Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“Senza i generi non si va da nessuna parte”. Parola di Adamo Dagradi

Adamo Dagradi

Buono quello lì, direte voi, Adamo Dagradi ha scritto un poliziesco come La felicità dei cani ed è normale che affermi che i generi sono importanti. Beh, molti si vergognano di dire che i generi sono utili o che essi stessi sono scrittori di genere. Come se fosse un insulto. Allora ci si ritrova e si discute: ma i generi sono morti o sono riduttivi, il noir non c’è più, meglio il post-noir, il noir a pois o quello che è diventato rosso. O blu. O rosso-blu. Forza Genoa. La cosa forse importante da dire sarebbe che i generi esistono per essere superati e contaminati; sono delle porte per comunicare, non per separare. E alla fine, forse, meglio un buon romanzo di genere come quello di Dagradi piuttosto che altra alta letteratura bolsa e ritrita. Ma l’intervista con lo scrittore veronese è una occasione imperdibile per approfondire la genesi del suo romanzo d’esordio, ma anche per parlare di cinema e di letteratura, nonché del mondo che gira intorno all’editoria e del seguito de La felicità dei cani: titolo provvisorio Ciò che disse il tuono by T.S. Eliot.

La felicità dei cani. Perché questo titolo un po’ enigmatico?
Il titolo è nato quando il romanzo era ancora in embrione. Mi sono innamorato della metafora cane – uomo e in particolare di come entrambe le specie siano disposte a rinunciare alla libertà pur di conservare alcune certezze: tra cui l’affetto, il nutrimento e la protezione dai pericoli. Nel libro ci sono cani e umani domestici e cani e umani randagi: tutti sono in grande difficoltà e la felicità la cercano, non la possiedono, quindi il titolo è per difetto. Quando la casa editrice l’ha accettato ero al settimo cielo, commercialmente, però, si è rivelato un bel problema: molti non credono che un poliziesco possa avere un titolo del genere, in alcune librerie è finito negli scaffali dedicati agli animali…

Rivelami un segreto: chi è il vero protagonista del libro?
Io credo che il vero protagonista del libro sia l’atmosfera o così spero. Il poliziesco italiano si muove quasi sempre davanti a scenari provinciali e non corali (con l’eccezione di Quel pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda). Quando, raramente, compare una metropoli è spesso ridotta a uno sfondo un po’ anonimo o addirittura a una serie di paeselli saldati assieme. Io volevo una metropoli verticale e malinconica, le cui atmosfere notturne potessero emergere come quelle della Los Angeles di Connelly o, perché no, di quella futuribile di Blade Runner. Una città multietnica, antica e moderna al contempo. Ma senza rinunciare all’italianità. Un vizio tutto tricolore è quello di credere che certe “sequenze” se le possano permettere solo gli americani. È un’idiozia. Le metropoli ce le abbiamo: sfruttiamole.  

Jelena è indubbiamente uno dei personaggi cardine di tutta la storia. E’ stato difficile scrivere mettendosi nei panni di una donna per te che, leggo sul tuo curriculum, sei un uomo?
Da 25 anni conduco serate di giochi di ruolo (e non mi sento un nerd!!) con un gruppo di amici che solo di recente si è impreziosito di qualche presenza femminile. Era diventata un’abitudine interpretare personaggi di contorno femminili. Col tempo ne è nato un archetipo che ho trasformato in una specie di ossessione: quello di una ragazza bella ma in qualche modo ferita, il cui calore e la cui femminilità sono sepolti sotto strati di diffidenza e paure. Non è stato difficile, spero solo che il personaggio venga apprezzato: non è una persona per le quale si parteggia subito. Se sia convincente anche per una lettrice lo devi chiedere a una donna… 

Rivelami un altro segreto: siamo a Genova, vero?
Sì, siamo a Genova. Ma non è la città che trovate sulla carta geografica e che potete visitare. È la metropoli che amplificava le mie paure infantili sullo smarrimento, il labirinto senza direzioni che tutt’oggi mi mette a disagio e mi affascina (vivo a Verona ma mi considero ligure d’adozione). È, inoltre, la summa di tutte le città: c’è qualcosa di Milano, di Londra, di Parigi, di New York e Los Angeles. Non la volevo nominare e non la nominerò mai perché conservo avidamente il desiderio di poterci fare quello che voglio. La topografia, del tutto reinventata, è strumentale alle atmosfere e alle esigenze narrative: ho bisogno di una Chinatown? Ce la metto. Di un grattacielo? Idem. Ed McBain lo ha fatto per decenni con la sua New York innominata e ha sempre funzionato bene. Qualche critica per questa scelta l’ho ricevuta e la mia impressione è che in Italia sia molto difficile trascendere da certe radici storiche, geopolitiche e culturali. Sono convinto, invece, che si sia arrivati a un punto in cui le radici vanno strappate: è necessaria una ventata di novità. Un’altra cosa che non troverete nel romanzo è la politica. Non m’interessa, almeno non come narratore. La politica, in Italia, di destra o sinistra indifferentemente, ha ucciso l’arte e soffocato i generi, tutt’oggi guardati da certi intellettuali con vergogna. Ma senza i generi non si va da nessuna parte perché sono la maggiore fucina di idee originali. 

Nella mia recensione del tuo romanzo ho scritto che, a mio avviso, l’intero XX Distretto è praticamente un unico grande personaggio. I suoi membri non fanno altro che dividersi pregi e difetti di una persona, tutto sommato, normale. È una lettura corretta la mia?
È sicuramente corretta. La felicità dei cani è un romanzo corale che esplora i punti di vista e la ragioni di tutti i personaggi coinvolti: incluse comparse e … cani. La speranza era quella di costruire un affresco credibile di psicologie e motivazioni: non ci sono cattivi fini a se stessi né eroi. Tutti i protagonisti sono in qualche modo “difettati”, tutti hanno speranze, desideri, paure. Questo, ovviamente, vale per ogni essere umano normale. 

Ho trovato particolarmente affascinate, ancor più di Jelena, la figura del commissario Orlando. Perché un personaggio così complesso e dove hai tratto l’ispirazione per la sua nascita?
Tra tanti antieroi me ne serviva uno in cui specchiarmi. Orlando è un distillato delle mie nevrosi proiettate in avanti di vent’anni: non credo di essere un uomo coraggioso, sono stato ipocondriaco (e un po’ lo sono ancora) e sono piuttosto nevrotico. Ho pensato che non avevo mai letto un libro nel quale il commissario partiva come un ometto senza arte né parte, raccomandato e spaventato, onde poi trovare la forza interiore di migliorarsi, tirare fuori le palle. Ero affascinato dalla possibilità di un’evoluzione imposta dalle circostanze. 

Il tuo modo di narrare è caratterizzato da momenti estremamente lenti, riflessivi, interrotti da improvvise folgori di azione, inseguimenti e sparatorie. È una tua precisa scelta o invece è qualcosa di più istintuale e naturale?
È del tutto naturale. Nella realtà la violenza arriva all’improvviso e travolge tutto. Le mie sparatorie non sono pulp, semmai sul finire c’è n’è una “western” ma comunque perfettamente realistica. Tra una tempesta e l’altra ho cercato di contemplare una storia intricata, popolata di molti volti, luoghi e situazioni. Spero comunque che non ci siano troppe lentezze! Il ritmo per me è importantissimo.

Tu sei un critico cinematografico. Quanto ha contato la tua frequentazione del mezzo narrativo “cinema” nello scrivere La felicità dei cani?
L’amore per il cinema è stato decisivo nella formazione dei miei gusti e del mio modo di raccontare storie. Mentre scrivo immagino le scene come fossero sequenze, inquadrando i dettagli come farebbe un regista. Al contempo ci tengo a specificare che lo stile non è “cinematografico”: troppi scrittori, oggi, tendono a servire al lettore piatti troppo cucinati, riducendo al minimo tutto ciò che non è intreccio e suggerendogli anche come dovrebbero immaginarsi protagonisti e luoghi (associandogli volti di attori o altri riferimenti popolari di origine visiva). Io credo nella complicità del lettore, che un po’ di fatica per aggiungere del suo al mio universo (che smette di essere mio nel momento in cui entra in casa di qualcun altro) la deve pur fare.  

La felicità dei cani

Cosa hanno in comune il cinema e la letteratura e cosa di opposto?

In comune hanno la capacità magica di trasportarci altrove e farci vivere emozioni che forse non vivremmo mai. Non credo ci siano opposti: sono due modi diversi per raccontare storie, vanno benissimo entrambi e andrebbero alternati senza preconcetti. 

Qual è il tuo regista preferito e perché?
Impossibile selezionarne uno solo. Diciamone tre, tanto per cominciare: Michael Mann, per la purezza della visione che riesce a elevare i generi più popolari a vertici impensabili. Clint Eastwood, perché ha dimostrato quanto la “vecchia” Hollywood ha da dire su argomenti attualissimi e su altri che sembravano conclusi (come il western). Credo che Clint sia il più grande regista vivente. Ridley Scott, anche se oggi si è impigrito. Non ho bisogno di ragioni, mi basta qualche titolo: I duellanti, Alien, Blade Runner, Legend e Black Hawk Down.  

E il tuo scrittore?
Nelson Algren è un grande dimenticato. Il più dolente e visionario ritrattista della povertà e della malavita nelle grandi città d’America. Riscopritelo. 

Come è nato La felicità dei cani?
Da una serie di micro-racconti scritti in gioventù coi quali cercavo di descrivere la vita di città nei suoi aspetti più borderline. Ho pensato che sarebbe stato bello allungare il progetto senza perdere in tensione o lirismo descrittivo. Una fatica della malora … spero di esserci riuscito. 

Qual è il tuo modo di procedere nel lavoro di scrittore?
Purtroppo non sono molto prolifico. Invidio molti gli scrittori che tutti i giorni si siedono al computer e buttano giù dieci pagine. Io vado a scatti, non so mai quando scriverò e se sarò soddisfatto di ciò che finirà in pagina. Ci deve essere il giusto stato d’animo, tranquillità, una colonna sonora adeguata che mi dia il ritmo, senza il lettore di cd acceso non mi esce una parola. E poi mille ripensamenti e angosce … un vero casino …

 La felicità dei cani è tutta opera di fantasia oppure hai tratto spunto da qualche fatto reale?
Ovviamente c’è un’attenzione particolare ai fatti di cronaca che funestano tutti i giorni i telegiornali e anche della ricerca per quanto riguarda problematiche come la corruzione, lo spaccio, la prostituzione. Ma è più che altro un modo per tenere le antenne ben alzate sull’oggi. Non mi sono ispirato a casi particolari. Per delineare il passato traumatico di Jelena, inquadrato nella tragedia dei genocidi balcanici, naturalmente ho letto dei libri, per rispetto nei confronti della storia. Qualche libertà, però, me la sono presa comunque….Il romanzo, in sé, è totalmente di fantasia. Non ci crederai ma mi è stato rinfacciato anche questo. Io dico: la fantasia ce l’abbiamo, e usiamola no?!?

Prima di questo lavoro hai pubblicato altre cose di narrativa?
No. La raccolta di racconti era troppo breve e non c’era nient’altro di compiuto.

È stato difficile trovare un editore disposto a scommettere sul tuo lavoro?
Stranamente no. Ho spedito a molte case editrici senza avere risposta. Sono stato rifiutato da Flaccovio. Poi un caro amico, che pubblica per Mursia, mi ha consigliato di spedire a loro: dopo qualche mese si sono fatti vivi dicendo che per loro era un ok. Il contatto mi è servito? Sicuramente. Mi sento un raccomandato? No, perché il romanzo è stato letto e approvato da un comitato composto da svariate persone. Sarebbe arrivato sulla scrivania giusta per essere letto senza il mio contatto? Probabilmente no. E pensare che uno dei più grandi agenti letterari d’Italia, letto il romanzo definendolo buono, aveva escluso a priori che un esordiente potesse essere pubblicato da un editore nazionale. Resta il fatto, tristissimo, che in Italia senza conoscenze difficilmente qualcuno ti calcola. Dietro gli stand del salone del libro di Torino ci sono immensi cassonetti in cui molte case editrici buttano i manoscritti che gli vengono consegnati. Non senza averti fatto compilare una scheda, tanto per tenerti buono, coi tuoi dati. Lo so perché ci ha lavorato un’amica. Vergognoso…

So che eri impegnato sul seguito di questo romanzo. Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione?
Il secondo romanzo del XX distretto è in fase di editing e spero che esca tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo. Il titolo di lavorazione è Ciò che disse il tuono, rubato di peso dalla Terra desolata di T. S. Eliot. Jelena e il commissario Orlando, con l’aiuto di Sciaccaluga e degli altri, si mettono alla ricerca della sorella di Jelena, che sembra essere stata risucchiata da un brutto giro di pornografia clandestina. Finiscono sulle tracce di un fantomatico regista che, secondo voci di strada, si starebbe preparando a girare uno snuff movie. È meno corale, più cattivo, torrido, sensuale, grottesco del precedente. Una bestiolina rognosa che mi sta dando più di un grattacapo e della quale sono assolutamente innamorato.

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2 pensieri su ““Senza i generi non si va da nessuna parte”. Parola di Adamo Dagradi

  1. Dagradi. What else. Grande romanzo. Adesso fatevi un favore e andate a comprarlo.

  2. Sottoscrivo l’invito, Rico!

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