Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“Il mio Fonzi? Un buzzurro-meridionale”. Chiacchierando con Omar Di Monopoli

Omar Di Monopoli

Non vincerà mai lo Strega, presumo, ma sono fermamente convinto che Omar Di Monopoli sia uno dei migliori scrittori italiani contemporanei. Ne è prova La legge di Fonzi – di cui potete anche leggere una recensione pubblicata su Pegasus Descending – che chiude l’ideale trilogia delle “orecchiette western” dopo Uomini e cani e Ferro e fuoco. Di Monopoli è stato capace con il suo lavoro letterario di combinare una solida componente verista, anche e soprattutto nell’uso di una lingua italiana fortemente contaminata da inflessioni dialettali, con trame che, semplificando, possono essere catalogate come noir. Il risultato è pirotecnico e la qualità eccelsa. Ne abbiamo parlato recentemente:   

Allora Omar, come è nata La legge di Fonzi?
Terminato il primo libro della trilogia, Uomini e cani, mi sono accorto che avevo ancora delle storie da raccontare. C’erano dei personaggi che mi ronzavano in testa e così mi sono messo a scrivere prima Ferro e fuoco, ambientato in un Gargano cruento ed esasperato, e poi questo La legge di Fonzi, che si svolge invece nel brindisino, nelle periferie all’ombra dei grandi stabilimenti industriali. Sono tre capitoli disgiunti, senza nessun collegamento apparente, ma che condividono però una prospettiva, una visione che per coordinate e stilemi è stata definita “western” (con mio grande sollazzo, visto che amo i generi).

Fonzi credo sia un chiaro tributo al personaggio di Happy Days. Perché questa scelta?
Per tutto ciò che rappresenta, ovvio: il bullo dal cuore d’oro, il vincente perpetuo, l’uomo che non deve chiedere mai; la mia è però una declinazione in chiave buzzurro-meridionale del personaggio. La suggestione più importante viene però da uno spaghetti-western d’infima categoria, Django il bastardo, firmato da Sergio Garrone nel 1969. Era un filmetto che narrava del ritorno al paesello di un pistolero lugubre e assetato di vendetta: ecco, io ho pensato che sarebbe stato interessante se quel pistolero fosse stato un bulletto di provincia e così è nato Giuànni Fonzi.

Il tuo è uno stile di scrittura molto particolare, un misto tra arcaismi ed espressioni dialettali condensate in un’assoluta scorrevolezza, anche per il lettore non pugliese. Frutto del duro lavoro, di una scelta a tavolino oppure è un tuo modo naturale di raccontare?
Bhe’, c’è una ricerca decennale dietro quella lingua. Ho cominciato a innamorarmi del vernacolo e della particolare costruzione che esso richiede un po’ di tempo fa, quando ero alla ricerca di una mia identità, di una mia “voce” narrativa; intanto compulsavo i grandi autori espressionisti del sud degli USA: Faulkner, la O’Connor, Caldwell e compagnia sonante, spesso tradotti da romanzieri nostrani di altrettanto valida caratura: Pavese, Vittorini, Del Buono. L’eccellenza, insomma. Il risultato è un frullato verbale che pesca di là e di qua e che ben si sposa con le storie che ho intenzione di raccontare, perché fornisce il giusto gradiente di liricità e sperimentazione pop (oltre ad un risultato che – grazie a Dio! – incontra il consenso dei lettori).

In un totale degrado generale, morale e ambientale, mi ha colpito “il discorso di don Antonio”, un personaggio totalmente marginale, ma l’unico in grado di parlare fuori dai denti e di denunciare le troppe cose che non vanno.
Anche questa è una lezione appresa dai grandi. Faulkner era solito mettere in bocca ai personaggi di contorno (ammesso che in Faulkner esistano personaggi di contorno!) le verità più scomode. È un escamotage, se vogliamo, ma funziona spesso dannatamente bene!

Monte Svevo sembra strangolato da una moltitudine di poteri più o meno forti che fanno il buono e il cattivo tempo. Sembra impossibile poterne uscire.
Io ricorro spesso all’iperbole, esagero sino all’intollerabile i connotati negativi della vicenda per esigenze di caratterizzazione. Sono in fondo le regole del genere che lo impongono, ma il bello (insomma, mica tanto bello!) è che spesso tale forzatura viene letta da chi conosce la realtà del sud come una realtà documentaria. E questo perché è impossibile parlare del nostro Mezzogiorno senza in qualche maniera affondare le mani nel mare magnum degli atavici disservizi, della malapolitica e dell’abusivismo che ne costituiscono, ahinoi, una componente sostanziale. Poi naturalmente il sud, il mio sud, è anche una terra fantastica piena di bellezza e meraviglia, ma a promuovere quest’aspetto, soprattutto nella mia regione, ci pensano – e con grandissimo successo – le associazioni turistiche e i siti di accoglienza. Il dovere di un artista è ben altro…

Due personaggi in evoluzione sono Pisso e Chicco, gli unici cui concedi un briciolo di speranza per levarsi dalla situazione in cui si trovano…
Sono i rappresentanti di una generazione persa, cresciuta immagazzinando miti sbagliati (gli sgarristi della Sacra Corona Unita e i soldi facili) e che pure, soprattutto nel caso di Pisso, hanno lungo lo svolgersi del romanzo la percezione che la loro vita potrebbe essere diversa. Ciò nonostante il loro riscatto sociale fallisce, perché la consapevolezza di sé richiede una disciplina che i due personaggi, intrisi della violenza che ammorba il loro ambiente, non possiedono.

Anche l’amore sembra sbiadire nel calore del Sole pugliese.
A parte i dettami narratologici (un amore conflittuale è giocoforza letterariamente più intrigante di una relazione piana e ben riuscita) mi interessava raccontare le differenze di classe che ancora sussistono nelle piccole realtà di provincia del sud. La storia «contratta» tra Pisso e Livia si adattava a pennello a questa mia esigenza.

È corretto il parallelismo tra Pisso e Giordano e i due ragazzi di Gomorra?
Può darsi, magari è accaduto a livello inconscio. In fondo nessuno scrittore meridionale può realmente dirsi avulso dal confronto con Saviano. Il suo libro è stato ed è importantissimo, anche se in fondo il suo è un lavoro che attiene al reportage giornalistico più che alla letteratura propriamente detta – io poi ho avuto con Uomini e cani il Premio Città di Milano che l’anno prima era toccato a lui, quindi in qualche modo la sua ombra si staglia sul mio lavoro sin dal mio esordio, e naturalmente lo considero un onore.

Con il personaggio di Ridge, quello di Beautiful, introduci un elemento grottesco, direi quasi da fratelli Vanzina, nel tuo romanzo, in assoluta controtendenza con il resto del libro. Perchè questa scelta?
Sono profondamente affascinato dal cattivo gusto imperante e mi è capitato spesso di constatare quanto – al nord come al sud – spesso gli amministratori politici, soprattutto nelle realtà di provincia, siano soliti inserire personalità televisive d’infimo livello in contesti culturali agli antipodi. E così ho pensato di utilizzare il personaggio di Ridge come epitome della brama di notorietà che permea il nostro quotidiano, una sorta di proiezione di questa febbre senza controllo che ci ha resi tutti spettatori passivi, però l’ho fatto alla mia maniera, stravolgendo il tutto in chiave grottesca. È poi mi serviva un elemento dissonante, qualcosa che smorzasse il ritmo cupo della vicenda per far riprendere fiato al lettore…

Perché un Sud sempre atavico, senza speranza e rappresentato come una terra selvaggia?
Perché l’idea “western” che serbo della letteratura necessitava di un fondale siffatto e il sud che io conosco è così, o meglio – come ho già detto – è anche così. Non c’è dubbio che stiamo parlando di una terra irta di contraddizioni, un posto dove convivono i browser di ultima generazione e le maciàre, gli iPhone e la pizzica, il clientelismo e la sublime bellezza di un paesaggio unico…

Non c’è il rischio della caricatura, di vendere un prodotto perché Milano lo vuole così, parafrasando quanto detto da Nic Pizzolatto in merito al Southern? Penso a un altro bel libro ISBN, Liberaci dagli sbirri di Gabriele Reggi oltre, naturalmente, a Gomorra.
In realtà a pensarci bene l’immaginario southern che permea ormai il settentrione è fatto di masserie e agriturismo punteggiati di ulivi, serate passate a sorseggiare vino Primitivo lasciandosi estasiare dal ritmo dei tamburelli. Io e molti miei altri colleghi abbiamo preso questa idea magica che da anni si sta vendendo in giro per desacralizzarla e dire: guardate, sarà pure una terra fiabesca ma quando i turisti se ne vanno non c’è lavoro neanche a pagarlo, gli ospedali sono luoghi in cui devi temere per la tua vita e se non stai attento dove parcheggi ti rubano la macchina… pane al pane, punto e basta!

Ma il Sud è realmente quello che tu descrivi nei tuoi libri o c’è dell’altro?
Uno scrittore, un artista in senso più ampio, non si preoccupa – o non dovrebbe farlo – della plausibilità del suo operato. A me personalmente interessa che il mio piccolo universo fittizio abbia una sua coerenza interna, poi è formidabile constatare quali reazioni susciti tutto ciò in chi legge.

Credi che “raccontare storie”, come tu fai, possa aiutare la tua regione e il nostro Paese, dove, ahinoi, le cose che non vanno sono molte?
No, sono abbastanza disilluso sul potere taumaturgico dell’arte. E non perché non creda più che un buon libro non possa cambiarti la vita come quando ero ragazzo, piuttosto ho la percezione che sempre più oggi quel buon libro (come un buon film/fumetto/pezzo musicale ecc.) fatichi incredibilmente a circolare. Ai giorni nostri, oggettivamente, un prodotto di qualità «altra» rispetto a ciò che il potere delle major va propinando ha grosse difficoltà ad arrivare nelle mani giuste, e questo per una serie di ragioni che, evidentemente, hanno a che vedere col mercato in generale (e con l’assurdo monopolio tutto nostrano in particolare)!

Gli intellettuali, gli scrittori e gli scienziati, contano veramente qualcosa?
Bella domanda! Non lo so, forse non m’interessa saperlo. Io sono uno scrittore nella misura in cui pubblico con un editore nazionale e di conseguenza talvolta i giornali parlano di me, ma – a parte nei momenti di esaltazione egoica – non mi sembra che il mio parere conti un cazzo; ciò nonostante quando ricevo mail da lettori, commenti sul blog o semplici strette di mano durante le presentazioni dei romanzi, bhé, ecco, mi accorgo d’intravedere uno spiraglio: la gente è ancora viva, ti stupisce e ha delle idee, chiede il confronto. Talvolta anche lo scontro. Forse non siamo tutti lobotomizzati dalla Tv.

La legge di Fonzi

Che rapporto hai con la critica?
Il primo libro ha avuto attenzioni positive da più parti e la cosa, da novizio, mi ha lusingato e gasato parecchio. Poi mi è sembrato di entrare in un tunnel buio in cui l’attestato del critico di turno stava diventando più importante di qualsiasi altra cosa, ma per fortuna è durata poco, il tempo di metabolizzare il secondo romanzo che secondo me è un gioiellino ma che la critica, per una sorta di legge non scritta, ha trattato con una certa sufficienza perché qualcuno ha deciso che “il secondo libro è solo un ponte tra l’essere uno scrittore e il rimanere uno scrivente”. Ora so di potermi semplicemente considerare “uno che scrive” e questo mio complesso e meticoloso lavoro quotidiano, supportato tra l’altro da un editore serio e ggggiovane (le “g” sono volute) come ISBN è tutto ciò che mi serve per andare avanti. Incontrare blog di appassionati come Pegasus Descending rappresenta poi la ciliegina sulla torta.

Internet ti sembra stare prendendosi sempre più spazi, anche in termini di autorevolezza, oppure ti paiono esperienze amatoriali incapaci di fare il salto di qualità?
Internet è uno strumento magnifico. Resto sbalordito dalla capacità di fare proseliti di alcuni siti e mi auguro che ciò accada in maniera sempre crescente, anche perché in rete se fai una cazzata c’è subito chi ti riprende costringendoti a uscire allo scoperto. Certo la possibilità di far circolare robaccia c’è, ma è il prezzo da pagare della libertà, mi pare, una libertà che da fastidio a molti, ai piani alti…

Quali sono i tuoi riferimenti culturali e stilistici?
Provengo dal fumetto underground più becero (ciclostilavamo delle robacce coi compagni di università a Bologna) ma ovviamente, come per chiunque si cimenti oggi in campo creativo, la mia formazione è un concentrato di molte cose: cinema, letteratura, musica, web, illustrazione e chi più ne ha più ne metta.

L’autore italiano che, recentemente, ti ha più colpito?
Ce ne sono molti, soprattutto tra i miei conterranei, ma ci tengo a dire che sono da sempre un estimatore del grande Vincenzo Pardini: un maestro capace di reinventarsi il western in Garfagnana, uno scrittore superlativo sconosciuto ai più nonostante il regista Veronesi abbia tratto dal suo seminale Jodo Cartamigli il film con Pieraccioni Il mio west (pessima scelta, comunque, vista l’epica solidità dei suoi personaggi che nulla ha a che spartire con la smorta inespressività del comico toscano!)

E quello straniero?
Oltre alla schiatta di autori southern che cito di continuo, direi che la scrittrice Joyce Carol Oates è assolutamente inarrivabile. Davvero una grandissima, talento allo stato puro anche quando scrive la lista della spesa!

Perché hai scelto il noir per ambientare le tue storie?
Il genere è in assoluto la dimensione che meglio si adatta a contenere l’evasione e l’impegno. Certo il rischio di saturazione è dietro l’angolo, ma come vedi c’è sempre spazio per l’innovazione. Nel mio caso qualcuno ha coniato questa bella definizione, “western pugliese”, che seppur limitante per molti aspetti mi gratifica molto, e favorisce la visibilità dei miei lavori.

C’è molto western nella tua scrittura. Ma c’è realmente ancora spazio per questo genere in un mondo, come il nostro, ormai ipertecnologico e molto lontano da quei palcoscenici?
Il western non è un genere. È IL genere, e in quanto tale non morirà mai. In America esiste tutta una produzione di film western per la tv via cavo o per l’home video che non si è mai fermata, anche quando da noi si suonava il requiem per i cowboy e gli indiani. Ma intanto Sergio Leone è tra i cineasti più studiati nelle università del mondo, e tracce di stilemi western sono oggi diluiti nei film e nei libri più disparati (non so, penso a Assalto Distretto 13 o a Non è un paese per vecchi, per dire, ma a ben guardare si possono trovare impronte del genere davvero ovunque).

Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sui tuoi prossimi lavori?
Sto ultimando il mio nuovo romanzo, tutto incentrato sulle peripezie di un ragazzino pugliese di dieci anni e ambientato negli anni ottanta durante i moti antinucleare che portarono al referendum (a proposito, qualcuno vuole ricordare a chi ci governa che l’Italia ha sancito col voto la sua netta contrarietà alle centrali su suolo nazionale?).

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15 pensieri su ““Il mio Fonzi? Un buzzurro-meridionale”. Chiacchierando con Omar Di Monopoli

  1. Pingback: La legge di Fonzi – Omar Di Monopoli « Pegasus Descending

  2. Valter in ha detto:

    Bella intervista e libro davvero notevole ; lascio qui i miei complimenti ad Omar
    ( dai gusti letterari eccellenti… vedi la Oates, di cui, proprio qui, qualche settimana fa
    abbiamo scritto :D)

  3. vi ringrazio ragazzi, (lasciatemi arrossire in silenzio, ora:-)

  4. barbara in ha detto:

    Fantastica intervista per fantastico libro.

  5. Gregorio in ha detto:

    Il libro non è male ed è molto meglio di tanta roba che si legge in giro. Però sono convinto che Omar possa scrivere cose migliori. Noi di via Nicotera, come Omar sa, siamo piuttosto esigenti. Con simpatia.

    • Dite ragazzi? Probabile, spero che così come al peggio, anche al meglio non ci sia mai fine! Però tra la roba letta ultimamente, dite bene, La legge di Fonzi è una delle cose migliori e se Omar può fare ancora meglio, beh, sono pronto a leccarmi ancora le orecchie e sempre più a fondo e in alto! 🙂

  6. pompea in ha detto:

    OTTIMA scrittura, quella di Omar di Monopoli, da seguire nel futuro, sperando che si “espanda” oltre il genere, che è sicuramente solo una figura interpretativa che i lettori si sono creati, in relazione all’intera trilogia (Uomini e Cani, Ferro e Fuoco e La Legge di Fonzi). Ma lo scrittore non è affatto di genere: è bravo al di là del genere. Le descrizioni di luoghi e persone, la manipolazione linguistica dei dialetti, l’intreccio realistico degli eventi, sono tutti elementi di una comunicazione ampia e letterariamente efficacissima. In attesa attenta dei prossimi lavori.

    • Ciao Pompea e grazie del tuo commento. Dici bene, uno scrittore è grande al di là del genere. Se uno sa scrivere, sa scrivere. Punto e basta. E Omar sa scrivere molto bene. Per quanto mi riguarda, amando il genere, spero di vederlo nuovamente affontare questo ambito narrativo, anche se so, ad esempio, che il suo prossimo lavoro sarà un romanzo non di genere, come puoi anche leggere dall’intervista rilasciata a Pegasus Descending e da altre cose sul web. Ancora grazie e a risentirci!

  7. Ringrazio naturalmente di cuore Pompea per le belle parole e faccio una precisazione che tranquillizzerà molto (credo) l’amico Pegasus: anche il nuovo romanzo, pur trattando di un argomento come i moti antinuclearisti in Puglia negli anni Ottanta, conterrà molti elementi del genere: infatti, essendo narrato tutto in prima persona da un bambino, lo sto costruendo su molte suggestioni western-rurali (se vuoi alla Lansdale de IN FONDO ALLA PALUDE o più in piccolo l’Ammaniti di IO NON HO PAURA).

    Vedremo che ne vien fuori. Intanto, al solito, lieto che esista questo spazio in cui sentirmi a casa :-))

    • Omar, tu lo sai che ti ho preparato una mansarda arredata con ingresso separato, come se fosse casa tua! 🙂 E, diciamo, mi tranquillizzi se mi parli di Lansdale, così così se, all’opposto, mi citi Ammaniti, scrittore a mio avviso piuttosto mediocre e sopravvalutato dalla ben nota cricca. Dimenticavo: ovviamente Pompea è una mia amica che ho lautamente pagato per esprimere questo commento positivo sul Di Monopoli! 🙂

  8. Di Ammaniti prima o poi bisognerà parlarne, in questa sede.
    Personalmente ritengo sia un bravo storyteller, davvero, con punte di bravura inaspettata e improvvise quanto rovinose cadute di stile e tono.

    Quel che mi sembra di percepire – a naso – è che di suo non abbia voglia di impegnarsi: raggiunto (forse troppo presto) il successo, ho come l’impressione che si sia adagiato su certi stanchi binari letterari a lui consoni ma del tutto impermeabili alla sperimentazione. Però c’ho sempre visto del talento, io, nei suoi libri; potenziale quanto meno, e se la smettesse di scrivere furbate magari prima o poi lo Strega se lo merita sul serio (ammesso che lo Strega sia un onore – per il portafogli sicuramente sì, e questo è comunque un valore:-)

    • Hai ragione Omar, dovremmo parlarne… Di suo ho letto le prime tre cose che ha scritto: Branchie, Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura. Come dio comanda non ce l’ho, ho solo visto il più brutto film di Salvatores, mentre l’ultimo – Che la festa cominci, se non erro – me l’hanno regalato insieme a una grossa spesa che avevo fatto, ma non l’ho ancora letto. Branchie è orribile, Ti prendo etc buono per una canzone di Vasco, un libro scorrevole ma furbetto, Io non ho paura un libro interessante, il più interessante tra quelli da me letti, ma molto furbetto.Non so se è un torto, non credo, ma è uno capace di essere in sintonia con i gusti della gente, non a caso usa spesso il personaggio del bambino sfigato…

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