Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

“I miei romanzi nascono dalle rabbie”. L’intervista a Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli

A chi non fosse bastata la mia recensione di Ti voglio credere (ed. Kowalski), di Elisabetta Bucciarelli, oggi può rifarsi leggendosi la corposa intervista che la scrittrice ha rilasciato in esclusiva a Pegasus Descending.

Per prima cosa, perché questo titolo, Ti voglio credere?
E’ un libro che indaga il confine sottile tra verità e menzogna. Sulla necessità di dover credere, a volte, anche senza esserne convinti del tutto.

Il romanzo comincia là dove finiva Io ti perdono e con un ispettore Vergani alle prese con i propri fantasmi del passato…
Una breve ellissi temporale separa la fine di Io ti perdono dall’inizio di Ti voglio credere. L’ispettrice Vergani è alle prese con la sua memoria e con un’indagine individuale, che si riflette in quella reale. I quesiti sulla verità e la menzogna appartengono al suo percorso privato ma anche a quello collettivo. Decidere da che parte stare. Trovare una coerenza personale che ci soddisfi. Fare i conti con rigidità e luoghi comuni. Mentire per necessità oppure per opportunismo.

La componente psicologica è una parte fondamentale dei tuoi libri. Qui affronti la “rimozione” e l’”anoressia”.
Ho cercato di raccontare l’anoressia non solo attraverso i suoi aspetti sintomatici, quanto piuttosto, rispetto alle responsabilità che le famiglie e la collettività hanno nei confronti di chi si ammala. Vorrei riuscire a gridare che l’anoressia non è come il raffreddore. Allo stesso modo, anche la memoria è un fatto individuale e relativo. Ognuno di noi opera quotidianamente piccole rimozioni per sopravvivere. Funzionali alla propria emotività e struttura psicologica. Cercare la verità delle cose non può prescindere dall’incontro/scontro con mondi diversi e universi paralleli. Molto umani, ovviamente.

Se con il tema della “rimozione”, della memoria, che coinvolge la Vergani rimaniamo nell’ambito narrativo del tuo personaggio, con l’anoressia affronti un argomento sconvolgente e tremendamente reale. Come accorgersi di questo problema e come affrontarlo?
L’anoressia vuole essere vista. E’ una forma di esibizione del corpo che passa per la sua negazione. Non è difficile accorgersi della malattia. Complesso è invece, comprenderne le cause profonde, che sono assolutamente differenti da persona a persona. E’ un disagio individuale, personale, non un’epidemia che si cura con un protocollo uguale per tutti.

È un problema solo femminile? In Ti voglio credere sono tutte ragazze.
Io conosco “queste” ragazze. Conosco me. Racconto le cose che so. Anche se le disfunzioni alimentari sono una patologia che riguarda tutti, maschi e femmine. Le mie tre donne sono comunque simboliche, come le croci che compaiono nell’indagine del libro…

Mi ha colpito molto una figura che compare solo per un paio di righe nel tuo libro (pg. 262-263): il padre di una delle vittime e la sua preoccupazione di apparire. Sta forse qui il problema di quanto dicevamo sopra?
Apparire è il problema di tutti. Reputazione professionale, invecchiamento, onore, corpo, ognuno ha il suo punto debole. Quel padre fastidioso ha paura del giudizio che il mondo potrebbe esprimere su di lui, non è riuscito a crescere una figlia serena e nemmeno a distinguere un bravo medico da un farabutto. I suoi problemi sono davvero tanti. Ma chi può chiamarsi fuori?

La Vergani mi pare un personaggio che non fa sconti, poco interessata ad accaparrarsi le simpatie del lettore.
La Vergani è un personaggio che non ama vivere da gregario. E’ una solitaria, per necessità a volte, per scelta altre volte. E’ scomoda, antipatica, fragile e scostante. Ma anche il contrario. Su di lei puoi contare sempre. Non è una virago, né una bambola sexy, non la donna ideale, né un’eroina dei cartoni Manga e nemmeno un modello di trasgressione. E’ normale, dove per normale intendo tutto il meglio e il peggio che possiamo trovare in un personaggio verosimile. Ha una caratteristica in più, però. Crede che nella vita si possa sempre cambiare, modificarsi, anche diventare delle persone migliori, sia per se stessi che per gli altri. Non conosce il nichilismo.

 
Ti voglio credere

Perché tratta così male il povero Achille Maria Funi? Credo sia impossibile trattare male una persone come il Funi!
Già, hai ragione. Forse, banalmente, perché trattiamo male le cose che amiamo di più. O quelle che ci ricordano che abbiamo un problema. Le altre, se ci pensi, sono solo indifferenza e noia.

Angelo è il personaggio più enigmatico, non ho ancora capito se sia un fantasma, una persona reale o una rappresentazione della mente della Vergani. Perché un personaggio simile (che ritroviamo nel tuo racconto appena pubblicato nella raccolta editata da Piemme Seven)?
Angelo è uno dei personaggi che amo di più tra tutti quelli che ho inventato (spero che esista, infatti, e spero di incontrarlo, un giorno di questi). E’ un gioco tra un libro e l’altro (e ancora tornerà). Una presenza che racchiude l’ideale e il reale. E’ quello che ci vuoi vedere.

Hai una cura maniacale per ogni singola parola, non ne ho trovata una di troppo. Dote naturale o scelta stilistica?  
Ho rispetto per le parole. E ti ringrazio molto per l’osservazione che hai fatto.

La narrazione procede per flash, frasi brevi e secche, così come i capitoli. Perché questa scelta?
Pensa che rispetto a Io ti perdono credo di aver persino allungato il periodo… in realtà è tutto molto istintivo. Poi lavoro sugli equilibri, ma la necessità, per ora, è questa.

Come nascono i tuoi romanzi?
Nascono dalle rabbie. Crescono nella documentazione. Rubano pensieri e vita al mondo che mi circonda. E poi li scrivo.

Gli uomini (l’avvocato, il medico, Corsari) non ci fanno una bella figura in Ti voglio credere. Ma che uomini hai conosciuto? 
Meravigliosi. Sono stata molto fortunata. Ci credi, vero?

Il finale aperto lascia spazio ad un nuovo capitolo dell’ispettore Vergani. Ci puoi dare qualche anticipazione?
Ci vorrà un po’ prima di vederla tornare… sta partendo per un viaggio.

Altri lavori a cui ti stai dedicando o cose che stai scrivendo?
Un nero di denuncia sociale. Molto estetico.

Ti è piaciuto questo post e hai un profilo Facebook? CLICCA QUI per diventare fan di Pegasus Descending e non perderti nessun aggiornamento!

Navigazione ad articolo singolo

6 pensieri su ““I miei romanzi nascono dalle rabbie”. L’intervista a Elisabetta Bucciarelli

  1. Meravigliosa 🙂

  2. Entrambe 🙂
    Ma l’intervista è molto bella.
    Quoto:
    Gli uomini (l’avvocato, il medico, Corsari) non ci fanno una bella figura in Ti voglio credere. Ma che uomini hai conosciuto?
    Meravigliosi. Sono stata molto fortunata. Ci credi, vero?

    🙂

    • Eh eh, disgraziata categoria quella degli uomini. Ovviamente lungi da me fare il sindacalista di turno. Un po’ come difendere il creazionismo. Assurdo e impossibile! Ale, pure tu sulla stessa barca, che affonda, della Bucciarelli? 🙂

      Baci sparsi!

  3. Assolutamente sì. Ma la barca non affonda, giammai 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: