Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“Memoria, morte, tempo, amore e dolore. Che altro ci può essere?”. L’intervista a Nic Pizzolatto

Nic Pizzolatto

Nic Pizzolatto non è certamente passato inosservato da queste parti. Su Pegasus Descending potete infatti leggere le recensioni tanto di “Ricercato”, il suo racconto contenuto nella raccolta Notti senza sonno (ed. Rizzoli), quanto di Galveston, il suo stupendo romanzo d’esordio pubblicato da Mondadori. Non nego che Pizzolatto è forse il giovane scrittore statunitense che più è stato in grado di impressionarmi positivamente grazie alla sua abilità nella stesura dei dialoghi e all’incredibile capacità di pennellare con le parole gli ambienti e le psicologie dei personaggi delle sue storie. È quindi con curiosità e orgoglio che ho il privilegio di pubblicare su Pegasus Descending una sua intensa e articolata intervista in cui Pizzolatto tratta i più disparati argomenti, dalla letteratura al recente disastro causato dalla BP nel Golfo del Messico.  

Quali sono stati i tuoi inizi nel mondo della scrittura?
Da bambino ero un grande artista visivo ed ero solito scrivere e disegnare i miei stessi fumetti. Osservando da dove vengo non avreste mai pensato che sarei diventato uno scrittore. Era come dire di voler essere in un film o qualcosa del genere, semplicemente non era una opzione percorribile e inoltre non c’era nessun posto a cui rivolgersi per un consiglio. Sono finito con l’andare al college con una borsa di studio in arte alla Louisiana State University, e lì a fare letteratura, capendo come la mia arte sia sempre stata affine alla narrativa e che quello che realmente volevo fare era raccontare storie alla gente. Dopo il college mi sono spostato a Austin, Texas, dove ho lavorato in un ristorante per poi fare alcuni lavori occasionali e, fondamentalmente, non ho scritto nulla per tre anni. Nel 2001 mi sono iscritto al programma MFA della University of Arkansas per studiare scrittura, ho iniziato a scrivere racconti brevi e i primi due che ho proposto sono stati venduti a un importante magazine, The Atlantic. Quello si è dimostrato, ad oggi, essere stato il punto più alto del mio successo per molti anni. E potrebbe ancora esserlo, suppongo.    

Il tuo primo lavoro pubblicato in Italia è stato il racconto “Ricercato”. Da dove hai preso l’ispirazione per questa storia?
Non saprei dirti nulla in merito “all’ispirazione”, nè cos’è nè da dove viene, ma, come per Galveston, la storia accade in un paesaggio che mi è familiare, un paesaggio che, quale che sia il motivo, stimola la mia immaginazione. E le famiglie sono importanti nel mio lavoro, credo. In genere brutte, cattive o rotte, che obbligano i protagonisti, per realizzare se stessi, a spezzare i loro legami con le medesime famiglie, rischiando l’esilio o il completo isolamento pur di realizzare le vite che vogliono. Tutto, più o meno,proviene da interessi come questi, che poi gli eventi e le sensibilità consentono ai personaggi di sviluppare.   

Il Sud è uno dei protagonisti di questa storia.
Non lo chiamerei necessariamente un “protagonista”, ma capisco cosa intendi. Henry James diceva che il paesaggio è un personaggio e questo, per me, è assolutamente vero. Alcuni luoghi mi hanno ossessionato per tutta la vita e così ho imparato a tormentarli a loro volta. Non posso realmente dividere i personaggi dal paesaggio e questo è qualcosa che mi interessa notevolmente, come essere umano.

Perché il clima, il contesto, l’ambiente e la natura sono così presenti, così importanti nella letteratura Southern?
Posso solo ipotizzare, – ma per me comunque è così – che l’ambiente, il clima, sono così intensi laggiù, così dominanti e incontrollabili, che finiscono per definire ogni singolo momento di questo mondo. Il Sole implacabile, pesante, le piogge torrenziali, la congestione della vita vegetale. Nel Sud della Louisiana, da dove vengo io, c’è un clima sub-tropicale, con foreste fitte e un caldo torrido, e non posso pensare ai 22 anni che ho vissuto lì senza avvertire questi aspetti come prima cosa. E c’è un senso della vita inteso come battaglia, come lotta, una testardaggine di fronte ai lavori sgradevoli, una durezza e resistenza regionale nate dalla storia e da un particolare orgoglio figlio di certe povertà e deprivazioni.

Ma, in realtà, esiste veramente una letteratura Southern?
Sono sempre stato un po’ a disagio con i confini, i limiti; voglio dire, ci sono 28 lower states, da cosa è formato il Southern? Sicuramente la letteratura della Louisiana e del Mississippi è molto differente rispetto a quella della Virginia o delle Carolinas e tutte sono enormemente diverse da quella del Texas. E ci sono sostanziali differenze tra “sud” e “profondo sud”, ad esempio tra la letteratura degli Ozarks e quella del Delta del Mississippi. Inoltre abbiamo una intera flotta di scrittori che tentano di marchiarsi come “southern”, fondamentalmente attraverso il fetish della regione ed esagerando la sua povertà e durezza. Questo è il Southerner “professionista”, un personaggio che non amo per nulla, persone che essenzialmente sono delle parodie perché questo è quello che la gente di New York vuole che il profondo sud sia.  Se ci sono delle qualità che uniscono la scrittura del profondo sud degli Stati Uniti, penso che una di queste sia il matrimonio tra grottesco, violenza, spiritualità, carnalità e humor, avvicinandosi molto, secondo me, a quella che è la vita vera.  Non do mai fiducia a uno scrittore totalmente privo di humor; questi mancano di un intuito particolare. C’è anche una singolare musicalità nel linguaggio di questa regione, una tradizione del racconto orale che porta a una flessione e a una ricombinazione della lingua stessa.

Leggendo “Ricercato” ho sento l’eco di James Lee Burke, forse anche di Faulkner. È una lettura corretta da parte mia?
È estremamente lusinghiero essere comparati a scrittori come i due citati. Sicuramente Faulkner esercita una forte influenza su di me. Non tanto per il suo stile, quanto per i suoi interessi e le sue ossessioni, che anche io condivido. Per me è totemico. Talvolta, se la scrittura sta procedendo nel modo voluto, puoi quasi sentirti come se stai avendo un dialogo con alcuni lavori che ammiri e Faulkner, per me, è spesso all’altro capo della conversazione. Per quanto riguarda Burke, uno dei nostri migliori scrittori viventi, mi sono obbligato a stare lontano dai suoi romanzi. Ne ho letti un paio anni fa, ma questo è tutto. Ed erano eccellenti. La sola ragione per cui ne sono stato distante è perché i nostri territori sono gli stessi, e sentendomi un apprendista non potevo rischiare di subire l’influenza di un tale monumentale artista. La mia versione del South Louisiana necessitava che fosse solo mia, e se avessi letto altre cose di Burke la mia ammirazione nei suoi confronti avrebbe potuto portarmi a volerlo emulare.

Quindi il personaggio di Galveston chiamato Robicheaux non è un omaggio a Burke…
No, Robicheaux è, semplicemente, un nome molto comune in Louisiana…

Galveston è il tuo primo romanzo, una via di mezzo tra un “on the road” e un noir.
Galveston è attualmente il secondo romanzo che ho scritto. Dopo aver pubblicato nel 2006 la mia raccolta di storie brevi, ho speso due anni a lavorare su un pessimo romanzo. L’ho finito e la Macadam/Cage l’avrebbe pubblicato nell’autunno del 2008. Ma l’ho ritirato prima della pubblicazione perché era orribile e sapevo che non avrebbe dovuto mai vedere la luce del giorno. Ho scritto Galveston molto più velocemente di quel libro. Per quanto riguarda le caratterizzazioni, se sia un libro on the road o un noir, lascio agli altri le definizioni. Potrebbe iniziare come un road novel, ma poi scopre tutte le carte che ha in mano. Chi l’ha letto lo sta definendo come “crime fiction”, che negli Stati Uniti può sembrare una definizione un po’ riduttiva. Ma io pensavo solo a scrivere un romanzo in merito alle mie abituali ossessioni: la memoria, la morte, il tempo, l’amore, il dolore. Che altro ci può essere?      

Perché un protagonista con un tumore, un malato terminale?
Le condizioni di Roy sono motivate da due ragioni. Da una parte perché penso che quello che più mi piace del noir è che questo genere è in grado di descrivere quei momenti in cui le vite interiori e quelle esteriori dei personaggi si scontrano, e la diagnosi di Roy è un qualcosa che illustra quanto appena detto in modo letterale. Inoltre, questa è quel genere di cosa che costringe una persona che di solito non perde tempo in analisi introspettive a iniziare a farlo e a pensare alla sua vita, quel genere di cosa che potrebbe permettere ad un personaggio di iniziare un cambiamento (cosa estremamente rara nella vita). Vedo la situazione di Roy come una drammatizzazione di un insieme di problemi esistenziali. Dobbiamo tutti superare una sentenza di morte e per molti di noi il passato altro non appare se non problematico e doloroso, mentre il futuro continua a restringersi in continuazione. Stiamo tutti sfrecciando lungo una strada a senso unico a circa 60 battiti al minuto. Puoi gioire lungo la strada, ma quella è la forma del viaggio.

Credo che i dialoghi e la descrizione dei sentimenti e dell’ambiente intorno ai personaggi siano tre delle tue maggiori qualità…
Beh, mille grazie. È estremamente lusinghiero quanto dici. Molto generoso da parte tua e non ho alcun dubbio nel dire che questa tua valutazione deve molto alla traduzione del libro fatta da Giuseppe (Manuel Brescia, ndr)

In Galveston, piuttosto che del J.L. Burke citato prima, ho avvertito l’eco di Elmore Leonard. Sei un OGM tra questi due grandissimi scrittori? Sono i tuoi nonni?
Sono di nuovo estremamente lusingato di essere citato in tale compagnia. Ma, per quanto riguarda le influenze, nessuno dei due ne ha esercitata molta su di me; pensavo, come ho anche detto prima, di dover evitare molti dei loro lavori così da non farmi influenzare. All’interno del regno della crime fiction sono stato probabilmente molto più influenzato da Dashiell Hammett, Ross MacDonald, Chester Himes, Leonardo Sciascia e George V. Higgins. Ho scoperto Sciascia cinque anni fa e ho letto tutto ciò su cui sono riuscito a mettere le mani.

Galveston

Perché hai voluto raccontare una storia come Galveston?
Probabilmente per le stesse ragioni per cui tutte le storie vengono raccontate e cioè quella miriade di ragioni che mi hanno costretto a raccontarla. Voglio dire, ho una immaginazione abbastanza “dark”, o quella che altri potrebbero chiamare una percezione oscura dell’esistenza (non voglio dire che io la pensi così, ma altri potrebbero vedermi così). Sono solitamente attratto da quei momenti di eccesso dal punto di vista psicologico, verso quei personaggi che vivono al di fuori dei margini della “società rispettabile”, gli outsiders, le possibilità di trasformazione della violenza, dell’amore o del sesso, i problemi del tempo e del ricordo. Ho costruito una trama intorno a questi interessi, davvero.  

E dove e come è nato Galveston?
Dopo aver ritirato il mio primo romanzo in fase di pubblicazione e averlo distrutto – due anni di lavoro – stavo ricominciando da zero. Quindi ho iniziano a scrivere un romanzo poliziesco, tanto per costringermi a scrivere. Ero alla seconda stesura di quel lavoro quando le prime righe di Galveston mi uscirono fuori. Immediatamente piantai lì la storia poliziesca e decisi di seguire la voce di Roy Cady. Avevo le prime due righe del romanzo e le ultime due. Le restanti 70.000 parole che ora ci stanno in mezzo le scrissi abbastanza velocemente, forse due mesi e mezzo per la prima stesura e un altro mese e mezzo per la correzione. Il ricordo di quel periodo è un po’ confuso. Nel frattempo ho avuto il mio primo figlio, ho pubblicato un libro che NESSUNO ha letto e a quel tempo sarei stato sorpreso se ne avessi mai pubblicato un altro.

Come nascono i tuoi romanzi e le tue storie?
Credo che la loro genesi si trovi essenzialmente negli anni della mia formazione, essendo cresciuto nel sud della Louisiana. È un posto selvaggio con una natura e un clima travolgenti, e anche un poco pericoloso, direi. Tante lotte, tante bevute, tante chiese. E davvero poca educazione, alta disoccupazione, un alto tasso di gravidanze giovanili e un alto tasso di malati di cancro (le raffinerie dove vivevo non hanno avuto alcuno standard ambientale da rispettare fino ai primi anni ’90). Ma anche un sacco di bei momenti e il miglior cibo al mondo per cui abbia speso dei soldi. Inoltre tantissimo sesso, sebbene represso in modo bizzarro e nascosto dietro le facciate di innumerevoli dichiarazioni religiose. Il Sud della Louisiana è tanto cattolico quanto l’Italia. Ho sempre provato un senso di florida degenerazione qui, una forte attrazione e al tempo stesso repulsione, quel conflitto raccontato da Faulkner tramite Quentin in Absalom, Absalom. Io non odio questo posto. Io amo i luoghi da cui provengo. È solo che il mio cuore è spezzato. Quindi tutto ciò dà forma alla mia personale relazione con il mondo, e le mie ossessioni più precoci, che ancora mi appartengono, e sono queste ossessioni a fornirmi il materiale per le mie storie e i miei romanzi. Ad esempio, la stessa luce del Sole è spesso una presenza importante nel mio lavoro, ma non penso ad essa come ad un effetto letterario o non cerco di apparire “carino” parlando in continuazione del Sole – è solo che il posto in cui sono cresciuto era effettivamente così –, ma il Sole era così grande e caldo e luminoso che la sua era una presenza costante. Aggiungi a questo un senso di isolamento che ha attraversato tutta la mia gioventù, una sorta di autentico isolamento esistenziale, circondato da una abbondante natura esotica che, spesso, ha fornito la mia più profonda connessione con tutto ciò che era intorno a me. E il libro è una sorta di spiegazione di tutto ciò.  

Che genere di scrittura preferisci? Chi sono i tuoi scrittori preferiti o quelli che hanno esercitato su di te un’influenza maggiore?
Ho realmente un ampio spettro di gusti. Voglio dire, amo E. M. Cioran e Nietzche e Dostoevsky, ma allo stesso tempo anche scrittori di fumetti come Grant Morrison e Alan Moore. I miei preferiti di sempre sono probabilmente Dostoevsky, Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway, Edith Wharton, Katherine Anne Porter, Dashiell Hammett, Ross MacDonald e Cesare Pavese. AMO Pavese, l’ho scoperto solo quattro anni fa, poco dopo Sciascia. La sua Italia sembra molto simile al mio profondo sud. Alcuni tra gli scrittori viventi che ammiro sono Alice Munro, William Trevor, Jim Harrison, Tom McGuane, Fleur Jaeggy, Massimo Carlotto, Robert Stone e Denis Johnson. Ho recentemente scoperto il lavoro di un nuovo scrittore americano che si chiama Laird Barron. il suo lavoro è classificato come “horror”, ma in realtà è molto più complesso e pregno di idee e poesia. Lo descrivo come un incontro tra H.P. Lovecraft e James Dickey. In questo momento è stato il nuovo scrittore che è stato più in grado di attirare la mia attenzione e la mia ammirazione.

Puoi dare ai lettori italiani qualche anticipazione suoi tuoi prossimi lavori?
Recentemente ho lavorato su numerose sceneggiature per cercare di uscire dal mondo accademico e per introdurmi in quello delle sceneggiature e garantire così una fonte sicura di introito per sostenere la mia famiglia, ma i miei prossimi due romanzi sono già abbastanza ben pianificati. Uno è una storia raccontata tramite le voci di due detective della squadra omicidi della Louisiana State Police che attraversano gli anni 1988-2008 ed è strutturato in modo tale da far sembrare che le due voci stiano rilasciando una testimonianza andando avanti e indietro nel tempo. L’altro mio romanzo è una grande saga che si svolge tra la Louisiana del Sud e il Texas, con circa dieci personaggi principali. Entrambi sono completamente delineati e con almeno qualche riga scritta, quindi spero di usare il resto dell’estate per scrivere quanto più possibile. Durante l’anno insegno e quindi devo buttare giù gran parte dei miei scritti tra un semestre e l’altro. Proprio ora stiamo cercando di uscire da questa situazione.

Non c’entra con la scrittura, ma credo che sia importante per le persone italiane avere il punto di vista di un uomo nato a New Orleans, Louisiana. Prima l’uragano Katrina, ora il disastro della BP. L’Italia è lontana dagli USA, ma forse non così tanto poi…
Hai ragione. Questi argomenti sono importanti ma, mio Dio, da dove cominciare… Naturalmente questi fatti per me sono delle tragedie personali. New Orleans è la mia città preferita al mondo. Vivevo nel North Carolina quando Katrina colpì e osservavo quello che avveniva con le lacrime agli occhi; più tardi partecipai ad alcune operazioni di soccorso e – lo sai, altre persone ne hanno scritto molto meglio di me – interiorizzai così tanto la cosa che ancora non amo parlarne. È come parlare della mia famiglia. Non è un tema che tiro fuori con le altre persone. Della Louisiana e di dove sono cresciuto devo dire che è orientata ampiamente a destra e pesantemente religiosa. È sempre stata così. Per tutta la mia vita ho visto le persone, qui, votare contro i loro propri interessi e, per certi versi, entrambe queste tragedie sembrano almeno parzialmente la conseguenza delle scelte politiche dello Stato, ma forse non hanno importanza le parti, la natura della macchina politica è tale che queste cose sarebbero accadute ugualmente. Ho una grande e seria paura, che mi pare del tutto realistica, che entro un paio di decenni l’intera costa della Louisiana cessi di esistere, sarà solo oceano. In maniera molto triste, con la sua politica, la sua isteria religiosa e i festeggiamenti incessanti, sembra quasi che l’intero Stato sia esistito con questa consapevolezza della futura apocalisse in testa. Quindi, per me, c’ è qualcosa di essenzialmente e inesorabilmente mortale che grava sulla costa del Golfo. Come noi, è transitorio. Un giorno non sarà più qui e per questo la amo ancora di più.

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20 pensieri su ““Memoria, morte, tempo, amore e dolore. Che altro ci può essere?”. L’intervista a Nic Pizzolatto

  1. Complimenti Andrea, mi sono letteralmente “bevuto” questa intervista. Pizzolatto è un grande e quello che dice è interessantissimo…
    (come hai fatto a contattarlo? Grazie all’ufficio stampa di Mondadori?)

    • Grazie Omar, spero anche che le domande siano state le più opportune possibili! Mi piace molto curiosare nel dietro le quinte del processo di formazione di un romanzo, nel retrobottega degli scrittori, credo che così facendo si riescano a conoscere ancora meglio anche le loro opere. E hai ragione, Pizzolatto è veramente grande, anche se le forche caudine del secondo romanzo sono in agguato, forse tu ne sai qualcosa, anche se con il terzo, invece, ti sei lettaralmente superato!! Per contattarlo: sia benedetto internet e il suo inventore! Gli ho semplicemente mandato una mail ed è una persona disponibilissima, ho trovato l’indirizzo sul suo sito internet, anche se ora mi sembra che l’abbia leggermente modificato. Figurati, l’ufficio stampa Mondadori… sto ancora aspettando una risposta per la cover, che alla fine mi sono autoprodotto con il mio scanner… spero solo che a ‘sti sciagurati non venga in mente di non tradurre i suoi prossimi lavori, visto che, da quanto dice nell’intervista, ha due progetti mica male in serbo e una estate di scrittura davanti!

      I gruppi Mondadori e RCS sono pressochè inavvicinabili da un povero blogger pezzente come me, anche se non solo gli unici a non prendere in considerazione le mie mail. Da un autore Einaudi mi è stato “confessato” che quelli hanno in lista per le copie omaggio gente come Veltroni e D’Alema. Ma, magari, blogger più affermati di me hanno avuto più fortuna, non so. Per fortuna posso permettermi di spendere due soldi per questo mio hobby e passione che è la lettura!

  2. bhe’, se le cose stanno così i complimenti te li meriti davvero tutti… la tua dedizione a questo blog è ammirevole e sono contento che ti premi!

    (PS sul secondo romanzo, colgo l’occasione per chiarire una faccenda che personalmente mi provoca qualche mal di stomaco. È infatti naturale ritenere che il secondo libro debba per un autore essere necessariamente un ponte a rischio, una sorta di banco di prova sul quale si depositano tutte le aspettative della critica e del pubblico; ma il paradosso è che spesso, spessissimo si finisce per dare per scontato che questo lavoro sarà in tutti i casi un flop, ancor prima di tenerlo tra le mani, contribuendo de facto con questo atteggiamento a che questa profezia si avveri: FERRO E FUOCO nel mio caso lo considero ancora oggi un piccolo gioiellino, ma indubitabilmente devo registrare che i giornalisti e le personalità che pure avevano gridato – esagerando – al capolavoro con UOMINI E CANI accolsero con sufficienza il romanzo augurandosi quanto prima che mi mettessi al lavoro sul terzo. Ora, non so, a me sembra comunque una sorta di legge non scritta un po’ pregiudiziale, che finisce per mandare a ramengo mesi di duro lavoro… vabe’, va detto che magari sono miope io e semplicemente, anche se non riesco davvero a vederla così poiché «ogni scarafone è bell’a mamma soja», il mio secondo lavoro era meno forte del primo:-)

    un abbraccio

    • Il sociologo Merton la chiamava la profezia che si autoavvera, un concetto che ha fatto proseliti anche in economia. E ora, da quanto mi dici, pure nella letteratura! 🙂
      A dire il vero credo che questo fenomeno sia più frequente in quegli scrittori che al loro esordio, per un motivo o l’altro, hanno fatto il botto. Come te. Siamo alle solite Omar: l’invidia. Tutti sono lì, sulla sponda del fiume, ad aspettare di veder passare il tuo cadavere. E comunque credo che nei giudizi critici, pure i miei, nessuno escluso, ci sia sempre una componente pregiudiziale dovuta alle più svariate motivazioni. A volte me ne rendo conto anche con quello che penso prima di scrivere una recensione. Ora adotto il metodo di lasciar depositare i miei pensieri prima di metterli per iscritto, di lasciarli maturare, così da depurarli, nei limiti del possibile, di elogi eccessivi o critiche ingiuste. Ma soprattutto certo di concentrarmi strenuamente sul testo che ho letto, tralasciando tanto il nome dell’autore quanto le mie eventuali aspettative. Per quanto mi riguarda credo che funzioni, questo metodo. Però considera che il mio è un giudizio di un lettore e che lo fa in maniera gratuita, senza agganci, amicizie, prebende varie. Ma, allo stesso tempo, credo che la strada che sto cercando di percorrere con fatica e molto sudore sia l’unica che permetta di essere sempre onesti con i propri lettori e che consenta di acquisire la dovuta autorevolezza.

  3. Andrea, avrò tradotto io, in dieci e passa anni, qualche libro per Einaudi? Siamo sulla ventina, se non sbaglio. Cosa dici, mi conosceranno? Sapranno chi sono? Bene: tu credi che se il sottoscritto chiede alla casa editrice di avere un titolo non tradotto da me (quindi extra contratto) mi venga inviato?

    • Beh, tu ti chiami Luca Conti, mica Walter Veltroni o Massimo D’Alema, no? E allora che vuoi? :)) Comunque, oltre ai libri, c’è anche la questione delle cover che, altrimenti, è difficile scovare in internet per le novità e, anche quando le trovi, sono di una qualità pessima. Per non parlare, poi, della necessità di avere informazioni fresche sui titoli in uscita e l’eventuale presenza in Italia degli autori. Ma che Mondadori o la stessa Rizzoli se ne fottano della galassia web è testimoniato, a mio avviso, anche dai pessimi siti internet che entrambe hanno, una roba pazzesca per le principali due case editrici italiane. Non è per stare qui a piangere, come detto lavoro e, per fortuna, il Blockbuster mi consente di spendere quel tot di euro al mese in libri, considerando, anche, che quelli di cui parlo sul blog sono una esigua minoranza. Però credo che un minimo di pubblicità gratuita un articolo o una recensione la fa, quindi un minimo di attenzione al lavoro altrui non guasterebbe. Almeno rispondere alle richieste di cover. Non mi sembra ‘sto sforzo.

  4. Vitandrea in ha detto:

    Interessante intervista, complimenti. Mi ha colpito che Pizzolatto abbia smesso di leggere Burke pur trovandolo eccezionale per non esserne influenzato. Certe volte è meglio essere un semplice lettore… 🙂

    • Eh eh, che vita sarebbe senza inseguire Robicheaux e quel casinista del suo compare? Comunque hai ragione, ha colpito molto anche me… Nonostante questo, però, credo che nel suo racconto Wanted Man l’eco di Burke si senta forte. Galveston è un romanzo che ti consiglio sinceramente Vitandrea, così come La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli. Un pugliese come te, poi, credo che potrebbe assaporarne meglio anche le numerose sottigliezze lessicali e dialettali di cui il romanzo è pieno (sto parlando de La legge di Fonzi, neeee…)!

      • Vitandrea in ha detto:

        Grazie per i consigli. Per il prossimo salto in libreria Galveston era già in prima fila. E sono curioso di sfogliare questa legge di Fonzi. Sono alla ricerca di un pugliese scrittore in gamba. A me Carofiglio, ad esempio, e al contrario di te, mi pare, non convince.

  5. barbara in ha detto:

    Ok mi hai convinto Andrea leggerò Galveston anche se avrei voluto continuare con Omar ma non hanno i suoi libri in Feltrinelli a Parma!!! Ti rendi conto? Mi sono pure incazzata con il commesso poveretto..odio ordinare i libri cazzo..a me piace cercarli sugli scaffali ci starei ore in libreria…vabbè va…ciao caro..

    • Anche a me piace scartabellare tra i polverosi scaffali delle librerie. Io entro con un’idea e esco sempre con qualcosa d’altro in mano. Pazzesco. Per Di Monopoli cerca di fare un’eccezione, pure io ho dovuto penare per recuperare Ferro e fuoco, mi sono accaparrato l’ultima, solitaria copia alla Laterza di Bari un paio di estati fa mentre ero in vacanza. Ma considera che quegli sciagurati del negozio Mondadori (non è che io ce l’abbia con Mondadori, per carità…) vicino a casa, La legge di Fonzi manco tra lo scaffale novità l’avevano messo!!

      Però con Galveston credo tu scoprirai un grande scrittore e un bellissimo romanzo. Se ti è possibile cerca di recuperare anche Notti senza sonno (ed. Rizzoli), la raccolta di racconti, c’è il racconto stupendo di Pizzolatto e altre cose interessantissime. E’ proprio una bella antologia. E, ovviamente, a lettura terminata ti aspetto da ‘ste parti per farmi sapere che ne pensi!

  6. @Vitandrea: Di Carofiglio ho letto solo Le Perfezioni provvisorie e Il passato è una terra straniera. Così così entrambi. Del secondo il film è notevolmente meglio, mentre dell’indagine di Guerrieri ho pure scritto una recensione: scritto bene, per carità, ineccepibile, ma manca totalmente la trama, troppo esile, leggerina leggerina. Omar Di Monopoli è di una spanna abbondante sopra, storia solidissima e poi quell’uso della lingua che mi fa impazzire. Di Monopoli è un verista, a mio avviso, si inserisce a pieno titolo in quel filone letterario così importante. Il tutto, ovviamente, declinato in salsa noir e al passo con i nostri tempi. Se cerchi uno scrittore pugliese in gamba, beh, con Di Monopoli credo tu l’abbia trovato. Mi raccomando, poi fammi sapere che ne pensi, sai che ci conto!!

  7. Fantastica intervista, che leggo solo ora per una lunga serie di casini… Non c’è che dire, Pizzolatto ha un’intelligenza che traspare già dalla sua narrazione, e qui è particolarmente lucida.

    Inutile dire, poi, che quando un autore si ricorda di citarmi vado in brodo di giuggiole – sì, dovrebbe essere la norma, ma sappiamo bene che non è così. Anche da queste piccole cose si vede la fibra di una persona.

    Per quanto riguarda lo sgomento di fronte all’inadeguatezza delle grandi case editrici, c’è molto di peggio che non rispondere ad una richiesta di immagine di copertina, credimi. Cci sono situazioni a dir poco kafkiane, del tutto incomprensibili. Per ogni persona che si sbatte con passione (e ce ne sono, prendi l’editor di Strade Blu, Edoardo Brugnatelli, un geniaccio che riesce a trovare autori e titoli come Pizzolatto, Saviano, e tanti altri) ce ne sono altre dieci che gli rendono quasi impossibile far bene il proprio lavoro. Mancano competenza, professionalità, rispetto, a vari livelli. E l’organizzazione, nell’era della banda larga, è la cosa che lascia più sgomenti. Anche lì, ci scontriamo con raccomandazioni e criteri di selezione fantozziani.

    Per professionalità mi devo astenere dal raccontare alcuni aneddoti che varrebbero un post ciascuno, dannazione… 😉

    Ancora complimenti per il blog e la passione che ci metti. Ora diffondo un po’, se pur tardivamente, quest’intervista.

    • Beh, mi sembra il minimo citare e ringraziare il traduttore! Altrimenti ciao Galveston in Italia… Immagino che siano un casino le grandi case editrici, ma il mio sgomento sta nel fatto che, di solito, ho rapporti con gli uffici stampa, non con editor o manager che hanno, giustamente, ben altro a cui pensare, ma gli uffici stampa per che cazzo sono pagati allora? Per mandare le copie omaggio a D’Alema o Veltroni come mi ha confessato un importante autore che voleva mandarmi un libro per una recensione e che alla fine ha dovuto mandarmelo lui da casa sua? Poi gli avevo chiesto una minchia di cover in jpg, neanche il libro, che avevo comprato, perchè quello che ci ha rimesso è stata la qualità dell’immagine del libro di Pizzolatto, che con il mio scanner è venuta buona, ma non certamente ottima come per altri libri. Oppure alcuni uffici stampa importanti – Mondadori e affiliati, Rizzoli e affiliati, BC Dalai – reputano i blog come cazzate non degne di una risposta. Pensiero lecito, per carità, ma siamo alle solite: non capire un cazzo della realtà che ci circonda è il miglior modo per fare cazzate. Su questi temi, più o meno, ci ho pure scritto una tesi di laurea.

      Beh, spero di leggere qualche aneddoto sul tuo blog Giuseppe! E grazie sia per i complimenti sia per la diffusione che vorrai dare alla mia intervista a Nic! 🙂

  8. Ciao Pegasus,
    Complimenti per l’intervista. Hai fatto bene a prendere quella frase come titolo, è proprio bella (te la invidio… ho un sito anche io di recensioni, ma di musica – americana).
    Il libro lo sto leggendo, e già sono entusiasta anche solo per il fatto che i protagonisti stanno facendo lo stesso viaggio che ho fatto io quest’estate (stessa Hwy, I-10, stessi posti…), però al contrario.
    Sono posti ricchi di tradizione musicale, sono andata là soprattutto per quello.
    (Sono stata anche a New Iberia, ho sperato d’incontrare J.L. Burke per strada).
    Ho scoperto il libro e il tuo sito proprio grazie ad un articolo che ho scritto su Galveston, TX.
    Sono corsa in libreria, ma naturalmente l’ho dovuto ordinare (anche a me non piace non trovare sugli scaffali, però devo dire che ordinare è l’unico modo per comprare sicuramente quello che cerco, perché anche io entro con un’idea e con qualcos’altro in mano).
    Ho avuto anche io contatti assurdi con uffici stampa, non solo di case editrici.
    Comunque sono qui soprattutto perché, se ancora t’interessa, una scansione migliore della copertina te la posso fare io, dimmi quanto la vuoi grande.
    Se non ci si dà una mano tra noi, poveri web-scribacchini…

    • Ciao Tiziana, grazie del tuo commento! La musica non è proprio il mio campo, non sono un esperto e neppure un grande appassionato. Prima di Natale ho scritto un racconto per Sugarpulp, Banno Natale si è mangiato le renne – trovi il link su Pegasus Descending con il motore di ricerca interno, se lo leggi fammi sapere che ne pensi – e i ragazzi del sito mi hanno chiesto la colonna sonora: beh, una fatica ho fatto, peggio che scrivere il racconto stesso! Mi è venuto il mal di testa! Venendo a Nic Pizzolatto: è un grande, io l’ho amato tantissimo, è un’opera prima come raramente se ne vedono. Nic mi ha pure detto che ora ne stanno facendo un film, credo stia scrivendo la sceneggiatura o qualcosa di simile. Purtroppo io non sono mai stato negli States e credo che a breve non ci potrò andare – a maggio divento papà per la seconda volta -, quindi me la sciroppo tutta con i romanzi. Citi Burke, che per uno che ha chiamato il proprio blog Pegasus Descending (in italiano è stato tradotto come Prima che l’uragano arrivi, della Meridiano Zero)… 🙂 Mandami l’articolo che hai scritto su Galveston, anche sulla mail del blog: idea.ap@libero.it, come preferisci. E sì, mandamela sempre a quell’indirizzo la copertina, come vedi più di quello pubblicato non ho potuto fare con il mio scanner. Comunque le cose con gli uffici stampa vanno molto meglio, anche se Mondadori, Einaudi, Rizzoli, i big big, cioè, rimangono fuori dalla mia portata e di tanti altri blogger che hanno confermato i miei problemi di comunicazione e di aver riconosciuto un priprio ruolo sociale. Che, per me, è la cosa più importante. Come detto in altri recenti commenti: è tutta una questione di autostima e autorevolezza, alla fine. A presto!

  9. (Eh, nel post precedente mi sono accorta che “esco”, davanti a “con qualcos’altro”, è rimasto nella tastiera, ma si capiva no?)
    Copertine già in posta.
    Ho letto il tuo racconto e devo dire che, pur non essendo il genere crime story il mio preferito (preferisco la letteratura “classica” e la saggistica – uno dei miei autori preferiti è Kerouac, che considero al pari di Faulkner e Twain), leggo volentieri qualsiasi cosa se scritta bene, naturalmente, e tu scrivi bene, hai ottima capacità descrittiva. Il “pulp”, poi, mi diverte.
    Io non potrei vivere senza musica (come si fa?), e una colonna sonora… bé io farei fatica nel senso che ne avrei troppe da voler inserire, e dovrei potare ciò che non vorrei potare (non c’è male, in un unico breve periodo: potrei-farei-avrei-dovrei-vorrei! Il festival del condizionale).
    Amando anche la scrittura un giorno ho cominciato a unire le due cose. In realtà è un’impotenza, perché non riuscendo a far musica, scrivo di musica.
    Quando avrò tempo aprirò anche la categoria libri (cercando di parlare solo di quelli che trattano di musica blues e dintorni, ma non so se ci riuscirò).
    Un’altra passione è il cinema, ti puoi immaginare quindi quando trovo un prodotto che unisce bene le tre cose, speriamo sia così per il film di Galveston.
    Non pensare che l’articolo su Galveston sia dettagliato, è solo una descrizione che accompagna le foto che ho fatto, e la permanenza purtroppo è stata breve. Ho fatto la stessa cosa per tutti gli altri posti che ho visitato, in cerca di reperti musicali (categoria Blues & Pics). Ora mi manca solo New Orleans da buttar giù, è un “lavoraccio” che richiede tempo, sono ancora in alto mare, ho tante cose da dire e foto da mostrare.
    Non posso mandarti l’articolo in posta perché è un tutt’uno con le foto, non vorrei nemmeno metterti qui il link per correttezza, ma dato che lo chiedi e che tanto già c’è il link nel mio nome, ecco qua: http://www.bluesreviews.it/bluesandpics/galveston-tx.html, inutile dire che i commenti e i suggerimenti sono graditi.
    P.S.: se è tutta una questione di autostima e autorevolezza, allora sono fritta 🙂

    • Hai fatto benissimo, Tiziana, a mettere il link. Tra l’altro, hai fatto un reportage fotografico veramente bello. Io sono mai stato negli USA e in quei posti, quindi vedere ciò che leggo è molto bello. Quando hai altro materiale o articoli del genere fammelo sapere che metto il link pure su Pegasus Descending. Questo lo metto sulla pagina di Facebook nel weekend. Hai niente della Louisiana? 🙂

  10. Grazie Andrea. Certo che sì, il viaggio è stato proprio in Texas e Louisiana. Della Louisiana ci sono Lake Charles, Crowley (cittadina famosa tra gli appassionati per registrazioni anni ’50-’60 di swamp-blues), New Iberia, Lafayette, Baton Rouge… m’è rimasta solo l’ultima tappa da fare, New Orleans.
    Il grosso è sistemare le foto da pubblicare, ne ho tantissime.
    Attualmente di New Orleans trovi (come foto) solo quelle del 1987, il mio secondo viaggio negli States da giovanissima, ma è poca roba, e non ero dotata di gran macchina fotografica.
    Tutti gli articoli di questo tipo li trovi nella categoria “Blues & Pics” (http://www.bluesreviews.it/category/bluesandpics), cliccabile anche dalla home page, e per quelli degli Stati Uniti 2010 ho messo a parte anche un trafiletto con i link, sempre in home page.
    New Orleans e la Louisiana ricorrono spesso nelle recensioni che scrivo, per forza di cose, dato che racconto di musica afroamericana, di blues e R&B.
    La più recente riguarda uno dei concerti che ho visto là, e l’ho corredata con una galleria di foto degli artisti, è il secondo articolo in home page.
    Sai che faccio invece io ora? Vado a mettere nell’articolo di Galveston, dove cito il libro, un link diretto verso la tua recensione…

    • Allora ne approfitto subito: a breve pubblicherò una recensione di Victor Gischler, autore di Baton Rouge – e a fine marzo, primi di aprile un’altra. Così sono già 4 i libri di Victor recensiti su Pegasus Descending – che amo moltissimo e figura tra le più interessanti della narrativa di genere americana e del fumetto (Deadpool, Punisher, X-Men). Se hai già del materiale su questa città ci sentiamo poi con calma via mail così metto il link al tuo reportage fotografico. Stessa cosa per Elmore Leonard, New Orleans, per me assoluto maestro di scrittura. Dai, ci sentiamo in privato per iniziare questa collaborazione tra blog! Sempre se sei interessata, ovviamente. E grazie per il link diretto! 🙂

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