Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

I corpi neri – Shannon Burke

I corpi neri

I CORPI NERI (Black Flies)
di Shannon Burke
ed. ISBN
Traduzione di Seba Pezzani

Quando Ollie Cross, da poco laureato, non riesce a superare il test per l’ingresso alla scuola specialistica di medicina, deve necessariamente trovarsi qualcosa da fare, un lavoretto che gli consenta di pagarsi l’affitto, mantenersi e contemporaneamente prepararsi meglio per l’anno successivo e un secondo tentativo con i test d’ingresso. Fare il paramedico è la scelta giusta, quella in grado di combinare quanto detto sopra all’applicazione pratica delle future cose che andrà a studiare una volta superato il benedetto test d’ammissione. Scegliere Harlem è forse un azzardo, una fogna di posto che farebbe sembrare il peggior cesso di Edimburgo un ameno chalet di montagna: “Strade lerce, fermate della metropolitana in stato di abbandono, bidoni traboccanti spazzatura, ratti, appezzamenti vuoti pieni di detriti. Ecco com’era Harlem nei primi anni Novanta. I distretti più violenti della città erano il 32° di West Harlem e il 34° di Washington Heights. Era esattamente la zona assegnata alla nostra squadra e noi ne andavamo fieri. […] Eravamo molto spesso all’interno di edifici abbandonati, sbarrati, privi di energia elettrica e riscaldamento. L’espressione <<zona di guerra>> veniva usata in continuazione. Ci avevo fatto l’abitudine.” [pg. 65-66]

Il paramedico Cross è il protagonista de I corpi neri del giovane scrittore americano Shannon Burke. Tutto il libro è una sequenza di interventi, anche se i macrogruppi all’interno dei quali questi ultimi possono essere riassunti sono presto detti: ferite d’arma da fuoco, overdosi et similia, situazioni patologiche figlie del degrado più estremo, personale e sociale. Questa, ripetiamolo, è l’Harlem dei primi anni Novanta, la Cura Giuliani era ancora ben lontana dal sortire qualche effetto e Manhattan, invece, era sempre lì, ferma e brulicante, poco lontano.

Al dettaglio per l’intervento medico e paramedico la narrazione di Burke è intervallata con la descrizione delle vicende personali, a fortissimo connotato introspettivo, con la vita della propria stazione di pronto intervento e dei suoi abitanti. Questo piccolo gruppo di persone è quasi un laboratorio per lo scrittore, con le loro estreme differenze e il differente approccio a una professione che quotidianamente sbatte loro sotto il naso e davanti agli occhi il peggio del peggio di quello che può succedere in una grande metropoli come New York e, in senso più lato, all’essere umano inteso allo stesso tempo come individuo e come aggregato sociale.

È il mutamento il vero, grande protagonista de I corpi neri. Il mutamento dell’uomo davanti al dolore. Forse il lavoro di Shannon Burke è una spiegazione plausibile alla viscerale stronzaggine di una larga fetta della classe medica, almeno di quella con cui mi è capitato di avere a che fare nella mia esperienza. I medici stronzi si allevano fin dal loro ingresso in università mediante l’immersione della matricola in un brodo di coltura fatto di gente ancora più stronza e la fidanzata del protagonista, Clara, una saccente e perfettina studentessa di medicina, è il prototipo estremamente veritiero della studentessa media di questa specifica facoltà universitaria. Quello di Burke è stato un autentico capolavoro di sintesi. Ma volendo volare alto è anche possibile giustificare tutto ciò non con una innata arroganza da parte di chi tutti i giorni si confronta con la malattia e il dolore, ma con la loro assuefazione al dolore stesso: “[…]e strasene lì a osservare la scena senza scorgere altro che un pezzo di carne, senza provare altro che irritazione per essere quello che se ne deve occupare. È un modo di proteggersi, questa insensibilità, ma porta con sé un rischio che è proprio di questa professione. Quando tutto è senza senso, comprese la vita o la morte delle persone che ti stanno intorno, allora la porta è aperta alla possibilità di essere malvagi, fottutamente malvagi.” [pg. 2]    

Shannon Burke

È l’assuefazione al dolore a produrre l’indifferenza al dolore stesso che accomuna alcuni dei protagonista del romanzo di Burke e che, alla fine, attanaglia pure Cross. E dall’indifferenza all’odio e alla rabbia il passo è breve: “Mi sembrava di odiare chiunque mi stesse intorno, tutti quegli sciocchi che non si erano mai resi conto che noi siamo solo un ammasso di sangue e tubi e merda e bile, e che continuavano ciecamente a condurre le loro esistenze idiote. Decisi che non mi sarebbe importato se non avessi mai più visto nessuno di loro.” [pg. 206-207]. Quello che i paramedici di Harlem vivono nella loro professione è una immersione cronica in mezzo a un bombardamento di immagini, suoni e odori che richiedono abitudine e indifferenza per poter essere sopportati. Il cervello, per sua naturale attitudine e biologia, è fatto per abituarsi. A tutto. Al bello e al brutto. Al piacere e al dolore. È lo stesso processo che porta noi, uomini medializzati e sotto il continuo attacco delle immagini shock che la televisione a caccia di audience e di pubblicità ci propina ogni santo giorno, a diventare indifferenti nei confronti del dolore e della tragedia umana. O così o muori o diventi pazzo. E allora, il risultato, è un popolo di indifferenti. Se nulla conta niente importa.

La stazione dei paramedici di Harlem è per Burke un modo di trasporre sulla carta con il suo stile minimalista, crudo e di una efficacia sbalorditiva, tutto ciò. Ogni singolo paramedico è il risultato di un personale processo di metabolizzazione del dolore. Allora LaFontaine è un cinico bastardo e un po’ sadico, Verdis una sorta di novello samaritano empatico, Rutkovsky – la figura più straordinaria e tragica dell’intero romanzo – uno sconfitto che ancora non sa di esserlo, uno che, ormai, ci ha rinunciato. A cosa? A tutto e, in particolare, a quella sua componente umana che sotto la cenere del rogo dei sentimenti continua a spuntare imperterrita affondando sempre più le ferite nella carne del paramedico. Ollie Cross è sballottato tra tutte queste personalità, tra tutti questi affreschi dell’umano con le loro infinite sfumature di risposta, umana, al dolore cronico, sempre sull’orlo del precipizio dell’indifferenza e “del nulla importa” di cui sopra, sempre sulla soglia di sostituirsi a Dio o al destino o a tutti e due.

I corpi neri di Shannon Burke è, in definitiva, un romanzo semplicemente stupendo, uno di quei lavori capaci di riconciliare anche il lettore più disilluso con la letteratura e la sua infinita capacità di parlare di noi stessi. Forse anche per queste ragione il regista di The Wrestler, Darren Aronofsky, sta lavorando alla trasposizione cinematografica di questa storia.

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4 pensieri su “I corpi neri – Shannon Burke

  1. Valter in ha detto:

    Sulla copertina si legge ” tra Dostoevskij e Dr House”, sinceramente mi pare azzardato se non addirittura fuori luogo ( soprattutto il confronto con lo scrittore russo); detto questo, il romanzo mi è piaciuto, un pugno nello stomaco e ( spesso) al cuore
    Sarà interessante vedere la trasposizione cinematografica di Aronofsky magari facendo un confronto con il film del 1999 di Scorsese (Nicolas Cage paramedico) Al di là della vita
    Sin dalle prime pagine e non sapendo ancora come la storia del libro di Burke finisse, ho pensato a quel film
    Mi spiace dirti che per me non è stato il più bel libro del 2010, ma come sai, quest’anno ho
    letto I tre moschettieri 😀 😀
    Buon Natale Andrea !

    • Beh, se prima hai solo I tre moschettieri, I corpi neri sono il miglior libro del 2010, perchè quello di Dumas non è un libro, è la Letteratura! 🙂 Questa cosa che mi fai notare di Dostoevskij e Dr House non me la ricordavo proprio, ma è la solita cazzata da spot commerciale per abbinare un nuovo prodotto a qualcosa di successo e che la gente conosce. Che poi dovrebbero spigarmi cosa c’entra con Dr. House. E anche col russo. Vabbè. Io in alcune sue parti l’ho trovato di una potenza straordinaria, senza pari quest’anno. Poi, forse, io ho fatto medicina e ho conosciuto un po’ il mondo che ci gira intorno e la mia storia autobiografica può aver influenzato il mio giudizio, riscontrando nelle parole di Burke un sacco di verità – come la storia e il carattere della sua ragazza. Soprattutto quel velo di indifferenza e cinismo che tutto avvolge, come dice lo stesso Burke nell’intervista qui sopra. Bah, secondo me I corpi neri è un lavoro straordinario, speriamo che Aronofsky si spicci a finire di girare il film e vediamo che ha combinato, riuscire a mettere su schermo la mutazione interiore di Ollie non dev’essere cosa facile, anche se questo regista credo possa avere gli strumenti e i numeri per farlo. Buon Natale anche a te Valter e grazie del tuo commento!

  2. Valter in ha detto:

    Battuta dei moschettieri a parte, è stata davvero una lettura interessante ; probabilmente, anzi, sicuramente, se non leggessi quotidianamente il tuo blog, questo libro lo avrei ignorato
    ( e avrei fatto male).
    Ho appena letto la recensione de La lista di Connelly, quindi sono ” fuori post”, ma vorrei chiederti… è grave avere in casa 4 romanzi di questo scrittore ( il poeta, il poeta è tornato, utente sconosciuto e il cerchio del lupo), comprati a pochi euro, e non averli ancora letti?:D

    • Direi proprio di sì, vecchio mio! Connelly è un grande, anche se forse sfornando un libro all’anno sta perdendo un poco di smalto, ma la roba che hai citato e che fa parte della sua produzione ormai “d’annata” merita eccome. E poi Harry Bosch è realmente un personaggio ben fatto, per questo meriterebbe un poco di rispetto in più, non tanto da parte di Connelly, quanto dei suoi editori. Sai dove devono mettersele le loro fascette? Poi mi fa incazzare ‘sta cosa: ma gli editori – e molti venditori in generale – credono proprio che i lettori e gli acquirenti siano dei tonni? Boh…

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