Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“Il noir è morto, mandiamo in pensione commissari e marescialli”. Custerlina bang!

Alberto Custerlina

No, ve l’ho già detto, la foto qui di fianco inganna ma non ospito, oggi, sulle pagine di Pegasus Descending, la clamorosa deposizione di uno dei più pericolosi serial killer del XXI secolo attualmente detenuto a San Quentin in attesa di farsi un giro sulla sedia elettrica. Lo scappato di casa con cui ho avuto il piacere e l’onore di scambiare due chiacchiere è invece Alberto Custerlina, uno tra scrittori italiani di genere più interessanti apparsi negli ultimi anni sulla scena editoriale. Su queste pagine virtuali ho già recensito le due opere da lui pubblicate – Balkan bang! e Mano Nera – e quindi non è un segreto per nessuno la stima che nutro nei suoi confronti. Nonostante la foto.    

Allora Al, Mano Nera è il tuo secondo romanzo, dopo Balkan bang!. Dove nasce questa tua nuova storia?
Sentendo le reazioni dei lettori di Balkan bang!, ho ritenuto necessario scrivere un romanzo che parlasse del conflitto ancora in atto nei Balcani e della possibilità di una sua recrudescenza.

Il secondo romanzo è sempre un po’ una prova del fuoco per gli scrittori, soprattutto per quelli che hanno avuto successo all’esordio. I critici sembrano aspettarli al varco. Tu quali difficoltà hai trovato nella stesura di Mano Nera rispetto a Balkan bang!, quali differenze nel tuo approccio e nel tuo lavoro?
Nessuna difficoltà. La storia l’avevo in testa e il lavoro fatto su Balkan bang! mi aveva fatto maturare molto. Per Mano Nera ho solo ragionato un po’ su una tecnica di scrittura più asciutta e poi sono partito a testa bassa. Quindi stesso approccio, migliore tecnica e stile più minimal.

Hai cambiato anche editore, passando da una casa editrice media ad una grande e di portata nazionale…
Un salto enorme. Lavorare con gli editor di B.C. Dalai è stato molto soddisfacente e, soprattutto, estremamente utile per la mia crescita come scrittore.

Nella mia recensione di Mano Nera ho scritto che mi devo guardare bene dalle amiche che potresti presentarmi. Prima Zorka, ora “la Santa”, sembri avere una passione e propensione per il personaggio femminile spietato assassino.
Eh, eh, tranquillo, le mie amiche le presenterei solo ai miei nemici. Diciamo che nel romanzo nero italiano le figure femminili sono in massima parte relegate a ruoli secondari (a parte i personaggi delle colleghe scrittrici e qualche altra eccezione) per cui ho voluto dare una mano a riequilibrare la situazione. E poi, la figura dell’assassina motivata mi affascina: la Santa uccide per motivi religiosi mentre Zorka lo fa per una sorta di rivalsa sessuale.

Ho trovato particolarmente azzeccato e ottimamente caratterizzato il personaggio del Greco. Come l’hai partorito e lo rivedremo in futuro?
Il Greco è un personaggio che mi girava in testa da molto tempo. Volevo un avventuriero che fosse spietato ma che avesse anche una sua etica personale. Un uomo al di fuori del ben e del male, libero e anarchico. La sua creazione è stato un affinamento continuo in fase di scrittura. E ti posso dire con certezza che tornerà nel prossimo romanzo, come la Santa, del resto.

Rispetto a Balkan bang!, Mano Nera mi è sembrato poggiare le chiappe su una trama più esile e rapida, meno intricata. Come mai?
“Trama esile” è una definizione che non mi piace, per cui aspettati d’incontrare la Santa sotto casa. 😉 Mano Nera è stato concepito come un romanzo veloce (anche per questo l’ho definito un turbo noir), che facesse da contraltare ai tomi spessi come mattoni che spadroneggiano nelle librerie. Credo sia il momento d’investire di più sulla qualità e sulla storia, piuttosto che su pompose descrizioni e sulle divagazioni buone solo a far sprecare carta e inchiostro. Il romanzo di genere deve riacquistare la sua dimensione breve (citiamo alcuni Maestri: Simenon, Chandler, Hammet, Manchette, Izzo, Scerbanenco) e affrancarsi da quei verbosi thriller che devono la loro fortuna principalmente alla televisione. Già, perché io credo che il pubblico sia attratto dai tomi-mattone in quanto è abituato a sciropparsi serial tv infiniti e abbia così sviluppato l’incapacità di staccarsi da certi personaggi per scoprirne altri. E credo sia un fenomeno tipico della fiction moderna (anche letteraria, vedi i thriller, appunto), che è un genere altamente conservatore, consolatorio e che richiede un uso moderato dei neuroni.

So che non sei d’accordo con l’idea di un noir che sia “innovazione del dèjà-vu”. Perché?
Perché chi la sostiene lo fa per convenienza. È molto più facile prendere qualcosa di esistente e rimpastarlo piuttosto che creare qualcosa di nuovo. Come già dicevo su questo blog, rimpasta che ti rimpasta, alla fine ti rimane in mano sempre la stessa pizza.
Tentare di svecchiare, invece, mi pare la scelta giusta. E’ un processo lungo e doloroso, che pochissimi autori intraprendono, vuoi per pigrizia, vuoi per paura, vuoi per mancanza di idee. Naturalmente va detto che non è possibile scrivere (e neanche dipingere o scolpire, per esempio) senza tener conto o essere influenzati da ciò che è venuto prima di noi. L’importante però, è cercare di metterci del nostro (il più possibile) per poter innovare.

Quali sono, secondo te, gli spazi di innovazione per il genere noir?
Sai, in realtà il noir è morto. Se però vogliamo far finta che sia tra noi, allora direi che si dovrebbe cominciare a fare a meno di certi cliché talmente abusati da essere diventati delle macchiette. Mi riferisco ai vari commissari, ispettori e marescialli. Io capisco che la gente non è mai stufa di queste storie (tutte uguali, e quindi torniamo al discorso di prima), ma dico pure che uno dei compiti dello scrittore è di offrire alle persone dei percorsi di crescita e non favorire il loro immobilismo mentale.

Quali sono i “segreti” per scrivere un buon noir – anche se il tuo ha forti connotati action -?
Sono gli stessi segreti che ti portano a scrivere un buon romanzo, al di là del genere. Padronanza della lingua, ampio bagaglio di letture e culturale in genere, talento, volontà e disciplina. Naturalmente il noir, se fosse ancora vivo, dovrebbe instillare nel lettore sensazioni di disagio, dubbi e ragionamenti sull’etica, la morale e la società.

Coma nascono le tue storie? Ti butti e scrivi, fai una scaletta, procedi a singhiozzo o altro ancora?
Parto da un’idea, un personaggio o una scena e poi ci scrivo attorno il romanzo senza pianificare alcunché. È un metodo dispendioso ma altamente creativo. Inoltre, devo subito trovare il titolo (prima di scrivere il resto), perché tutta la mia scrittura ruota attorno a questo embrione. Nel caso di Mano Nera il titolo fu la prima cosa che ebbi e tutto il romanzo servì a giustificarlo.

Mano Nera

C’è qualche autore italiano o straniero che ti abbia particolarmente colpito negli ultimi tempi?
Faccio fatica a leggere gli autori italiani perché, come dice Stanis La Rochelle, sono “troppo italiani”. A parte gli scherzi, devo confessare che riesco a leggere solo quello che mi serve. Mi spiego: come la gran parte degli autori “giovani” (come autori), devo anche lavorare al di fuori della scrittura e quindi mi resta poco tempo per la lettura. Quindi privilegio gli autori che ritengo utili alla mia crescita come scrittore. Inoltre, ho un problema che ancora non sono riuscito a risolvere: quando sono in fase di scrittura rischio fortemente di venir influenzato da ciò che parallelamente leggo, come una specie di Zelig delle Lettere. Comunque, ogni tanto faccio delle incursioni per tenermi aggiornato e durante una di queste mi è piaciuto molto Carrino e ho apprezzato Pandiani (poco italiano) e sono in attesa del nuovo romanzo di Giuseppe Merico, del quale ho letto alcuni brani che mi sono piaciuti molto.

Che consigli daresti a un esordiente che volesse affacciarsi al mondo delle Lettere?
Leggere e scrivere molto (sempre), avere pazienza (crescere pian piano, per gradi), grande disciplina e forte volontà. E innovare! Ed essere coscienti che se non ti pubblicano vuol dire che fai schifo e quindi ti devi mettere sotto per migliorare.

Puoi dare qualche anticipazione ai lettori di Pegasus Descending sui tuoi prossimi lavori?
Sto scrivendo il terzo capitolo della serie balcanica dove ritroveremo alcuni personaggi di Mano Nera e dove l’azione si sposterà in massima parte a Trieste, la mia città. Avevo in canna anche un romanzo risorgimentale (scritto alla mia maniera, s’intende), ma sembra che il tema non desti interesse tra gli editori, anche perché tutti aspettano di vedere come andrà il romanzo risorgimentale di De Cataldo, in uscita a ottobre.

Io l’ho ben chiesto a Custerlina di spiegare il perché e il percome il noir sia morto, non crediate che mi sia fatto scappare una così ricca occasione per fare un po’ di casino e un briciolo di polemica. E lo scrittore triestino ci si era anche messo giù di buzzo buono a stendere una risposta che specificasse meglio quanto da lui dichiarato e sostenuto. Ma ha preso così tanto a cuore la risposta a questa mia domanda che ne è venuta fuori una lenzuolata più lunga dell’intera intervista e che comparirà prossimamente sulle pagine di Sugarpulp, movimento letterario con cui ho il privilegio di collaborare. Appena il pezzo di Alberto Custerlina sulla morte del noir sarà on line ne darò notizia nel primo Il brusio della rete utile.

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110 pensieri su ““Il noir è morto, mandiamo in pensione commissari e marescialli”. Custerlina bang!

  1. Walt in ha detto:

    Grazie a Pegasus Descending ho scoperto Al Custerlina e di questo sono davvero molto grato. Mi sono piaciuti immensamente i suoi primi due romanzi, mi piace la scrittura di Custerlina, mi piace questa intervista. Non l’avrei mai detto: detesto sommamente gli scrittori italiani, tutti gli scrittori italiani … non sono “troppo italiani”, sono italiani e, come i cineasti e i rockettari italiani, incapaci e assolutamente inutili (vedi le recenti polemiche al Festival di Venezia: Quentin Tarantino > registucoli – un gigante > nani)
    Quindi rimango in attesa del romanzo a Trieste!

  2. che palle però. ogni tanto qualcuno annuncia che qualcosa è morto e si propone come supermegainnovatore. siamo scrittori o becchini o medici legali o che altro? attendiamo di leggere su Sugarpulp, perché io mica ho capito. in fondo, muoia tutto quel che deve morire, purchè ci sia qualcuno che scrive bei romanzi, come Al.

    • Ciao Sergio e grazie del commento. Credo che Al su Sugarpulp renderà giustizia di questo sasso lanciato nello stagno. Pure io sono molto curioso di conoscere più approfonditamente il perchè di questa sua teoria o idea. Infine dici bene, l’importante è che qualcuno scriva bei romanzi, il resto, forse, rimane un cazzeggio tra di noi che abbiamo molto tempo da perdere! 🙂

    • caro Sergio, mentre qualcuno s’inventa il ministero della semplificazione, io inneggio alla complessità e alla ricchezza (culturale), che sono tra le poche cose che possono salvarci (sempre che sia ancora possibile). Per questo mi piace parlare e discutere (sul noir, per esempio), per dimostrare che siamo tutti troppo approssimativi e appiattiti verso il basso e che sarebbe ora di riprendere in mano la cultura (anche popolare) dando il giusto peso alle cose.
      Il resto su Sugarpulp tra un po’.
      😉

    • Inoltre, Sergio, te lo dico con il cuore in mano, io non mi sono proposto come megainnovatore.

  3. stefano di marino in ha detto:

    ottima intervista e ottimo il romanzo.Noir o meno me lo son mangiato in un pomeriggio. e adesso, però, voglio Zorka contro la ‘Santa’…

  4. grazie a te Pegasus e a chi partecipa.
    il fatto è che l’innovatore è il genio. colei/colui che può permettersi di dichiarare la morte di qualcosa è genio (Picasso, per dire). e il genio è normalmente riconosciuto (in genere in via postuma, a volte anche no) da altri, non da se s…tessi. autodefinirsi innnovatori, e quindi geni, è facile, bello e dirompente. ma quanti geni ha prodotto la narrativa italiana negli ultimi anni? e quanti si sono autoincensati geni e hanno proclamato la morte di qualcosa? qualche mese fa uno scrittore di buon successo ha ugualmente annunciato la morte del noir e la nascita del post noir, o non noir o quello che era (chiedo scusa, non ricordo con esattezza). poi ha continuato tranquillo a pubblicare i suoi noir. lo stesso Carlotto ha scritto della morte del “noir mediterraneo”, però còntinua a pubblicare romanzi di stile inconfondibile, quello che lo ha fatto definire uno dei maestri del genere. per me, se vuoi innovare, e ne hai le capacità, innova, benissimo. ci vuole, è necessario, utile e bello. però fallo, così ti leggo e penso “caspita, quanto è bravo questo, che genio”. io non sento la necessità di auto proclamazioni. ma sento la necessità di bei romanzi. di complessità e ricchezza cultutrale (concordo in pieno, Al). solo che non sempre innovazione è maggiore ricchezza, e non sempre tradizione (intesa come “rimanere nel solco già tracciato”) è impoverimento. innovazione in sé è parola vuota. dovremmo dargli un colore, un gusto, un sapore, un suono. per dire se è valida o no. idem per la tradizione. ci vediamo su sugarpiulp. fatemi sapere quando. 🙂

  5. Sergio, con tutto il rispetto, in 15 righe non hai detto nulla. Hai soltanto continuato a insinuare molto sottilmente che io mi sto autoincensando. Al primo commento ho lasciato perdere, ora ti rispondo.
    Innovazione è una parola vuota soltanto per chi ha paura di cambiare, per chi non è in grado di dare una sterzata, anche lieve, tanto per imboccare una strada nuova che si svilupperà con il tempo. Restare nel solco tracciato e usare impropriamente il termine noir tanto per darsi un tono o vendere più libri vuol dire non avere idee. E non sto parlando di geni dirompenti (rarissimi), ma di evoluzione costante. Io ho spesso dichiarato di non essere per nulla certo che i miei siano dei noir, l’ho fatto per onestà intellettuale e perché non è importante che lo siano.
    Per finire: il romanzo nero italiano ha bisogno di cambiamento. Prima o poi il filone d’oro si esaurirà e resteranno in piedi soltanto quelli che “prima” del patatrac avevano imboccato strade diverse, in salita, difficili e a volte poco appaganti in termini di diffusione popolare, strade che però avranno reso forti le loro gambe e che permetteranno loro di continuare il viaggio.

  6. Il problema è che l’autore italiano non si accontenta di fare il suo mestiere, vuole anche il riconoscimento dell’accademia. E’ un retaggio di secoli di cultura paludata e ufficiale che non c’è verso di scardinare.
    Elmore Leonard, per citare un autore americano di una certa fama, ha 85 anni e ancora scrive un romanzo l’anno, con un brio che il 99 per cento degli autori nostrani non può immaginarsi neanche in cartolina. Sa benissimo di essere bravo, di essere considerato un maestro, ma non ha mai preteso di atteggiarsi a fondatore o rappresentante di qualche movimento letterario, né passa notti insonni a domandarsi perché non gli danno il Nobel. Scrive, pubblica, rilascia interviste se gliele chiedono, ma non impartisce lezioni sullo stato delle cose. Insomma, fa lo scrittore.
    Da noi, invece, lo scrittore – dopo un po’ – si mette a far tutto fuorché lo scrittore (verga orride fiction tv, si fa eleggere al Senato, fonda movimenti letterari, diventa un personaggio televisivo eccetera). Tutte attività legittime, per carità, ma resta il fatto che scrivere sembra diventato l’ultimo interesse di gran parte degli scrittori italiani. E i risultati si vedono.

  7. Walt in ha detto:

    Sono totalmente d’accordo con Al. In tutte le discipline umane, dall’arte alla tecnologia, l’innovazione è e deve essere l’obiettivo costante dell’uomo. Ed è inutile negarlo, i cambiamenti avvengono perchè tutti gli innovatori partono dal disprezzo dell’esistente (altrimenti perchè cambiare?) che poi questi cambiamenti vengano accettati e apprezzati e agli autori venga attribuito lo status di genio è sempre una lettura ex-post. Nello specifico poi, dire che il noir italiano sia morto e auspicare il pensionamento di marescialli e commissari è cosa fin troppo benevola. I romanzi, le serie televisive, i film italiani di questo genere (e di qualsiasi altro genere, aggiungo) sono così mediocri, scadenti, inutili che più che decretarne la morte bisognerebbe dolersi per il mancato aborto.

  8. Caro Luca, ciò che tu dici (cosa verissima) a mio parere è diretta conseguenza di due fattori combinati. Da un lato, l’abitudine tutta italiana di considerare la letteratura popolare come un “prodotto” di serie B. Dall’altro, c’è un fattore commerciale (€) che “costringe” gli autori italiani a procurarsi visibilità e a trovare altre strade, perché di scrittura libresca non si vive. Per non parlare dello sforzo immane che si fa a scrivere dovendo impegnare un terzo della tua giornata per fare un altro lavoro.
    Comunque, inchino a Leonard.

  9. Ma infatti, Al, quando Leonard aveva un lavoro d’ufficio si alzava alle cinque di mattina per scrivere. Invece ho il sospetto che parecchi degli scrittori italiani “di genere” con un certo successo dormano fino alle dieci…

  10. Io ne ho la certezza, Luca.
    Però alcuni tengono duro… 😉

  11. stefano di marino in ha detto:

    Alberto sei un Grande..ho condiviso il link sulla mia bacheca FB dove puoi leggere un po’ di commenti di ‘nostri’ lettoriin merito allaquestione. Dico ‘nostri’ in quanto, l’ho detto sin da Balkan bang, ho sempre sentito una grande affinità nel nostro lavoro e questo detto senza ritenermi un faro. Semplicemente voglio dire che mi fa piacere trovare un collega che segue con le sue modalità, le sue suggestioni,i suoi spunti una linea narrativa che sento particolarmente. Alzo il boccale di Pivo! 🙂

  12. Certo che lasciarci così con la curiosità… attendiamo con ansia tutto il resto e intanto complimenti, oggi non è facile leggere domande e risposte non banali ed interessanti.

  13. Al, non parlavo di te, ma del tema. MI sembrava chiaro.
    Se hai colto sottili insinuazioni, che non c’erano mi scuso.
    Del resto mi dici di non aver detto nulla. E vabbeh.
    Nel tuo discorso mi pare solo che vi sia una certa confusione tra innovazione e evoluzione. Le vedo come due cose diverse, anche se complementari.
    Per il romanzo nero italiano sono d’accordo, ha bisogno di cambiamento. Pensioniamo marescialli e commissari, senza problemi. Ma non credo che sia questo il punto. Così come l’intera narrativa e editoria italiana ne ha, di bisogno di cambiare. Che abbiamo detto di nuovo?

  14. Andrea Carlo Cappi in ha detto:

    Il noir (o “giallo”, per usare un termine più esteso, dato che “noir” da noi fa pensare a storie particolarmente dure quando non decisamente criminose, spesso venate di realismo) non è morto. Sta agonizzando, semmai, qualche tipologia del giallo, soffocata dall’eccessivo sfruttamento. Le mode e le exploitation ci sono sempre state, intendiamoci: c’è stata l’epoca post-Agatha Christie dei detective superintelligenti che risolvevano casi enigmistici, esasperando i cliché del giallo classico; c’è stata l’ondata post-007 dei superagenti segreti (di cui però alcuni romanzi anni ’60-’70 si salvano ancora malgrado i cliché, vuoi per gli interessanti flash di cronaca internazionale, vuoi per le occasionali contaminazioni con la fantascienza); poi il periodo in cui c’erano solo avvocati americani (dopo Turow) e serial killer (dopo Harris). Ora siamo all’ipertrofia dei commissari (ma in Inghilterra c’è un recente analogo fenomeno di noiosissimi police procedural che strizzano l’occhio alla tv). Il che non significa che non si possa più scrivere di commissari, poliziotti etc. e persino di avvocati e serial killer, se si hanno idee valide e capacità di scriverle, ma solo che gli editori – spesso incompetenti e timorosi di sperimentare – si fidano solo di quello che è già stato collaudato, anche se si tratta solo di fotocopie. Basti pensare all’importazione in massa di romanzi di templari, di serial sui vampiri adolescenziali o di thriller scandinavi, al fine di sfruttare le mode del momento. Perciò ora, secondo gli editori, gli italiani “possono” solo scrivere solo di commissari o talvolta di serial killer, senza sentirsi in dovere di cercare di fare qualcosa di diverso. Il “diverso”, anzi, è punito. Tempo fa una rete tv ha chiesto a me e ad altri autori di proporre un format “diverso” di serial tv (senza poliziotti, preti, marescialli…) e poi ha bocciato tutti in massa perché avevano fatto proposte senza poliziotti, preti, marescialli… Non era la prima volta che mi capitava. Se la proposta nuova viene dagli USA (The Shield, Lost, Dexter…) ben venga, ma gli italiani sono costretti a fare sempre le stesse cose. Naturalmente c’è chi fa qualcosa di diverso, si evolve nel tempo per non ripetersi troppo, ma deve combattere ogni giorno contro il marketing editoriale anche quando può contare su parecchie migliaia di lettori disposti a seguirlo. Il giallo o noir che dir si voglia non muore mai, solo che non sempre il pubblico è informato della sua vitalità.

  15. Andrea: sarà perché anche nel cinema le idee originali latitano da un pezzo? E che la storia di Robin Hood, ormai, gira sul mercato da qualche annetto (circa 600)? Se ti è capitato di vedere la recentissima serie tv della BBC “Sherlock” hai la dimostrazione pratica di come si può lavorare alla grande su uno dei miti letterari più famosi di tutti i tempi facendolo sembrare nato oggi. Davvero si può riproporre nel 2010 la storia di Robin Hood come nulla fosse, dopo che già l’aveva smontata Richard Lester nel 1976 con “Robin e “Marian”? Mah.

    • Andrea io? Purtroppo non ho visto la serie Sherlock, non avendo satellite e balle varie. Devo vedere se riesco a trovarla in rete, anche se guardare film e serie nel monitor del pc non mi garba tanto. Anche Robin Hood, secondo me, si può riproporre nel 2010, anche perchè diventa il protagonista di un film action, caciarone e fracassone facendone un soldato come tanti e creando l’attesa per quello che tutti noi sappiamo di Robin Hood e che, invece, nel film rimane sempre in sospeso. Lester l’ha smontata in un modo totalmente diverso – e sicuramente in maniera più raffina – rispetto a Scott, ma è il bello di questi personaggi omnicomprensivi. Ognuno ne fa un po’ quello che gli pare!

  16. Al dice: “il noir, se fosse ancora vivo, dovrebbe instillare nel lettore sensazioni di disagio, dubbi e ragionamenti sull’etica, la morale e la società”. Forse non ho molti titoli per intervenire in questa discussione, ho pubblicato soltanto un romanzo (una sorta di thriller politico anbientato nella Russia di Eltzin) e un secondo che esce tra una ventina di giorni, un noir “sui generis” senza marescialli e ispettori. A me pare però che il problema non sia tanto se nel romanzo compaiano marescialli o ispettori, quanto se attivi o meno nel lettore quello che dici nella frase citata all’inizio. Quello è il punto. Nella mia visione (forse perché ho sessant’anni e in passato ho fatto tanta politica) la letteratura deve essere testimonianza, stimolo, deve spiazzarti, costringerti a metterti in discussione, a riconsiderare le tue certezze. Proponendo contenuti, architettura della storia, forma, stile come “percorsi di crescita” (per citare ancora Al). Quindi mi vanno bene anche marescialli e ispettori, basta che non ricalchino cliché triti e ritriti, voglio dire, non è eliminando costoro che si ottiene automaticamente un buon noir…

  17. (ovviamente la mia risposta era indirizzata all’intervento dell’Andrea padrone di casa e non a quello di Cappi, che comunque condivido in pieno)

  18. Andrea Cappi (ciao Andrea) secondo me coglie un punto
    “Perciò ora, secondo gli editori, gli italiani “possono” solo scrivere solo di commissari o talvolta di serial killer, senza sentirsi in dovere di cercare di fare qualcosa di diverso. Il “diverso”, anzi, è punito. Tempo fa una rete tv ha chiesto a me e ad altri autori di proporre un format “diverso” di serial tv (senza poliziotti, preti, marescialli…) e poi ha bocciato tutti in massa perché avevano fatto proposte senza poliziotti, preti, marescialli… Non era la prima volta che mi capitava. Se la proposta nuova viene dagli USA (The Shield, Lost, Dexter…) ben venga, ma gli italiani sono costretti a fare sempre le stesse cose. Naturalmente c’è chi fa qualcosa di diverso, si evolve nel tempo per non ripetersi troppo, ma deve combattere ogni giorno contro il marketing editoriale anche quando può contare su parecchie migliaia di lettori disposti a seguirlo. Il giallo o noir che dir si voglia non muore mai, solo che non sempre il pubblico è informato della sua vitalità.”

  19. Signori, il noir come sentimento, emozione e suggestione c’è ancora, è ovvio. Come genere letterario/cinematografico, no. Sarebbe come se oggi catalogassimo un quadro usando il termine “impressionista”.
    Il noir è finito durante gli anni ’80, soppiantato da una forte commercializzazione e banalizzazione dei contenuti letterari. Ma non fatemi dire di più, che sto preparando un piccolo articolo sul tema.
    Naturalmente, ciò non vuol dire che da quel tempo non sia stato pubblicato nessun romanzo che possa rientrare in quei canoni, ma pochi esempi non bastano a tenere in vita un genere.

  20. Secondo me il noir come lo intende Alberto (e in gran parte anch’io) è morto nel 1991 con l’uscita del Silenzio degli innocenti. Il film, non il libro: solo che il film – un capolavoro, beninteso – ha distrutto il noir inteso come genere letterario. Ma ci sarà modo di riparlarne.

  21. Santo cielo, mi tocca dissentire con Luca Conti. 😉
    Per me il film che ha troncato il noir è……

    Blade Runner.

    Ma ci sarà modo di riparlarne. 😀

    • Il 1982 è troppo presto, anche perché la rilettura in chiave noir di Blade Runner è parecchio successiva all’uscita del film (che, ricordiamolo, nelle sale americane era all’epoca andato malissimo). Gli anni Ottanta sono stati un periodo fertilissimo per il noir letterario e cinematografico, fin quando non è arrivato Ellroy con Dalia Nera e Il Grande Nulla a dare le prime robuste spallate alla forma.

  22. Secondo me il noir è morto a La Jolla, 26 marzo 1959. Poi l’hanno tenuto in vita artificialmente.

  23. Ma quindi è morto stecchito? Morto proprio morto?

  24. Scusate ragazzi ma secondo me il noir in Italia non è mai nato. C’è stata sì una marea mugghiante di thriller, di giallo, fine della storia. Ad esempio: salvo qualche rara eccezione perché praticamente nessuno si è mai peritato di avere come protagonista un soggetto diverso dal buono per antonomasia? Detective, poliziotto, medico-legale, psichiatra. Willocks dice che ama il western all’italiana perchè è meno manicheo del western americano anzi pennella le trame di infinite sfumature. Vero. Così il noir dovrebbe proprio sparigliare le carte, sostituire all’eroe, l’antieroe, dovrebbe creare un’atmosfera, dovrebbe schiodare regole e schemi del giallo. Invece niente! Ci ha fottuto il cattolicesimo parliamoci chiaro! Siamo ancora fermi a CAMILLERI con tutto il rispetto. Fortuna che ci sono alcuni autori che hanno cambiato, hanno davvero fatto noir in Italia ma si contano sulle dita di una mano, per quanto mi riguarda cito ALTIERI, CARLOTTO e DI MARINO poi ci sono i nuovi e Al è un grande anche se i suoi libri sono tacchini ripieni, veri e propri manuali di free style per quanto mi riguarda e nella mia accezione questo è un complimento con i controcazzi!

    • Ciao Matteo, grazie del commento! Mi spiegheresti un po’ meglio ‘sta cosa del tacchino ripieno e del free style di Al? Forse in Italia non è mai nato il noir perchè ci si è sempre un po’ fermati al giallo, all’attenzione sull’indagine e al suo consolatorio finale con tutti i cattivi a fottersi in cella. Anche se un romanzo come Il colore della vergogna di Alberto Paleari, ad esempio, secondo me ricade nel noir per le sue atmosfere cupe e il suo finale amarissimo e per niente consolatorio, anche se Paleari si muove entro i rigidi canodi del genere, e quindi poliziotto con problemi familiari e procedural serrato. Anche uno come quello che ha commentato qui sotto – ce l’ho con te, Omar – credo che un contributo al noir italiano l’abbia dato, anche se con fortissimi influssi southern e un respiro ampio al di là del genere, come credo sia la sua ambizione e vocazione. Ma quanto tu dici ci riporta poi alle considerazioni fatte sopra da Andrea Carlo Cappi e a chi è pronto a scommettere, nel nostro Paese, noto Stato di vecchi incartapecoriti attaccati col culo alla cadrega e ai loro rassicuranti privilegi del cazzo, su qualcosa di nuovo e di innovativo. Non ci riusciamo nella scienza, con un mucchio di gente in gamba che se ne va dove su queste cose sono un po’ più sensibili, o all’università, piena di tromboni arroganti e appagati, e forse non ci riusciamo neanche nell’arte, ahino, come Andrea ha testimoniato. O forse è pur vero che in Italia tutti scrivono, ma è altrettanto vero che scrivono cagate o cose non degne di nota. Perchè non c’è un Gischler italiano? O un Lansdale? O un Zeltserman? E la lista potrebbe diventare lunghissima. Per fortuna, ogni tanti, qualcuno come Al o quelli da te citati riescono a farla fuori dal vaso e ce li godiamo.

  25. Mah, spero di non aver letto con troppa leggerezza i Vs commenti ma credo si debba fare una differenziazione netta tra il noir derivativo e accomodante dei vari CAROFIGLIO/CAMILLERI/LUCARELLI (con tutto il rispetto, certo, e chi glielo nega?) e il manipolo di scrittori italiani meno conosciuti (ma incazzati) che stanno sperimentando vie nuove, rimescolando le carte del genere con i crismi italici così come facevano i poliziotteschi degli anni settanta. Penso a ad Al, sicuramente, ma anche a Nino D’Attis e Giuseppe Genna, per fare degli esempi. E poi ci sono i borderline come il sottoscritto, se permettete, quelli che – magari toppando – stanno cercando di insufflare di echi landsaliani/faulkneriani una materia (quella della letteratura meridionale) che ben si sposa con gli stilemi del noir…

    • Ciao Omar, io mi permetto pure di ricordare l’esordio di uno scrittore di cui, colpevolmente, non ho ancora parlato, cioè il Liberaci dagli sbirri di Gabriele Reggi, un piccolo gioiello passato, credo, piuttosto inosservato e borderline come il tuo lavoro. Però hai sollevato una questione a mio avviso fondamentale: il successo sul pubblico. Cioè, i tre scrittori da te citati sono autori da diversi milioni di copie e palate di soldi. L’editoria è un’industria, credo sia anche comprensibile che editori e soci vogliano fare sempre più soldi e quindi chiedano certi standard di opere. Allo stesso tempo uno scrittore credo che voglia spaccare, avere successo, e non tutti sono delle schiene diritte che hanno il coraggio di innovare, cambiare, sfidare il pubblico e i suoi gusti. E’ forse meglio rimanere nel solco, accattivarsi editor e lettori e chissà che ci salti fuori una villa nuova. Magari dovrebbero anche essere gli editori ad aver un minimo di voglia di rischiare, ma qui staremmo parlando di letteratura, cosa ben più divertente di un registro della contabilità aziendale. E non è un caso che Al, tanto per citare il protagonista di questa intervista, sia stato scoperto da uno come Luigi Bernardi, uno che fa letteratura e che non ha paura di mollare Einaudi per accasarsi nella piccola Perdisa.

  26. Bernardi è un grande scout, convengo, così come è evidente che sia una questione di pubblico addomesticato e di autori che calibrano la propria opera in funzione di ciò: il paradosso è che le due cose sono interdipendenti e si autoalimentano!

    Io continuo a pensare che parte del danno sia dovuto anche al deperimento dell’industria culturale nel suo complesso (ribadisco un concetto: sino ai settanta/ottanta il cinema nostrano fungeva da propellente per sperimentare cose nuove, e influenzava giocoforza anche una certa produzione letteraria; oggi mi pare che tra stanche SOLITUDINI DI NUMERI PRIMI e Bondi che dichiara di voler mettere bocca sui giudici di Venezia la faccenda stia toccando livelli davvero inconcepibili). Vabe’, al solito il discorso si fa politico, perché in questo depauperamento generale la questione del monopolio produttivo (in tv come sul grande schermo e poi di conseguenza anche nell’editoria, con due o tre grossi blocchi editoriali a dettare legge) assume una sua precipua rilevanza (e notare l’uso della parola “precipua” che non utilizzavo dalle scuole superiori:-)

  27. Mi spiego, partiamo dal presupposto che Camilleri col noir non c’entra un cazzo, se prendiamo questa come premessa condivisa, ci accorgeremo che di noir c’è davvero poco. Posto che sul solco Camilleriano si sono messi in molto. A parte i tre che ho voluto citare sento che in ciò che dice Omar c’è molto di vero a partire dal suo noir rurale, con un afflato che per molti aspetti mi ricorda il country-noir di Daniel Woodrell, un autore con i controzebedei di cui non parla mai nessuno porca miseria, ma non importa. Al secondo me fa free style perchè come piace a me – sto lavorando su qualcosa che ha molti punti in comune con il suo lavoro – anche se le mie al momento sono solo velleità e esperimenti; tuttavia dicevo il suo scrivere è più un mix di generi, c’è il collante pulp, ci sono coloraziooni noir, c’è una specie di western bastardo, c’è l’avventura, ne viene fuori un mix che secondo me col noir c’entra molto poco e questo suo farcire di tanti ingredienti e linguaggi (cinema, fumetto, sceneggiatura) le sue storie porta i suoi libri ad essere dei tacchini ripieni.
    Baci, raga, mi tengo qualcosa per la recensione di Mano Nera che sto cercando di buttare giù,

    MS

  28. Bravo Matteo, ci hai preso in pieno sul mio lavoro! Del resto sappiamo che bene che siamo in sintonia totale…

    Come ho detto in un’intervista di qualche tempo fa, io sono una specie di mixer che per decine di anni non ha fatto altro che essere riempito di film, libri, fumetti, cronaca ed esperienze dirette. Poi ogni tanto do una frullata, filtro il succo ed ecco pronto un romanzo à la Custerlina. 😉
    PURO FREE STYLE!
    Insomma, io non do bado alle regole, agli stilemi, alle correnti commerciali. Scrivo ciò che mi piace e come mi piace, e prego che piaccia anche alla gente. E lo dico con orgoglio: io non scrivo per me stesso come dicono certi parrucconi, scrivo anche per me, ma soprattutto per i lettori. Ve lo immaginate un attore senza pubblico?

    Riguardo al noir, dirò la mia nell’articolo che sto preparando, solo che mi dovete dare un po’ di tempo perché intanto devo anche scrivere un romanzo da consegnare a gennaio. 😉

    ciao a tutti!!

  29. Sartoris, io apprezzo molto il tuo lavoro e trovo che ci siano delle convergenze con il mio.
    E hai perfettamente ragione quando dici che il discorso si fa politico. Quando parliamo di cultura in questi termini, non possiamo astrarci dalla politica.
    Riguardo a ciò, proprio ieri mi sono ritrovato a pensare che la cultura godeva di un’ottima salute quando il Paese era saldamente in mano alla Democrazia Cristiana. Paradossale, vero?

  30. @ Matteo: Daniel Woodrell è un mito: io sul mio blog ne ho parlato con grande trasporto, naturalmente spingere qualcuno a comprare un suo romanzo è una missione impossibile (spingere chiunque a comprare il romanzo di chiunque, e tu lo sai meglio di me!!!)

    @ Al: penso spesso al paradosso in cui siamo finiti, in questo cazzo di paese, a guardarci tutti negli occhi e ritrovarci un pizzico di nostalgia per i democristiani. Puttana eva, che situazione!
    PS comunque tu vai avanti così, il tuo è un lavoro importante 🙂

    saluti

    • Io non per niente nostalgia di democristiani e compagnia, anche perchè sono ancora tutti qui tra di noi a dirci come risolvere i problemi che hanno creato. Ma lasciamo stare, la letteratura, e la discussione intorno ad esse, è troppo bella per contaminarla con cose che sanno di merda e vomito. Anche perchè è sicuramente vero che ogni volta che guardi un programma in tv, salvo rare eccezioni, diventi ogni quarto d’ora un po’ più scemo viste le idiozie che passano, però è altrettanto vero che l’alternativa c’è, tra libri, giornali, dvd e internet. Anche qui, siamo alle solite: la gente vuole grande fratelli, velone, tette e chiappe, che vanno pure bene – tette e chiappe, ovviamente -, anche se solo per una frazione di tempo durante la giornata, che bastava Tinto Brass ad elevare il culo a filosofia di vita! 🙂 E ora ci pensa Bondi…

  31. @Omar: Lo so, hai perfettamente ragione Omar, è vero, tuttavia è altrettanto vero che proprio grazie al parlare di…oggi Gischler sta crescendo in modo spaventoso in Italia, i numeri parlano chiaro, e noi l’anno prossimo buttiamo fuori il terzo romanzo, senza contare che Newton Compton è scesa in guerra contro di noi e ci ha preso due romanzi di old vic al triplo del prezzo che noi siamo in grado di affrontare. Ma non importa anzi meglio così perchè questo significa che la campagna stampa che ho curato io e il passaparola che hanno innescato siti e blog come questo e come il tuo Omar sono riusciti a fare un miracolo e un grande autore americano – tradotto in una quindicina di lingue – è arrivato a noi. Quindi io credo che a dire Custerllina è un fenomeno, Di Monopoli è un fenomeno qualcosa viene fuori. Sugarpulp si è schierato in questo senso, Pegasus, idem, e tanti altri come noi, l’anno prossimo Meridiano Zero esce con un altro autore da urlo oltre a Gischler e se lo faremo venire in Italia e lo sapremo spingere e ne parleremo insieme anche lui un po’ alla volta bucherà la cortina di questo Paese sordo alle novità. Tu continua con il tuo lavoro e noi continueremo ad appoggiarti. Il mio problema oggi è che conosco almeno altri 100 autori americani che vorrei veder tradotti e che potrebbero darci stimoli nuovi per trovare una ns strada e che purtroppo nessuno si prende la briga di tradurre FANCULO. Hai visto Reasoner no?

    @Custerlina: lo so lo so che andiamo d’accordo vecchio reprobo eh eh

    • Ora io vi chiedo questo e spero che anche Luca Conti, con la sua enorme esperienza, possa dare il proprio contributo alla risposta della domanda da me posta: ma perchè gli States sono pieni di autori che spaccano, in grado di innovare il genere e i generi, mentre qui da noi una beneamata mazza? Io ringrazio quotidianamente il dio delle case editrici per averci dato la Meridiano Zero che ogni anno ci tira fuori chicche da leccarsi i baffi e che gli altri, dopo un anno o due, puntualmente fottono loro. E però, ragazzi, le cose buone vengono fuori anche e soprattutto nel momento in cui si creano le condizioni ambientali affinchè queste sboccino. Perchè tutto ciò in America avviene e nel resto del mondo – non limitiamoci alla sfigata Italia – no? Non è un caso che i più grandi scrittori di genere o che intorno al genere ruotano siano americani, così come non era un caso che i migliori fisici di inizio novecento fossero tedeschi.

      • @Pegasus: non sono del tutto d’accordo, cioè gli americani spaccano ma vogliamo parlare di scozzesi come Chris Brookmyre, Irvine Welsh e Allan Guthrie? O irlandesi come Ken Bruen, Adrian McKinty e Declan Hughes? Ok fanno parte del mondo anglosassone come Craig Davidson che è canadese…certo a me i francesi piacciono meno però non si può dire che siano rimasti fermi, i tedeschi hanno un paio di scrittori che ho letto recentemente completamente in acido…vedrete ..e non parlo di Wulf Dorn o Sebastian Fitzek, non lo so secondo me più in generale il mondo anglosassone ci fa il culo, americano e UK, a proposito che mi dite di David Peace?

  32. Un po’ come con i fumetti, noi siamo a peste e beccaccione e loro sono catapultati nel futuro anche se abbiamo alcuni dei migliori disegnatori al mondo come CAMUNCOLI E PONTICELLI

  33. – quoto Matteo, l’europa continua a produrre un sacco di roba buona (anche nel fumetto) e poi non credo si possa raffrontare la sterminata produzione di uno sterminato paese come l’America con il qualunquismo di una piccola/grande Nazione come la nostra. Se cominciamo a ragionarci su in questi termini allora che dire della TV: dagli USA sono arrivati gli esperimenti più innovativi su questo fronte (devo forse ricordarvi I SOPRANO o MAD MEN e compagnia sonante?).

    Io continuo a pensare a quando i nostri Fernando Di Leo, Ruggero Deodato o Damiano Damiani facevo capolavor(ett)i con pochi quattrini e Scebarnenco scriveva delle sue Veneri Private mentre sul piccolo schermo sfilava l’eccellenza dei migliori professionisti del varietà (perché, era da buttare un Walter Chiari?); ecco, quell’Italia là era competitiva, colle pezze al culo – e democristiana, hai ragione Al – ma competitiva e animata da una vivacità che oggi è stata risucchiata dalle velone di turno!!!!

    • Non dico che l’Europa sia terra desolata, figuriamoci, dico solo che a parità di popolazione – UE e USA, 400 e 300 milioni di persone circa – lo stesso Matteo ne vorrebbe vedere tradotti 100 americani e una decina, almeno tra i migliori citati e, appunto, culturalmente anglosassoni. Cioè, non c’è paragone. Basti pensare alla mole di buoni o ottimi scrittori americani che affollano le nostre librerie e solo una miopia mista a becera ideologia fa si che gente come McCarthy, Roth, DeLillo e la Oates (come mi conferma Omar, io non la conosco così bene) non abbiano ancora vinto il Nobel. Noi che autori possiamo contrapporre a questi? Fo? Le Clezio? Tabucchi? bah… per non parlare del genere, poi, dove ci fanno il culo come una zampogna!!Ovviamente il mio discorso non verte sui singoli nomi, ma sulla portata generale di un sistema capace di sfornare talenti a mazzi e un altro no. E’ qui che sta la differenza.

  34. Ragazzi stiamo parlando di un paese che ha il copyright del fascismo (cui si ispirò Adolf), che ha inventato le banche nel lontano 1400 e che ospita il vaticano sul suo suolo. E vi stupite che gli editori facciano certe scelte? ^_^

  35. Su una cosa devo dissentire anche con Matteo Strukul: non lamentiamoci che in Italia non si sa scrivere come in America se poi continuiamo a riversare sul mercato italiano valanghe di americani, che poi, puntualmente, vengono osannati dalla critica a scapito degli italiani che scrivono genere a un livello altrettanto alto (pochissimi ma ci sono). Vedi Gischler, appunto.

    • No no Al, da ‘ste parti si osanna chiunque sappia scrivere un buon romanzo – ovviamente secondo l’insindacabile giudizio del blogger me medesimo… -, americano, italiano o snorkie che sia. Gischler ci sta dentro di brutto, così come Custerlina, e infatti entrambi sono stati caldamente suggeriti ai, per fortuna, molti lettori di Pegasus Descending. Dall’America, per carità, arriva anche un mare di roba leggermente sotto il livello qualitativo della spazzatura, ma hanno anche un tasso percentuale di grandi scrittori – di genere e no – da far impallidire ogni altro Paese del mondo. Finora la Meridiano Zero ha toppato, a mio avviso, un unico libro, La madre di Dio di Ambrose, forse perchè essendo una piccola casa editrice è costretta a scegliere in modo accurato su chi investire.

  36. Ciao ragazzi,
    concordo pienamente con le tesi di Alberto.
    Pure io, nel mio piccolo, ho cercato di creare qualcosa di dirompente col mio “Savana Padana”, partendo proprio dal genere noir pulp cercando però di rompere gli schemi classici per proporre piuttosto qualcosa di nuovo.
    Non vedo l’ora di leggere ciò che Al ha in serbo per Sugarpulp!

  37. Ehi, LA MADRE DI DIO era ok, ok?

    (vabe’, è che a me Ambrose piace assai, non so, sono quegli innamoramenti un po’ così, che non ti aspetti: l’ho scoperto con SUPERSTIZIONE e non me ne sono più staccato)…

    @ Matteo Righetto ciao pure a te eh? Stiamo aspettando il tuo nuovo lavoro anche quaggiù in Terronia 🙂

    • Dai Omar, non ci credo neanche se ti vedessi arrostire le chiappe sotto il sole di Manduria con una rilettura di La madre di dio che questo libro ti è piaciuto… 🙂 Sarà sicuramente la sospensione critica dell’innamorato, un po’ come me con i film di Clint Eastwood!

  38. @ Al: dissento, qua non si tratta di prevaricare o chiudere la bocca agli italiani, visto che come dice Matteo Righetto anche noi stiamo cercando di dare il nostro contributo – anche in termini di visibilità per quello che possiamo – agli autori italiani. Il punto è che come dice Andrea – sarà che in America sono 5 volte noi – ci sono veramente tanti di quegli scrittori – ancora non tradotti in italiano – che spaccano. E credimi non sono due o tre. Ripeto, nessuno dice che non ci sia qualche nuovo scrittore che sta cercando di fare cose nuove, li ho citati, sicuramente ne ho dimenticato qualcuno, però occhio perchè per un Winslow strarecensito c’è un Derek Nikitas che nessuno ha ancora tradotto o uno Stuart O’nan dimenticato o Craig Mcdonald, Charlie Stella, Mark Yoshimoto Nemcoff, occhio potrei andare avanti per delle ore…

    • Ecco, appunto. Quando vedrò uno scrittore italiano debuttare con un libro come “Pyres” di Derek Nikitas inizierò a cambiare idea sullo stato della letteratura di genere nel nostro paese.

  39. E poi per favore: Gischler fa quindici lingue, una nomination all’Edgar e una all’Anthony, sceneggia Marvel, non mi toccate sto tasto perché fibrillo…

  40. Walt in ha detto:

    Bellissima, dotta discussione tra addetti ai lavori: davvero interessante. Interessa il parere banale di un semplice lettore che un paio di volte alla settimana passa in libreria a comprare libri che lo appassionino? Tanti tanti anni fa cominciai a leggere romanzi iperpubblicittati americani su investigatori e poliziotti (Connelly, Crais, Child, Baldacci, Martini …) provai anche qlche italiano (Carlotto, Camilleri) ma smisi subito: è come abituarsi al Brunello di Montalcino e passare al Tavernello. Poi, sempre tanti anni fa, mi innamorai di Elmore Leonard (e delle Iene di Tarantino), di quello che scrive e di come lo scrive e da allora ho sempre cercato con avidità scrittori di questo genere, decine di americani, qualche inglese e, finalmente, Matteo Righetto e Al Custerlina. Beh, a me non piacciono i gialli, i polizieschi e forse nemmeno tanto i noir mi piace quello che Elmore Leonard richiesto di definire il suo genere ha chiamato, crime novel.

    • Certo che interessa il parere di uno dei primi e più fidati lettori di questo blog! Poi, dai Walt, pure tu sei un esperto mica male e sicuramente più del titolare di Pegasus Descending. Leonard credo sia un autore dicotomico, o fa impazzire o fa storcere il naso – almeno leggendo i commenti dei lettori su aNobii et similia – ed è assolutamente vero che uno scrittore della sua portata, qui in Italia, non lo abbiamo. Io non saprei dire se mi piacciono di più i noir – ma forse sì 🙂 -, i polizieschi o la crime novel, mi piacciono i bei libri, quelli in grado di lasciarmi qualcosa dopo la lettura, di stupirmi, emozionarmi, farmi riflettere, quelli che mi fanno invidiare la bravura dei loro autori. Non ce ne sono molti in giro, ma da alcune parti più che in altre, ritornando alla solita domanda che ho già posto un paio di volte sul perchè lì sì e lì no.

      • Tra i commenti dei lettori su aNobii, com’è ovvio, si leggono considerazioni molto intelligenti e puttanate da adolescenti brufolosi. Il punto è che un altro scrittore della portata di Leonard non ce l’hanno nemmeno negli Stati Uniti. Leonard è un prestigiatore alla rovescia, uno che ti fa apparire semplicissime le cose più difficili, al contrario, che so, di un McCarthy che ti fa sembrare complicate le cose semplici.

  41. Lo so, Matteo, capisco e condivido il tuo punto di vista, ma ciò non toglie che gli autori italiani che potrebbero meritare o, meglio, che potrebbero crescere se aiutati, vengono ignorati da chi potrebbe dare loro una spinta positiva.

    Questa cosa non la volevo dire perché non spetta a me, ma mi avete tirato sul ghiaccio e la dico: se è vero che i miei libri possono essere un primo vagito di uno scrittore che potrebbe crescere, è anche vero che sono stato totalmente ignorato dalla carta stampata, dalla radio e dai festival importanti (nonostante la casa editrice di un certo livello). Allora, o io non valgo una cicca confronto a Gischler (per fare un esempio con un autore appena sbarcato in Italia, che, va detto, ha il massimo rispetto da parte mia), oppure c’è un comportamento grandemente esterofilo dei media importanti che mi/ci penalizza (e non solo a me, ovviamente).

    • Matteo saprà rispondere con maggiore accuratezza stante il suo lavoro, ma credo che il problema non stia tanto nei media, quanto nella promozione da parte della casa editrice. Strukul so che ha messo su un casino pazzesco quando è uscito Anche i poeti uccidono, dando fondo alla propria rubrica telefonica e a quella delle mail, segnalando, fornendo materiale, spedendo copie recensione. Io sto ancora aspettando la cover da parte della BC Dalai – dirai, tu mica sei un media importante. Vero. Però, bene o male, i miei pezzi compaiono quasi sempre nella prima schermata di Google, nei primi dieci, e così gli altri blog di settore -. Se non fosse stato per te che me l’hai spedita, avrei dovuto scannerizzarmela. Anche Gischler, senza il lavoro di Matteo, sarebbe passato sostanzialmente inosservato, come inosservato è passato un piccolo gioiello quale Galveston di Nic Pizzolatto, americano, edito Mondadori che non l’ha cagato proprio e infatti sta in un terzo, o forse meno, delle librerie di aNobiani rispetto al tuo Mano Nera.

    • Alberto, il fatto che tu sia stato ignorato mi sembra una precisa responsabilità della casa editrice, che evidentemente non ha ritenuto opportuno sbattersi più di tanto a livello di ufficio stampa. Spiegami perché il lavoro di promozione in rete devi farlo personalmente tu, Al Custerlina. Tu fai lo scrittore, a ciascuno il suo mestiere. Dove sta la differenza con il pubblicare per Perdisa (a parte, spero per te, un compenso migliore…)?

  42. Andrea, il lavoro della casa editrice è fondamentale e anche per questo Matteo Strukul ha tutta la mia ammirazione per ciò che sta facendo e per come lo fa. Ciò non toglie che anche una casa editrice come BCDe possa essere ignorata quando va a proporre un autore italiano ai media, a meno che tu non stia parlando di “comprare” recensioni e partecipazioni a trasmissioni o festival.
    Riguardo ai blog, mi piacerebbe sapere quanti visitatori UNICI può avere un articolo come questo sul quale stiamo discutendo.

    • Sui visitatori unici non so risponderti, non so come wordpress calcoli le statistiche per singolo post. Pegasus Descending ha circa 500 lettori unici al giorno e altri siti come ThrillerCafè o l’AngoloNero suppongo molti di più, almeno a giudicare dal numero di fan fb. A mio avviso internet sta innovando il modo di fare e parlare di cultura, anche se comprendo come il mio possa essere interpretato come un parere smaccatamente di parte! 🙂 Comunque ci ho pure scritto un capitolo di una tesi di laurea sul marketing culturale.

      Non so se le partecipazioni ai festival o le recensioni si comprino o meno, faccio un altro mestiere, e cioè il commesso in un Blockbuster. Però non credo che la Meridiano Zero possa permettersi di spendere soldi per articoli su questo o quel quotidiano. Se gli ottimi libri di un autore come te vengono ignorati dai media la “colpa”, se così possiamo chiamarla, è imputabile a due soggetti: i media che fanno cagare e sono dei marchettari impenitenti – e allora ben vengano i poveri blog di appassionati – e gli uffici stampa forse dovrebbero fare in maniera diversa il proprio lavoro.

  43. “una letteratura perturbante e non consolatoria” è una cosa scritta da Wu Ming, un po’ di tempo fa. la frase campeggia (nel senso che ha fatto le tende) sul mio vecchio blog da qualche anno. credo che sia questo il punto, che riguarda il noir ma non solo il noir. la tendenza a “strizzare l’occhio al mercato” può produrre sia bei romanzi che solenni schifezze. non la vedo malvagia in sè. dipende, da contenuti appunto. la forma, se si vuole essere “popolari” potrà essere più o meno semplice. certo è che Wu Ming raggiunge buone vette di vendita senza rinunciare a una certa complessità di linguaggio. ma io credo che conti molto la “profondità” di quello che si racconta. in un’epoca già di suo “liquida”, dove tutto scorre e si consuma in un amen, e dove la semplificazione esiste ed è pretesto (politico, anche se negato) per farci vivere in un eterno trullalera di festa commerciale, occorre fare crepe in un sistema che sta portando alla distruzione culturale di questo Paese. credo di avere colto questo nell’intevento di Al, e lo condivido. e credo che sia più importante dello stabilire cosa è morto e cosa no.

    sugli autori italiani e stranieri, al di là delle lamentele personali (cui mi unisco) basta uno svedese che vende che ci ritroviamo sommersi da palate di romanzi che ci narrano di come uno svolti in holmagatan piuttosto che prenda il traghetto per Oslo o per qualche posto del nord. e via così. gli autori italiani (escluso me, compresi i presenti su codesta pagina) dovrebbero essere promossi, stimolati e aiutati. se si facesse solo un decimo di quel che si fa con i nordici, sarebbe già tanto.
    tra gli autori da recuperare metterei anche un certo Ledesma.

    • Francisco Gonzales? Su Pegasus Descending trovi la recensione di Storia di un dio da marciapiede. Ledesma è un ottimo autore, ma anche in questo caso e tornando a discorsi di marketing e uffici stampa, non è che la Giano si ammazzi per sponsorizzarlo. La cover l’ho recuperata su Google e il sito internet, oltre a non mettere in contatto con nessuno, è pure costantemente non aggiornato. Io credo molto in internet, anche perchè la maggior parte delle novità editoriali, recensioni e interviste le leggo sul pc e non su un quotidiano. Anche perchè come si fa a stare dietro a tutti i quotidiani nazionali tutti i giorni? Oltre al tempo, i soldi, Venti euro al giorno. Internet è free e quasi tutto si trova su blog o siti.

      Per quanto dicevi sopra, invece, io credo che siamo sempre alle solite: bei romanzi – brutti o mediocri romanzi. I bei romanzi, prima o poi, vengono sempre pubblicati e ai loro autori il giusto merito per la loro fatica. I brutti o mediocri vengono pubblicati solo quando fanno vendere, perchè le case editrici sono, ricordiamocelo, aziende. Quella dei nordici è una moda, come quella dei serial killer psicopatici – due palle… -, analoga all’attenzione – e mi faccio una grassa ghignata – all’ambiente che hanno le case di automobili. Mode fini a fare cash.

      • sì proprio lui. Giano è inesistente, come molti altri editori. non sono così sicuri che i bei romanzi vengano sempre pubblicati (han pubblicato me, quindi pubblicano anche quelli brutti) :0).
        scherzi a parte, è come vengono pubblicati, poi promossi ecc ecc ecc quello che conta.

  44. @Luca: concordo in pieno su Leonard e i commenti di aNobii che sono, a mio avviso, una sorta di termometro demoscopico della letteratura. Su McCarthy: probabilmente anche perchè le cose all’apparenza semplici, sotto sotto, rivelano una loro complessità.

  45. Certo che è così, Andrea: portavo l’esempio di McCarthy e Leonard per illustrare due modi totalmente opposti di raggiungere lo stesso risultato.

  46. A completamento riporto Wu Ming 1, da Giap del dicembre 2008.

    “A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei “buoni”, sul punto di vista dei “cattivi”, sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro. Insomma, voglio la possibilità dell’epica, e voglio che si mettano le mani nel tragico. Solo se c’è tutto questo, a mio avviso, si può fare una scrittura che, senza svilirsi, abbia anche valore sociale e politico. Altrimenti si produrranno espressioni piatte e si tradirà lo specifico della letteratura, che è lavoro sulla connotazione, cioè sui sensi figurati, e sulle metafore, sull’allegoria.
    Sulla poesia delle cose.
    Siamo scrittori, non estensori di volantini. E’ una banalità di base, ma soltanto tenendola a mente si potrà, senza produrre robaccia, dare un contributo civile. “

  47. @Al @Andrea: Carissimi, dunque sul lavoro fatto per Gischler io non dico nulla, non è mio compito, cito semplicemente un dato secondo me significativo: se prendiamo l’ultimo libro di Gischler e l’ultimo libro di Winslow – e parliamo di Einaudi – e consideriamo la carta stampata che conta (Corriere, Repubblica, Sole, TTL, Venerdì, D Rep. delle Donne) il risultato dice 5-2 per Mzero.

    Fatta questa premessa il punto è: l’ufficio stampa di Mzero come di Mfax, Marcos Y Marcos, Isbn, per dire, deve concentrarsi su un certo numero di uscite annuali, privilegiando quelle forti. Quindi diciamo 7-8 libri su 25. L’ufficio stampa di Baldini & Castoldi ha sicuramente altri numeri, certo sono anche di più nell’ufficio stampa. Ora: perchè Baldini spinga Custerlina come Gischler (secondo me) deve ritenere Custerlina una priorità nel suo catalogo dell’anno. Io non so se è o non è così ma questa è la croce e delizia delle grandi case editrici.

    Mzero come diceva giustamente Andrea spesso si gioca tutto su certi autori: se Gischler non fosse andato bene su stampa e internet noi non avremmo fatto il nuovo Gischler. Aggiungo: è andato così bene che Newton Compton gli ha preso due libri al triplo di quello che paghiamo noi. Il che per noi è un bel problema. Ma anche no perchè Gischler continua a scrivere e sa perfettamente che Newton Compton può dargli ottima visibilità in libreria ma forse – e sottolineo forse – poche recensioni o interviste sulla stampa, magari non lo invita in Italia, magari il suo ufficio stampa non beve otto grappe insieme a lui a sera. QUESTA SI CHIAMA CONDIVISIONE TOTALE. E infatti GIschler l’ultimo libro che ha scritto lo ha dato a noi.

    Siamo piccoli ma molto aggressivi e spesso le battaglie per un autore sono da vita o morte. Per un grande editore non c’è questo problema, si lavora su numeri molto più grandi e ne viene fuori che un ottimo autore può non avere l’appetibilità commerciale di un pessimo autore. Terrificante ma vero.

    Carlotto è un esempio: sta con una casa editrice media e stravende. Come mai? Perchè è diventato una priorità assoluta per la sua casa editrice. Però la E/O lo segue alla grande. Qua sta tutta la differenza fra grandi e medi e piccoli. E Carlotto è un grande autore che vende molto bene. La quadratura del cerchio. Con una casa editrice di medie dimensioni.

    Guardate un’altra cosa: nessuno rischia mai su un esordiente, nessuno dei grandi, a parte qualche caso isolato. Molto meglio aspettare che una casa editrice piccola si scanni per far andare sotto i riflettori l’autore e poi ci penserà un grosso gruppo editoriale a strapparlo a quelli che si sono battuti per farlo conoscere.

    @Walt: sei un grande, non dire cazzate, le tue opinioni contano un casino.

    @Sergio: condivido in parte quello che dici, sul discorso profondità e complessità di linguaggio in parte dissento. Il grande difetto degli autori italiani é che si prendono costantemente troppo sul serio, parlano continuamente di sé e non si pongono dal punto di vista del lettore, certo non vale mica per tutti, e poi hanno tendenzialmente un altro grosso problema: non riescono a ridere e a far ridere. Quasi mai! Gravissimo!

    • Grazie Matteo per questo tuo dietro le quinte di un ufficio stampa!! Sugli esordienti: anche quando ci puntano – ancora Pizzolatto -m traducendoli, rimangono comunque sempre sullo sfondo, meglio spendere cariolate di euro per Ken Follett – che porterà tir e vagoni di euro – piuttosto che due lire per far sapere, almeno, che il romanzo è uscito. Certamente il lavoro di talent scout lo fanno i piccoli, altrimenti questi stessi piccoli non esisterebbero.

      E tieni duro con le grappe, perchè mi sa che il Victor è uno che tracanna!

    • Carlotto è un caso limite: un autore che, pur di restare legato alla casa editrice che gli ha dato fiducia quando non era nessuno, ha rifiutato lauti contratti con alcuni tra i maggiori editori italiani. Esempi così si contano sulle dita di un monco.

      Per quanto riguarda la Newton, possono anche pagare Gischler il triplo, ma se poi lo affossano con una traduzione inadeguata è come buttarlo dalla finestra (e il silenzio sotto cui è passato Uccidere o essere uccisi di Duane Swierczynski mi sembra abbastanza significativo). E’ abbastanza grottesco spendere un sacco di soldi per comprare i diritti quando poi si vuole risparmiare sulle traduzioni.

      Intendiamoci, anche Meridiano Zero mi paga poco, rispetto a quanto prendo altrove:-)), ma il fatto che io continui a tradurre per loro significa che tra le varie componenti della casa editrice – traduttore compreso – esiste proprio quella che Matteo definisce “condivisione totale,” ovvero mettere in piedi cose che non è attualmente possibile realizzare altrove. Lo stesso vale per il romanzo di Carl Hiaasen di prossima uscita.

      • Walt, hai sentito che arriva il nuovo Hiaasen? Avevo recensito Uccidere o essere uccisi su Pegasus Descending oltre un anno fa e da allora continuo ad aspettare altre cose di Duane, invano. E la cosa mi dispiace molto, avevo goduto parecchio con quella lettura. Comunque è bello sentire che non tutto è piegato al vil denaro, che è bene che ci sia, non facciamo gli idealisti del menga, però tutto ha un limite.

      • credo più unico che raro, il caso di Carlotto.

    • sul ridere è vero verissimo. manca l’autoironia. Camilleri non sarà noir, ma quando parla almeno ti fa ridere. concordo sul fatto che i rischi le grandi li fanno prendere ai piccoli e poi si pappano quello che gli fa fare soldi. però è anche il mercato, bellezza. non possiamo illuderci che non funzioni così. negli States rischiano tutti? non lo so, ma non credo, anche perchè la platea dei lettori è molto più ampia. ma evitiamo di piangerci sul solito discorso che in Italia non si legge ecc ecc. solo che se non avessero lettori anche negli States lancerebbero molto meno autori. credo.

  48. Ecco Matteo Righetto riesce a far ridere, anche. Questa non è affatto una deminutio, anzi, è una cosa grandissima. Significa scrivere per il pubblico. La cosa più importante. Se devi scrivere per te stesso, non fare lo scrittore dico io.

    • Ma nessuno scrive per se stesso, chi lo dice dice cazzate perchè si crede un intellettualone della minchia, dai! Sul ridere, dipende dal lavoro: ci sta a pennello in un Gischler o in un Hap&Leonard – a proposito, pronti per il Devil Red tradotto da Luca Conti e in uscita il 30 settembre? – e stonerebbe in un Nisbet o in altri autori ancora più cupi, es. Pagan.

  49. Walt in ha detto:

    @Al Custerlina @Matteo Righetto: tranquilli! Siete grandi! Siete divertenti! Siete bravi e scrivete bene, avete la capacità di immaginare storie straordinarie e originali. Avrete tutto il successo che meritate, ne sono sicuro. Certo, la via più veloce sarebbe se foste pubblicati all’estero, poi vi scoprirebbero e vi apprezzerebbero in Italia. Questo è un paese provinciale, di serie B, ma soprattutto schizofrenico. Convivono qui punte alte della cultura, dell’arte, dell’intelligenza e la più basse: Berlusconi, Fini, DiPietro, Gaucci, Veltroni e Vendola, Pippobaudo, Rai e Canale5, i film impegnati e i Cesaroni, una cialtrona come la figlia della Sandrelli si permette di disprezzare Quentin Tarantino. E ci siamo abituati a questo squallore, ci sembra la normalità, perciò quando in libreria vedo un libro scritto da un italiano penso che sia un’altra cazzata come quelle sul bancone, la biografia di Totti o i pettegolezzi di Signorini. Ma tutto sta cambiando, con internet niente sarà più come prima. Può succedere che uno come me legga questo fantastico blog (o Sugarpulp) e scopra i romanzi Di Al Custerlina e Matteo Righetto. E questo accadrà a 10, a 100, a 1000 pesone …

  50. Dunque sempre per dovere di cronaca: se dici che il romanzo è tradotto da Luca Conti ed è un noir, tanto per cominciare il giornalista ti sta ad ascoltare. Questo non per sviolinare, Luca non ne ha bisogno, quanto per dire che poi sono tante le cose che contano. La traduzione è una di quelle. Certo, poi succede che nelle recensioni il nome del traduttore venga sempre citato troppo poco, annosa questione che spero troverà prima o poi soluzione. Sì con Luca c’è condivisione totale, per quanto mi riguarda, e spero che a breve si riesca ad affidargli un altro autore pazzesco che facciamo l’anno prossimo. Swierczynski è un esempio lampante e perfetto di quello che andiamo dicendo, un altro è Patrick Quinlan, altro fenomeno. Come detto, avrei decine di autori da proporre e Luca credo centinaia, spesso i nomi che abbiamo in mente coincidono.
    Certo che nessuno scrive per sé stesso, dico che l’atteggiamento è quello. Cioè tu autore scrivi per gli altri e pretendi di vendere pensando a te…ragazzi non ci siamo. Ci vuole dedizione e attenzione al pubblico. Lansdale insegna: è diventato un mito n Italia venendoci un mese all’anno negli ultimi dieci.

  51. Aggiungo un’altra cosa: dobbiamo fare più spesso discussioni di questo tipo. Sto cercando in tutti i modi da quando sono a Meridiano Zero di fare in modo che la casa editrice sia la casa editrice dei lettori, dei recensori, degli amanti del noir. Mi piacerebbe avere una condivisione con chi compra, legge o recensisce i nostri libri a tutto campo. Ad esempio cose del tipo: raccolta firme perché un autore x venga tradotto in Italia, contest per la scelta del titolo per il nuovo romanzo di Gischler, idee per una copertina, cose così non lo so, ho una visione romantica del pubblico – e sono un coglione – però crdo che rete, blog, casa editrice, lettori, critici debbano influenzarsi e stimolarsi il più possibile. Vedo la casa editrice come un gigantesco collettivo. Senza Pegasus saremmo un po’ meno letti, senza Sugarpulp, Non Solo Noir o Liberi di scrivere saremmo un po’ meno letti, senza Luca Conti saremmo meno letti, capite cosa intendo? Qualcosa del tipo: ehi ci sono 500 persone che vogliono di sicuro il nuovo Swierczynski – partiamo da qui! Così poi magari ne vendi 5000

    • Io ci sto. Sempre presente. Basta fare un fischio! 🙂

    • Vitandrea in ha detto:

      Uau, discussione lunga e molto interessante, soprattutto perché svela i dietro le quinte delle case editrici a comuni lettori come me e Walt. Questo commento di Matteo Strukul mi ha colpito parecchio, per l’intenzione di coinvolgere i lettori in alcune attività della creazione del libro in versione italiana. Mi ha fatto venire in mente quando i fan italiani del telefilm Angel, di Joss Whedon, si sono messi d’accordo per proporre traduzioni coerenti con l’originale dei titoli degli episodi. E questa cosa ha funzionato per tre stagioni!

  52. @Matteo, quel che dici è molto interessante. Su Anobii avviene già. Non è proprio tutto brufoloso, anche perchè se ci si vuole confrontare con i lettori bisogna spaer accettare di tutto.

    • Però su aNobii il rapporto è, come dire, passivo, cioè il libro c’è già e i lettori commentano, consigliano, sconsigliano etc. Forse Matteo sogna un rapporto più attivo, ad esempio la richiesta esplicita di un nuovo Swierczynski – o un nuovo Lehmann…-. Sulle copertine sarebbe forse più facile, credo che il grafico produca più versioni, sarebbe bello poterle scegliere tramite commenti o mail dal sito o sul blog. Cose così.

  53. Eh eh appunto appunto – su Lehmann touchè eh eh – però guarda l’anno prossimo abbiamo una serie di uscite nei primi sei mesi veramente fiche con almeno due-tre neri da urlo!

  54. @Matteo, dopo il mio primo UOMINI E CANI (di cui, vuoi per l’aura molto “cool” che si porta appresso la mia casa editrice, vuoi perché magari è un romanzo che qualcosa da dire ce l’aveva sul serio, i giornali parlarono tanto) venni contattato da alcune delle major che fanno il bello e cattivo tempo quaggiù: a malincuore e tra mille incertezze (non ci dormii la notte, inutile fare il duro), decisi nonostante tutto di rimanere con chi aveva creduto in me: ISBN, anche se è nata come costola “gggiovane” e sperimentale de IL SAGGIATORE, -quindi sotto l’ombrello di un editore importante e di peso – è sicuramente oggi una di quelle realtà editoriali di media portata nel cui novero ci siete anche voi di M.Zero e con cui condividete la straordinaria opera di scouting. Io mi feci due conti: avevo e ho un editor bravissimo che ormai posso definire anche un amico, un ufficio stampa puntuale e motivato che mi scrive ogni giorno per tenermi aggiornato su tutto, e una copertura mediatica in fondo invidiabile, che sovente mi ha messo in contatto con persone che sino a qualche anno fa pensavo mille miglia lontane. Insomma, ho preferito rimanere un reuccio a ISBN piuttosto che rischiare di essere uno dei tanti altrove.

    Cio nonostante confesso di provare una certa invidia quando vedo la mia amica Michela Murgia (ciao Michela:-) cresciuta nella mia stessa scuderia a ISBN, sul palco del Campiello. E non già per una questione legata a chissà quale forma di revanscismo (lei ha fatto la sua scelta, io la mia, lei ha scritto un libro meritevole di riconoscimenti, anche i miei di tantyo in tanto qualcosa se la portano a casa), o di soldi (sì, anche quello, per carità, i miei anticipi sono nella media e potrebbero ovviamente essere meglio, ma questo meriterebbe un capitolo a parte noiosissimo). La cosa che più mi addolora è sapere che il mio «universo letterario» faticosamente costruito in anni e anni di gavetta, i miei personaggi, i miei Pietro Lu Sorgi o Nando Manicomio, con tutto il loro potenziale, facciano una fatica incredibile per raggiungere solo un terzo dell’attuale bacino di riferimento di Michela. E questo è un dato figlio ANCHE della mia scelta di restare con chi mi coccola. Spero sia chiaro quello di cui sto parlando, non voglio né dire che Michela non merita il suo successo (è bravissima, e lo sa) né che la mia casa editrice non stia facendo un lavoro stupendo (ho firmato anche per il prossimo romanzo con loro, figuriamoci). Però così stanno le cose. E ha ragione Al quando riferisce di quanto i media sappiano ignorare un buon libro, solo perché magari non rientra nei parametri dettati da chissà quale mercato. Vabe’, scusate la tirata, magari troppo ego-riferita…

  55. @Sartoris: Omar, niente da dire, Luigi Carrino ha fatto lo stesso con noi e gliene va reso merito, Gischler per certi aspetti ha fatto lo stesso e potrei citare la Nothomb per Voland, in fin dei conti però non capisco bene l’ultima parte del tuo discorso…per come l’ho capita io avverto un filo di … ma però… magari mi sbaglio.
    Ad ogni buon conto sono d’accordo con te, se un libro con Mzero vende 10.000 probabilmente con Einaudi poteva vendere 50.000-100.000 copie e infatti mica mi offendo se un autore ci dice “voglio andare da un’altra parte” ci mancherebbe altro, d’altra parte apprezzo chi nonostante tutto vuole continuare con noi e magari vende 1.000 col primo 5000 col secondo e 10.000 col terzo. Certo se poi sei Gischler e hai Simon & Schuster negli States + la Marvel + la Gallimard e la Piper ecc. magari Mzero in Italia ti va benissimo però è un fatto che, grazie a noi, lui in Italia ha venduto i diritti di 5 libri (3 con noi) e 2 con Newton, ultimamente si becca dei buoni anticipi e anche con le royalties non casca affatto male e oggi è convinto che l’Italia possa diventare il suo secondo mercato. Quello che conta secondo me è darsi un tempo: sono uno scrittore italiano, resto con te editore per tre libri e vediamo quanto cresciamo insieme, se alla fine non sono del tutto soddisfatto posso cambiare…

    • Arrivo dopo la polvere, ma da lettore/libraio/sceneggiatore vorrei ringraziare Andrea e tutti gli intervenuti: la discussione – letta tutta insieme – offre degli straordinari stimoli da approfondire (alcuni autori citati che – colpevolmente – non conosco ancora), delle preziose informazioni su dietro le quinte e lo spunto per un’osservazione.
      I luoghi e occasioni come questa (nate da un sasso nello stagno, come l’ha definito Andrea), se affrontate e vissuti in maniera matura permettono di creare momenti di confronto i cui risultati positivi non tarderanno ad arrivare.
      La consapevolezza del proprio ruolo, del proprio approccio alle cose (chi scrive, chi traduce, chi fa da ufficio stampa, chi distribuisce, chi vende, chi legge), è un bene prezioso che troppo spesso non viene considerato.
      A mio avviso è ciò che veramente ha bisogno di essere tutelato, alimentato, unitamente al senso di responsabilità.
      Tutto ciò prescinde dal fatto che uno scrittore scriva di commissari o che un lettore prediliga il noir ungherese, ma ha a che fare con l’onestà intellettuale con cui ci relazioniamo (direttamente o indirettamente) col nostro interlocutore (un rigurgito di cattolicesimo mi farebbe dire “col nostro prossimo”).

      • Grazie a te Emo, in effetti speravo che interevenissi pure tu, perchè di cose da dire ne hai a vangate! Personalmente credo molto nei blog, nella speranza che questi rimangano spazi personali in cui si riesca veramente a dire quello che si pensa su un libro, a discutere in diretta con un autore, a scambiarci informazioni e pareri perchè non è umanamente possibile leggere tutto e conoscere tutto. Ovviamente l’onestà intellettuale è un requisito imprescindibile e, per quanto mi riguarda, anche l’unica garanzia che posso dare a chi mi legge: quello che scrivo è quello che penso. E non prendiamoci troppo sul serio, sorridiamo della nostra passione e dele nostro cibo per la mente. Sono convinto che se tutti ridessero una volta in più al giorno e leggessero un libro in più alla settimana, il mondo sarebbe un posto migliore, con gente più felice, rilassata e con facce meno perennemente incazzate. Ma so pure che questa è un’utopia da repubblica platonica. Però vorrei che fossero almeno attributi di chi legge Pegasus Descending. E’ questo il contributo che spero di fornire e la mia parte di impegno. Se ci riesco o meno, non so, però ci provo.

  56. Ah, specificazione: poi non tutti gli editori indipendenti sono uguali. Quando parlo di questo tipo di editori mi riferisco a quelli realmente presenti sul mercato, in libreria, sui giornali che poi come indipendenti non sono più di una quindicina, non so se mi spiego…

  57. @ Matteo, è proprio l’idea di un percorso che non si fermasse solo a un libro che mi ha convinto a restare con ISBN. Non so cosa traspare dalle mie parole, sicuramente sto valutando delle cose, comunque quello cercavo di mettere a fuoco è il travaglio che porta un autore a raggiungere un grosso pubblico… che è evidentemente (su questo non ho dubbi) un cammino fatto di esperienza, scrittura, ricerca e sicuramente di uno sguardo a campo lungo (Coppola e Papi, quando più di tre anni fa mi proposero la pubblicazione mi convinsero con un la frase “ci interessa uno scrittore, non UN libro”).

    Convengo con te, comunque, non tutti gli editori indipendenti sono uguali.

  58. no no figurati capisco il discorso nun fa una piega

  59. Più che altro, dati i nomi coinvolti dalla discussione, avrei da ascoltare e leggere a vangate, ma grazie per l’apprezzamento.
    Per il resto, sono d’accordo con te.

  60. Fabio Lotti in ha detto:

    Intervengo attratto dalle parole riso e sorriso (all’infinito) di Pegasus che sembra quasi anticipare un mio articolo per il blog del giallo Mondadori. Sono d’accordo. Un pò di riso e sorriso non fa mai male…:)

    • Finalmente Fabio, benvenuto su Pegasus Descending! Io la intendo così la letteratura, un divertimento infinito. E per questo non bisogna mai prendersi troppo sul serio e poi… ogni cosa seria può essere detta con il sorriso sulle labbra e in modo lieve. O, almeno, io la penso così. Aspetto il tuo pezzo sul blog del GM allora! 🙂

  61. Fabio Lotti in ha detto:

    Sì, però aspettati soltanto il solito guazzabuiglio lottiano e niente di più. Sul noir morto che ti devo dire? Ho visto tanti morti in vita mia…:)

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