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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Red Dead Redemption: la nuova alba del western

Red Dead Redemption

La domanda a cui trovare risposta è la seguente: quanto bene può fare un videogioco a un genere narrativo?

Intanto, diciamo una cosa. Il modo di raccontare è cambiato. Una volta esistevano gli scritti e i racconti orali. Pensiamo all’Iliade e all’Odissea, ad esempio, due storie scritte ma frutto di secoli di narrazioni orali, di continui mutamenti nel loro peregrinare per la Grecia. Poi fu la volta dell’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg nel 1400. I testi scritti uscivano dalle polverose e buie biblioteche dei monasteri per diventare oggetti capaci di coinvolgere un pubblico più ampio. Quando si iniziò poi a stampare in lingua volgare tale diffusione aumentò ulteriormente, travalicando i confini tracciati da chi voleva che il latino fosse una lingua ieratica in grado di essere uno strumento di potere sulle masse grazie alla sua intelligibilità. Crediamo sempre in quello che non comprendiamo. Un bel po’ di tempo dopo arrivò, infine, il cinema, che in principio altro non era che la ripresa di un’opera teatrale, arte, quest’ultima, che affonda le proprie radici vicino a quelle legate all’oralità.

E ora siamo ai giorni nostri, a circa una trentina d’anni fa. Con la diffusione delle prime rudimentali console che consentivano di passare il tempo rincorrendo una pallina che rimbalzava sullo schermo, si stavano ponendo le fondamenta per quella che dopo gli anni 00 sarebbe diventata l’ennesima rivoluzione nel mondo e nella tecnologia del “raccontar storie”. Lo capiamo seguendo da vicino l’epopea di un genere, quello western.

Il western era finito con il film Gli spietati di Clint Eastwood, che, in qualche modo, andava a porre la parola fine, quella definitiva, su un genere che tanto aveva dato all’immaginario collettivo. Dai bambini che giocano a cow boy e indiani, fino alle menti più illuminate del cinema – si pensi a John Ford o Sergio Leone -, passando per la letteratura, dai racconti di Elmore Leonard all’epica di Cormac McCarthy con la Trilogia della Frontiera. Per non parlare di Tex, che inizia a cavalcare su e giù per gli States nel 1948. Ad un certo punto i film western hanno iniziato ad essere sempre più rari nelle programmazioni cinematografiche. Non ce n’erano più.

Poi qualcosa è cambiato. I videogiochi si sono accorti che questo genere è un magnifico archetipo, una sorta di palco su cui ambientare tutte le storie che uno può immaginare. Chissenefrega se invece della 44 Magnum c’è la Colt sei colpi oppure invece dei Suv i ronzinanti, quello che importa è raccontare storie. Finché avremo una storia da raccontare saremo vivi. E il western, di storie da raccontare o a cui prestare le vesti per essere raccontate, ne aveva ancora una infinità. Solamente si erano scelti, per motivi probabilmente legati a una depravata idea di modernità, altri palcoscenici, altri archetipi. Il noir o il thriller, per esempio. Il detective sbronzo e cinico. Ma il mondo dei videogiochi si è ben presto accorto dell’infinita potenza evocativa ed epica degli scenari che fanno da cornice alle storie western. Prima con Gun, per PlayStation 2 e XBox, poi con la saga dei fratelli McCoy di Call of Juarez e altri prodotti più di nicchia che al genere western mischiavano l’horror o fantascientifico a riprodurre su piattaforma il weird western che Lansdale tanto ama – si veda “L’albergo dei gentiluomini”, contenuto nella raccolta Altamente esplosivo (ed. Fanucci, traduzione Luca Conti) – e su cui la Edizioni XII ha scommesso con la raccolta di Alfredo Mogavero Six Shots. E se di McCarthy abbiamo già parlato e di cui siamo pure “costretti” a citare Non è un paese per vecchi, qui in Italia è Omar di Monopoli con il suo “orecchiette western” a far addirittura trasmigrare il western dalla fine dell’800 americano ai giorni nostri pugliesi. Perché, come detto prima, il western è un archetipo, un attrezzo all’interno della cassetta degli attrezzi del narratore e, forse, non morirà mai.

Ora l’arrivo di Red Dead Redemption, videogioco disponibile sia per PS3 sia per XBox 360, sembra voler segnare un autentico cambio di ritmo per questo genere, invitandolo a vivere una nuova giovinezza. In questi anni già il cinema aveva provato a fargli un massaggio cardiaco con, cito a memoria, Appaloosa, Quel treno per Yuma, Caccia spietata. Tutti questi film avevano nel loro cast star di Hollywood del calibro di Russell Crowe, Viggo Mortensen, Ed Harris, Christian Bale. Ma nessuno ha spaccato come invece sta facendo questo videogioco, già in via di esaurimento dopo soli due giorni di vendita. E Dio benedica Red Dead Redemption e chi ha investito in questo progetto il meglio che l’intelligenza umana e la tecnologia sono in grado di offrire nel momento storico odierno.

Grazie a questo videogioco la domanda di western potrà tornare a puntare il nasino verso l’alto, coinvolgendo non più solamente i bambini degli anni Cinquanta, ma trascinando nel polveroso West tanti giovani che non hanno mai potuto percepire la potenza di questo genere immortale per un banalissimo motivo: perché nessuno ha mai detto loro della sua esistenza. Cambiano i modi di narrare, gli strumenti, ma non le storie e la voglia di queste ultime. E chi pretende di snobbare quelle che verranno sempre più veicolate dai videogiochi rischia di fare la fine di quel tipo che al cinema andava dietro allo schermo per vedere dove si nascondessero gli attori. Con Red Dead Redemption siamo, probabilmente, di fronte a una nuova alba. E voi non potete sapere quanto io la stessi attendendo.

E ora accendete le casse e beccatevi il trailer di Red Dead Redemption:

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2 pensieri su “Red Dead Redemption: la nuova alba del western

  1. ciao caro Pegasus,
    appena tornato da Cisterna di Latina per il festival della piccola editoria e subito mi ritrovo un tuo bel post sul genere da me prediletto, con tanto di citazione del sottoscritto e un focus su questa figata che deve essere RED DEAD REDEMPTION (non gioco granché ai videogames, non c’ho più l’età, però stavolta mi sa che capitolo:-).
    Che dire, al solito: grazie per il tuo lavoro.
    Sul western – come giustamente ha fatto notare Manfredi sul suo editoriale dell’ultimo MAGICO VENTO – va detto che in USA c’è invece una produzione continuativa di pellicole del genere (anche se i titoli raramente vengono esportati, essendo spesso prodotti per la Tv via cavo oppure direttamente per il video). Quindi, in realtà, il genere per eccellenza non è mai morto (e chi lo ammazza?), almeno a casa sua!!

    • Grazie a te, Omar, per i commenti, sono la migliore ricompensa. Magico Vento era un bellissimo fumetto, purtroppo non sono riuscito a starci dietro fino alla fine, l’ho perso intorno al numero 120. E’ un peccato che i prodotti USA western non li esportino, ne sento un grandissimo bisogno. Qui l’ultimo western è stato quello con Terence Hill l’anno scorso, un brutta serie in due puntate. Forse, come dico nel post, con Red Dead Redemption (nenache io ho il tempo e l’età per giocare, non riesco neanche a leggere tutto quello che vorrei, figurati giocare…) qualcosa potrà cambiare, perchè il gioco è forse il migliore uscito da quando esistono i videogames e che sia proprio un western potrebbe portare a una impennata della domanda di questo genere.

      Credo che tu sia l’autore più western d’Italia, per questo ti ho citato (scusa per le “orecchiette western”…). Non ho ancora letto i racconti di Mogavero, ma guardo il weird sempre con po’ di diffidenza, non amo l’horror etc., anche se mi hanno detto un gran bene di questo autore e il racconto di Lansdale è molto bello, anche se il migliore è forse l’ultimo di Altamente esplosivo, Hide and Horns, un western classico con un protagonista che meriterebbe d’essere sviluppato in un romanzo, il racconto gli sta stretto!

      Il western è un archetipo, un topos, un palcoscenico, per questo non morirà mai! E poi te lo confesso: è pure il mio genere preferito!

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