Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Cicatrici – Gianluca Morozzi

Cicatrici

CICATRICI
di Gianluca Morozzi
ed. Guanda

Nemo Quegg è un ciccione molliccio che, dopo essersi beccato sulle spalle una sporta di sfighe mica male, sbarca il lunario lavorando nel turno notturno di una tipografia. Nemo – non il pesciolino, anche se la triste storia sembra, in qualche maniera, accomunarli – ha perso da piccolissimo i genitori in un incidente stradale, per essere poi tirato su da una zia tutta musica classica e tarocchi. Anche lei morta. Una sera è andata a dormire bella tranquilla e, zac!, non si è più svegliata. Quindi cercate sempre di dormire con un occhio aperto, chissà che non riusciate a fregare la Grande Mietitrice. Comunque, tornando al tipografo triste, Nemo tira a campare in una routine mai perturbata da alcun sussulto che non siano gli orgasmi dei due coinquilini a cui ha affittato una stanza della grossa casa ricevuta in eredità dalla zia, due soldi in più per luce e gas non fanno mai schifo.

Ogni giorno la stessa solfa: esce di casa alle dieci di sera; prende il bus per tot fermate; lavoro tutta la notte e la mattina, alle cinque, gito turistico al contrario. Infine nanna. Sempre così da anni e anni, sempre tutto immutabile e quei finestrini sporchi e unti del bus come unico schermo tra lui e lo scorrere delle stagioni. Fino a quando, una mattina, il destino spariglia le carte e scompiglia i capelli come faceva la nonna da piccoli. Ad una fermata intermedia sale una ragazza di cui Nemo si innamora perdutamente all’istante. Cotto e mangiato, direbbe la Parodi. Da quel momento la routine va a farsi benedire e il lavoro diventa solo un intermezzo tra un fugace incontro e quello successivo. E se per una mattina lei non c’è sul bus, tuoni e fulmini, morte e tragedia. È come quando si andava alle medie o al liceo, quando l’amore non era nient’altro se una folle e cieca emozione mascherata d’eternità. La giornata aveva un senso solo se la ragazzina o il ragazzino che ci piaceva era sul treno o sul bus, tutto il resto era un riempitivo tra quei momenti. Mai il coraggio di parlarle o rivolgergli la parola, di attaccare bottone come un avvezzo lupo di mare farebbe o come fanno quelli alla tv, nei telefilm, che – diobò – non so mica come facciano ad avere tutta quella faccia tosta. Mai riuscito. Mai.  

Nemo Quegg è incatenato in questa situazione di stallo, fino a quando una frenata troppo brusca per evitare una collisione con una macchina sbucata fuori da chissà dove non consente al ragazzo di attaccare bottone al modico prezzo di qualche punto di sutura. La vita di Nemo, da quel momento, cambierà radicalmente, esplorando a giorni alterni le vette inarrivabili della gioia e gli abissi del dolore.

Ma tutto ciò che c’entra con il drammatico fatto di sangue avvenuto sessant’anni prima in Irlanda? Qual è la correlazione tra queste due storie? E cos’è avvenuto l’8 Novembre 1966?

L’ultimo libro di Gianluca Morozzi, Cicatrici, per gran parte della sua struttura si sviluppa come una intensa quanto folle storia d’amore. E se qui si fermasse quella dell’autore bolognese sarebbe una stupenda e devastante storia sul sentimento più noto e allo stesso tempo oscuro che allieta e perturba il genere umano. Senza non potremmo fare, ma quando c’è, a volte, ci sembra di morire. Quella di Nemo e di Felice, la ragazza di cui si innamora, sarebbe una storia degna di quel piccolo gioiello di René Frégni, Estate, che affronta il medesimo tema. Se Frégni, però, utilizza una lingua e uno stile in punta di penna e fortemente contagiati da una raffinatezza che rasenta la poesia più sublime, Morozzi utilizza un registro allo stesso tempo estasiato e semplice, anche a causa della scelta narratologica fatta, e cioè l’utilizzo di una prima persona che gli consenta di entrare nel miglior modo possibile nei recessi della mente, delle motivazioni e dei fantasmi di Nemo Quegg.

La parte più debole e meno convincente di Cicatrici, invece, è rappresentata proprio dall’ambizioso intreccio che vuole collegare il caso del massacro irlandese con la storia italiana, travalicando i luoghi e i tempi e ricorrendo, necessariamente, ad aspetti metafisici che conferiscono al tutto un ineliminabile velo di implausibilità, non mediata, neanche, dalla possibile follia del suo protagonista. Se Morozzi si fosse fermato a raccontare la realtà, vissuta o percepita, non ha importanza, sarei qui a scrivere di uno dei migliori libri sulla follia dell’innamoramento, addirittura sulla psicopatologia a cui tale emozione può indurre, invece che di un’opera riuscita solo parzialmente. Nel momento in cui si ricorre a qualcosa di non realistico si perde necessariamente quel contatto con il reale indispensabile per esplicare l’uomo e i suoi recessi. Il ricorso al “sogno”, ad esempio, è sempre una scelta debole, poiché inserisce all’interno della storia un frammento che definirei “spiegazionista”, una scorciatoia narrativa che consente a un autore di risolvere e spiegare una realtà diversamente non discernibile, non comprensibile. Paradossalmente sarebbe proprio l’attenersi solo ed esclusivamente alla narrazione di quello che si vede o si prova a rendere il romanzo di per sé interpretabile. Nel momento in cui si inizia a ricorrere a sogni più o meno criptici, a immagini che ammiccano all’ermetismo o che richiedono una interpretazione psicoanalitica o, ancora, a escamotage metafisici, beh, oltre a perdere di vista il vissuto si corre il rischio, come forse fa Morozzi, di voler dire troppo, privando lo scritto di quella scheggia di incomprensibile che risiede in ognuno di noi e negando al lettore la contestuale possibilità di quel rimuginare tipico del dopolettura di ogni grande libro.

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2 pensieri su “Cicatrici – Gianluca Morozzi

  1. Fabio Lotti in ha detto:

    Ora ho capito come fare e dunque ecco i miei complimenti.
    Fabio

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