Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Inseguendo Nisbet. Reportage dal Salone del Libro 2010

Il logo del Salone del Libro 2010

Siete mai stati a un grosso mercato del pesce? Io no. Però sono stato al Salone del Libro di Torino. Sostituite la puzza di branzini, tonni e calamari con quella della cellulosa – e in culo all’e-book – e il gioco è fatto. Già vi girano le balle all’ingresso, mentre siete lì in una fila chilometrica sotto il Sole aspettando di pagare una manciata di euro per entrare nel tempio italiano della cultura libraria. Poi, una volta che vi piantate sulla soglia dell’ingresso rigirandovi tra le mani la cartina che la gentile bigliettaia vi ha dato cercando di scoprire dove minchia si trovi ‘sta Sala Azzurra in cui si svolgerà l’incontro con Jim Nisbet e Sandro Veronesi, le balle vi iniziano a vorticare così tanto che vi beccate pure un raffreddore per la corrente che creano. Guarda che noi siamo qui in questo momento, no no, ma che dici, siamo qui. Ok, calma. Dov’è il Nord? Guarda il muschio sui tronchi mi dice Ada, mia moglie, compagna, partner o quel che volete voi. Chiedo a una passante, non vedo gli occhi a mandorla, ma quando mi scatta una foto con la sua Kodak capisco che è una giapponese. Arigatò arigatò. D’ora in poi so che qualcuno laggiù nel Sol Levante avrà la mia effigie nei ricordi di un esotico viaggio in Europa.

Comunque, andiamo per gradi. Vicino all’ingresso intuiamo che c’è la Sala dei 500 e non so perché ma mi vengono in mente Leonida, le Termopili e il “Questa-è-Spartaaaa!!” di Gerard Butler. Lo so, non c’entra una mazza, ma non comando mica tutte le mie sinapsi. Ne discuterò, nel pomeriggio, con Edoardo Boncinelli al secondo incontro che ho adocchiato sul programma della manifestazione, una sorta di catalogo Ikea grosso così. Dovrebbe esserci Scott Turow nella Sala di Leonida e compagni (più 200). La fila è lunga. Ok, mettiamoci in fila. Arriviamo all’ingresso. Voi non potete entrare, mi dice quello. Scusi? Non avete il pass. Pass di ‘sta minchia. Non solo ho pagato ma pure il pass c’è bisogno? La green card mi dice quello. La green card. È gratuita, ma dovete farla in quell’altra biglietteria laggiù, appena usciti a destra. Vacca d’un cane. Prendi la cartina, cerca green card point e cerca di raggiungere il posto. E per fortuna che io ho fatto i provinciali di orientiring e Ada è andata dagli scout. Cerchiamo un’altra volta il muschio sui tronchi e andiamo al green card point. C’è una fila da mamma li turchi. Ci mettiamo in fila. Già che ci sono faccio pure il pass per Nisbet, visto che sul catalogo Ikea il suo incontro è segnato, in basso, da un pallino verde con scritto “green card”. Per fortuna ho un colpo di genio, svicolo dalla fila e mi avvicino a un cartellone con su scritto i posti liberi per i singoli incontri. Gramellini ha già iniziato, mi dice la tipa dietro di me in fila. E a me? Io sono qui per Jim Nisbet e, se riesco, Scott Turow. Non ci riesco. Amen. E l’incontro di Nisbet non ha neppure bisogno della green card, il bollino verde sul catalogo Ikea era per l’incontro dopo, forse Susanna Tamaro, quella di Va’ dove ti porta il cuore.

Allora mando un sms a Vitandrea, lettore appassionato di Pegasus Descending – Dio lo benedica -. Mangio un panino e vengo. Muoviti che c’è Nisbet allo stand Fanucci. Ma porcaccia e come lo trovo ora, io, lo stand Fanucci? Prendi la cartina, il Nord, il muschio, girala di qua, girala di là, batti le mani, fai una giravolta e parti. In che sezione siamo, secondo te? Faccio ad Ada. La 2, dice lei. Come fai a dirlo? Guarda un po’ su, mi risponde. C’è un 2 grosso un Boeing 747 proprio sopra la mia testa. Non le sfugge mai niente, santa donna. Passiamo tra corridoi affollati dando spallate a destra e a sinistra, mi scusi signora ma c’è Nisbet, scusi scusi, c’è Nisbet, sì Jim Nisbet, no, non quello, quello del gatto con la polenta si chiama Bigazzi, non c’entrano l’uno con l’altro. Guarda, faccio, lo stand Laterza, uhm quello Rizzoli, aspetta aspetta, con lei che mi tira per la manica arrotolata della maglia. C’è Nisbet, cazzo, c’è Nisbet. Arriviamo allo stand Fanucci. Mi guardo in giro ma Nisbet non c’è. Diobò, non c’è Nisbet. Chiediamo a Sara, dell’ufficio stampa Fanucci. Già, ma che faccia ha Sara? Dalle mail non si capisce. Chiedi in giro, mi fa Ada. Ho vergogna. Sospira alzando gli occhi al cielo come chi pensa “devo fare tutto io” e trova Sara. Che sta di fianco a Nisbet! Lo guardo, lui mi guarda, io lo riguardo. Angrea (Andrea, N.d.T.)? Yes, I am. Ci stringiamo la mano. How are you? I’m fine, thanks. Nice to meet you, ridice. Me too. Non ho un cazzo d’altro da dire. Pietrificato. Come un fesso. Noi dobbiamo andare a mangiare che c’è la conferenza poi, venite? Dice quella. No, grazie, abbiamo già mangiato. Abbiamo-già-mangiato, rispondo. Ada mi tira una una coppinata sul coppino. Però, direte, ti sei fatto almeno autografare il libro, vero? Col cazzo, non me l’ero portato dietro. Uè, sono un inviato speciale, sono, mica un cacciatore di autografi!

Andiamo alla conferenza nella famosa Sala Azzurra. Il relatore prima di Nisbet non vuole schiodarsi, ha le chiappe incollate alla sedia sul palco. Muoversi, tocca a Nisbet, fora dai bal (fuori dalle balle, N.d.T.). Nel frattempo ci siamo incontrati con Vitandrea, ci stavamo telefonando guardandoci in faccia. Vabbè. Fanno sgasare quello prima, Nisbet e Veronesi arrivano e la conferenza inizia. Veronesi: <<Nisbet è un grande scrittore, va al di là del genere hard boiled, possiede un talento tale che non può fare a meno di esprimersi, di uscire fuori nelle cose che scrive. In Cattive abitudini, ad esempio, racconta come è cambiata l’America dopo l’11/9, uno scrittore non può non parlarne, a meno di rifugiarsi in un genere senza tempo. C’è qui>> prosegue quel toscanaccio di un Veronesi <<Il contrasto tra due Americhe, fornendo, così, una testimonianza importante. Se non lo fanno gli scrittori queste cose chi dovrebbero farle? I tg non le raccontano queste cose qui>>. Il mitico Studio Aperto.

Nisbet e Veronesi

Poi Nisbet inizia a parlare. Salta di pala in frasca con il suo americano molto americano, sono troppo scarso per comprendere tutto in modo puntuale. Però qui al Salone del Libero c’è una particolarità: il traduttore c’è, ma devi prenderti ‘sti auricolari sintonizzati con un call center in India. Altrimenti arrangiati. Quindi ogni volta si crea questo teatrino: tutti che non capiscono una mazza, ma nessuno che ha la faccia tosta di alzarsi e andare a prendere gli auricolari. Ma figurati, io l’inglese lo capisco come il dialetto pugliese, uansgheps american, Nisbet può pure parlare in idioma del North Carolina che gli rispondo con accento della Louisiana. Figurati, io. Ada si alza e prende due auricolari. Ok. Però anche la traduttrice deve aver fatto le serali al CEPU, perché non si capisce una mazza della traduzione e se il vicino di casa di Nisbet, come da lui raccontato, non sapeva chi fosse Wladimir Putin (il judoca, giusto?), la traduttrice di Bombay  con contratto in scadenza non sa chi sia Dick Cheney, visto che cerca di tradurne il cognome, non riuscendoci, ovviamente.

Andiamo avanti così per un po’, poi si apre lo spazio domande, naturalmente non previsto. E se il signore alla mia sinistra si alza chiedendo spiegazioni sul finale di Iniezione letale, venendo subito abbattuto in tackle da dietro da Sergio Fanucci, quello alla mia destra si alza esordendo così: <<Ho letto 1342 libri e ne ho scritti tre>>. Cunt u cazz (intraducibile, N.d.T.), si direbbe a Bari e interland. E ci spara il pistolotto imparato a memoria, del tipo “mettete i fiori nel vostri cannoni, fate l’amore non fate la guerra”. Prendo nota per la prossima volta che devo sparare a qualcuno. Due palle. Quando organizzavo eventi e serate culturali con un ospite c’era sempre il pirlone che nello spazio domande doveva fare il relatore aggiunto, propinarci la sua interessantissima visione della vita, la sua opinione, il suo punto di vista. Ma perché, questa gente, nessuno la invita mai a parlare al di qua del tavolo? Mistero, chiamiamo Raz Degan o Enrico Ruggeri.

Scappiamo da Boncinelli, il biologo, genetista etc., per l’incontro sulla memoria e i suoi processi. Sala Rossa. Prendi la cartina, girala di qua e di là, il Nord, il muschio e per fortuna che ho fatto i provinciali di orientiring. Uuuu guarda, lo stand Meridiano Zero, andiamo a vedere se c’è Matteo Strukul! Non c’è. Andiamo da Boncinelli. C’è l’aria condizionata e mi viene mal di pancia. Boia porco. Prima dell’Edoardo parla un altro dottore, un neurologo, Bonini si chiama, e mi fa tornare in mente perché ho piantato lì medicina dopo quattro anni e relativi esami. Dunque, questo arriva con le sue cazzo di fottutissime slide in power point con roba in inglese, figurine di sinapsi e neurotrasmettitori, TAC e risonanze magnetiche di cervelli sani e di altri colpiti da Alzheimer e parla e parla, saltando di palo in frasca, ma senza il gioviale estro di un Jim Nisbet qualsiasi. Lui è serio serio, qui si parla di cose serie serie. Speriamo non ci fosse in sala nessun aspirante studente di medicina, altrimenti me lo ritrovo a scienze politiche l’anno prossimo. Poi, per fortuna, parla Boncinelli, e spero che in sala ci sia qualche aspirante studente di medicina così sono sicuro di non ritrovarmelo a scienze politiche l’anno prossimo.        

Però bisogna correre, bisogna muoversi, che il Salone deve andare avanti, siamo già fuori tempo massimo e dopo c’è un altro incontro, bisogna liberare la sala. Fuori dai coglioni, please. Ma prima Odifreddi ci ha fottuto mezz’ora. Frega niente, lui è stato a Porta a Porta, c’era pure bisogno della green card (vedi sopra, N.d.R.) per assistere al suo incontro. È un vips. Un vips.

E così il discount della cultura va avanti, gli spot pubblicitari delle menti non possono fermarsi, bisogna rispettare il programma. Mezz’ora a testa, non di più. Questo è business ragazzi, business. Mica trippa. Un tanto al chilo, come il pesce. Secondo te dov’è la Sala Verde Pistacchio? 

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