Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

The Wolfman

The Wolfman

THE WOLFMAN
di Joe Johnston
con Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt

La licantropia è un po’ come la meningite di Totò: se non ti uccide ti rende scemo. L’uomo-lupo, non sia mai, è tutt’altro che scemo, ma l’affinità tra queste due patologie estremamente contagiose regge nel momento in cui se ne analizzano le rispettive capacità di contagio. Per diventare un wolfman, un licantropo, è indispensabile sopravvivere al morso di un lupo mannaro, esperienza assolutamente non frequente visto l’innata attitudine del cagnolino a sbranare fino all’osso pelvico le proprie vittime. E ve lo dice uno che dalla nascita è un cinofobo, rispettando i cani ma non amandoli per niente. Altro che Dracula, vampiri con gli addominali scolpiti o ammassi di pezzi di cadaveri assemblati da un tanto folle quanto geniale scienziato, il mio vero incubo si muove su quattro fottute zampette, è pelosino e non fa che rompermi il cazzo con i suoi dentini famelici rosicchiando l’orlo della gamba dei miei pantaloni. Sacchi di pulci.

Forse la famiglia Talbot, protagonista del Wolfman firmato da Joe Johnston e remake dell’originale del 1941, non soffre delle stesse paure del vostro amato recensore, visto che ama far gironzolare per le ampie stanze della Talbot Hall, una reggia che neanche Venaria, una sorta di cavallo canino chiamato Sanson, una roba tanta di cane che si sollazza prendendo la rincorsa e facendo “buuu!!” da dietro ogni angolo. Li muertcatine (Omar Di Monopoli mi scusi l’ortografia) o qualcosa di simile direbbero in Puglia. Comunque, già potete sospettarlo che il malefico Sanson non sarà l’unico pulcioso a girare per la residenza della nobile famiglia inglese intorno al 1891, epoca in cui per i boschi limitrofi una strana creatura inizia a mietere vittime ad ogni notte di Luna piena. I solerti cittadini del vicino villaggio si prodigano in battute di caccia nel tentativo di debellare l’oscura minaccia, non evitando, come spesso accade, di prendersela con i primi diversi che capitano loro a tiro, degli zingari che, alla fine, si fanno abbastanza i cazzi loro senza arrecare troppo disturbo ad alcuno.

Lawrence Talbot, il figlio scapestrato fuggito dalla famiglia per inseguire una promettente carriera da attore teatrale, al termine di una serata londinese viene interrotto dalla bella moglie, ormai ex, del fratello maggiore, misteriosamente scomparso vicino a casa. Per una serie di motivi Lawrence deciderà di farsi carico del fardello delle ricerche del fratello, anche se non dovrà sbattersi troppo: i pezzi restanti verranno presto ricomposti per dargli una degna e cristiana sepoltura. Ma il ritorno a casa di Lawrence è anche l’occasione per incontrare e riallacciare i rapporti con il padre, una sorta di scienziato un po’ pazzo ed eccentrico rimasto vedovo della madre dell’attore in circostanze oscure. Durante una battuta di caccia al licantropo Lawrence Talbot verrà aggredito dal lupo mannaro rimanendone gravemente ferito. Ma non morirà. E quanto Totò diceva in merito alla meningite devasterà per sempre la sua vita, mentre un solerte agente speciale di Scotland Yard inizierà a dargli la caccia.

La storia è quella, Johnston fa, appunto, un remake piuttosto fedele dell’originale del 1941, potendo però giovarsi delle convincenti prove di Benicio Del Toro – già superbo nell’interpretazione del Che Guevara di Soderbergh –  e, ma che ve lo dico a fare, di Anthony Hopkins, come sempre abilissimo nell’interpretazioni di ruoli tanto ambigui quanto la vita reale al di qua dello schermo. Bellissima l’ambientazione gotica di fine Ottocento che, con le sue numerose ambientazioni notturne, risulta di un fascino ancestrale ricordando le atmosfere del miglior Edgar Allan Poe o, di convesso, quelle londinesi di Dickens. Tra le pieghe della narrazione sono poi molteplici e variegati i significati reconditi che è possibile scovare: dalla forza dell’amore che vince su tutto, alla duplicità umana fino alla condivisione, sotto le medesime spoglie, tanto dell’apollineo quanto del dionisiaco di nietzchiana memoria. La bestia è dentro di noi. La bestia siamo noi.

A tal proposito torniamo all’eterna e insoluta questione del se sia nato prima l’uovo o la gallina: la bestia entra con il morso del licantropo oppure, al contrario, il morso non fa che tirarla fuori, esprimerla, questa bestia? Bella domanda. Ma se il vostro vicino di casa inizia a ululare al cielo e a fare bau bau, beh, preoccupatevi e non state lì a grattarlo dietro le orecchie.

Di seguito il traile di Wolfman di Joe Johnston:

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5 pensieri su “The Wolfman

  1. …ho pensato la stessa cosa riguardo il gigantesco cane del film: evidentemente condivido le medesime paure canine del nostro bene amato recensore!!!!

    (corretta formula barese dell’improperio, Andrea, sono lieto che alla fine siamo tutti terroni:-)

    cia’
    OMAR

    • Non dirlo a me che ho la mamma made in Palermo!! Guardo sempre con sospetto, infatti, i purosangue… Lieto, pure io, di sapere di non essere l’unico a guardare con malcelato sospetto il migliore amico dell’uomo!

  2. Cristina in ha detto:

    Davvero bella domanda l’ultima che hai fatto?!?!?!?
    Adoro Benicio e Antony Hopkins, mi sono persa il film ma rimedierò quanto prima!… Il cinema è la mia seconda passione……

    • Eh già Cristina, bella domanda. Nella prima stesura della recensione mi davo pure una risposta, che nella seconda, però, ho cancellato, preferendo che ognuno dia la propria. Benicio sta rapidamente diventando uno dei miei attori preferiti, in Che Guevara mi ha fatto impazzire, una interpretazione mimetica da far paura! Se non lo hai ancora visto te lo consiglio, un po’ agiografico, come tutti i film sul Che, ma che merita assolutamente d’essere visto. The Wolfman è un film che mi è piaciuto molto, soprattutto per quell’atmosfera gotica che, forse, avrebbe richiesto una bella gelida serata invernale, non fosse che la sera non riesco più a fare nient’altro se non dormire. Ma questa, come sempre, è un’altra storia! Poi fammi sapere che ne pensi, mi raccomando!

  3. Pingback: Guida ai migliori film del 2010. Secondo noi. « Pegasus Descending

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