Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Devil Red – Joe R. Lansdale

Devil Red

DEVIL RED (Devil Red)
di Joe R. Lansdale
ed. Fanucci
Traduzione di Luca Conti

Fare una certa vita per un certo numero di anni, beh, lascia il segno. È come per chi sbevazza come una battaglione di alpini in congedo: prima o poi la paga. Anche per due che come lavoro fanno i cacciatori di guai, il tempo passa, gli anni che scorrono logorano il fisico e lo spirito. Si invecchia e invecchiano pure due dei personaggi più straordinari della letteratura di genere, Hap&Leonard, figli della penna e della immarcescibile fantasia di quel texano d’un Joe R. Lansdale, Champion Joe per gli amici.

A volerla dire tutta, anche in questo Devil Red – pubblicato sei mesi prima che negli USA -, Leonard è sempre quel fantastico cazzone che siamo stati abituati a conoscere, uno che per due cracker e quattro biscottini alla vaniglia si farebbe sparare addosso. Certo, poi un tipo che mangia sandwich con tonno e senape innaffiati da un bel paio di bicchieri di latte non può avere alcuna sorta di ripensamento, né sul proprio presente né, tantomeno, sul proprio passato. Per il futuro dipende dal passare o meno la notte, dopo la merda che ha ingurgitato. Per Hap le cose, invece, stanno diversamente: forse ne ha le palle piene di andarsene in giro, ormai intorno ai cinquanta, a spaccare mani, ginocchia, teste e coglioni alla gente brutta e cattiva. Anche se tutto ciò è a fin di bene, perché, diamine, loro sono i buoni che fanno il culo a quadri ai cattivoni. Però, insomma, Hap ormai ha l’età in cui ci si appresta a fare i nonni, a coltivare qualche sanno hobby quali la coltivazione di ortensie o la filatelia, a ficcarsi in testa un cappellino da vigile e mettersi all’uscita delle scuole elementari per far rallentare le macchine. Passaggio bambini, prestare attenzione. O, almeno, questo è quello che gli passa per la testa. Perché i due Ringo Boys si staranno pure affacciando sulla soglia impolverata della fottuta mezza età, però suonano ragazzi con trent’anni meno di loro come se fossero zampogne sgonfie.

Hap&Leonard non sono mica due che si sono mai spaccati la schiena per il troppo lavoro. La loro filosofia di vita non prevede di bruciare quel poco di esistenza che ci è stata donata per far fare soldi a una banca o a piazzare polizze assicurative truffaldine alle vecchiette con duecento dollari di pensione. E neanche rompersi la schiena in qualche cantiere, una birra con i colleghi a fine giornata come unico momento di svago. Niente di tutto questo. Quando servono quattrini si lavora, quando ci sono si spendono. Ora è il tempo di fare un po’ di lavoro, soprattutto perché lo chiede loro il vecchio amico Marvin Hanson che, dopo aver recuperato, più o meno, la nipotina disgraziata in Sotto un cielo cremisi, ha deciso di investire i quattro soldi della pensione da poliziotto in una nuova agenzia investigativa. Hap&Leonard, forse stanchi di farsi impunemente chiamare “investigatori privati” nella fascette dei loro romanzi e nelle recensioni sprovvedute fatte di troppi copia-incolla in word, accettano. Ora, ufficialmente, i bravi redattori delle terze pagine dei quotidiani potranno usare legittimamente la dicitura di “investigatori” per definire il lavoro dei due figli degenerati di Lansdale.

Il primo lavoretto dei due è un recupero crediti un po’ particolare. Il secondo, invece, è qualcosa di ben più impegnativo: la riapertura di un caso vecchio di anni che vede una coppietta fatta secca mentre faceva jogging in un parco cittadino. La madre del ragazzo ucciso, una facoltosa vedova, sembra non essere convinta dall’esito, insoluto, del caso. Vuole vederci chiaro aiutata dal giornalista, amico di famiglia e gran trombatore di femmine, Cason. Hap&Leonard si rimboccano, più o meno, le maniche e iniziano a seguire piste e fare domande in giro, fino alla scoperta di un legame comune tra queste vittime e numerose altre sparse in giro: l’assassino sembra sempre lasciare la propria firma, un diavolo rosso, sulla scena del delitto. Un Devil Red. Il marchio di uno dei più pericolosi assassini a pagamento della storia degli Stati Uniti d’America.

Sotto un cielo cremisi

Ora, io avevo terminato Sotto un cielo cremisi con l’estrema curiosità di sapere se il buon Hap, prima o poi, sarebbe finito a letto con la bella Vanilla Ride, anche se, è bene dirlo, meglio non far incazzare una come Brett. Devil Red è, infatti, una sorta di prosecuzione del precedente capitolo della serie e se Sotto un cielo cremisi era il prologo, questo romanzo è il primo episodio per la ripartenza di una serie che necessitava di alcuni cambiamenti e di qualche evoluzione affinché non fosse sempre uguale a se stessa. Già con Sotto un cielo cremisi la critica aveva evidenziato una certa stanchezza in Lansdale – nonostante fosse arrivato dopo ben otto anni da Capitani oltraggiosi, l’autentico epilogo della prima fase di Hap&Leonard -, benché permanessero, a mio avviso, estreme punte di godimento letterario. Ma Vanilla Ride altro non era che una cerniera, un ponte tra un prima e un dopo che si stava svolgendo nella testa di Lansdale e di cui noi, ma forse consciamente neanche il texano, eravamo consapevoli.

Devil Red, infatti, opera un deciso scarto con tutto ciò che eravamo abituati ad aspettarci da un Hap&Leonard: inseguimenti, risse, botte, sparatorie e frenesia sfrenata. Ora, nella nuova fase, quella della maturità e della riflessione imposta dal tempo che passa, la componente procedural del romanzo diventa più importante, l’introspezione – in particolare di Hap, favorita anche dalla narrazione nella sua prima persona – un elemento fondamentale, la spavalderia da “il mondo è mio e lo posso spaccare in quattro con una scoreggia” lascia il posto a insicurezze e fragilità che non avremmo mai associato a un ceffo come Hap. Per duecento e rotte pagine non c’è un colpo di fucile sparato, una piccola revolverata, neanche per aria, come botto di Capodanno, manco una miccetta. Niente. Lansdale sembra voler porre un ideale “punto e a capo” nella saga dei due soci di LaBorde, ponendo fine alla spensierata, lunghissima giovinezza, per affrontare altri aspetti di due personaggi in evoluzione e inevitabilmente instradati su un sentiero di necessaria crepuscolarità. Anche per Hap è arrivato, come per tutti prima o poi, il tempo dei bilanci e la stagione dei rimpianti. Leggendo Devil Red sorge naturale l’associazione mentale con un film quale Gli spietati, quel punto di contatto tra un passato glorioso e un futuro da reinventare, la fine di un genere che ne segna la sua ripartenza, la sua rinascita dalle proprie ceneri ancora calde.

Non ha senso, in questo caso, parlare di “bello” o “brutto”, di “meglio” o “peggio”. Le cose iniziano e le cose finiscono. È il corso naturale della vita, che non può essere cambiata e quindi va accetta con serenità. E poi ci rimane pur sempre il deerstalker, il cappellino da cacciatore di alci di Leonard. Perché il tempo passa, certo, ma non per tutti nello stesso modo.

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30 pensieri su “Devil Red – Joe R. Lansdale

  1. Vitandrea in ha detto:

    Premetto che non ce l’ho ancora sottomano, causa completamento altre letture. Ma quindi, questo Cason giornalista è lo stesso della Ragazza dal cuore d’acciaio? Adoro questi crossover, in tutti gli autori.
    La faccenda di Hap e Leo citati come investigatori privati dai recensori pigri l’avevo notata anch’io negli anni passati! Addirittura su un quotidiano qualcuno li aveva definiti “Sherlock Holmes e Watson del Texas”!

    • Vedi perchè sei l’esperto mondiale di Lansdale? Dovevi andare al Lascia o Raddoppia, Vitandrea! 🙂 Comunque sì, è lui, non me n’ero accorto – non avendo letto La ragazza dale cuore d’acciao – ma mi sono ripreso la tua recensione di quel libro pubblicata su Pegasus Descending e bingo! E’ lui!
      Adesso, ufficialmente, sono due investigatori privati, anche se non so per quanto…

  2. Vitandrea in ha detto:

    Sì, questa roba dei personaggi usati più volte da un autore mi resta appiccata in testa. Lo fanno anche Stephen King e Elmore Leonard.
    Comunque, Devil Red è sul comodino, assieme a Il vento del Texas. E anche con Hollywood Crows (non tradotto da Luca Conti, peccato), del grandissimo Joseph Wambaugh. Andrea, dovresti davvero parlare di questo autore.

    • Figurati che sul mio comodino, di Wambaugh, ne ho addirittura due di titoli: Hollywood Station (questo sì tradotto da Luca) e Il campo di cipolle. E visto che me lo chiedi, quasi quasi, me ne sparo uno dei due! Così a breve ne parliamo… Domani, però, è la volta de Il vento del Texas, un piccolo gioiellino.

  3. Vitandrea in ha detto:

    Letti entrambi. Ottimi. Il primo è un romanzo. Il secondo una docufiction su un episodio di cronaca poliziesca. Imprescindibile è I ragazzi del coro, capolavoro assoluto della letteratura statunitense del ‘900

    • Purtroppo I ragazzi del coro andava ritradotto di sana pianta. Questo è stato un grosso errore da parte della casa editrice, al di là del fatto che toccasse a me oppure no.

      • Vitandrea in ha detto:

        Davvero? Non ho letto niente in inglese, a disposizione ho solo la copia Einaudi. Il libro è riuscito a trasmettermi comunque emozioni molto forti. Posso immaginare allora che in lingua originale sia un romanzo ancora più potente. Stessa sorte per Il campo di cipolle allora, su quello ho controllato: è la stessa traduzione di una edizione di anni e anni fa.

  4. Vitandrea, l’edizione Einaudi è la ristampa di quella Rizzoli del 1977, quando ancora si intitolava “I chierichetti.” Se pensi che sta ancora in piedi, malgrado una traduzione nata vecchia, pensa solo all’effetto che poteva fare con una traduzione non autocensurata.

  5. Vitandrea in ha detto:

    Cado sempre dalle nuvole quando sento parlare di autocensura in un’opera narrativa. Anche pensando che parliamo del senso morale del 1977, che danni poteva fare un romanzo? Delle assurde forme di autocensura sarebbe interessante ne parlassero i giornali, nella sezione culturale, non delle polemiche per il premio Strega, che dubito importino ai lettori. Mi viene in mente un telefilm che seguivo molto, da adolescente, Buffy the vampire slayer. Lo vidi per la prima volta doppiato, su Italia 1. E mi piaceva molto. Poi comprai i dvd e lo vidi in inglese. Ancora più bello, ma che sconforto nel trovare un sacco di battute annullate, appiattite, anche in dialoghi senza riferimenti a sesso o violenza.

  6. @Luca – Vitandrea: Oggi tra treno, attese e balle varie mi sono già bevuto 60 pagine di Hollywood Station. Beh, mi sono bastate queste poche righe per annoverare Wambaugh tra i miei autori preferiti! Forse è un eccesso di entusiasmo, ma bisogna ragionare anche un po’ di pancia, no? Ah, Luca, su aNobii c’è uno che dice che l’hai tradotto male, che i tossici e i poliziotti non dovrebbero parlare allo stesso modo e altre robe non motivate. Che faccio, gli sputo?

    Ma fatemi un attimo capire: I ragazzi del coro, alias I chierichetti, è ancora in traduzione di trent’anni fa, come Il campo di cipolle? Perchè anche questo è una ristampa. Due palle, però. Anche perchè credo che mi toccherà aspettare la mia prossima reincarnazione per leggerlo ritradotto, quindi devo accontentarmi di censure e vecchiume o beccarmi l’edizione americana? Chiedo poi lumi a te, Luca: c’è qualcosa, che tu sappia, in previsione per i prossimi mesi o anni? Perchè, se no, inizio a recuperarmi un po’ di roba vecchia a pochi euro su comprovendolibri.it, se tanto non li ritraducono cazzo me ne frega di spendere diciotto euro in più per far mangiare gli amici dell’Einaudi? Inoltre: ho visto sulla pagina wikipedia di Wambaugh che ha già sfornato altri due romanzi: Hollywood Crows (hai la versione americana, Vitandrea, vero? ) e Hollywood Moon. Almeno ‘sti due li becchi tu, Luca? C’è in previsione qualcosa?

    • Vitandrea in ha detto:

      Di Hollywood Crows ho quella italiana. E’ uscita da pochissimo, pensa che sul sito ufficiale Einaudi non hanno ancora inserito la scheda del libro! Di Wambaugh ho recuperato, qualche tempo fa, l’edizione Mondadori di Sulle tracce di un’ombra, anche lui in attesa 😦

  7. Grande Wambaugh, sicuramente uno degli imprescindibili, ma avete letto l’ottimo Charlie Newton – Calumet City – che sembra aver immeritatamente subito la sorte del favoloso Pizzolatto?

    • Con Calumet City ci siamo fissati intensamente negli occhi innumerevoli volte in libreria, ma purtroppo è sempre rimasto lì. Se dici che è bello devo vedere di procurarmelo…ah, a proposito, ho ritirato oggi la prima parte del Deadpool di Gischler e il Punisher, la seconda dovrebbe arrivare settimana prossima…

    • Vitandrea in ha detto:

      Calumet City è lì che aspetta nella libreria di casa dei miei… molto più a sud di quella mia attuale!

  8. Comuqnue per parlare di Devil Red, grande Joe … è tornato a Chandler! Parole sue!

  9. Vitandrea in ha detto:

    Sto leggendo Devil Red, non sono a metà ma… sto già adorando questo libro. Non so se si tratti di una citazione volontaria, ma ci sono similitudini tra lo stato d’animo (e fisico-psichico) di Hap e quello di Hoke Moseley nel bellissimo Tiro mancino di Charles Willeford.

    • Credo sia una citazione volontaria. Ricordo di aver parlato a lungo, con Lansdale, di Willeford, quando traducevo Tiro Mancino; è un autore che lui conosce benissimo.

  10. Valter in ha detto:

    Dunque…..Hollywood Station mi è piaciuto molto ; quoto Matteo per Calumet City, te lo consiglio assolutamente . Sempre grande Joe Lansdale, altro che libro “moscio”, H&L una accoppiata sempre vincente! (in ogni senso) 😀

    • Devil Red è una nuova ripartenza, come ho scritto nella recensione, e dimostra che Lansdale è un grande e sa riconoscere quando le cose si esaurisconi ed è necessario cambiare, senza paura. Però sono convinto che a molti questo libro non piacerà, forse gli stessi che danno un calcio in culo alla moglie o al marito perchè sono invecchiati e cambiati, loro, fissi e immobili come dei moai sull’Isola di Pasqua. Hollywood Station lo sto adorando, devo recuperare altro di Wambaugh, anche se non c’è un cazzo di ritradotto e Calumer City vedo di recuprarlo, ormai me lo state consigliando in troppi.

  11. Ragazzi cazzo che figata parlare con voi, veramente sfogo i miei istinti più alti eh eh

  12. @Vitandrea: ma ti rendi conto dell’assurdità della cosa? Esce Hollywood Crows, libro del 2008 – se non sbaglio – di uno dei maestri viventi del poliziesco USA e la casa editrice italiana manco ne dà notizia sul proprio sito ufficiale. Infatti non lo sapeva un cazzo di nessuno di questa uscita, a parte te, io è qualche tempo che non vado in libreria e mi era completamente sfuggito e credo pure ai miei “colleghi” blogger. Pazzesco, senza parole. Gli hanno messo la fascetta: “ok, questo è il libro di Wambaugh, se volete prenderlo affari vostri, ma a noi non frega un cazzo”? Di chi è la traduzione? Questo, essendo recente, deve per forza essere stato tradotto per la prima volta. Non da Luca, comunque, questo credo sia assodato. Sig.

    Ehi Vitandrea, parlavamo di riferimenti incrociati interni allo stesso autore, qualche giorno fa, beccati questa: sta parlando delle stelle sul marciapiede davanti al Lapd: “Appartenevano a sette agenti che avevano lavorato alla Hollywood Station ed erano caduti in servizio: […] e Ian J. Campbell, sequestrato da una banda di rapinatori e ucciso in uncampo di cipolle” [pg. 66].

  13. Il secondo Bazell? Doveva essere terminato da un bel pezzo, ma com’è noto il secondo romanzo è molto più difficile del primo.

  14. Vitandrea in ha detto:

    Ho finito Devil Red. E mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto il modo in cui è reso lo stato d’animo di Hap, i suoi battibecchi con Leonard, i leitmotiv comici del romanzo, il suo tono malinconico. Meno mi è piaciuto lo scioglimento della vicenda. Insomma, quando si passa all’azione e alle sparatorie, nell’ultima parte. E’ lo stesso e unico difetto che avevo trovato in altri romanzi di Lansdale. Magari poi ci torno per spiegarmi meglio

  15. Pingback: From Lansdale to Gadda (passando per gli scritti miei) | L'ulteriore prospettiva

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