Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

E lo chiamano classico. Gli ottant’anni di Clint Eastwood

Clint Eastwood, a cura di Giulia Carluccio

Pegasus Descending celebra gli ottant’anni di Clint Eastwood con il pezzo-recensione della raccolta di saggi critici curata da Giulia Carluccio per le edizioni Marsilio.

CLINT EASTWOOD
a cura di Giulia Carluccio
ed. Marsilio

Perché il cinema di Clint Eastwood viene comunemente definito come “classico”? Una spiegazione plausibile ce la dà Giulia Carluccio nell’introduzione alla raccolta di pezzi critici da lei stessa curata in merito al lavoro del regista americano: <<L’attribuzione dell’appellativo di “classico” sembra riconducibile perlopiù a due questioni, o meglio a due postulati di fondo. Da un lato, il riferimento costante nei film del regista ai generi classici del cinema americano; dall’altro un indubbio understatement registico, per cui le strutture fondamentali del découpage e dello stile classico non conoscono le forzature tecnologiche o le intensified continuity di molte pratiche contemporanee, né si mostrano metalinguisticamente, o contrapponendo alle ragioni narrative quelle della mostrazione e dello spettacolo, come accade in molti blockbuster postmoderni o nel cosiddetto cinema postclassico>> (pg. 9).  

Quanto la Carluccio scrive – anche se con un stile un po’ troppo in punta di penna – è indubbiamente vero, nonostante si riferisca più all’apparenza del termine “classico” piuttosto che alla sua essenza. Cos’è un classico? Secondo il mio punto di vista questa definizione ha ben poco a che fare con lo stile, il tecnicismo o il substrato culturale a cui dichiara di fare riferimento. E’ classica, invece, un’opera d’arte in grado di sopravvivere al tempo, di parlare un linguaggio universale e capace di comunicare con l’umanità intera, indipendentemente dalle differenze sociali e culturali. È classica un’opera in grado di sconfiggere il tempo e di parlare non all’uomo, ma dell’Uomo. Per questo motivo il cinema di Clint Eastwood è un “classico”, perché ogni suo lavoro parla un linguaggio universale in grado di andare al di là del suo spazio e del suo tempo, nonostante i protagonisti siano gente comune. Scrive, a tal proposito, Norman Mailer, come riportato da Vincenzo Buccheri nel suo pezzo critico di Un mondo perfetto: <<Ciò che distingueva Eastwood da altre star di successo era il fatto che i suoi film parlavano sempre più della sua personale visione della vita in America. Vi si ritrovava una filosofia nazionale, un’operosa e sottile filosofia americana di tutti i giorni>> (pg. 88). Il punto di vista mediato dalla cinepresa è sempre un punto di vista fortemente personale, ma senza alcuna pretesa di sviluppare un “pensiero forte”, optando piuttosto, all’opposto, per la messa in mostra della complessità delle situazioni e delle persone. Il pensiero di Eastwood è fortemente socratico, dedito, in altri termini, a una continua ricerca sul mondo che lo circonda e alla messa in discussione di tutte quelle modalità di pensiero che spesso diamo per assodate e giuste, talmente abituali da risultare scontate.

Sta nella conclusione del magnifico Un mondo perfetto – probabilmente il capolavoro assoluto di Eastwood -, in quel <<Io non so niente>> affermato con convinzione da Red Garnett/Clint Eastwood il paradigma di una intera carriera cinematografica. Il regista realmente non sa niente. Ma questo non è un buon motivo per smettere di cercare, per arrendersi all’ineluttabilità della nostra ignoranza sul mondo, a rinunciare a qualsivoglia tentativo di fare un po’ di luce sulle troppe zone d’ombra che le nostre domande gettano sulle convinzioni assodate. Tutto ciò, però, non rinunciando mai a prendere una posizione chiara e meditata, al manifestare un proprio punto di vista e a dare espressione a una propria morale soggettiva. Ancora Buccheri: <<Il suo rimane un cinema profondamente morale, a partire dallo sguardo che propone al pubblico>> (pg. 83).

Eastwood in Gran Torino

Il cinema di Clint Eastwood è omnicomprensivo, ogni aspetto rilevante della nostra vita e della nostra storia è stato da lui trattato con quello stile pulito e lineare di cui scriveva Giulia Carluccio. Dalla pena di morte all’infanzia negata, dall’America che cambia alla politica con la P maiuscola. Se Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy è, a mio avviso e ancora più che La strada, il vero romanzo degli anni 00, è Gran Torino il film del nuovo millennio, del passaggio tra un vecchio mondo ed uno nuovo. Inoltre, mentre con il già citato capolavoro Un mondo perfetto è stato girato il miglior affresco sul rapporto – o mancato rapporto – tra padre e figlio, con Gli spietati si poneva fine ad un’epoca aprendone un’altra, rinnovando quel magnifico archetipo narrativo che era ed è il western.

Nel momento in cui stiamo pubblicando questo articolo Clint Eastwood compie 80 anni avendo già in programma altri due film, il thriller Hereafter e il biopic Hoover, sull’omonimo padre padrone dell’FBI per quasi quarant’anni di storia americana. Il saggio curato da Giulia Carluccio per Marsilio e con i contributi di Matteo Pollone, Guglielmo Pescatore, Giacomo Manzoli e il già citato Vincenzo Buccheri, analizza nel dettaglio alcuni tra i migliori film del regista americano – Il cavaliere pallido, Gli spietati, Un mondo perfetto, Mystic River, Million Dollar Baby e, anche se più superficialmente, Gran Torino – apportando un contributo analitico e critico di assoluto spessore nel discorso intorno all’Eastwood regista. Se l’analisi tecnica è puntuale, raffinata e competente, il limite maggiore della raccolta di saggi risiede nella sua forse eccessiva attenzione alla componente tecnica piuttosto che a quella contenutistica, potendo risultare a tratti un po’ ostico a chi non ha una competenza tecnico-cinematografica approfondita. Il lavoro ha una chiara impronta accademica, rischiando di parlare molto alla testa delle persone e un po’ meno al cuore delle stesse, con un dispendio importante di parole ed energie nell’analisi di campi e controcampi e trascurando un po’ i mille risvolti contenutistici e morali che i film ci Eastwood contengono.

Nonostante tutto il Clint Eastwood a cura di Giulia Carluccio rimane un lavoro indispensabile per chiunque voglia conoscere meglio questo immenso regista, attualmente il più grande tra i viventi, come ottimamente riassunto da Giacomo Manzoli: <<La vitalità con cui descrive la caduta e la consunzione, la semplicità con cui riesce a dar conto della complessità, la linearità con cui mette in scena l’ambivalenza, l’eleganza con cui scioglie l’ovvietà delle cose risapute, la compostezza nell’eccesso, la maturità con cui sa essere ingenuo, la naturalezza con cui riesce a costruire un vuoto denso di significati, sono il segno della genialità di Clint Eastwood>> (pg. 137). Parole più belle sul lavoro di Eastwood non sono mai state scritte e lette, non negandovi che avrei voluto averle pronunciate io.       

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5 pensieri su “E lo chiamano classico. Gli ottant’anni di Clint Eastwood

  1. Valter in ha detto:

    Eastwood è uno dei miei registi preferiti; sono pienamente d’accordo con te sul “classico” in riferimento alla cinematografia di questo stimato regista: attraverso i suoi film riesce con semplicità
    (e mai con banalità) e comunque non senza qualità prettamente tecniche a farsi ammirare ed apprezzare da tutti. Ho sempre pensato che se dovessi iniziare al cinema qualcuno, gli farei conoscere senza dubbio uno qualsiasi dei suoi numerosi film : storie costruite senza artifici , grande senso dello spettacolo (inteso come intrattenimento) pur raccontando di gente comune e soprattutto linearità nell’intrecccio senza fantasiosi e modaioli colpi di regia, sono una garanzie per farsi capire da tutti. Eastwood su questo è un maestro !

    • Nell’era degli Avatar il cinema di Clint si distingue non per la tecnica o gli artifici, ma per il contenuto, la storia. Il cinema è raccontar storie, a mio avviso, e Eastwood lo fa in modo magnifico. Però, devo ammertelo, quanto parlo del suo lavoro il mio spirito critico si annebbia, quindi prendi le mie parole con il beneficio del dubbio! 🙂

  2. Pingback: Il congresso di SEL è alle porte | Sinistra Ecologia Libertà - la Sinistra in provincia di Benevento

  3. Gigistar in ha detto:

    Mi riaggancio a questo vecchio post su Eastwood per segnalare ad Andrea e a tutti voi questo che secondo me è un piccolo capolavoro:

    Questo spot della Chrysler è andato in onda negli USA durante l’intervallo dell’ultimo Superbowl. Come potete vedere anche da qui:

    http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/07/Super_Bowl_spot_delle_polemiche_co_8_120207024.shtml

    ha destato molte polemiche di natura politica, ma non si può negare che l’impatto del buon vecchio Clint sia fenomenale. Voce roca e faccia di pietra. Che grande!

    • giulia carluccio in ha detto:

      Ho letto solo ora la recensione del volumetto su Clint che avevo curato qualche anno fa. Grazie molte e … ora e sempre, viva Clint. Giulia Carluccio

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