Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

La regina dei castelli di carta – regia di Daniel Alfredson

La regina dei castelli di carta

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
un film di Daniel Alfredson
con Noomi Rapace e Michael Nyqvist

La regina dei castelli di carta – terzo capitolo della trilogia di Stieg Larsson portato sul grande schermo ancora da Daniel Alfredson – comincia là dove finiva il precedente La ragazza che giocava con il fuoco.

Lisbeth Salander è ricoverata in ospedale in bilico tra la vita e la morte. I due colpi di pistola esplosi durante la colluttazione con il padre e il fratellastro insensibile al dolore si sono conficcati per bene dentro il cranio. Due stanze accanto quello stesso padre è ricoverato in gravi condizioni, ma non così gravi da non consentirgli di tenere in scacco buona parte dei servizi segreti deviati svedesi, minacciando di rivelare a tutti gli sporchi affaracci che questi hanno condotto per decenni all’insaputa di tutti. All’esterno dell’ospedale, intanto, Mikael “Superman” Blomkvist continua la sua crociata giornalistica contro la sozzura che ammorba gran parte della Scandinavia, senza mai dimenticarsi, però, della povera Lisbeth che, a causa dei fatti narrati nel secondo capitolo della serie, è accusata di omicidio, oltre ad essere entrata nuovamente nel mirino di quel porco del dottor Teleborian, suo ex psichiatra, che la vorrebbe far internare. E questa volta per sempre.

Se con Uomini che odiano le donne – diretto da Niels Arden Oplev – la storia era incentrata su un caso giallo di sparizione assolutamente convincente e appassionante, già il secondo capitolo della trilogia Millennium evidenziava alcune pecche e debolezze definitivamente deflagrate con questo La regina dei castelli di carta.

Non avendo letto i libri di Larsson non posso dire quanto ciò sia dovuto alla trama imbastita dallo scomparso scrittore oppure quanto tutto ciò sia imputabile al regista Alfredson, colui che ha preso il posto del convincente Oplev.

Una delle principali pecche che avevo già evidenziato in La ragazza che giocava con il fuoco era la completa scomparsa, rispetto al primo capitolo della trilogia, della natura svedese e di una ambientazione che in Uomini che odiano le donne faceva fare un salto di qualità importante all’intero film. Se, inoltre, il primo lavoro affondava le radici in modo deciso ed estremamente interessante in un passato svedese probabilmente ancora scarsamente risolto o comunque rimasto vivo, seppur in tracce, come brace sotto la cenere di una società ammantata, ovunque, di socialdemocrazia, questo risvolto viene a perdersi o, in ogni caso, ad essere trattato in maniera più superficiale e confusa nel secondo capitolo, per trascinarsi solamente, infine, in quest’ultimo lavoro dove la componente da legal thriller prende il sopravvento sfumando inevitabilmente tutto il resto.

La vicenda da intellettualmente intrigante si fa via via sempre più irritabilmente intricata, con una difficoltà a seguire lo svolgimento della complessa trama dovuto anche all’eccesiva distanza tra il secondo e terzo film che, come già detto, affondano le radici in una separazione solo di maniera essendo, in realtà, un tutt’uno inscindibile. Ma la vera domanda che si pone lo spettatore è un’altra: ma che c’entra la storia raccontata in Uomini che odiano le donne con tutto ciò? Niente. Un cazzo di niente. E, per quanto mi riguarda, la storia poteva anche finire lì, almeno dal punto di vista cinematografico, perché nel prosieguo la vicenda si adagia su una trama con i sempiterni servizi deviati e una soluzione che già si sa che appagherà tutti quelli che vogliono sempre che il Bene trionfi sul Male, nonostante l’evidente fallacia di questa supposizione. E così accade. Alla fine tutti sono felici e contenti, i cattivi in carcere o morti e i buoni a brindare a un mondo uscito migliore dai loro sforzi. Mi bastava Biancaneve.

Nonostante questi evidenti punti deboli, è però da sottolineare la prova di Noomi Rapace, autentica mattatrice della trilogia, che con una prova convincente e in grado di suscitare un’intensa empatia nei suoi confronti si eleva di una spanna sopra tutti i suoi colleghi, a partire da Michael Nyqvist in giù, riempiendo il proprio personaggio di una sofferenza atavica e insopprimibile in grado di dare un senso anche a una trama e a una regia che, all’opposto, fanno acqua un po’ da tutte le parti.

Di seguito il trailer di La regina dei castelli di carta del regista Daniel Alfredson:

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