Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Le maschere della notte – Pieter Aspe

Le maschere della notte

LE MASCHERE DELLA NOTTE (De Kinderen van Chronos)
di Pieter Aspe
ed. Fazi
Traduzione di Valentina Freschi

Quando una bambina si mette a scavare in giardino, forse per emulare il papà che sta ristrutturando un vecchio rudere acquistato a buon prezzo, e salta fuori uno scheletro umano i casi sono due: o ci si trova di fronte a un nuovo Ozi – anche se il Belgio non ha il clima delle Alpi tra Austria e Italia – oppure a un caso irrisolto di omicidio. Visto che stiamo parlando di gialli e del commissario Van In, frutto della penna dello scrittore belga Pieter Aspe, la risposta risulta facile.

Van In, coadiuvato dalla compagna incinta e, accidentalmente, anche sostituto procuratore, si mette quindi a ravanare in cerca di indizi che, per prima cosa, gli suggeriscano l’identità di quello scheletro e, in secondo luogo, si faccia pure un po’ di chiarezza sull’autore e le motivazione di questo che ha tutta l’aria di essere una ammazzatina bella e buona e non un suicidio per solitudine.

Il romanzo Le maschere della notte del già citato Pieter Aspe, quindi, si struttura come un buon vecchio procedural tutto ragionamento induttivo, un percorso ad ostacoli, detto diversamente, in cui il protagonista Van In ne sa tanto quanto il lettore. La scoperta e la risoluzione del caso, perché c’è sempre una risoluzione in questo genere di letteratura, è quindi un procedere come nella costruzione di un puzzle, un impianto astratto che pezzetto dopo pezzetto svela l’arcano. Van In, inoltre, sarà pure costretto a fare i conti con la Bruges bene, con quella parte della società in cui soldi e potere sono la stessa cosa e vanno a braccetto con le più bieche perversioni. Il contenuto sociale del romanzo e, più in generale, di una larga fetta di questo genere di romanzi, è allo stesso tempo palcoscenico su cui svolgere la vicenda e protagonista della storia stessa, che, altrimenti, perderebbe gran parte delle proprie finalità. Non che Aspe abbia scoperto chissà che novità, intendiamoci, ma a noi latini, sempre propensi a pensare che lo schifo alberghi solo dalle nostre parti o, al meglio, in America, stupisce sempre un poco leggere di delitti ed efferate violenza lassù nel Nordeuropa, dove le caprette ti fanno “ciao”, lo Stato Sociale ti accompagna dalla culla alla tomba e, insomma, vuoi mettere la Svezia o la liberalizzazione delle droghe leggere in Olanda? Chi pensa a Bruges pensa a stradine ricoperte di sampietrini e antichi palazzi, a poche macchine in giro e alla gente abituata a gettare le gomme da masticare, le cartacce e le cicche di sigaretta nei cestini piuttosto che sul marciapiede. Van In, all’opposto, ci racconta un Belgio non poi così tanto diverso da casa nostra o dai topoi letterari a cui siamo maggiormente avvezzi: e, allora, non è che poi tutti se la passino così bene, come in qualsiasi altro posto del mondo c’è la feccia, che sguazzi nella merda oppure nel denaro, la sostanza non cambia. Sempre feccia puzzolente è. C’è chi si arricchisce alle spalle degli altri e chi ‘sti poveri bambini mica riesce a lasciarli un po’ in pace e a farsi due seghe guardando i bonobo che si accoppiano.

Però, c’è un però. Così come noi abbiamo Montalbano in Sicilia, loro hanno Van in. A quei due mica gliela si fa. Manco per scherzo. Anche se Van In, in questo episodio, pare un po’ provato dalla dieta che Hannalore, la compagnia incinta, gli propina a suon di insalatine e acqua al posto dell’amata, vecchia, tradizionale birraccia, i neuroni girano che è un piacere. E poi, immancabile, c’è il capo scassapalle, l’età che avanza e le giovani colleghe appena sfornate dalla scuola di polizia che non possono non suscitare le attenzioni di un maschio ormai lanciato verso la mezza età e oltre.

Le maschere della notte, libro del 1997 e terzo capitolo della lunghissima serie che Aspe ha dedicato a Van In dopo i precedenti Il quadrato della vendetta e Caos a Bruges, si dimostra essere una lettura sicuramente piacevole e apprezzata da coloro i quali vogliono leggere quello che si aspettano, quello che hanno in mente. Coloro che vogliono rileggere qualcosa di già letto mille altre volte in mille altre salse e che però, insomma, è piaciuto. Con Van In si ha a che fare con la tradizione più classica del giallo, anche se questo non cancella il piacere della lettura per chi quando legge un libro vuole sentirsi irrimediabilmente a casa e tra amici, senza correre il rischio di percorrere qualche desolata e inquieta terra straniera.

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