Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Cella 211 – Francisco Pérez Gandul

Cella 211

CELLA 211
di Francisco Pérez Gandul
ed. Marsilio
Traduzione di Fabio Cremonesi

Che il lavoro sia una condanna per l’Uomo lo si era capito ormai da un sacco di tempo. L’ora et labora oppure “il lavoro nobilita l’uomo” sono stronzate che vanno bene per chi non ha altro scopo nella vita, altra passione che gli suggerisca che, forse, il poco tempo a disposizione è bene spenderlo in modo più costruttivo e soddisfacente. Oppure per coloro che ormai si sono rassegnati e un inganno per il cervello e la propria coscienza bisognerà pur trovarlo. Sono pochi i fortunati che hanno l’impagabile privilegio di poter svolgere il lavoro dei propri sogni, quello in grado di combinare l’hobby e la passione dell’innamorato a una fonte di guadagno in grado di sostentarli. È veramente cosa loro il Paradiso, seppur il grigio, la noia e l’assuefazione siano sempre dietro l’angolo anche dove scorrono fiumi di latte e miele.

Pochi, credo, abbiano espresso da bambini il desiderio di fare il secondino in un carcere di massima sicurezza. Insomma, se mio figlio, alla consueta domanda su cosa vuoi fare da grande, rispondesse il secondino a San Vittore o all’Ucciardone, beh, inizierei a preoccuparmi. Juan Olivier, il protagonista di Cella 211, romanzo d’esordio dello spagnolo Francisco Pérez Gandul, si ritrova a fare questo mestiere. Ha studiato legge, ha vinto un concorso e come ricompensa si è ritrovato un lavoro di merda e uno stipendio statale. Per fare bella impressione sul proprio capo – fottuto leccaculo – si presenta un giorno prima sul posto di lavoro. Già trovo immorale lavorare gratis, figuriamoci se poi tutto ciò abbia come unico fine quello di slinguazzare le chiappe di qualche superiore. Insopportabile. Ma la nemesi è lì, proprio tra una cella e l’altra, e ha le sembianze di un mancamento che fa stramazzare al suolo Juan nel braccio di massima sicurezza del carcere e proprio mentre il boss Malamadre dà inizio ad una delle rivolte più sanguinose e clamorose della storia carceraria della Spagna.

I colleghi di Juan non hanno il tempo di trasportare via l’esanime Juan, deponendolo, invece, all’interno della cella numero 211, in quel momento vuota. Grazie ad una serie di casualità e di astuzie, Juan riesce a camuffarsi da delinquente al gabbio e a mimetizzarsi tra gli altri galeotti. Il giochetto di prestigio gli riesce così bene che in breve tempo diventa il braccio destro dello stesso Malamadre, arrivando addirittura ad insidiarne la leadership.

Una serie di vicende lo porteranno poi a dover tirare fuori i denti per sopravvivere in quell’ambiente fino a pochi giorni prima ostile e ignoto, scoprendo, infine, quanto sia facile varcare quella immaginaria soglia che separa il Bene dal Male, la giustizia dalla cieca e bruta vendetta.

Cella 211, da cui è stato anche tratto un omonimo film firmato dal regista Daniel Monzon, è un thriller riconducibile al sottogenere carcerario, soluzione ambientale che consente al suo autore di esplorare appieno la reazione di un uomo normale messo nel posto sbagliato al momento sbagliato e in un luogo in cui tutto ciò che siamo abituati a considerare normale e in grado di regolare le nostre vite e la nostra convivenza con il prossimo viene a cadere.

Particolarmente interessante e riuscita è la metamorfosi del protagonista Juan Olivier, esempio letterario di come basti un niente per trasformare un futuro burocrate di belle speranze in un criminale violento e autoritario. Cella 211 è forse un’elegia di come e quanto le nostre esistenze siano dominate dal Fato e dagli eventi e di quanto, al fine della nostra sopravvivenza, sia necessario modulare e adeguare le nostre azioni e reazioni alle situazioni in cui ci troviamo a dover convivere. Tanto Juan quanto Malamadre sono due esempi di quanto appena detto. Il romanzo trova, inoltre, un estremo motivo di interesse nella soluzione narratologica messa in atto da Gandul per far procedere la sua narrazione: il racconto è frammentato in tre differenti punti di vista – quello di Juan, di Malamadre e quello di un secondino – che sovente si trovano a narrare la stessa azione ma da tre punti di vista diversi, dimostrando tutta la relatività della realtà e il mutamento di percezione dovuto all’occhio e alle motivazioni dell’osservatore. Tale maniera di raccontare, per quanto intellettualmente e letterariamente interessante, può risultare a tratti di difficile lettura e di ostica focalizzazione della vicenda stessa, soprattutto nel caso di Malamadre, per il quale Gandul ricorre a un ininterrotto flusso di coscienza, oppure alle eccessive divagazioni di Juan che, improvvisamente, spostano il focus dell’attenzione del lettore da una vicenda già di per se stessa intricata a facezie varie e sparse, forse bisognose di una sforbiciata più robusta.

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