Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Hollywood Station – Joseph Wambaugh

Hollywood Station

HOLLYWOOD STATION (Hollywood Station)
di Joseph Wambaugh
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Luca Conti

Succede che prendi un libro e che ogni giorno, o quasi, ti riprometti che appena finisci quello che stai leggendo lo devi prendere e sparare tutto in un colpo. Succede, poi, che il tempo passa, le urgenze incombono e che se curi un blog letterario sei costretto a leggere le ultime novità, a correre dietro a un sacco di spazzatura e quel libro di quell’autore totemico rimane lì a sprofondare sotto la pila delle letture future. Succede, infine, che un giorno ne hai le palle piene e che un commento sul blog ti ricordi che quel libro è ancora lì, intonso. E che è giunto il momento di rovesciare il tavolo e leggere e scrivere delle fondamenta del genere che tratti quotidianamente.

Hollywood Station di Joseph Wambaugh è uno dei migliori romanzi su Los Angeles e il suo glorioso corpo di polizia che mai siano stati scritti. Tale qualità superlativa deriva, probabilmente, dalla combinazione tra un talento narrativo fuori dal comune e dalle storie frutto dell’esperienza diretta dello stesso Wambaugh, agente del LAPD dal 1960 al 1974. Una parte del merito del ritorno dello scrittore di East Pittbugh alla narrativa lo si deve anche a James Ellroy che ha fortemente sponsorizzato e insistito affinché Wambaugh riprendesse a scrivere di ciò che conosce meglio. Detto fatto. Le storie contenute in questo Hollywood Station, massimo esempio di quello che si potrebbe definire un romanzo corale, sono infatti frutto sia dell’esperienza diretta del suo autore, sia figlie delle infinite cene organizzate da Wambaugh con poliziotti ancora in servizio ed ex agenti, al fine di farsi raccontare aneddoti, esperienze di lavoro e di vita all’interno della stazione di polizia. Il risultato è una scrittura che trasuda sincerità e che, seppur rimanendo piantata dentro il genere e trattando le vicissitudini di sbirri, riesce allo stesso tempo ad essere tanto particolare quanto universale, trasmettendo emozioni e sentimenti anche a chi il poliziotto non lo ha mai fatto e Los Angeles l’ha sempre e solo letta e vista in tv, ma mai vissuta.

Wambaugh ci prende per mano e ci porta per le strade della metropoli californiana. Leggendo le pagine che scorrono via più veloci degli occhi del lettore e le parole a scolpire immagini vive e immortali nei ricordi, pare di essere sulle varie volanti del turno notturno o diurno seduti nei sedili posteriori e d’essere proprio lì sul posto dove si svolgono i fatti.

Anche se nel romanzo c’è una trama portante rappresentata da una grossa rapina ai danni di una gioielleria con la scomparsa di qualche centinaia di migliaia di dollari in diamanti, sono la miriade di storie collaterali che vivono le ore di un turno di lavoro a fornire la reale struttura portante per la narrazione e la scrittura di Wambaugh. Se, infatti, tutto si limitasse alla sola rapina e alla componente prettamente procedural della storia, beh, saremmo di fronte a un romanzo bello, interessante, ma incapace di assurgere alle vette di quel capolavoro che, all’opposto, è. Poco importa, forse, sapere come i detective dell’LAPD verranno a capo di questa vicenda criminale, quello che conta è seguire le loro vite, abbattere quella maschera di imperturbabilità data in parte dalla divisa e in parte dal sapersi parte di una istituzione tra le più importanti e famose degli interi Stati Uniti d’America. Wambaugh non scrive di poliziotti, bensì di storie di uomini e donne che per guadagnarsi da vivere fanno i poliziotti, che ogni giorno affrontano la propria esistenza tra grandezze e miserie, proprio come qualunque essere umano abbia mai calpestato questa terra. Anche se con una consapevolezza e una memoria condivisa di cui l’Oracolo, la vera chiave di volta dell’intero LAPD, è l’incarnazione: “Il distintivo che portate – disse, – è il più bello e famoso del mondo. Molti dipartimenti di Polizia l’hanno copiato pari pari, e tutti quanti ce lo invidiano, ma voi avete l’originale. Tutti ‘sti critici e politicanti e teste di cazzo dei media vanno e vengono, ma il vostro distintivo non cambierà mai. Potete incazzarvi e offendervi quanto vi pare, per questa storia e per quel che succederà, ma non siate cinici. Il cinismo vi rende vecchi. Far bene il poliziotto è il lavoro più divertente del mondo. Non ne troverete altri, di così divertenti. Quindi uscite in strada, stasera, e cercate di spassarvela. Ah, Fausto, vedi di limitarti a due burritos. Sta arrivando la bella stagione.” [pg. 199-200].

E il discorso sul cinismo fatto dall’Oracolo è un qualcosa che va al di là del fare o meno il poliziotto. È un piccolo frammento di grande letteratura. Una pennellata di colore buttata lì in un affresco in bianco e nero, poco dopo il racconto di una metropoli e dei suoi abitanti con tutte le loro contraddizioni e poco prima di una manciata di pagine sull’amicizia tra le più belle che mai siano state scritte, a imprimere il nome di Wambaugh tra i migliori interpreti di quella cosa chiamata “raccontar storie” dei tempi che stiamo vivendo.

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