Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Drood – Dan Simmons

Drood

La sua mole è capace di spaccare un braccio a Rocky Balboa, ma l’impavido Vitandrea Silecchia se l’è sbranato lo stesso. E, qui sotto, ne ha scritto per Pegasus Descending.

DROOD (Drood)
di Dan Simmons
Ed. Elliot
Traduzione di Anna Tagliavini

di Vitandrea Silecchia

Indecifrabile. Charles Dickens usa questa parola per descrivere lo sfigurato Drood, dopo che entrambi, secondo Dan Simmons, si sono aggirati tra macerie, morti e superstiti dell’incidente ferroviario di Staplehurst, dove per pura fortuna lo scrittore londinese non ci ha rimesso le penne, il 9 giugno del 1865. Chi è Drood? Se lo chiede Dickens, che coinvolge Wilkie Collins, amico, collega scrittore (autore dei gialli La donna in bianco e La pietra di luna) e, perché no?, rivale, nella caccia a questo fantasma nei meandri sotterranei di Londra. A fare il resoconto di questa ricerca è lo stesso Collins, che ci affida le sue memorie: ma Collins è un narratore inaffidabile. Soffre di gotta, per questo assume laudano, e poi diventa consumatore d’oppio. Come facciamo a credere quel che dice, quando ci rivela che vengono a fargli visita il suo doppio e una donna dalla pelle verde?

Nonostante il titolo inequivocabile, non è Drood il protagonista del romanzo. E’ Dickens, l’Inimitabile, come lui vuole essere chiamato, e come Collins si presta a esaudirlo. Dickens, ammaliatore del pubblico, carismatico collega, impossibile amico, familiare da cui stare alla larga, romantico e innamorato. Tutti ruotano attorno a lui, nessuno può fare a meno di lui. A cominciare da Collins, che lo ammira, lo protegge, lo deride reputandosi migliore, lo invidia, lo odia. Un sentimento… indecifrabile. E fortissimo. Un azzardo? Come quello tra un figlio (Collins) che fa di tutto per entrare nelle grazie di un padre (Dickens), eguagliarlo e superarlo, così, di fatto, uccidendolo.

E Drood? In tutto questo l’uomo dal passato di sangue, senza palpebre, senza naso, con la s sibilante e presunti poteri mesmerici che fanno gola a Dickens, compare pochissimo ma la sua presenza aleggia costante e minacciosa. Indecifrabile, appunto.

Dan Simmons, statunitense dell’Illinois, eclettico, mette sul piatto un romanzo d’appendice, scritto con in stile vittoriano. Un romanzo che non dà mai quello che ti aspetti: chi cerca facile avventura e misteri alla Dan Brown sbaglia indirizzo. Simmons pone domande, e le risposte non sono univoche. Simmons è anche scrittore che divide, tra chi lo ama per la sfrenata fantasia, la sterminata cultura e l’ambizione da capogiro, e chi ne detesta la presunzione da primo della classe, e la pomposità di chi se ne frega del lettore.

Per chi non lo conoscesse a fondo, vanno recuperati (nei mercatini dell’usato, è quasi tutto fuori catalogo) il quartetto di Hyperion (1989-1997, da Keats al cyberpunk) e il dittico Ilium/Olympos (2004-2006, Omero più Shakespeare più la fisica quantistica sono alcuni degli elementi chiave), oppure l’horror L’estate della paura (1991, ragazzini contro un’entità malefica, vi ricorda un certo re che vive nel Maine? Una variazione sul tema degna di nota). E poi c’è La scomparsa dell’Erebus (2007): qui si mescolano storia ottocentesca, in questo caso la spedizione Franklin alla ricerca del Passaggio a nordovest, e la finzione horror, con una creatura dei ghiacci che si diverte a inseguire e fare a pezzi i componenti della spedizione. Dello stesso filone è Drood (2007), anche occasione per riscoprire il gusto della lettura di un malloppone dickensiano e avere a che fare con un giallo collinsiano.

Ritroviamo il duo storia e mistero, e troviamo anche una citazione del precedente libro, con i richiami all’opera teatrale di Collins, The Frozen Deep, ispirata alla spedizione Franklin. Preparatevi a vivere, per ottocento pagine, gli ultimi cinque anni di vita di Dickens, biografia a cui Simmons attinge a piene mani per renderle su pagina con grande intensità. Memorabili l’incidente ferroviario, le letture di Dickens di estratti delle sue storie di fronte al pubblico (frutto di abilità da genio letterario o di capacità mesmerica?), l’intensa storia d’amore con la giovane attrice Ellen Ternan e le discese nel mondo di Drood. Fino all’inevitabile epilogo; la morte di Dickens, che lascia Collins solo e furente. Con la verità su Drood in tasca, in un finale intrigante e coerente con le premesse, e alle prese con il mistero della morte. Tra i misteri, il più indecifrabile.

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10 pensieri su “Drood – Dan Simmons

  1. Vitandrea in ha detto:

    Ancora e sempre grazie Andrea per questi spazi 🙂
    Ribadisco: non fatevi spaventare dalla mole!

  2. Simmons è un grandissimo letta la saga di Hyperion, favolosa! Questo libro è un capolavoro!

  3. Vitandrea in ha detto:

    Il primo libro di Hyperion, l’unico del ciclo che finora ho completato, è semplicemente fenomenale. Capolavoro assoluto della letteratura statunitense contemporanea tutta. Mi sono sbilanciato.
    Anche Drood è bellissimo. Queste sperimentazioni tra storia, biografia, mistero e horror riescono bene, a Simmons. Sullo stesso filone si mette anche il nuovo romanzo, Black Hills (che racconta della reincarnazione del generale Custer nel corpo di un indiano, dopo la battaglia di little Big Horn).

  4. io mi permetto di ricordarvi L’ESTATE DELLA PAURA, un bel romanzo di Simmons in stile Stephen King – versione però STAND BY ME (anzi, per certi aspetti Simmons in questo romanzo è anche superiore al Re)…

  5. @Vitandrea: figurati, grazie a te! Non ti nego che Drood giace lì sul comodino, la mole mi spaventa non poco. Da quando curo Pegasus Descending devo ammettere che i libri oltre le 300 pagine mi spaventano un po’…

  6. Vitandrea in ha detto:

    Sì anche l’estate della paura è fantastico. L’ho bevuto. Di Simmons solo i primi due mi hanno deluso, Il canto di kalì e Danza macabra.
    @Andrea, eheh, non farti spaventare dalla mole, rinunci a un grande grande libro. Tra le migliori novità di quest’anno. E poi così dovresti rinunciare anche ai romanzi di Dickens. Ma poi detto da te che sponsorizzi i tre moschettieri non è credibile!

    • Beh, io con I tre moschettieri mica sponsorizzo un libro! Sponsorizzo la Letteratura (e la lettura)! Il problema è che per chi fa il mestiere del blogger letterario e deve recensire, come minimo, un libro alla settimana, 800 pagine mica sono poche… in Drood ci sta dentro una trilogia! 🙂 E poi, insomma, lascia stare Dickens e i russi, per reggere 8oo pagine un libro deve proprio essere un capolavoro o qualcosa che almeno gli si avvicini – credo, per te, che Drood lo sia…-, invece bisognerebbe anche riscoprire un attimo le virtù e i pregi della brevità e della rapidità, una volta, ad esempio, prerogativa dei romanzi gialli, hard boiled e di genere. Almeno prima di Larsson e gli scandinavi che hanno alberi da buttare, evidentemente!

  7. Vitandrea in ha detto:

    Libri brevi e densi sono propri dei grandi scrittori: Lansdale, Leonard, Willeford, e alcuni classici dell’hard boiled come Fredric Brown, ma anche Nisbet. Insomma, ci vuole talento per dire tutto, e dirlo bene, in 200 pagine o poco più. Poi ce ne sono altri che richiedono più pagine, perchè c’è troppo da dire: Dan Simmons è uno di questi. Le tante pagine che scrive non sono mai fini a se stesse (tranne in un caso: Danza macabra – mia opinione personalissima!-). Oppure Don Winslow, solo Il potere del cane è bello corposo, fra quelli pubblicati in Italia: e a buona ragione, per tutto quello che racconta!

    • Parole sante le tue, Vitandrea, e poi mettiamola così: scrivere un libro corto, sotto le 300 pagine, è una sorta di principio di precauzione. Se fa cagare fa incazzare meno di un libro da 800 pagine. Poi, certo, ci sono opere eccezionali come il citato Il potere del cane che vola via che è un piacere, ma rimanendo in tema Winslow, un Frankie Machine lungo il triplo avrebbe perso gran parte del suo mordente, di quella rapidità che lo contraddistingue. E molto altri libri, diciamo tutto il giallo e hard boiled in generale, farebbero fatica a reggere per centinaia e centinaia di pagine. Il mistero, ad esempio, va bene, ma dopo un po’ o quagliamo o mi scazzo. questa cosa, ad esempio, gli scandinavi mica sembrano averla capita. Loro scrivono e scrivono. Drood è un libro che non fa parte del genere appena citato e quindi può benissimo reggere 800 pagine, come hai ben illustrato nella tua recensione. Però il tuo King, ad esempio, dovrebbe tagliare un po’ a volte…e qui mi taccio altrimenti so che mi tiri dietro una scarpa!!! 🙂

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