Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Cella 211 – regia di Daniel Monzon

Cella 211

CELLA 211
un film di Daniel Monzón
con Luis Tosar e Alberto Ammann

Il film omonimo che il regista spagnolo Daniel Monzón ha tratto dal romanzo di Francisco Pérez Gandul, Cella 211, è uno di quei rari casi in cui la trasposizione cinematografica supera e migliora l’originale letterario.

La storia, non starò qui a farla troppo lunga, credo che la conosciate già. Juan Oliver è un giovane secondino appena assunto. Deciso a fare una buona impressione davanti ai colleghi e al direttore del carcere che lo vedrà impegnato, si presenta con un giorno di anticipo sul posto di lavoro, così da avere più tempo per iniziare a conoscere il luogo in cui dovrà passare un bel po’ di ore. Durante il giro conoscitivo in cui i compagni più anziani gli spiegano come funzionano le cose in quel posto, gli cade in testa un pezzo di intonaco dal soffitto, ferendolo e stordendolo. Nel romanzo, se non ricordo male, Juan aveva invece un mancamento dovuto all’emozione della novità, come confesserà poi nelle pagine successive. Comunque, la sostanza non cambia. Nell’attesa del medico decidono di sistemarlo sulla branda della cella 211, in quel momento vuota. Ma non fanno in tempo ad adagiare il ragazzo che scoppia una violenta rivolta all’interno del carcere, capeggiata da Malamadre, il boss dei boss lì dentro. Non riuscendo a trascinare via Oliver, i colleghi lo lasciano all’interno del braccio carcerario in balia dei peggiori criminali dell’intera Spagna. Per sopravvivere Juan avrà un’unica possibilità: fingersi uno di loro e guadarsi la sopravvivenza.

Vicende che non posso anticiparvi – pena il togliervi gran parte del piacere della lettura o della visione – costringeranno Juan a un radicale cambiamento, ad un adeguamento fin troppo mimetico al nuovo ambiente in cui, nolente, s’è ritrovato a dover sguazzare. Se Gandul, narratologicamente, aveva tirato fuori dal cappello la trovata delle tre prime persone singolari, di tre racconti paralleli fatti da Malamadre, Juan e un secondino a delimitare la vicenda raccontata, Monzón, ovviamente, dovendosi confrontare con un mezzo tecnico notevolmente diverso dalla scrittura quel è la macchina da presa, ricorre ad un racconto ben più classico che consente di sanare quelle pecche che la scrittura di Gandul aveva invece evidenziato. In primo luogo, a tratti, risultava difficile orizzontarsi nella propria mappa cognitiva del romanzo, ci si perdeva un po’. Dove siamo? Inoltre lo scrittore spagnolo aveva infarcito il romanzo di continui flashback da parte dei personaggi che altro non facevano che rallentare il racconto e spostare eccessivamente il focus dell’attenzione su eventi che, il film lo dimostra avendoli tagliati praticamente tutti, non erano assolutamente necessari ai fini del buon esito della storia. Anche il ricorso, per la parte raccontata da Malamadre, ad una sorta di flusso di coscienza – mettendo insieme i pezzi parlati del capo della rivolta, nel libro, non compare mai un punto dall’inizio alla fine – era stata una scelta criticabile, una distrazione dal nocciolo del racconto e dal senso profondo e complesso di questo.

Il regista, a parte rare eccezioni e il finale, si è mantenuto fedelissimo al romanzo, sviluppando in maniera egregia il percorso personale e di perdizione di Juan. Come nel libro anche nel film sono le costrizioni che piegano i comportamenti ad emergere chiare e vivide. Juan è uno di noi, una persona del tutto normale piazzata in mezzo ad una situazione eccezionale. Come reagiremmo nel caso in cui fosse la nostra vita in pericolo? E come reagiremmo nel caso in cui fossero attaccati i nostri affetti o quanto di più caro e importante possediamo? Solo le scelte personali differenziano un criminale incallito come Malamadre da un cittadino perbene come Juan? Ma Cella 211 è anche un racconto sul potere del carisma e sull’amicizia, anche se strana e, ancora una volta, mediata e condizionata dalle circostanze. Nel romanzo, probabilmente, il rapporto tra Juan e Malamadre viene sviluppato in maniera più sottile – tanto che il finale stesso del libro è incentrato su questo aspetto. Nel film, invece, tutto ciò rimane, seppur presente, un po’ più sullo sfondo, semplificando, inoltre, una relazione che Gandul rende molto più ambigua e complessa. Monzón, evidentemente, concentra la propria cinepresa su altri obiettivi piuttosto che sul rapporto tra i due protagonisti, dimostrando, comunque, di aver fatto una scelta vincente e convincente, oltre a sottolineare come ogni opera d’arte, letteraria e non, possa essere interpretata in maniera differente a seconda dell’occhio di chi la guarda.

Da segnalare, infine, la superba prova di Luis Tosar nei panni di Malamadre. Semplicemente stratosferico.

Di seguito il trailer di Cella 211 del regista Daniel Monzon:

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