori i suoi commilitoni, perché mai non unire l’utile al dilettevole e passare, per una volta almeno, dall’altra parte, da quella in cui, solitamente, stanno i cattivi?

Patrick Robinson è un inglese, dicevamo, ma scrive e riempie i suoi romanzi di una retorica che farebbe impallidire un americano. È come quegli atei che, a un certo punto della loro vita, vedono la luce sulla via di Damasco e si convertono. E ci si ritrova tra i piedi un san Paolo o uno di quegli integralistoni bigotti secondo cui tutto è peccato, è peccato. Due palle. Metà L’attentatore, quindi, è dedicato al racconto, piuttosto noioso, di questo eroe ferito dal Paese a cui ha dedicato tutta la propria vita e bla bla bla, una sorta di introduzione di duecento e passa pagine. Decisamente troppe. Non accade niente e le palle si gonfiano proporzionalmente al nulla narrato. A tratti Robinson dà anche fondo a tutta la sua retorica d’accatto, arrivando addirittura a infastidire un lettore che definirei moderato quale sono io. Nella seconda parte, quando finalmente Mack prende il toro per le corna e la pianta lì con i suoi tormenti esistenziali di cui non può fregare di meno in un racconto del genere, la storia prende quota e diventa anche piacevole, nonostante siamo alle solite: Mack Bedford è un personaggio finto che più finto non si potrebbe. Nonostante gli sforzi di Robinson di renderlo umano e fragile, come tutti noi, il SEAL rimane il classico supermarine americano che ammazza tutti quelli che gli si parano davanti e fa cose che solo Thor potrebbe eguagliarlo. Insomma, Patrick Robinson pare voler scimmiottare in modo evidente un genere di letteratura ben preciso e di cui Lee Child – su Pegasus Descending potete leggere la recensione di Niente da perdere –  è forse uno dei migliori interpreti. Ma Bedford non ha la complessità di Reacher e Robinson non possiede la capacità di avvincere il lettore ad una storia come il suo mentore.

Il risultato è, in definitiva, un romanzo prolisso e a tratti fastidioso, con un personaggio principale che sembra il John Wayne dei bei vecchi tempi, quello in cui i cattivi, diobò, facevano i cattivi e si comportavano da cattivi, e i buoni facevano loro il culo. E va bene, per carità, si guarda Rambo con un affetto malcelato e commovente. Però anche questo genere di storia ha bisogno di uno che la sappia raccontare.

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5 pensieri su “L’attentatore – Patrick Robinson

  1. Guarda che anche Child è inglese 🙂

  2. Gigistar in ha detto:

    E pensare che l’unica cosa che mi aveva attratto di questo “L’attentatore”, nelle consuete peregrinazioni in libreria, era la foto in copertina: trattasi infatti del porticato di Central Park (NYC) che dà sul piazzale della Bethesda Fountain (alle spalle del tipo con la pistola) . Quando ci sono andato, in quello stesso punto c’era un placido tizio di colore che suonava il sax chiedendo qualche spicciolo…qui invece c’è l’omone armato!

    Dopo la recensione di Andrea, nonostante la bella foto, credo che proprio che non lo prenderò: se già si son gonfiate le tue, di balle, perché dovrei mettere a repentaglio le mie?! 😉 Ma chi le ha 200 pagine da gettare così, alle ortiche??

    Piuttosto, dopo aver letto i primi tre, mi fionderò sul quarto capitolo della saga del buon Reacher, che finora non mi ha mai tradito! E poi secondo me a questo Mack Bedford, che c’ha il cognome da maggiordomo, Reacher gli fa un paiolo così, se lo incontra 🙂

    E comunque dovendo proprio far azzuffare tutti questi supereroi, ci metterei dentro pure Nick Stone di McNab, che nemmeno lui è uno morbido, eh?!

    • Beh, una risposta alla tua domande sulle palle potrebbe essere che così ci troviamo insieme in orbita nella stratosfera e ci facciamo compagnia. Chè, vuoi lascirmi su di lì da solo?
      Lee Child è decisamente più bravo di Robinson, mi pare possedere una scorrvolezza nella scrittura – intesa come storia, leggendo in traduzione – che Robinson non ha, è troppo macchinoso, prolisso, poco agile. Quando leggo una storia del genere voglio ritmo e mazzate, le introspezioni etc ci stanno, per carità, ma in questo contesto e con il giusto peso. Alla fine del romanzo anche questo L’attentatore prende quota e ritmo, ma siamo troppo in là, insomma, non si possono aspettare qualche centinaio di pagine per trovare qualcosa di buono. Mia opinione, come sempre e ovviamente, ad altri, magari, il libro è piaciuto molto.
      Di McNab ho letto solo Nome in codice Dark Winter e non mi era piaciuto per niente. Mi sono comunque ripromesso di leggere altro di questo autore – pure lui inglese, mi sa… ma oggi con le nazionalità è meglio che mi sto zitto visto il granchio che mi sono preso con Child -, ultimamente, tra l’atro, dovrebbe anche essere uscito in Italia un suo nuovo lavoro, sempre per Longanesi. E comunque Reacher farebbe il culo a tutti e due insieme, ne sono sicuro!!! 🙂

      • Gigistar in ha detto:

        Sì, McNab è inglese pure lui, con la differenza che (almeno così vuole la leggenda) lui è un vero ex soldato (sottufficiale dei SAS) prestato solo successivamente alla scrittura e per di più nascosto dietro uno pseudonimo per ragioni di riservatezza.

        Sai, mi dicono che Pattuglia Bravo Two Zero, reportage romanzato di una vera azione di guerra in Iraq, sia da non perdere per gli amanti del genere (e infatti prima o poi sarà mia).

        Il ciclo di Nick Stone, invece, inizia con “Controllo a distanza” del ’97. Io l’ho iniziato da lì. Non male, anche lui mena parecchio…ma il primo Reacher per me è superiore.

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