Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Devil Red di Joe R. Lansdale: in anteprima i primi due capitoli!

Devil Red

In attesa dell’uscita, la settimana prossima, della nuova avventura di Hap&Leonard firmata da Joe R. Lansdale intitolata Devil Red (ed. Fanucci) – e non più Red Devil come anticipato questa estate. Anche la copertina è cambiata, ve ne sarete accorti – Pegasus Descending vuole onorare nel miglior modo possibile la nuova opera di uno degli autori totemici, credo, per chi segue questo blog. O, almeno, è totemico per l’autore del blog. Comunque, per sette giorni, da oggi e per tutta la settimana prossima, pubblicherò recensioni, news, videointerviste e informazioni varie che abbiano a che vedere con il nostro texano. Si comincia con la pubblicazione dei primi due capitoli di Devil Red gentilmente concessici dall’ufficio stampa della sua casa editrice. La traduzione è di Luca Conti. Sono graditi primi commenti e impressioni (la divisione in paragrafi è mia e volta solo a facilitare la lettura su schermo).

1

A bordo della macchina di Leonard, lungo il marciapiede e sotto un lampione fracassato, stavamo guardando una casa a circa un isolato di distanza. La strada era buia, la casa era buia e la casa vicina era altrettanto buia, mentre alle spalle di tutta quella roba c’era un campo da baseball abbandonato, con l’erba alta e bruciata dal sole estivo, ormai secca da un paio di mesi ma ancora intatta, i festoni ricurvi come lame di spada piegate all’estremità. Un vento autunnale e pungente spingeva tutt’attorno le foglie secche, e l’aria fresca entrava con effetto piacevole dai finestrini abbassati. Anche dietro il campo da baseball c’era un gran buio.

Tutta quella zona non era certo il luogo più indicato per il cazzeggio. Si rischiava di farsi ritrovare al mattino dentro un fosso con la gola tagliata, le tasche vuote e tracce di sperma – o, al limite, qualcosa di appuntito – dritte su per il culo. Il tipico posto in cui anche i topi sono di proprietà delle gang.
Fatto sta che eravamo lì. Vittime sacrificali del destino.
«Mi sembra d’essere uno spaccagambe a noleggio» dissi.
«Perché, cos’altro sei?» rispose Leonard.
«Che situazione del cazzo.»
«Ha menato una vecchia, Hap. L’ha ripulita ben bene. Sarà anche una situazione del cazzo, ma di quelle con tanto di cappello e cravatta.»
«Cappello e cravatta?»
«È un modo di dire.»
«Ma dai.»
«Va bene, me lo sono inventato io.»
«Ecco, bravo.»
«Il fatto è che gli sbirri non hanno mosso un dito.»
«Ma se l’hanno fermato per interrogarlo.»
«Mica cazzi» disse Leonard. «Solo che era la parola della signora Johnson contro la sua, e difatti adesso è libero come un fringuello e se la dorme della grossa in quella casa assieme al suo amichetto, con tutti i soldi della vecchia.»
«Però l’amichetto non l’ha menata» dissi.
«Sì, va be’, ma almeno impara a non frequentare la gente sbagliata.»
«Perché, io con te cosa faccio?»
«Ma io sono pieno di fascino» disse Leonard, scrocchiandosi le nocche. «Pronto?»
«Non sono mica sicuro» risposi.
«E che c’è da pensare? Ormai ‘sto lavoro l’abbiamo preso.»
«Ai soldi, intanto. Venticinque dollari, da dividere in due. Tutto qui? Sul serio?»
«Da quand’è che stai dietro ai soldi?»
«Da quando la mia parte è dodici e cinquanta.»
«Ci ripaghiamo quelle mazze da baseball del cazzo» disse lui.
«Ah, poco ma sicuro. E magari, a festa finita, ci avanza anche mezzo dollaro.»
«Di che ti lamenti, allora? Tanto di guadagnato.»
«Rischiamo di ritrovarci in galera, tanto per dire. Io, te, Marvin e la signora Johnson, tutti e quattro seduti su una branda a sferruzzare maglioni con la scritta FESSO sul davanti.»

Leonard sospirò, lasciandosi andare contro il sedile col tipico tono del padre che intende spiegare al figlio perché i brutti voti a scuola ti fanno andare poco lontano nella vita. «’Sto coglione non aprirà bocca. Deve mantenere una reputazione da duro, lui. Secondo te vuole far sapere in giro che è stato colto di sorpresa e preso a botte da un biancuzzo spompato e da un bellissimo megafrocio armati
di mazze da baseball?»
«Reputazione? Ha menato una vecchia, che razza di reputazione è?»
«Magari ‘sta parte non la fa sapere. Dice soltanto che è un pezzo grosso di qualche gang eccetera. Magari si crede una leggenda. E noi siamo qui solo per recuperare i quattrini della signora Johnson.»
«Cioè dovremmo conciare per le feste qualcuno per la modica somma di ottantotto dollari?»
«E spiccioli.»
«Già, Leonard, vediamo di non scordarcelo. Più quarantacinque cent.»
«Quarantasei. ‘Ste cose contano, se devi sfangartela solo con la pensione. E poi guarda che a noi ce ne vengono in tasca venticinque, più la parte che va a Marvin.»
«Lo sai anche tu che lui non vuole un centesimo, e noi pure, e che questo mica è un lavoro vero e proprio. Stiamo solo facendo un piacere a qualcuno, tutti quanti. Marvin alla vecchia, e noi a lui.»
«Sì, va be’, comunque possiamo sempre far finta» disse Leonard. «Almeno ci si diverte. Non ti è mai capitato?»
Gli rifilai un’occhiataccia. «E mentre noi giochiamo a far finta, in quella casa magari c’è gente che fa sul serio. E io sono stufo di menare le mani e di buscarne a mia volta.»
«D’accordo, allora. Le meno io. Tu non spacchi nulla, né i mobili né le ossa di quel tipo. Ci limitiamo a fargli sapere che non ci piace come s’è comportato, e io lo randello sulle parti molli.»
«Fai tanto per dire, eh? Tu sì che hai intenzione di spaccare qualcosa.»
Leonard non rispose subito. «Le ha rotto una mano, quindi mi sembra giusto romperla pure a lui. Ma tu puoi anche tenerti lontano da questa faccenda, fratello. Basta che te ne stai lì e tieni d’occhio il suo amico. Quello grosso, Chunk. Mi seccherebbe sentirmelo ficcare su per il culo.»
«Sbaglio, o gira voce che questo amico è un vero armadio?» dissi.
«Sei più contento se lo tengo d’occhio io, quel tale, e tu gli spacchi la mano?»
«No.»
«Ma che cazzo, fratello. Ti vuoi decidere? Eh?»
Tirai un sospiro. «Spaccagliela tu.»
«Possiamo andare, allora?»
«Va bene. Però, quando saremo dietro le sbarre a Huntsville, ricordati che quest’idea non mi piaceva.»
«Adesso me lo segno» disse Leonard. «Ti darò anche la mia razione di pane, in galera.»
«Ripeti un po’ il nome di questo tipo.»
«E che differenza fa?»
«Se devo menare qualcuno, preferisco sapere come si chiama.»
«Quello che ha preso i soldi è Thomas Traney. Il suo amico, quello grande e grosso, gira sotto il nome di Chunk. Non so altro. E già lo sapevi anche tu.»
«Sì, ma non ci stavo poi così attento. Mica credevo che lo facevamo davvero. Tra un po’ ci toccherà torcere il polso a qualche bambinetto delle elementari per sapere chi ha fregato i soldi della merenda. O magari possiamo fregarglieli direttamente noi, duri come siamo.»
«Hai finito di rompere i coglioni?» disse Leonard, infilandosi un paio di guanti e porgendone un paio anche a me.
Feci di sì con la testa, li infilai a mia volta, mi sporsi dietro il sedile, presi le mazze da baseball e ne allungai una a Leonard.

2

Scendemmo dalla macchina, attraversando l’erba secca del prato buio per poi salire sulla veranda posteriore. Mi voltai a guardare il campo da baseball e l’oscurità che lo circondava, casomai qualcuno ci stesse tenendo d’occhio.
Niente.
Leonard appoggiò un orecchio sulla porta.
«Più silenzio che nel cervello di un politicante» disse.
«E faremmo meglio a lasciarlo così.»
Leonard toccò la porta e la spinse appena. «Non regge  un cazzo.»
Questa volta non commentai. Troppo tardi. Eravamo in ballo.
Lui fece un passo indietro e le affibbiò una robusta pedata. La serratura cedette, così come il legno, e la porta si aprì andando a sbattere contro il muro. Eccoci dentro.
C’era un corridoio, che imboccammo subito. A sinistra, una stanza con la porta aperta. Vi guardai dentro. Solo cumuli di paccottiglia. Guardai Leonard e scossi il capo. Tutta la casa puzzava di sigaretta.
Leonard proseguì lungo il corridoio, determinato come chi deve aprire la strada. Feci fatica a stargli dietro. Aprì di colpo una porta sulla destra ed entrò. Detti un’occhiata. Un materasso sul pavimento, con sopra una donna, più una finestra che lasciava trapelare un raggio di luna. Per quel che riuscivo a capire, la tipa era scura di pelle, con gli occhi sbarrati e nuda dalla cintola in su. Quel che non si vedeva di lei era avvolto in un copriletto. Da come piegò appena la testa alla mia sinistra mi resi conto che stava guardando qualcuno nell’angolo. «Attento!» dissi.

Leonard ruotò su sé stesso e si udì uno sparo e tutto quanto si illuminò per un attimo e una pallottola sibilò in aria e andò a conficcarsi nella parete. Lo vidi muoversi, Leonard, e attraversare la stanza con la rapidità di una freccia. Al suo mulinare la mazza, udii l’aria spaccarsi in due. Dall’ombra, l’arma esplose un secondo colpo. Feci un salto, precipitandomi all’interno della stanza, anche se era l’ultima cosa che avrei voluto.
Leonard aveva inchiodato qualcuno a terra, nell’angolo, e continuava a menare fendenti con la mazza. La sua vittima attaccò a gridare, e io sentii un movimento alle mie spalle. Mi voltai appena in tempo per scorgere un gigantesco nero in mutande che riempiva l’intero vano della porta e che poi entrava brandendo un coltello per canne da zucchero, mentre la luna gli metteva in risalto un’espressione non certo di buonumore.

Il bestione alzò il coltello e stavolta fui io a mulinare la mazza, beccandolo allo stinco. Lui mollò un grido, barcollando. Lo colpii di nuovo, adesso su un fianco. Al suo grugnito seguì il rumore del coltello che cadeva ai miei piedi, e che allontanai subito con un calcio, spedendolo tra le ombre.
Udii Leonard calare la mazza con forza. «Che ne dici, eh?»
Ma avevo le mie faccende da sbrigare. Il gigante tentò di rialzarsi, e lo colpii su quell’enorme schiena. Lui tornò a grugnire e riuscì comunque a rimettersi in piedi. Allora mirai alla rotula. Andò giù con un urlo, rotolandosi sul pavimento col ginocchio tra le mani. E anche la sua ombra finì per rotolare lungo il muro assieme a lui.

«Soldi ne hai?» gli disse Leonard.
Il tizio sul pavimento, che doveva essere Thomas, indossava solo le mutande che – semplice annotazione estetica, beninteso – non s’intonavano affatto a quelle di Chunk. «Cos’è, una rapina?» disse.
«Naaa» rispose Leonard. «Sto solo riprendendo quel che non ti appartiene. Dov’è il portafoglio? Spero che i soldi siano là dentro, per il tuo bene.»
Thomas aveva alzato una mano, nel tentativo di ripararsi dalla mazza. Per il resto, era allungato sul pavimento, la testa appena sollevata.
«Ho i calzoni per terra, accanto al letto. Nella tasca posteriore c’è il portafoglio.»
«Ci penso io» dissi. Mi avviai a recuperare i pantaloni, tirai fuori il portafoglio e mi accostai alla finestra da cui entrava la luna tenendomi su un lato, così da non perdere d’occhio il tizio sul pavimento, ancora impegnato a gemere e stringersi il ginocchio. Chissà, magari gliel’avevo fracassato sul serio. Era stata una randellata coi cazzi.
«Saranno un trecento dollari» dissi.
«Prendine cento» rispose Leonard, torreggiante sulla sua vittima e con la mazza ancora sollevata. «Bastano a coprire il debito e avanza anche qualcosa per noi, oltre al fatto che ha cercato di spararci, più le mazze eccetera.»
Tirai fuori i cento e lasciai cadere il portafoglio sul pavimento. Poi guardai la ragazza. Carina, più o meno, o
forse lo sarebbe stata con un’altra decina di chili addosso. Ci stava che il suo ultimo pasto fosse uscito dritto da un ago e che sapesse davvero di poco. Certo, volevo salvarla. D’altra parte volevo salvare tutti, io. Così come avrei voluto trovarmi altrove, essere tutt’altra persona, non aver fatto schifo ad algebra ai tempi del liceo.

Sventolai i cento dollari. «Presi» dissi.
«Bene» rispose Leonard.
«Tu sei pazzo, amico» disse Thomas. «Poi ti vengo a cercare.»
«Non credo proprio» rispose Leonard. «Sei un vigliacco di merda.»
Vidi il tizio girare la testa e fissare la pistola che aveva usato poco prima. Era anch’essa sul pavimento, dove Leonard l’aveva gettata. A neanche un paio di metri di distanza.
«Forza, provaci» disse Leonard. «Non vedo l’ora di battere un fuoricampo con la tua zucca.» E lo colpì leggermente sulla spalla con la mazza da baseball.
Da come le spalle di Thomas si piegarono verso il basso capii che anche la pistola aveva fatto la fine dei suoi sogni giovanili. L’aveva presa nel culo, e lo sapeva benissimo.
«Lasciati dare un paio di consigli» disse Leonard.
«Uno teorico, e l’altro pratico. In primo luogo, evita di rapinare le vecchie signore, perché finisci per far loro del male. E questo è il secondo» e qui Leonard calò con forza la mazza sulla mano di Thomas, posata sul pavimento. L’urlo che uscì dalla bocca dell’uomo mi strisciò su per la schiena, andandosi a fermare proprio in cima alla capoccia per poi farsi una bella cacata.
«Questo era il consiglio pratico» disse Leonard. «Per farti capire che se rompi i coglioni alle vecchiette finisci per lasciarci le penne tu. La prossima volta che le torci solo un capello ti ritrovano con questa mazza ficcata su per il culo e la bocca attorno all’uccello di Chunk. Prima, però, vi ammazzo tutti e due.»

Ansimante e lungo disteso sul pavimento, Thomas si teneva ancora la mano, che alla luce della luna mi sembrava bella spiaccicata. Dalla bocca gli uscì un verso simile a quello di un topo che sta tirando le cuoia.
Leonard si sporse verso di lui. «Per scendere un po’ più nei dettagli, se solo ti azzardi a darmi fastidio, a me e al mio qui presente brother, o se mandi qualcuno a farlo – ammesso che tu sappia chi siamo – sta’ sicuro che vi ammazzo tutti quanti, anche se non so per certo che è opera tua. E poi, quando sei morto, ti ammazzo un’altra volta. Questo per dirti com’è che ti ammazzo. Intesi, rottinculo?»
A bocca aperta, Thomas continuava a reggersi la ma- no con l’aria di uno che vorrebbe dire qualcosa ma non riesce a emettere uno straccio di suono.
«Intesi?» disse Leonard.
«Intesi» disse Thomas.
«Bene» disse Leonard andando a raccogliere la pistola che s’infilò poi alla cintola. «Guarda che non sto scoreggiando a vuoto» riprese, girandosi verso Thomas. «Faccio sul serio.»
«Ho capito» disse Thomas.
«E mi credi?»
«Sì.»
«Fammi sentire un bell’amen.»
Thomas guardò Leonard come si guarda un matto. Leonard continuò a fissare Thomas, in attesa.
«Amen» disse infine Thomas.
«Bene così, testa di cazzo» disse Leonard girandosi verso la porta. Poi si fermò per abbassare gli occhi sul gigante. «Puoi diventare grosso quanto vuoi, Chunk, ma occhi e palle e rotule, quelli restano, com’è che si dice, vulnerabili. Diglielo un po’, Hap.»
«Vulnerabili» feci io.
«E anche tu cerca di starmi alla larga, Chunk» disse Leonard. «Potresti prendere in considerazione, che so, di trasferirti altrove. Non so se mi spiego.»
L’uomo non rispose. Per come se ne stavano zitti, lui e il suo compare, sembrava quasi di sentire il crollo del loro quoziente d’intelligenza. Non che il dislivello fosse così alto, beninteso.
Leonard gli mollò una pedata sulla rotula che Chunk ancora si stringeva. Seguì un urlo.
«Allora?» disse.
«Capito» rispose il gigante.

Abbassai anch’io gli occhi su Chunk, e anche nell’oscurità vidi che stava guardando Leonard come certe volte capita di fare a me, tipo dentro una fossa buia e senza fondo.
«Bene» disse Leonard. «Qui abbiamo finito.»

Guardai la donna sul letto. «Magari è un commento superfluo, ma anche tu faresti meglio a non dire o fare un bel niente. E vedi di mangiare qualcosa di sostanzioso, che se perdi un altro chilo rischi di farti venire un colpo.»
Lei annuì.
«Ottimo» dissi io. «Grazie.»

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8 pensieri su “Devil Red di Joe R. Lansdale: in anteprima i primi due capitoli!

  1. Woah…
    E io che sono ancora fermo a “Bad Chili” che faccio, leggo o no?

  2. @abo e j: ma sì, leggete leggete! Poi settimana prossima pubblico la recensione di Sotto un cielo cremisi, così potete almeno parzialmente colmare una lacuna nei confronti della puntata precedente a Devil Red!

  3. Mi toccherà mettermi in pari in fretta.
    Aspetto le recensione, e anche gli altri posto su Champion Joe.
    Grande scrittore (e anche ottima persona, o almeno così mi è parso a una vecchia presentazione da Fnac).

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  6. La sensazione e che sia sempre lui: grande:-)

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