Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Green Zone

Green Zone

GREEN ZONE
regia di Paul Greengrass
con Matt Damon, Greg Kinnear, Brendan Gleeson

Alla fine dell’ultimo film del regista di The Bourne Ultimatum, Paul Greengrass, mi è rimasto un dubbio: ho visto un film denuncia mascherato da action thriller oppure un action thriller travestito da film denuncia? Probabilmente entrambe le cose compongono una frazione di verità, anche se Green Zone rimane essenzialmente un film d’azione vecchio stampo che utilizza una incursione nell’attualità internazionale, anche se ormai inizia a diventare Storia piuttosto che attualità vera e propria, per raccontare una storia il cui scopo è essenzialmente quello di intrattenere.

Che la guerra in Iraq del 2003 promossa dall’amministrazione Bush fosse basata sulla menzogna del ritrovamento in territorio iracheno di armi di distruzioni da massa, beh, era cosa ormai nota e assodata. Tanto nota e assodata da fare sì che pure l’ex generale Colin Powell, allora Segretario di Stato di quella stessa amministrazione, probabilmente a causa della figura di merda fattagli fare in mondovisione dai compagnucci di merende repubblicani, ha preso apertamente posizione a favore di Barack Obama, democratico, durante l’accesa campagna elettorale per l’elezione del 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Uno smacco mica male. Anche se l’aver prestato il volto e l’autorevolezza per la pagliacciata della fialetta di antracite all’ONU non deve proprio essergli andata giù al buon Colin. Lui ci credeva nella sincerità dell’Intelligence. Comunque, abbandonando gli infangati lidi della politica internazionale per approdare nuovamente a quelli più consolatori del cinema, Green Zone prende spunto da questi fatti, anche se visti in micro e cioè tramite lo sguardo e le vicende di uno dei soldati americani che, sul campo, erano incaricati di scovare queste armi fantasma, per poi diramarsi in una trama più “tradizionale” fatta di sparatorie, intrighi, tradimenti, menzogne e inseguimenti attraverso le strade martoriate da due guerre e da oltre vent’anni di dominio da parte di Saddam Hussein e con uno stile di regia che spesso ammicca al documentario-verità mediante l’uso della telecamera a mano.

Roy Miller, interpretato da un sempre ottimo Matt Damon, dopo una serie di “buche” imbarcate nella ricerca di armi chimiche irachene, inizia a sospettare che, forse, i Servizi Segreti USA, quelli che passano le coordinate dei siti in cui cercare, non la raccontino proprio giusta. Qualcosa non torna e, grazie a una circostanza fortuita, Miller inizia a indagare per conto proprio coadiuvato da Martin Brown, un illuminato e anziano agente della CIA. CIA e Pentagono si stanno vicendevolmente sulle balle. Miller, quindi, dovrà ben presto fare una scelta: continuare a collaborare con Brown oppure cedere alle lusinghe del suo avversario, Clark Poundstone, inviato del Pentagono e intenzionato a non sentire ragioni nei confronti di chi gli consiglia che, forse, sciogliere l’esercito iracheno e buttare in mezzo ad una strada centinaia di migliaia di uomini armati non sia poi proprio ‘sta grande idea. Le cose, comunque, sappiamo come sono andate a finire. Tutto si gioca intorno alla figura del generale iracheno Al Rawi, potente gerarca dell’ex regime che sembra aver avuto un ruolo fondamentale prima dello scoppio della guerra e che ora, qualcuno, ha tutta l’intenzione di mandare sottoterra.

Green Zone, per quanto detto in apertura di recensione, può quindi essere visto in una duplice maniera. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vedere un film, anche se la mia personale lettura propende verso quella che lo vuole essere un movimentato action che affonda le radici nella guerra americana più vicina, visto e considerato che la vicenda afgana non sembra aver ancora impressionato sufficientemente gli sceneggiatori di Hollywood.

Non c’è molto altro da dire, se non che, ancora una volta, il cinema americano attua un’opera di intensa critica della guerra in Iraq del 2003. Se con la guerra in Vietnam il cinema aveva avuto un rapporto ambivalente – ora intensa critica, ora la resa eroica delle gesta di una generazione o di singoli –, in questo caso le voci sono tutte fortemente critiche, esplorando con dovizia di particolari quanto di negativo ogni guerra si trascina dietro, dagli effetti politico-internazionali e le conseguenti menzogne annesse e connesse (Green Zone), alle atrocità sul campo (Redacted) fino ai traumi post conflitto sui soldati che vi hanno partecipato (Nella valle di Elah), trascurando lo scenario macro per concentrarsi, all’opposto, sulla narrazione di vicende personali o addirittura intimistiche estremamente significative e convincenti quali il magnifico e struggente Grace is Gone.

Di seguito il trailer di Green Zone di Paul Greengrass:

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